lunedì 26 ottobre 2026

Stoner

John Williams riesce in "Stoner", che ho letto in edizione Mondadori, a compiere un’impresa eccezionale: rendere oggetto di una narrazione coinvolgente la vita di un uomo comune, che non compie azioni memorabili e la cui esistenza non subisce svolte eclatanti.

È un percorso quieto quello di William, il protagonista, che nasce nella campagna del Kansas in una famiglia di agricoltori ed è il primo ad andare all’università. Siamo all’inizio del Novecento ed è appena nata la facoltà di Agraria, che sembra per William la scelta più logica. Invece alla lezione di inglese William ascolta leggere Shakespeare e rimane folgorato, e da qui i suoi studi cambieranno direzione e così la cambierà la sua intera esistenza, che dedicherà all’insegnamento all’università di Columbia.

William è un uomo accomodante, che non sopporta il conflitto, che rifiuta lo scontro anche quando sembrerebbe la risposta più logica a quanto si trova a vivere -primo tra tutti il suo matrimonio infelice con l’insopportabile Edith, che sembra intenzionata a fargli pagare per tutta la vita l’errore che ha commesso accettando di sposarlo. Edith è insoddisfatta, rancorosa, determinata a rendergli la vita impossibile: su di lei si potrebbe scrivere un intero romanzo, perché i suoi comportamenti lasciano più volte il lettore senza parole [in particolare mi viene in mente la scena in cui, rimasta orfana del padre, nella casa di famiglia distrugge ogni cosa che l’uomo le avesse regalato -e di questo gesto non ci viene mai spiegata approfonditamente la ragione].

Williams racconta le ore dedicate all’insegnamento, i conflitti in dipartimento con un collega che non gli perdona quella che considera una discriminazione nei confronti di uno studente affetto dalla sua stessa disabilità. 

Ci sono le guerre mondiali in questo libro, che Stoner attraversa da spettatore senza mai arruolarsi. Avrebbe potuto farlo nella Prima, come il suo amico Dave Masters, che per questo però perderà la vita appena sbarcato in Francia e la sua memoria in Stoner non sbiadirà mai, da uomo leale e amico fedele che è. 

Non si trovano dei veri difetti a Stoner, se non l’arrendevolezza, il non pretendere ciò che gli è dovuto il nome di un quieto vivere da cui non sembra guadagnare granché, ma è la sua natura potremmo dire, il suo modo di essere sempre pronto a concedere agli altri disponibilità e tolleranza e non rivendicare mai nulla per sé. È un ottimo padre finché la moglie non allontana la figlia e una volta cresciuta Grace è disposto essere sereno addirittura all’idea che sua figlia trovi conforto nell’alcol, pur di sapere che qualcosa è in grado di confortarla. 

È capace di amare William e lo fa quando incontra Katherine Driscoll, uditrice al suo seminario: forse il momento più vivo della sua intera esistenza, se si escludono i primi anni del matrimonio con Edith in cui ancora aveva speranza per il futuro. 

È capace di innamorarsi, di provare passione e la passione e la percepiamo anche nel lavoro; lo potremmo definire un antieroe Williams Stoner, un uomo di pietra, più volte avrei desiderato scuoterlo e già questo ci fa capire quanto l’autore sia stato convincente nel delinearlo, a farcelo sentire come una persona e non come un personaggio. Non ci sono grandi svolte nella vita di Stoner, ma c’è una vita in questo romanzo, una vita dall’inizio alla fine e proprio alla conclusione sono dedicate pagine di grandissima poesia ed efficacia; non si rimane indifferenti durante questa lettura, in cui ci si immedesima tantissimo nel protagonista, in cui si prova rabbia per le frustrazioni a cui è costretto, in cui si detestano i personaggi che si frappongono fra lui e una possibile felicità. 

Ho letto questo libro per il gruppo di lettura in presenza che frequento e sono molto contenta di averne avuto l’occasione perché altrimenti non so se la mia scelta sarebbe mai ricaduta sul romanzo di Williams, che percepivo come troppo accademico per i miei gusti, ma quanto mi sbagliavo! Ne porto a casa la consapevolezza che a volte anche i romanzi che non sembrano scritti per noi sanno parlarci profondamente, soprattutto quando si tratta di scrittori di questo talento indiscusso e riscoperto a distanza di decenni -dopo che il romanzo pubblicato originariamente negli anni '60 ha vissuto negli Stati Uniti una seconda vita a partire dagli anni 2000.

Avete già letto questo caposaldo della letteratura americana?

Quaderno proibito

Ero da tempo desiderosa di avvicinarmi alla produzione letteraria di Alba De Cespedes, autrice italiana che sta venendo ripubblicata da Mondadori. L'occasione perfetta è stato il corso tenuto da @theweesmallblog alla libreria Baak, a partire in particolare dal titolo "Quaderno proibito" che è stato quindi il mio primo approccio alla scrittrice.

Letto nel periodo di Halloween, non avrei potuto scegliere lettura più agghiacciante della descrizione della vita di una moglie e madre a Milano all'inizio degli anni '50: Valeria lavora in ufficio per sostenere l'economia familiare per cui il lavoro in banca del marito Michele non sembra bastare, mentre i figli Mirella e Riccardo studiano legge e iniziano le loro vite adulte e spazio per lei non rimane. D'impulso una domenica in tabaccheria Valeria vede un quaderno, e sente la necessità di acquistarlo: inizia così il diario che scriverà per mesi, dandole modo di riflettere come non si era mai permessa di fare prima di allora.

Leggevo "Quaderno proibito" e pensavo a quante lotte femministe con le loro conquiste di inestimabile valore diamo per scontate. Leggevo Valeria scrivere di nascosto, come fosse una colpa il pensiero, mettersi in discussione, ripensare agli oltre vent'anni di matrimonio in cui anche per il marito è divenuta "mammà", e per nessuno è più "Valeria", e provavo pura angoscia. 

È una storia tremenda quella di Valeria e di tutte le donne come lei, prigioniere di una vita domestica che si aspetta obbedienza, che non lascia spazio alla loro mente, e che quando sembra lasciar intravedere una possibilità di cambiamento poi la chiude come una porta in faccia [quando infatti potrebbe concretizzare la propria attrazione verso il datore di lavoro, il figlio Riccardo mette incinta la fidanzata, e così in breve tempo si organizza un matrimonio riparatore tra lui e quella Marina che vuole sottomessa e per cui forse non partirà mai per l'Argentina, e Valeria d'un tratto da mammà, invece di tornare sé stessa, diventerà "nonna"]. 

De Cespedes ci immerge completamente nel diario della sua protagonista, con lei ci sentiamo oppressi, con lei cerchiamo riparo alle pagine di un quaderno nero, gli cerchiamo riparo perché in quelle pagine c'è la nostra essenza [e indimenticabile è la presa di coscienza che esso, e noi con lui, sarà dato alle fiamme]. Ho scoperto tra queste pagine una scrittura di rara potenza, che mi ha fatta soffrire e pensare all'essere donna nel tempo e nel mondo, ai diritti che non ci sono ancora garantiti e a tutti quelli che in più abbiamo avuto settant'anni dopo. Di certo leggerò altro di questa autrice, che sono grata di avere incontrato finalmente!

martedì 20 ottobre 2026

L'ultimo dono

"L'ultimo dono" è per me la terza lettura di Abdulrazak Gurnah, di cui La nave di Teseo sta pubblicando l'intera opera da quando nel 2021 l'autore ha vinto il Premio Nobel per la Letteratura.

Al centro della narrazione c'è una famiglia: quella composta da Abbas, originario di Zanzibar ed emigrato in Inghilterra; di sua moglie Maryam, che in Inghilterra è nata ma non conosce le proprie origini; e dei loro due figli, Hannah e Jamal. La prima vive una relazione piuttosto insoddisfacente e cerca in tutti i modi di non essere associata in alcun modo alla condizione di immigrata; il secondo lavora si impegna proprio in quel settore, e sembra più in pace con la propria identità composita.

L'avvio della vicenda è un ictus che colpisce Abbas, e riporta in superficie tanti non detti e segreti [in particolare il fatto che giovanissimo fosse stato spinto a un matrimonio in cui si era trovata attribuita una paternità molto probabilmente non sua, e perciò aveva lasciato Zanzibar facendo perdere le proprie tracce; Maryam invece aveva lasciato di nascosto la famiglia adottiva in cui era cresciuta quando il loro nipote aveva cercato di abusare di lei]; in parallelo osserviamo le vite private di Hannah e Jamal, a cui viene data la parola nell'ultima parte del romanzo, che cambia la prospettiva.

Rispetto a "Paradiso" e "Sulla riva del mare" che avevo letto prima, questo titolo di Gurnah mi è sembrato meno a fuoco. A nessuno dei personaggi viene dedicato abbastanza spazio per caratterizzarli davvero, in particolare Maryam, e Jamal rimangono piatti e privi di personalità, di Hannah vengono introdotti tratti promettenti anche se scomodi ma poi non vengono sviluppati, mentre la costruzione di Abbas sembra ingranare (regalando alla sua famiglia "l'ultimo dono" del racconto di sé) per poi interrompersi sul più bello. Sebbene l'intento di narrare una storia familiare legata all'immigrazione in Inghilterra e all'indagine sull'identità fosse interessante, sebbene l'autore come sempre inserisca molteplici riferimenti letterari (qui in particolare alla poesia, per esempio di Wordsworth e Blake), purtroppo nel complesso l'insieme rimane piuttosto superficiale e poco coinvolgente.

Questa terza lettura di Gurnah è stata dunque purtroppo una delusione, ma non escludo di poter leggere nuovamente altri titoli dell'autore in futuro.
Voi avete già letto questo scrittore tanzaniano?

mercoledì 14 ottobre 2026

Elise o la vera vita

Ho letto pochissimo in questa settimane, per mancanza di tempo e di concentrazione. Poi nella mia libreria ho pescato per il mio recente viaggio a Parigi una pubblicazione de l'Orma editore la cui prima edizione risale agli anni '60 in Francia: "Elise o la vera vita" di Elise Etcherelli, e mi sento di aver rispettato pienamente il detto "pochi ma buoni".

La protagonista di questo romanzo non ha in comune con l’autrice soltanto il nome proprio, bensì anche l’infanzia da orfana negli anni di guerra e il passato di operaia alla catena di montaggio, centrale nella sua narrazione. Siamo negli anni '60 dapprima nella provincia francese e poi a Parigi; lontano dalla capitale Elise e suo fratello minore Lucien, mentre crescono con la nonna in condizioni economiche molto modeste, sognano la vera vita, quella che li realizzerà, che romperà la monotonia e l’oppressione del sentirsi ai margini della storia.

Durerà nove mesi la vera vita di Elise, la vita a Parigi nel lavoro di fabbrica alla catena di montaggio, addetta al controllo delle automobili. Sarà la vera vita nel mezzo delle proteste contro la guerra d’Algeria, mentre si pensa soltanto alle perdite dei francesi, perché il razzismo dilaga a Parigi e non certo di buon occhio è vista la frequentazione della ragazza con l’algerino Arezki.

È un romanzo profondamente politico e sociale quello di Etcherelli, che riflette sulla catena, sui diritti dei lavoratori, sull’importanza delle proteste e delle manifestazioni e racconta il razzismo che è tutt’altro che un lontano ricordo -per esempio nel modo in cui i diritti dipendono da un contratto di lavoro, un pezzo di carta che decide se qualcuno può restare o deve andarsene.

La voce narrante è potente e diretta, schietta nelle sue riflessioni, nel suo prendere via via coscienza di concetti sempre più complessi e al tempo stesso nel suo rimanere ancorata alla realtà, alla necessità di guadagnarsi da vivere di non perdersi nell’ideologia come troppo spesso accade al fratello e i suoi amici.

Sono passati più di sessant’anni dalla pubblicazione in Francia di questo romanzo, che è stato d’ispirazione anche alla vincitrice del Nobel per la letteratura Annie Ernaux, e ancora oggi c’è molto da leggere tra queste pagine, in mesi in cui le proteste nelle città francesi non mancano e in cui la storia più che mai sembra ripetersi. 

L’ho trovato un libro stimolante e profondo, importante per comprendere il passato e per guardare il presente con consapevolezza. Se insomma come me attraversate un periodo in cui la lettura non riesce ad essere la vostra priorità e siete indecisi sul titolo che possa valere il vostro scarso tempo, allora con questo andrete sul sicuro!

Qual è il vostro titolo preferito pubblicato da L'Orma?

lunedì 12 ottobre 2026

Che ne è stato di te, Buzz Aldrin?

"Max, Micha e l’offensiva del Tet", pubblicato da Sellerio, è stato senza dubbio il libro dell’estate. La mia curiosità a riguardo era molto alta ma dato che per un po’ è stato difficile da reperire ho colto l’occasione per recuperare prima il romanzo d’esordio di Johan Harstad, "Che ne è stato di te, Buzz Aldrin?", pubblicato da Iperborea. 

Il primo modo di definirlo che mi viene in mente una volta terminato è: un libro che fa bene. Non perché si trattino temi lievi o superficiali, anzi il nostro protagonista Mattias vive un momento di profonda crisi all’inizio di questa storia: è un giovane giardiniere norvegese che perde il lavoro e la cui relazione sentimentale termina dopo tanti anni, quando lui è ancora convinto che finiranno per sposarsi. Mattias sceglie la strada dell’invisibilità: canta benissimo, ma non vuole farlo davanti agli altri; sfugge qualunque occasione che potrebbe puntare i riflettori su di lui, fino ad un viaggio alle isole Faroe dove accompagna il suo migliore amico e dove finirà per rimanere molto più a lungo di quanto avrebbe mai potuto pensare. 

Qui viene accolto in una sorta di struttura psichiatrica senza nemmeno rendersene conto: un luogo dove il tempo si è fermato, dove si realizzano pecore in legno incollandovi sopra della lana. Sono isole dove gli alberi non crescono, ma dove in questa struttura protetta piantano radici le persone. Mattias si ritrova, sognando i Caraibi, prendendo coscienza dei propri punti di rottura, stringendo finalmente dei legami con persone che come lui hanno tanti cocci da rimettere insieme; vuole ancora nascondersi Mattias, essere il secondo, mai il protagonista come il suo eroe Buzz Aldrin (il quale, comunque, non mancò di vedersela brutta dopo le sue missioni nello spazio) ma piano piano in questa terra inospitale e sempre meno abitata Mattias si riscopre, e si accorge di come davvero non ci si possa salvare da soli.

È un libro poetico quello di Harstad, che sa strappare un sorriso anche nei momenti più difficili, che ci avvolge in lunghi elenchi in prima o seconda persona singolare, torrenti di parole e sensazioni che trascinano il lettore in un crescendo di coinvolgimento.

Si vuole bene a Mattias dalla prima all’ultima pagina, si comprendono le sue fragilità e si pensa, anche, alle proprie: e quando questo succede, il libro diventa immediatamente uno dei miei preferiti del momento.

Harstad è stato una gran bella scoperta, e sono proprio felice di essermi già accaparrata il suo tanto chiacchierato mattone!

Avete già letto qualcosa di questo autore così popolare al momento? 

Quando ascolterai questa canzone

Lola Lafòn è un'autrice francese di origini ebraiche, cresciuta tra Sofia e Bucarest, la cui produzione letteraria si concentra sulla questione femminile, su biografie di donne della storia e sull'oppressione da loro subita per la loro appartenenza di genere. 

Nel 2022 ha trascorso una notte ad Amsterdam, all'interno dell'alloggio in cui Anne Frank, la sua famiglia, la famiglia Van Pels e Frizt Pfeffer trascorsero nascosti più di due anni, nel tentativo di sfuggire alla cattura da parte dei nazisti, che tuttavia irruppero nel nascondiglio il 4 agosto 1944. 

Lafòn riflette, nel corso della notte, su quanto del Diario si sia posta negli anni l'attenzione sugli aspetti che più facevano comodo alla retorica dell'ottimismo, della fiducia nella bontà del cuore umano, quando Anne era ben consapevole dell'orrore che prendeva piede, dell'ingiustizia delle leggi che entravano in vigore, del peso della cattività a cui era costretta. Ci ricorda, Lafòn, che della figura di Anne Frank ci si è appropriati in più occasioni, appiattendola, semplificandola, invece di ricordarne la tenacia, l'ambizione e la lucidità. 

In "Quando ascolterai questa canzone" riflettiamo insieme all'autrice, percorriamo gli spazi del tristemente famoso "alloggio segreto", creiamo collegamenti con altri genocidi, altre pagine buie della storia -si parla di Cambogia in questo testo, ma quanto è immediato, e necessario oggi, inserire la Palestina nel discorso. 

Ci sono anche molti riferimenti letterari in questo testo, alla biografia di Miep Gies che ho intenzione di recuperare, ma anche alla narrativa di Joyce Carol Oates, Philip Roth e Marlen Haushofer, e ad un articolo di Cynthia Ozick intitolato "Di chi è Anne Frank?" di cui scriverò prossimamente. 

Anche per questa ricchezza di spunti ho apprezzato moltissimo questa lettura, che fa parte di quella categoria di testi a cui si torna a pensare a lungo, e che si tiene a portata di mano sullo scaffale all'altezza giusta per potervi fare ritorno -e che quindi vi consiglio di cuore se come me siete interessati all'argomento.

venerdì 9 ottobre 2026

La vicina

Il primo libro che leggo della casa editrice Emuse, che si sta dedicando non più soltanto alla fotografia e al libro d’arte ma anche alla narrativa araba, è "La vicina" di Habib Selmi, autore tunisino che ambienta la sua narrazione in un palazzo haussmaniano di Parigi.

Qui si incontrano Zora, la vicina del titolo, un professore universitario di origini tunisine come lei, sposato con una donna francese che vive nello stesso stabile. L’estrazione sociale dei due è molto diversa: Zora infatti svolge le pulizie nelle case dei vicini e proprio quando inizia questa attività nell’appartamento di Ashur i due entrano maggiormente in contatto, con la conseguenza che l’uomo comincia a provare per lei una forte attrazione. 

Lei però è sposata con un uomo spesso violento e ha una visione dei rapporti tra uomo e donna diversa da quella di Ashur, che facilmente cade in tentazione nei suoi confronti, mentre lei dal loro rapporto trae altri stimoli come quello di imparare a leggere e scrivere l’arabo. A più riprese viene citato un autore cardine della letteratura araba Tayeb Salih, non con "La stagione della migrazione a nord" bensì con "Le nozze di Al-Zein", che non ho amato quanto il titolo più rappresentativo. 

Ne "La vicina" abbiamo la rappresentazione di due classi sociali che hanno in comune un’origine ma vivono in strati diversi della società francese, hanno accesso a diverse possibilità e hanno avuto percorsi di vita diametralmente opposti, anche se li hanno condotti nello stesso luogo. Diverso è anche il destino che si prospetta per loro nella terza età, in quanto per Zora è atteso un percorso più tradizionale del ritorno alla patria, eventualità che invece il professore non prende nemmeno in considerazione.

Osserviamo tutta questa vicenda attraverso lo sguardo di lui, ne percepiamo gli impulsi, i desideri mentre cogliamo le opinioni e le reticenze di Zora solo attraverso il suo sguardo. Non ci è mai dato conoscere i suoi reali sentimenti e questo sguardo così maschile è l’aspetto che meno mi ha coinvolto della narrazione: si percepisce molto non detto in questo romanzo e si percepisce che sotto la superficie ci sono dei movimenti considerevoli, ma non ci è dato conoscerli davvero, rimaniamo spettatori esterni alla vicenda.

L’autore è molto bravo a farci percepire i non detti e a incuriosirci soprattutto nei confronti di questa protagonista che il professore descrive suo malgrado come ignorante e retrograda sentendosi superiore a lei al punto di non voler nemmeno affrontare argomenti complessi come la fede religiosa, convinto che non potrebbe comprendere. Ne è attratto fisicamente, istintivamente, ma non si può dire che la stimi -tratto molto interessante del romanzo, che racconta un’infatuazione tutt’altro che stereotipata.

Sono molto contenta di aver proseguito il mio percorso di scoperta della letteratura araba, che è un mio grande interesse sin dagli studi universitari, e ho già diversi altri titoli di questa casa editrice nella mia libreria.

Avete già recuperato qualche titolo di Emuse?