martedì 14 aprile 2026

Ilaria nella giungla

Il mio secondo incontro con la casa editrice Accento è stato "Ilaria nella giungla" di Ilaria Camilletti, nominato tra le iniziali numerose proposte per il Premio Strega 2026 e consigliato dall'editore Alessandro Cattelan in una puntata del podcast "Parlarne tra amici" di Daria Bignardi.

Ne ero incuriosita ma confesso di averlo avvicinato con aspettative non troppo alte, in parte dovute alla giovanissima età dell'autrice, in parte perché leggo di rado letteratura italiana contemporanea non ritenendola troppo nelle mie corde.

Devo ammettere però di essermi proprio goduta la lettura! Ilaria ha appena sostenuto la maturità, non ha le idee chiare sul proprio futuro e si trova un lavoro estivo all'Oasi, uno sgangherato bar di Ostia, "la giungla", dove condivide i propri turni con un affresco di personaggi dalle provenienze ed esperienze di vita più disparate. Qui le si avvicina Davide, il figlio adolescente del proprietario, isolato nei suoi videogiochi e nelle ricerche per la scuola, alle prese con la sua infatuazione per una misteriosa ragazzina che allestisce un mercatino nei dintorni.

La forza di "Ilaria nella giungla" sta nella spontaneità: i dialoghi sono genuini, passano dal colpirci con riflessioni condivisibili al farci sorridere di un'ironia che sdrammatizza la fatica del quotidiano, i personaggi più adulti che circondano Ilaria rendono bene la multiculturalità della ristorazione in Italia e la protagonista convince dalla prima all'ultima pagina. Forse le pagine dalla voce di Davide esprimono un punto di vista un po' troppo maturo per l'età del ragazzino, ma nel complesso il romanzo è un esordio che funziona, che mi ha divertita e mi ha fatto passare qualche ora davvero molto piacevole, perciò mi sento di consigliarvelo.

Qual è l'ultima casa editrice che avete scoperto?

Bright Young Women

Tra le letture più interessanti degli ultimi mesi rientra Bright Young Women della casa editrice Ubago, che leggevo per la prima volta. Secondo romanzo dell’autrice Jessica Knoll, si tratta di uno stravolgimento del genere true crime, lontanissimo dalle narrazioni sensazionalistiche che lasciano il ruolo di primo piano ai serial killer trasformandoli i personaggi mitologici.

Ambientato tra gli anni '70 e gli anni '20 del 2000, si ispira a fatti reali e ai delitti di un serial killer statunitense realmente esistito che non viene mai chiamato per nome, bensì "l’imputato" proprio per relegarlo in un ruolo di secondo piano. Dà voce alle sue vittime e a coloro che le hanno conosciute, in particolare a Pamela, la cui migliore amica Denise è stata una delle vittime durante le aggressioni alla sede di una confraternita di Tallahassee in Florida, e a Ruth, una delle vittime il cui corpo non è mai stato ritrovato, ma che ritorna in vita nelle pagine dell’autrice rivendicando la propria dignità di donna che ha duramente lottato e dovuto sacrificare molto per ottenere la vita che voleva e che a causa dell’assassino non ha mai avuto la possibilità di godersi come avrebbe meritato.

Quello di Knoll è un romanzo su come le donne diventino troppo spesso agite invece che agenti, di come i loro sentimenti vengano sminuiti, le loro testimonianze ridicolizzate mentre è fin troppo facile rendere un eroe dotato di capacità straordinarie colui che invece è soltanto un colpevole preda dei propri istinti che ritiene le donne oggetti o spazzatura, per coprire gli errori di chi avrebbe dovuto fermarlo.

Un punto di vista femminista dunque che attualizza il discorso sui serial killer e lo mette al centro del problema, ricordandoci che queste storie non devono diventare biografie incensanti, bensì ci devono ricordare le responsabilità le colpe ed è sempre più necessario non tralasciare sullo sfondo le vittime alle quali va riconosciuto il vero centro della scena.

Ho trovato il testo di Knoll molto stimolante; in più la costruzione delle sue protagoniste è approfondita e permette di affezionarsi loro e provare empatia nel corso della lettura, che non è mai un testo freddo e didascalico nonostante l’enorme lavoro di documentazione che ha richiesto all’autrice per la stesura.

Lo consiglio a tutti gli appassionati di true crime per allontanarsi dagli stereotipi e dalle narrazioni maschiliste e apprezzare un punto di vista molto raro su un genere narrativo famoso per ben altri romanzi.

Qual è l’ultimo testo true crime che avete apprezzato?

Scrittori e amanti

Ho incontrato Casey studentessa all’inizio di "Cuore l'innamorato", alle prese con un primo amore tormentato e una grande amicizia. L’ho ritrovata molto più adulta pagine più tardi, ormai moglie, madre, ormai scrittrice, costretta a fare i conti con il proprio passato e un enorme dolore.

C’è un salto temporale tra i due momenti e quel salto temporale è "Scrittori e amanti" altro romanzo di Lily King, sempre pubblicato da Fazi editore, che ho recuperato immediatamente una volta terminato il primo.

Non è davvero determinante l’ordine con il quale scegliete di leggerli, perché i due libri si completano: in entrambi troverete una protagonista in cui per ragioni ogni volta diverse vi riconoscerete e per la quale sarà impossibile non provare empatia.

In entrambi i romanzi sarete davanti al tema della perdita: qui Casey elabora il lutto della madre da poco scomparsa all’improvviso durante un viaggio in Cile. Intanto scrive il suo romanzo, lavora in un ristorante, è oppressa dei propri debiti studenteschi e oscilla tra le tante incertezze dello sfuggente Silas,  nome che non giungerà nuovo a chi ha letto per primo "Cuore l’innamorato" come me, e Oscar, uno scrittore molto più grande di lei, vedovo e padre di due bambini, dall’ego piuttosto ingombrante.

Rispetto al libro che ho letto per primo, "Scrittori e amanti" è il romanzo che mi ha lasciato una maggiore leggerezza, un senso di speranza e di possibilità per il futuro. Certo conoscevo già il finale di questa storia in qualche modo, ma questo non mi ha affatto rovinato l’esperienza di lettura, anzi mi è sembrato di ritrovare un’amica di cui sentivo la mancanza e della quale leggerei volentieri ben altro ancora. 

Insomma ho amato entrambi questi romanzi per ragioni diverse: mi ci sono sentita a casa, mi ci sono sentita capita e in questa primavera Lily King si afferma come la mia prima grande scoperta dell’anno.

Avete già letto questa autrice?

giovedì 2 aprile 2026

Io non parlo russo

Avevo letto nell’anno della sua candidatura al Premio Strega, in cui era rientrato nella dozzina, l’esordio di Jana Karsaiova pubblicato da Feltrinelli "Divorzio di velluto" e l’avevo apprezzato molto, in quanto concentrato su una parte d’Europa dove raramente vengono ambientate le storie che leggiamo: a cavallo tra Repubblica Ceca e Slovacchia all’epoca della loro separazione, appunto il "divorzio di velluto" del titolo.

Torniamo a Bratislava anche con "Io non parlo russo", recentissima pubblicazione dell’autrice nella quale dall’Italia dove risiede così come la sua creatrice la protagonista Ana ritorna per votare. Qui ritrova un fratello diventato un’estremista di destra negli anni della sua lontananza e un rifugiato georgiano che si nasconde nella casa di famiglia per volontà del padre di lei ormai scomparso.

"Io non parlo russo" ci mette davanti all’attualità: alla crescita delle destre estreme e dei nazionalismi in contrasto con le migrazioni e le necessità di coloro che cercano una vita migliore in altri paesi, condizione nella quale la protagonista non fatica a riconoscersi poiché fa parte anche del suo bagaglio di esperienze.

Nel suo stile essenziale e asciutto Karsaiova ci fa riflettere su temi estremamente contemporanei e allo stesso tempo costruisce una protagonista convincente, in un romanzo che non ha nulla di forzato e che ho letto con grande interesse e vi consiglio se siete interessati all’Europa dell'est.

Dov'è ambientato l'ultimo libro che avete letto?

giovedì 26 marzo 2026

Io Khaled vendo uomini e sono innocente

Il mio percorso di letture sulle migrazioni e sulla Libia è iniziato parecchio tempo fa e di Francesca Mannocchi avevo letto già un fumetto proprio intitolato "Libia", pubblicato da Mondadori, che avevo molto apprezzato. 

Ho deciso di approfondire l’argomento con "Io Khaled vendo uomini e sono innocente", pubblicato da Einaudi: un testo narrato da una pluralità di voci in prima persona, in particolare dal Khaled del titolo, un ragazzo libico che dopo aver combattuto nella rivoluzione che ha portato alla caduta del dittatore Gheddafi si è reinventato nel traffico di esseri umani, organizzando i barconi che attraversano il Mediterraneo alla volta dell’Italia.

Quello di Mannocchi è un testo breve che racchiude però molti argomenti e che tratta diffusamente la questione libica e come il paese sia andato ancora di più alla deriva una volta caduto il regime, spaccandosi in tante fazioni contrapposte e ritrovandosi alla mercé delle pressioni internazionali in una sorta di nuova colonizzazione dovuta alle pressioni per il controllo dei flussi migratori. Se Gheddafi utilizzava le partenze come un mezzo di pressione verso l’Europa, oggi la Libia riceve denaro dall’Europa per non far partire le persone e questo comporta l’esistenza di veri e propri lager e anche le continue morti in mare di cui leggiamo sempre più di rado nelle notizie.

Alcune pagine sono dedicate alle voci dei migranti e al doloroso racconto dei naufragi, ma molto è lasciato al punto di vista del giovane libico, diviso tra il desiderio di arricchirsi e di trovare un posto in un paese in decadenza e gli occasionali rimorsi di coscienza davanti a cui lo mette per esempio la reazione della sua famiglia all’apprendere il suo ruolo.

Il testo di Mannocchi è sicuramente un’ottima lettura per avvicinarsi alla questione. Non è necessario avere una conoscenza pregressa dell’argomento, ma lo si può affrontare come primo approccio e lo stesso discorso vale per il fumetto che avevo letto in precedenza; per questo lo consiglio a chi voglia farsi un’opinione sul tema senza lasciarsi condizionare da ciò che la politica ci propone in merito.

Dov’è ambientata l’ultima lettura che avete terminato?

La libertà è un passero blu

Ci sono romanzi che senza un intervento esterno non incrocerebbero il nostro cammino: per me è successo con "La libertà è un passero blu" di Heloneida Studard, pubblicato da Marcosymarcos, che è entrato nella mia libreria in quanto oggetto del gruppo di lettura #errantiletterari organizzato da @theweesmallblog per il mese di marzo.

Non conoscevo affatto questa autrice, giornalista e attivista politica brasiliana, deputata di sei legislature e pioniera del femminismo, che durante la dittatura ha pagato il proprio impegno con il carcere. Ritroviamo il carcere anche in questo breve e simbolico romanzo, in parte ispirato proprio alla famiglia di Studard, dove il giovane Joao viene imprigionato senza accuse e senza processo, perseguitato dagli squadroni della dittatura militare per aver scritto su un muro che "il passero è un uccello blu".

Di questa frase non sapremo molto altro, ma pagina dopo pagina quell'incredibile passero blu ci accompagnerà come metafora della libertà e della speranza in un mondo diverso e possibile, mentre Marina, la cugina di Joao innamorata di lui sin dall'infanzia, si reca costantemente alla prigione per non stargli lontana e tenerlo aggiornato sul forestiero che dal Paraguay viene ospitato nella tenuta di famiglia, dove la matriarca Menina imperversa su tutte le donne, punendone ogni disobbedienza e ogni disturbo mentale con la reclusione in convento.

"La libertà è un passero blu" perché è difficile crederci, quando si è reclusi; quello di Studard è un romanzo di resistenza e di tenacia, di sofferenza e di poesia, in cui i culti tradizionali e le superstizioni si mescolano alla rigida morale cattolica, in cui i dissidenti perdono la parola per via di un'allucinazione, in cui le donne sono represse, ma alcune di loro, come la protagonista, non perdono mai la propria volontà. 

È stato il mio primo incontro con la letteratura brasiliana, e ne sono rimasta davvero colpita. Avete altri connazionali dell'autrice da consigliarmi?

Incubi e deliri

Non è un mistero che da qualche anno io abbia intrapreso il mastodontico percorso di recupero di quasi tutti i titoli di Stephen King in ordine cronologico -progetto a cui mi dedico a volte con maggiore costanza, altre in modo più sporadico. Sono da qualche titolo alle prese con la produzione degli anni '90, ed è arrivato il momento della quinta raccolta di racconti, "Incubi e deliri", data alle stampe nel 1993.

Rispetto alle precedenti, purtroppo questa voluminosa raccolta che supera le 800 pagine non mi ha coinvolta e convinta altrettanto; a distanza di poco tempo dalla lettura già di diversi dei ventiquattro racconti contenuti in "Incubi e deliri" non rimane che un nebuloso ricordo nella mia memoria -basti pensare che un testo di una cinquantina di pagine è del tutto dedicato a una cronaca della Little League di baseball. 

Ci sono comunque, come è inevitabile quando si parla del Re, testi che meritano di essere menzionati. 

Iniziamo con "La cadillac di Dolan", che ha richiesto a King parecchie ricerche sulla fattibilità dell'impresa [far scomparire un auto, con il suo guidatore al volante, in una voragine sottoterra per vendicarsi dell'omicidio della propria moglie] e che mi ha ricordato nella ricerca di vendetta che prende il sopravvento sul protagonista le atmosfere di "Uscita per l'inferno".

Ne "La fine del gran casino" è ottima la caratterizzazione del rapporto tra fratelli, inquietante l'anticipazione della fine che incombe -purtroppo frettolosa la seconda parte con la sua conclusione.

"Il volatore notturno" crea un bello schema di indagine e sembra più una storia di serial killer che di vampiri, e la sua ripresa nel racconto "Popsy" mi è piaciuta, in un racconto dove l'orrore è rappresentato dalla realtà del traffico di minori mentre la fantasia interviene come mezzo per la salvezza.

"Denti chiacchierini" utilizza il mezzo di un oggetto che si anima e diventa un mezzo di distruzione, ma anche di protezione per il protagonista, per chiudere la narrazione con malinconia e nostalgia per le persone che non ci sono più [Scooter all'emporio]. 

"Il mio bel cavallino" avrebbe dovuto essere parte di un intero romanzo, ed è forse il mio preferito dell'intera raccolta, con la sua riflessione sul tempo e la costruzione del rapporto-nonno nipote: un racconto struggente e malinconico, molto condivisibile e toccante. 

La difesa dei più giovani dalla violenza ritorna in "La casa di Crouch End", dove è ben raccontato il rapporto tra i fratelli e dove la casa diventa una loro alleata per combattere ed eliminare il patrigno.

Infine mi è piaciuto "Il caso del dottore", un racconto in puro stile Conan Doyle che riprende i personaggi di Watson e Sherlock Holmes in un classico giallo della camera chiusa, molto piacevole da leggere anche se dichiaratamente citazionista.

Nel complesso "Incubi e deliri" non va a ricoprire una posizione di spicco nei titoli del Re che consiglierei, e rispetto alle raccolte di racconti che ne contengono meno e più lunghi è proprio di un altro livello. Sono comunque contenta di aver recuperato questo altro "mattone" del mio autore comfort in assoluto, e mi preparo per "Insomnia"!

Qual è l'ultimo titolo di King che avete letto?