Dopo la lettura di "Perché ero ragazzo" di Alaa Faraj, un testo importante di cui vi ho parlato pochi giorni fa, diversi titoli della mia libreria mi sono venuti in mente e anche qualche titolo che ancora non c’era, ma che volevo recuperare o farmi prestare.
Il primo che ho ripescato da un acquisto di oltre cinque anni fa, preso con un’offerta alle casse del supermercato, è "Lacrime di sale" di Pietro Bartolo, scritto con Lidia Tilotta: un testo breve e autobiografico che dà voce all’esperienza del medico di Lampedusa, che di questi tempi non riceve più tanta attenzione. Eravamo di certo più abituati a vederlo tra telegiornali, televisione e anche cinema, pensando a "Fuocoammare" ormai una decina di anni fa, quando per i naufragi nel Mediterraneo sembrava ancora indignarsi qualcuno: ora non si può purtroppo dire lo stesso e delle centinaia di vittime che spariscono ogni settimana nel fondo del mare non importa più a nessuno e anzi sembra un vanto di molti governi, poter parlare di riduzione del numero degli sbarchi, senza che questo venga in alcun modo collegato all’aumentare delle morti in mare.
Bartolo, figlio di un pescatore di Lampedusa, unico di sette figli ad essere andato all’università e laureatosi in medicina, parla molto del mare in quest’opera: racconta il suo rapporto con il Mediterraneo che a volte gli ha fatto paura, ma sempre lo ha tratto sulle sue rive con quell’insegnamento, sempre meno ricordato: che non si lascia in mare morire nessuno da solo.
Bartolo ripercorre la sua giovinezza e la sua vita familiare: la nascita dei figli, la difficoltà delle separazioni che la distanza di Lampedusa dal resto dell’Italia e da tutti i servizi comporta e soprattutto il suo mestiere di medico in un luogo di approdi. Racconta i salvataggi ma anche le troppe volte in cui i naufraghi non si possono più salvare; racconta i sacchi verdi e neri, pieni di corpi e i tanti incontri che gli sono rimasti nel cuore, dai bambini che si emozionano per un giocattolo ai pazienti che hanno condiviso con loro i ricordi di torture, privazioni e viaggi difficilissimi.
La voce di Bartolo è una di quelle che di questi tempi non si ascoltano più, perché si sono tutti commossi davanti alla foto del piccolo Alan Kurdi sulla spiaggia di Bodrum, ma altrettanto velocemente hanno distolto il pensiero perché è scomodo, perché è fastidioso pensare che così vicino nel nostro stesso paese si continua a morire ogni giorno nella totale indifferenza di chi potrebbe intervenire.
Leggo il libro di Bartolo oggi, momento in cui di Lampedusa si parla sempre meno, in cui le leggi sull’immigrazione si inaspriscono sempre di più e mi ricorda soprattutto la necessità di non distogliere lo sguardo, di non farci manipolare e di ricordare che nel silenzio si continua a morire sui nostri metri di costa e di questa tragedia non dovremmo smettere di parlare.
Qual è l'ultima biografia che avete apprezzato?






