giovedì 16 luglio 2026

L'illuminazione del susino selvatico

Finalista all’International Booker Prize del 2020, “L’illuminazione del susino selvatico” di Shokoofeh Azar, pubblicato da Edizioni E/O, era nella mia libreria da oltre cinque anni e più volte avevo preso in considerazione l’idea di cominciarlo, dando poi sempre la precedenza ad altri titoli. Finalmente è arrivato il suo momento, anche se dopo tanta attesa avrei sperato in una folgorazione maggiore!


Chiunque di voi abbia letto e amato “Cent’anni di solitudine” quanto me sentirà all’interno di questo romanzo breve un richiamo forte e anche più volte dichiarato al titolo del Premio Nobel Gabriel Garcia Márquez. Non solo lui poi viene citato in questo testo, che trabocca di amore per la letteratura e fa riferimento a molteplici autori da classici internazionali come Kafka e Kundera a numerosissimi autori della tradizione persiana che accompagnano le vite dei personaggi.

I protagonisti sono i membri di una famiglia che seguiamo da prima della rivoluzione del 1979 e nei successivi decenni. Si tratta di una famiglia iraniana che vivrà numerosissimi lutti e difficoltà, dal primogenito che sarà vittima di un’esecuzione politica, la figlia che sarà data per errore alle fiamme insieme agli strumenti musicali del padre e all’unica superstite, che subirà una metamorfosi difficile da comprendere, trasformandosi in una creatura acquatica mentre la madre -colei che vive l’illuminazione sul susino della casa- si allontanerà per lungo tempo da quell’abitazione, dove i fantasmi convivono con i vivi, per poi farvi ritorno al termine della sua esistenza.

L’elemento chiave è proprio questo realismo magico in cui le anime di coloro che hanno perso la vita rimangono costante in costante dialogo e contatto con i sopravvissuti e dove è del tutto plausibile che i jinn abbiano conseguenze sulla vita delle persone: il confine tra realtà e fantasia è per il lettore quasi indistinguibile.

C’è dunque moltissima creatività in questo romanzo, c’è tutta la tradizione del folclore orientale, ma ci sono anche dolorose prese di coscienza sulle atrocità del regime e sulla mancanza di libertà dello stato iraniano.

“L’illuminazione del susino selvatico” è un testo senz’altro interessante e originale, che l’autrice non ha avuto la possibilità di scrivere in patria -è infatti rifugiata in Australia. Al tempo stesso devo dire che non ha fatto del tutto al caso mio dal momento che mi trovo più a mio agio con le narrazioni aderenti alla realtà e avrei preferito un maggiore bilanciamento tra gli elementi fantastici e quelli più concreti.

Sono comunque contenta di aver finalmente dato a questo romanzo la sua possibilità che meritava dopo tanto tempo e mi auguro che prima o poi tutti i lungo soggiornanti sui miei scaffali abbiano la stessa occasione. Ora mi piacerebbe leggere a breve “Nel cuore del gatto”, dove gli argomenti sulla dittatura in Iran che qui sono soltanto accennati credo trovino spazio in una maniera a me più congeniale.

Qual è l’ultimo testo di letteratura iraniana che avete letto?

Il comandante del fiume

Desideravo leggere qualcosa di Ubah Cristina Ali Farah da tempo e ho approfittato di alcuni reminder della casa editrice 66thand2nd per acquistare due titoli. Il primo che ho letto è “Il comandante del fiume”, che mi è sembrato esattamente il mio genere di lettura ed infatti lo è stata.


Ha per protagonista Jabar, che frequenta il liceo linguistico e per la seconda volta viene bocciato, alle prese con la sua identità di ragazzo di origini somale che non ha più notizie del padre arruolatosi nella guerra civile ed è stato cresciuto da una madre single e dall’amica di lei, anche lei di origini per metà somale, e la figlia di questa zia acquisita è per lui come una sorella.

Incontriamo Jabar in un momento di crisi, in cui per ragioni che non conosceremo fino alla fine del libro si trova in ospedale con un grave danno all’occhio di cui non vuole rivelare l’origine nemmeno ai suoi medici. Mentre è ricoverato, riflette sulle recenti esperienze, per esempio sul fatto che sua madre lo abbia mandato a Londra a conoscere la sua famiglia come una sorta di punizione per la bocciatura e qui si è ricongiunto a una comunità somala dalla quale in Italia è piuttosto lontano, nonostante sia cresciuto con i racconti della tradizione. In particolare lo accompagna quello del “comandante del fiume”, in grado di impegnarsi per la pace comune, dominando i propri istinti e desideri di potere, che tiene la popolazione al sicuro dai coccodrilli. In questa figura fiabesca Jabar ha sempre immaginato suo padre del quale da tempo non sa nulla, anche se dentro di sé conosce la verità, ma ha cercato di negarla a se stesso.

[Il padre infatti è tornato in Somalia, lasciando a Roma il figlio e la moglie; ha partecipato alla guerra civile tra i clan e si è macchiato dell’imperdonabile morte del cognato che gli si era rivolto, sperando che potesse aiutarlo ad uscire dal paese ma che invece appartenendo ad un clan differente, aveva trovato la morte consegnandosi a lui e ai suoi alleati. Di questo è ritenuta responsabile dalla famiglia anche la madre di Jabar, che mandando a Londra il figlio a ricongiungersi con i parenti spera che questo possa contribuire ad essere perdonata, mentre per il ragazzo l’esperienza inglese si rivela intollerabile dal momento che lo mette davanti a questa verità che non si sente pronto per accettare.]

“Il comandante del fiume” quindi è una storia di formazione ed identità, in cui un ragazzo si sente se stesso quando si trova tra i pari del suo stesso colore, ma non è tra di loro che ha stabilito le proprie amicizie. È un romanzo che ci ricorda i forti legami tra l’Italia e la Somalia coloniale e riporta l’attenzione alla guerra civile in un paese del quale si parla ben poco.

È stato un ottimo primo incontro con l’autrice, con il suo protagonista ben costruito e convincente, e sono contenta di essermi già procurata “Le stazioni della luna” che dovrebbe essere maggiormente concentrato sulla Somalia piuttosto che su coloro che ne sono fuoriusciti.

Qual è l’ultima autrice che avete letto per la prima volta?

domenica 12 luglio 2026

La clausola del padre

Dell’autore svedese Jonas Hassen Khemiri avevo già letto i primi due libri portati in Italia: il primo pubblicato da Iperborea, “Tutto quello che non ricordo”, e il secondo da Einaudi “Chiamo i miei fratelli”. Di recente è uscito un titolo di cui si sta parlando molto, “Le sorelle” che ho tutta l’intenzione di leggere, ma prima ho deciso di recuperare “La clausola del padre”, che possedevo già e aspettava il suo momento.

Si tratta di un romanzo dalla struttura molto originale, dove i personaggi non hanno nome, ma sono definiti come segue: un padre che è anche un nonno, un figlio che è anche un padre oppure un fratello, una sorella che è anche una madre e così via, in virtù delle relazioni familiari che sono al centro di questa narrazione.

L’aspetto più interessante è rappresentato dal fatto che non vi è in questa storia un’unica versione del racconto, bensì ogni evento viene narrato da tutti i punti di vista coinvolti che inevitabilmente lo interpretano a seconda del proprio ruolo e della propria sensibilità.

 Se quindi il figlio si sente trascurato e poco compreso da suo padre, il padre percepisce le proprie difficoltà ad entrare in contatto con lui e con la sorella, e prova sensi di colpa per come abbia perso la sua primogenita a causa della dipendenza dalla droga e poi dell’AIDS. Allo stesso modo il figlio che è anche un padre si impegna molto nella cura dei bambini, trovandosi in congedo di paternità, ma solo attraverso lo sguardo della sua ragazza che è anche una madre percepiamo le sue tante manie di controllo e di perfezionismo e il carico mentale che viene inevitabilmente riversato sulla donna.

È un gioco di specchi “La clausola del padre”, in un incomunicabilità che fa parte di così tante famiglie e l’autore è bravissimo nel farci immedesimare in un punto di vista prima e nel successivo immediatamente dopo, in modo che non si abbia mai un vero preferito, ma anzi si osservi la storia da tutte le angolazioni possibili -compreso un capitolo meno aderente alla realtà degli altri dove proprio alla figlia scomparsa viene data voce, nel passaggio più struggente del romanzo.

Ho trovato questa narrazione originale e ben calibrata, senza eccessi nella parte drammatica e senza elementi poco credibili. Il ritmo iniziale è piuttosto lento perché bisogna entrare in questa dinamica in cui la quotidianità viene narrata in ogni dettaglio e richiede un po’ di pazienza per ingranare e sentirsi coinvolti, ma una volta familiarizzato con i personaggi lo si legge d’un fiato fino alla fine.

Per me è stata un’ulteriore conferma di quanto la scrittura di quest’autore sappia stupirmi e ogni volta mi piaccia, e ora la mia curiosità nei confronti de “Le sorelle” è anche aumentata!

Tendete anche voi come me a recuperare la bibliografia completa degli autori che vi colpiscono?

domenica 21 giugno 2026

Molto felice per te

Quando vengo attratta da una chiacchierata novità,di solito la leggo subito; è stato proprio il caso di “Molto felice per te” di Holly Bourne, mio primo incontro con la casa editrice Heloola.

Ambientato in Inghilterra nei dintorni di Londra, ha per protagoniste quattro migliori amiche che si sono incontrate negli anni dell’università e si ritrovano per il baby shower di una di loro che sta per avere un bambino. La maternità è il tema cardine di questo romanzo, affrontato da quattro diversi punti di vista, come se le sue protagoniste rappresentassero le quattro possibili facce della maternità: abbiamo infatti Lauren, che ha partorito da pochi mesi e che si trova in estrema difficoltà nella gestione del suo primogenito che non dorme mai e non le permette di recuperare le energie. Abbiamo Charlotte che sogna la maternità, ma non riesce ad ottenerla nonostante le tante cure intraprese e l’impegno profuso; poi abbiamo Steffi, donna in carriera per la quale la maternità al momento non è un’opzione, e Nicky, sul punto di partorire.

Sappiamo sin dall’inizio per com’è costruito il romanzo che qualcosa è successo alla festa: c’è stato un incendio sul quale la polizia sta indagando, cercando di attribuire le responsabilità ad una delle sospettate che sono proprio le quattro migliori amiche. I punti di vista si alternano nei vari capitoli a loro dedicati -una costruzione che trovo sempre molto efficace.

[Scopriremo poi andando avanti che a dire la verità il responsabile vero e proprio dell’incendio alla casa dei genitori di Nicky non è altro che il piccolo di Lauren, che inavvertitamente ha fatto partire il fumogeno che avrebbe dovuto comunicare a tutti il sesso della nascitura]

In realtà l’indagine in corso è soltanto un pretesto per raccontare le difficoltà dell’essere donna e dell’essere madre o del non esserlo, facendoci immedesimare nelle diverse situazioni di vita delle protagoniste e ricordandoci specialmente alla fine l’importanza della solidarietà femminile e dell’amicizia, valore che da sempre le accompagna, ma che per qualche tempo sembrano essersi dimenticate.
Per donne che in questo momento stanno affrontando una depressione post-partum alcune parti di questo romanzo potrebbero essere un po’ troppo dolorose da leggere, così come la ricerca di maternità di Charlotte e i suoi momenti di difficoltà - la voce della narratrice è infatti molto efficace nel raccontare diversi punti di vista, e lo fa con grande rispetto per tutte le posizioni coinvolte.

Non sapevo cosa aspettarmi da questo libro, che mi ha molto coinvolta; ne sono rimasta piacevolmente sorpresa e questa casa editrice sarà da approfondire nei prossimi mesi!

Avete comprato di recente qualche novità editoriale?

La nebbia di Rio

 Rio Saliceto è un comune in provincia di Reggio Emilia che conta poco più di seimila abitanti. È qui che cresce Raja, il protagonista di “La nebbia di Rio”, esordio di Sarvish Waleed pubblicato da Accento edizioni: è bambino negli anni ‘90, in un condominio popolare con la madre Samina e il padre Malik emigrati dal Pakistan. Non ha scarpe di marca Raja, non può festeggiare Halloween e i suoi inseparabili amici Laura e Giacomo contribuiscono alle multe dell’autobus che prende perché nessuno acquista per lui l’abbonamento.

Lo incontriamo bambino, spettatore impotente della violenza del padre, e poi a 35 anni, quando è diventato educatore e Laura e Giacomo sono ancora i suoi unici punti di riferimento, ma Giacomo annega nella dipendenza e Laura aspetta un figlio, perché non esistono vite perfette, e Raja ha ancora tanta rabbia e tanti fantasmi da affrontare mentre con Samina intraprende un viaggio in Pakistan [per visitare la tomba del padre appena morto, dopo tanti anni che non lo vedono, perché denunciato per violenza domestica da una vicina ha lasciato l’Italia senza guardarsi indietro].

“La nebbia di Rio” è un romanzo di solitudini, di famiglie in frantumi, una storia di formazione in cui passiamo dai ricordi d’infanzia all’età adulta all’adolescenza e di nuovo ai frammenti di un protagonista bambino che strappava disegni e desiderava le vite degli altri. Ne “La nebbia di Rio” si prova molta tenerezza, ci si indigna, ma si percepisce anche tanta forza, quella di coloro che alla fine “si devono salvare da soli” -e proprio per questo, questo libro mi è piaciuto tanto.

Qual è l’ultimo romanzo di esordio che avete letto?

venerdì 19 giugno 2026

L'ambasciata di Cambogia

Il mio primo incontro con Zadie Smith, anni fa, era stato attraverso "Denti bianchi": un romanzo a proposito del quale ho sentito soltanto pareri entusiasti, e che invece avevo trovato un po' invecchiato, e che non era riuscito a coinvolgermi.

In un banchetto della fiera del libro della mia città ho poi trovato a pochi centesimi "L'ambasciata di Cambogia", un breve racconto pubblicato da Mondadori, e mi è venuta voglia di riprovarci (anche perché tra regali e mercatini possiedo già altri due titoli più corposi dell'autrice, ed ero curiosa di sapere se qualunque feeling fosse da escludere oppure no). È stato un buon acquisto, perché seppure si legga in un pomeriggio non l'ho trovata affatto una lettura superficiale.

"L'ambasciata di Cambogia" è piuttosto l'istantanea di una vita di migrazione e di subalternità, quella di Fatou emigrata dalla Costa d'Avorio in Ghana, poi in Italia e ancora in Inghilterra, dove in un sobborgo londinese lavora come domestica in una famiglia di origini presumibilmente indiane che non le corrisponde uno stipendio e le trattiene il passaporto. La sua unica oasi di pace è la piscina dell'ambasciata di Cambogia, dove entra con degli ingressi omaggio che sottrae alla famiglia dei suoi datori di lavoro che non hanno mai fatto caso alla loro esistenza, dove nuota tutti i lunedì mattina. 

Ne "L'ambasciata di Cambogia" ci affacciamo alla finestra di un'esistenza di sacrifici, ma anche di speranza, nell'incontro con un uomo nigeriano che la avvicina alla religione e con cui al tavolino di un caffè può condividere pensieri sul mondo che li circonda e sulle sue ingiustizie.

Avrei voluto leggere molte altre pagine di Fatou e anche di Andrew, ma nella necessità di accontentarsi posso dire che in un testo così breve l'autrice è riuscita a suscitare il mio interesse e la mia partecipazione, e ora la mia curiosità nei confronti delle sue opere più voluminose si è risvegliata!

Avete mai letto Zadie Smith?

Gli antropologi

“Gli antropologi” dell’autrice di origine turca Aysegül Savas è il mio primo incontro con la collana Gramma Feltrinelli, il cui catalogo mi sembra decisamente molto interessante. Ho deciso di partire da questo romanzo molto chiacchierato che mi è stato regalato a seguito della puntata che gli ha dedicato il podcast “Parlarne tra amici” di Daria Bignardi.


Se avete apprezzato “Le perfezioni” di Vincenzo Latronico e i suoi due protagonisti expat alla ricerca di un posto nel mondo, che stanno capendo chi sono davvero, ma vi è mancata la caratterizzazione dei personaggi potreste trovarvi molto a vostro agio con “Gli antropologi”, dove i protagonisti sono Asya e Manu -di cui sappiamo pochissimo, se non che hanno origini diverse, che si sono incontrati ancora studenti, si sono sposati e ora vivono in una città di cui non conosciamo il nome, dove hanno bisogno di un permesso di soggiorno.

Asya è un’antropologa e sta svolgendo una ricerca concentrata sul parco cittadino, dove si reca a filmare ed intervistare i frequentatori. In una narrazione per frammenti abbiamo degli scorci mese dopo mese della ricerca di un appartamento da acquistare per sentirsi più stanziali, delle relazioni con le loro famiglie all’estero, da cui si sentono sempre più distanti e ciò genera in loro spesso sensi di colpa, e con gli amici più o meno occasionali e i vicini di casa con i quali condividono il tempo libero. 

“Gli antropologi” è un romanzo breve e spezzato, che riflette sull’identità attraverso la narrazione di un rapporto di coppia che non ha bisogno di eventi eclatanti o di crisi per essere convincente -anzi la sua potenza sta nell’essere una storia di tutti i giorni in cui moltissimi lettori potranno riconoscersi e che ho l’impressione che pianti il seme per chiederci chi siamo e su quali basi abbiamo deciso a quale luogo appartenere e con chi condividere l’esistenza. Insomma leggiamo di temi profondi e fondamentali, ma l’autrice ne scrive con grande semplicità in un libro che non appesantisce mai la narrazione e che rende i suoi protagonisti il simbolo di una generazione e di una condizione esistenziale, senza nulla togliere ad una storia che di per sé ho già trovato efficace. 

A “Gli antropologi” e ai suoi diversi livelli di lettura si torna a pensare a distanza di tempo, e questo lo rende un titolo degno di nota, più profondo di quanto potrebbe sembrare alla prima lettura.

Avete altri titoli Gramma Feltrinelli da consigliarmi?