Qualche tempo fa, al cinema, ho visto il trailer di un film in uscita dal titolo "Non dirmi che hai paura" tratto dal romanzo omonimo di Giuseppe Catozzella, pubblicato da Feltrinelli editore. Dal momento che la trama mi è sembrata proprio nelle mie corde -la storia vera dell’atleta somala Samia Yusuf Omar, che partecipò alle olimpiadi di Pechino del 2008 nonostante le difficoltà economiche e politiche nelle quali era cresciuta, ho deciso di farmi prestare il libro e leggere quello per poi recarmi in sala e fare il confronto.
A quanto sapevo il testo è piuttosto famoso e anche proposto come lettura nelle scuole medie inferiori e superiori per l’importanza dell’argomento tratto, perciò mi ci sono avvicinata con aspettative piuttosto alte: purtroppo, sono rimasta abbastanza delusa.
Intendiamoci, il problema ovviamente non è l’argomento, e la storia di Samia merita senza dubbio di essere raccontata e conosciuta da lettori più e meno giovani per ricordarci l’importanza di un’educazione alla pace e informarci su un paese che riceve davvero poca visibilità nelle notizie.
Il problema però in questo libro c’è, ed è rappresentato dallo sguardo dell’autore, ingombrante e permeato della cultura occidentale nella quale è cresciuto, nonostante la narrazione sia in prima persona i racconti dunque dall’interno la vita, la crescita e la passione sportiva di Samia. Ciononostante troviamo imprecisioni terminologiche (ad esempio "il burqa che non copre gli occhi" e che pertanto non è un burqa, ma un niqab; le donne che professano la religione islamica definite islamiche a loro volta, quando l’aggettivo corretto per le persone è musulmano; per terminare con lo stereotipo di veli e trasparenze indossati dalle donne per l’appunto musulmane sotto gli abiti più coprenti -il punto dove mi sono arrabbiata di più).
Non sarà il primo e non sarà l’ultimo, Catozzella, a scrivere con una certa leggerezza di argomenti importanti, nascosto dietro il messaggio significativo e all’ispirazione reale della sua storia raccontatagli per di più in prima persona dalla sorella stessa di Samia -il materiale su cui ha lavorato quindi è indiscutibile. Tuttavia, quando un testo viene messo nelle mani di un pubblico di lettori giovani, trovo ancora più importante che i suoi contenuti siano inattaccabili e non portino avanti in alcun modo stereotipi culturali da evitare.
Come avrete capito questi elementi hanno danneggiato la mia esperienza di lettura, anche perché la scrittura è estremamente semplice e nonostante rappresenti il punto di vista di una ragazza molto giovane non cresce con lei nel tempo, rimanendo quindi ad un’espressività quasi infantile. Ho apprezzato l’averne raccontata la vita, e mi è piaciuta anche la conclusione, che ha una forma un po’ più ricercata e onirica del resto del romanzo -che è ricchissimo di descrizioni della povertà che difficilmente sarebbero riportate in questo modo da una ragazza che vi è cresciuta, bensì piuttosto da un turista occidentale uscito per sbaglio dal resort di un villaggio vacanze.
Mi dispiace molto criticare così aspramente un testo che so essere molto apprezzato, ma ormai avrete capito che non mi piace mancare di sincerità nelle mie opinioni. In ogni caso credo che andrò al cinema a vedere il film che ne è stato tratto e spero di apprezzare quest’opera di più sul grande schermo.
Voi lo avete letto? Cosa ne pensate?
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