giovedì 5 marzo 2026

Lacrime di sale

Dopo la lettura di "Perché ero ragazzo" di Alaa Faraj, un testo importante di cui vi ho parlato pochi giorni fa, diversi titoli della mia libreria mi sono venuti in mente e anche qualche titolo che ancora non c’era, ma che volevo recuperare o farmi prestare.

Il primo che ho ripescato da un acquisto di oltre cinque anni fa, preso con un’offerta alle casse del supermercato, è "Lacrime di sale" di Pietro Bartolo, scritto con Lidia Tilotta: un testo breve e autobiografico che dà voce all’esperienza del medico di Lampedusa, che di questi tempi non riceve più tanta attenzione. Eravamo di certo più abituati a vederlo tra telegiornali, televisione e anche cinema, pensando a "Fuocoammare" ormai una decina di anni fa, quando per i naufragi nel Mediterraneo sembrava ancora indignarsi qualcuno: ora non si può purtroppo dire lo stesso e delle centinaia di vittime che spariscono ogni settimana nel fondo del mare non importa più a nessuno e anzi sembra un vanto di molti governi, poter parlare di riduzione del numero degli sbarchi, senza che questo venga in alcun modo collegato all’aumentare delle morti in mare.

Bartolo, figlio di un pescatore di Lampedusa, unico di sette figli ad essere andato all’università e laureatosi in medicina, parla molto del mare in quest’opera: racconta il suo rapporto con il Mediterraneo che a volte gli ha fatto paura, ma sempre lo ha tratto sulle sue rive con quell’insegnamento, sempre meno ricordato: che non si lascia in mare morire nessuno da solo.

Bartolo ripercorre la sua giovinezza e la sua vita familiare: la nascita dei figli, la difficoltà delle separazioni che la distanza di Lampedusa dal resto dell’Italia e da tutti i servizi comporta e soprattutto il suo mestiere di medico in un luogo di approdi. Racconta i salvataggi ma anche le troppe volte in cui i naufraghi non si possono più salvare; racconta i sacchi verdi e neri, pieni di corpi e i tanti incontri che gli sono rimasti nel cuore, dai bambini che si emozionano per un giocattolo ai pazienti che hanno condiviso con loro i ricordi di torture, privazioni e viaggi difficilissimi.

La voce di Bartolo è una di quelle che di questi tempi non si ascoltano più, perché si sono tutti commossi davanti alla foto del piccolo Alan Kurdi sulla spiaggia di Bodrum, ma altrettanto velocemente hanno distolto il pensiero perché è scomodo, perché è fastidioso pensare che così vicino nel nostro stesso paese si continua a morire ogni giorno nella totale indifferenza di chi potrebbe intervenire.

Leggo il libro di Bartolo oggi, momento in cui di Lampedusa si parla sempre meno, in cui le leggi sull’immigrazione si inaspriscono sempre di più e mi ricorda soprattutto la necessità di non distogliere lo sguardo, di non farci manipolare e di ricordare che nel silenzio si continua a morire sui nostri metri di costa e di questa tragedia non dovremmo smettere di parlare.

Qual è l'ultima biografia che avete apprezzato?

mercoledì 4 marzo 2026

Amici di una vita

"Amici di una vita", "i miei amici" in titolo originale, di Hisham Matar, pubblicato da Einaudi, è senza dubbio il titolo migliore che abbia letto dall'inizio di questo 2026.

È un romanzo stratificato, ricchissimo, che inizia negli anni '80 del novecento quando il protagonista Khaled dalla Libia ottiene una borsa di studio per l'università di Edimburgo, città dove conosce Mustafa, che diventerà uno di quegli amici. Prima di partire, alla radio, ha ascoltato leggere all'autore libico Hosam Zowa un racconto che lo segnerà profondamente -quasi quanto l'incontro con Hosam, parecchi anni più tardi, in un albergo di Parigi.

Nel 1984, Mustafa e Khaled si recano insieme a Londra, alla manifestazione contro il regime di Gheddafi davanti all'ambasciata libica; qui dall'edificio qualcuno spara sulla folla ed entrambi resteranno feriti -senza nemmeno accorgersi della presenza di Hosam tra gli altri manifestanti. Da allora comincia l'esilio, quella lontananza di segreti e bugie per proteggere la famiglia rimasta in patria, una distanza in cui Khaled cresce e costruisce la propria identità, inestricabilmente connessa a quella dei due amici che condividono le sue origini.

Saranno quasi sempre sugli stessi binari paralleli, a condividere appuntamenti settimanali ad un caffè, fino alle Primavere Arabe del 2011, quando la scelta sarà tra rimanere a Londra, ormai una sorta di luogo d'appartenenza e insieme estraneità, oppure fare ritorno in Libia, unirsi alla rivolta, imbracciare le armi -la scelta che compiranno Mustafa, in modo irreversibile, e Hosam, solo temporaneamente.

Quello di Matar è un romanzo immenso: colmo di citazioni di letteratura e di poesia, scritto in modo magnifico, da assaporare a poco a poco, centellinare pagina dopo pagina. È un romanzo sull'identità, sulla lontananza e sul ritorno, sulla nostalgia e, soprattutto, sull'amicizia: quel legame che più di ogni altro ci rende chi siamo davvero.

Qual è il romanzo più convincente che avete letto dall'inizio dell'anno?

lunedì 23 febbraio 2026

Perché ero ragazzo

Quest’anno più che nei precedenti ho deciso che a guidare la scelta delle mie letture deve essere il desiderio del momento. Certo continuo a stilare liste e programmi, perché è un’attività che mi diverte molto, ma non voglio che queste condizionino davvero la mia scelta e anzi, lascio che siano i titoli a chiamarsi l’un l’altro attraverso dei collegamenti spontanei per autore, argomento e così via. Ho già letto un fumetto qualche tempo fa scritto da Francesca Mannocchi che raccontava la situazione libica, e inevitabilmente toccava l’argomento del traffico di esseri umani; ora con "Perché ero ragazzo" di Alaa Faraj sono tornata alla questione -e a questo seguiranno altri titoli in qualche modo connessi.

Testo autobiografico scritto direttamente in italiano da Faraj dopo una decina di anni in Italia e pubblicato da Sellerio senza che la lingua fosse stata più di tanto rimaneggiata, "Perché ero ragazzo" racconta la decisione di Faraj 19enne che davanti alla difficoltà di trasferirsi in Europa per avviare una carriera da calciatore e intraprendere lo studio dell’ingegneria decide di seguire due amici e partire in barca nel Mediterraneo alla volta dell’Europa. Unici passeggeri libici a bordo di quella che diventerà tristemente famosa come la nave di Fuocoammare, sulla quale morirono quasi 50 persone asfissiate all’interno della stiva, una volta arrivati in Italia Faraj e i suoi amici furono tradotti in carcere con l’accusa di immigrazione clandestina e omicidio colposo e condannati a trent’anni prima che avessero quasi il tempo di rendersene conto, in un processo pieno di difetti a dir poco frettoloso, nella spasmodica ricerca di un colpevole.

Da allora ha sempre protestato per la propria innocenza, ha richiesto la revisione del processo senza che questa gli venisse concessa e recentemente ha ottenuto la grazia parziale dal presidente della Repubblica, mentre già presentava in diverse località d’Italia il suo titolo composto dalla narrazione che vi dicevo e dalle lettere scritte alla professoressa di filosofia del diritto Alessandra Sciurba, conosciuta in un laboratorio in carcere, che lo ha convinto proprio a dedicarsi a quest’opera.

Non vi consiglio l’opera di Faraj per il suo valore letterario, sebbene trovi ammirevole come abbia realizzato un simile apprendimento dell’italiano in una decina scarsa di anni e senza mai uscire da un penitenziario -all’interno del quale invece di farsi divorare dalla rabbia si è dedicato allo studio e a tutte le attività a cui ha avuto la possibilità di partecipare.

Quello di Farage è un libro importante perché ci parla della giustizia e di come troppo spesso essa venga messa da parte quando la migrazione è di per sé un fatto criminalizzato, e ci fa riflettere su quante persone potrebbero affollare le carceri italiane in circostanze simili a quelle del protagonista e autore. Ho trovato coraggiosa la scelta della casa editrice di dare alle stampe questo libro, che spero otterrà una crescente visibilità perché è una lettura che ha molto da dirci, tanti elementi per farci pensare, specialmente in questo buio momento storico in cui le morti in mare non fanno più notizia, e chi lo attraversa è indesiderato quando approda.

Qual è l’ultima storia vera che avete letto?

I convitati di pietra

Incuriosita dalla fama dello scrittore e dalla sua promettente candidatura al Premio Strega di quest'anno, ho deciso di approcciare Michele Mari con la lettura del suo romanzo più recente (e forse più accessibile), "I convitati di pietra" pubblicato da Einaudi.

Sostenuto l'esame di maturità, trenta compagni di classe del liceo classico Berchet di Milano stipulano un patto: verseranno ogni anno una quota in denaro che sarà investita per farle maturare interessi, ma di questo sempre più cospicuo capitale potranno beneficiare solo gli ultimi tre sopravvissuti tra di loro, molti decenni più tardi. Nel mentre, si incontreranno per una cena annuale, in cui aggiornarsi sul proprio stato di salute (e sui propri malanni, inevitabilmente interessanti per i commensali) e fare il conto degli assenti. 

La trama è, senza ombra di dubbio, stuzzicante. Si procede nella lettura con la curiosità di vedere quale destinazione abbia in mente Mari, quali tranelli escogitino i compagni nei confronti degli altri, come si sviluppino le loro esistenze e quanto siano condizionate da quel patto ideato quando erano appena maggiorenni.

Inutile dire che la scrittura di Mari è ricercata, cinica, colma di latinismi, di citazioni letterarie (e non solo, dato lo spazio che occupano anche il fumetto e il cinema -in particolare di Gene Hackman- in questo libro), in un registro piuttosto elevato per la storia che sceglie di raccontare. 

Mi è piaciuto? Non saprei. Gli riconosco un'ottima idea, ma mi è mancato del tutto il coinvolgimento, ho osservato i personaggi unicamente dall'esterno e ho trovato che via via ci si avvicina al momento finale (e all'inevitabile dipartita dei protagonisti) questo elefante nella stanza venga ignorato, quasi non si volesse arrivare al dunque che ha guidato la vicenda sin dall'inizio.

Avete già letto qualcuno dei candidati allo Strega di quest'anno?

venerdì 20 febbraio 2026

La fila indiana

Per la prima tappa messicana della #panamericanbookway organizzata da @laviaggialettrice, nella mia libreria ho scelto "La fila indiana" di Antonio Ortuno, pubblicato da SUR.

Romanzo polifonico che non risparmia al lettore scene di violenza e crudeltà, racconta la difficilissima situazione dei migranti centro- e sudamericani una volta superato il confine messicano nel loro percorso alla volta degli Stati Uniti. 

Lo fa attraverso la voce di Irma, un'assistente sociale che si trova a collaborare con la Commissione Nazionale Migrazione, un organismo corrotto fino al midollo, che rende pubblici comunicati di impegno e solidarietà e invece si allea alle peggiori bande criminali per eliminare fisicamente i migranti invece di sostenerli. Compaiono poi il suo ex marito e padre della sua bambina, un uomo rancoroso, razzista, pieno di rabbia che è pronto a sfogare sui più deboli; poi i comunicati della Conami stessa, il punto di vista di chi vi è invischiato, e il racconto dell'esperienza di una migrante, dalla violenza subita lungo il viaggio, ai tentati omicidi di cui è vittima (il romanzo si apre con un rogo doloso davvero difficile da digerire) e il suo desiderio di vendetta.

Quello di Ortuno è un romanzo coraggioso, che nella narrativa esprime la dualità del Messico e dei suoi cittadini, razzializzati dagli statunitensi ma profondamente razzisti verso i migranti provenienti da sud del confine. Vi ho trovato diversi spunti di riflessione molto interessanti, ma devo ammettere che la violenza che contiene è davvero tanta, le scene crude sono parecchie e non mi sentirei di consigliarlo ai lettori più sensibili.

Avete mai letto autori messicani?

mercoledì 18 febbraio 2026

Ricordami così

"Ricordami così" di Bret Anthony Johnston è rimasto nella mia lista desideri per parecchio tempo, perché seppure pubblicato da Einaudi non era in commercio da qualche anno. Durante un giro ad un mercatino che di solito non frequento l’ho trovato e non ho esitato a recuperarlo immediatamente alla fine del 2025, e non ha dovuto attendere molto per essere eletto, anche perché ha fatto parte della mia tappa in Texas per il progetto #panamericanbookway organizzato da @laviaggialettrice.

Lungo più di 400 pagine, è un romanzo che si legge d’un fiato e che ha soddisfatto completamente le mie aspettative!

Si apre con le atmosfere di un vero e proprio thriller e il ritrovamento di un corpo, che scopriamo essere legato alla scomparsa di Justin, un adolescente del luogo sparito senza lasciare traccia più di quattro anni prima. Tuttavia ben presto scopriamo che Justin sta per essere ritrovato e ricongiungersi alla sua famiglia: la madre Laura, il padre Eric e il fratello Griff di qualche anno più piccolo, appassionato di skateboard. Inutile dire che una prigionia durata quattro anni non lascia un ragazzo privo di traumi e conseguenze, e lo stesso si può dire per la sua famiglia, in cui ognuno è alle prese con i propri sensi di colpa legati alla scomparsa del ragazzo e con i segreti che non trova il coraggio di condividere con gli altri membri della famiglia.

[Griff nasconde infatti una lite avvenuta con il fratello proprio il giorno del suo allontanamento in seguito ad uno scherzo che scopriremo essere stato ispirato proprio dalla madre, la quale non avrebbe mai pensato che potesse avere una ripercussione così tragica.]

"Ricordami così" è un romanzo sul ritorno alla normalità, con tutte le difficoltà che questo comporta, ed è più che un thriller un romanzo familiare di relazioni e di riscoperta, in cui i protagonisti camminano sulle uova per non turbare un equilibrio così difficile da ricreare e al tempo stesso (ciò vale in particolare per il padre e per il nonno) lottano con i propri fantasmi e desideri di vendetta, mentre il rapitore di Justin viene fatto uscire di prigione in attesa del processo.

Quello di Johnston è un romanzo che risparmia al lettore i dettagli più sordidi e voyeuristici e non ci regala una storia di abusi e nefandezze, bensì quella di una rinascita: ci racconta di momenti passati a giocare con il cane, di un ragazzo che impara a guidare nella nottez, di una madre che osserva il percorso di guarigione di un delfino. È un romanzo pieno di piccoli attimi, che regala al lettore momenti di speranza in una storia che potrebbe essere quasi unicamente cupa e dolorosa.

Mi è piaciuto molto e ve lo consiglio se non siete alla ricerca dei ritmi forsennati di un’indagine, ma piuttosto di un romanzo che si costruisce pagina dopo pagina con un’ottima caratterizzazione dei personaggi.

Da poco l’autore ha pubblicato un nuovo romanzo che ora sono molto curiosa di leggere, ma che dati i miei buoni propositi del 2026 forse aspetterò un pochino prima di comprare!

Avete già letto questo autore statunitense?

venerdì 13 febbraio 2026

Il sari verde

Quando ho scoperto Ananda Devi, autrice mauriziana, con "Eva dalle sue rovine" pubblicato da Utopia editore ne sono rimasta folgorata. Mi aveva colpita la sua scrittura, la potenza della sua narrazione ma anche il contrasto tra durezza e speranza nei suoi protagonisti.

Non ho quindi esitato ad acquistare "Il sari verde" poco dopo la sua uscita, ma purtroppo ora che l'ho letto non posso esprimere un parere altrettanto entusiasta. 

Sempre nell'ambientazione di Mauritius come nel precedente romanzo, ci troviamo nella casa di un medico ormai anziano e in punto di morte, assistito dalla figlia Kitty e dalla nipote Malika. Quello che ci scorre davanti agli occhi è però tutt'altro che un rassicurante quadretto familiare, perché l'uomo, voce narrante in un lungo monologo interiore, è quanto di più sgradevole, maschilista, violento e arrogante si potrebbe immaginare. 

Il suo scontro e confronto con le donne che ha oppresso (Kitty in particolare) negli anni precedenti è colmo di odio, di risentimento, di cattiveria, e quando passa ai ricordi sulle violenze sulla moglie defunta da lungo tempo e sulla dipartita di lei questo libro è diventato così disturbante da essere quasi insopportabile -questo denota certamente il talento dell'autrice, ma al tempo stesso lo rende un romanzo che so che non rileggerò e per questo ho scelto di non tenerlo nella mia collezione.

Aggiungo il trigger warning di una scena di violenza sugli animali che, sebbene non sia da imputare al protagonista, ha reso per me la lettura ancora più difficile da portare a termine.

Qual è l'ultimo libro che avete fatto fatica a terminare?