giovedì 3 settembre 2026

Un mondo soltanto

Quando si termina "Un mondo soltanto" di Giulia Baldelli, pubblicato da NN editore, si ha la sensazione di aver trascorso con la protagonista Tessa una vita intera. Sarà perché la seguiamo dagli anni '80 ad oggi, perché la incontriamo appena adolescente, quando la nonna (che si occupa di lei dopo un'overdose della madre) lei scrive in un liceo di Fano, dove per la prima volta si fa delle amiche. Sono Cecilia, Irene e Virginia, le ragazze che diventeranno donne insieme a lei, che tra le Marche, Milano e Bologna affronteranno con lei i cambiamenti dell’esistenza, le perdite e le separazioni.

[In particolare con Virginia Tessa vivrà per oltre 10 anni, ma in lei rimarranno gli occhi cattivi del lupo,  la distanza fredda a cui tiene il prossimo e un non desiderio di maternità le allontanerà, mentre Virginia diventa un medico che si occupa dei bambini degli altri (dopo essere stata la bambina ammalata di meningite che ha riportato qualche dito in meno mentre la sorellina è mancata) e mentre Tessa pubblica in un libro, la storia del fratello di Irene morto in circostanze mai chiarite, giovanissimo, per la sua omosessualità. Si separano qui le nostre quattro, le separerà ancora di più la morte di Cecilia, evento senza ritorno a seguito del quale Tessa avrà tre figli proprio con il fratello di lei e il suo primogenito avrà gli stessi buoni occhi azzurri di quella che era stata in prima superiore la sua prima amica. Un brav'uomo Giulio, un padre per caso che rivela però la propria meschinità quando molti anni più tardi il matrimonio avrà fine, quel matrimonio che tessa non ha in realtà mai voluto davvero, dopo che ha pagato 400 € una prostituta appena maggiorenne di cui Tessa comincerà ad occuparsi, ritrovando le sue amiche alla morte della nonna, amiche che alla nonna sono state più vicine di lei e lo hanno fatto per lei e insieme si occuperanno di Elena e di quella bambina che di Cecilia porterà il nome, in un cerchio che si chiude oppure ricomincia.]

Baldelli condensa nelle sue pagine quattro vite: Tessa è il nostro punto di vista, i suoi occhi cattivi da lupo la distanza a cui tiene tutti filtrano le sue esperienze e i rapporti umani, filtrano i suoi amori, filtrano chi diventerà. Dal suo sguardo percepiamo le ragazze come diverse da lei che ci ricordano come si diventi amiche una volta e per sempre, quando scatta quell’affinità e si diventa adulte insieme, un mio punto debole questo che ha toccato tante questioni personali in questo romanzo e lo ha fatto in un modo onesto, diretto e profondo.

"Un mondo soltanto" è un romanzo sull’amicizia, un romanzo di formazione, è anche un romanzo italiano dai tempi dell’eroina, sino alle dipendenze più contemporanee e meno eclatanti. È un romanzo che svela l'ipocrisia degli ambienti più borghesi, che davanti a un tradimento facilmente si vendicano incuranti delle vittime collaterali come quelle che si sono prese cura delle loro case fino a quel momento e ci ricorda le estati dell’adolescenza, sempre agli stessi stabilimenti, a mangiare gli stessi gelati, a diventare grandi insieme, senza ancora cogliere e comprendere la fortuna che ciò costituiva.

Baldelli scrive di donne che si aiutano, che si sostengono, donne che si feriscono ma si perdonano, donne che si allontanano ma poi si aspettano. Pochi uomini in questo romanzo ne escono bene, forse quasi nessuno -si salva Joel che da bambino ha conosciuto sulla sua pelle la discriminazione, si salva Enzo anche se per tutta la vita si è tenuto accanto una moglie che non sarebbe stata la sua prima scelta. È un romanzo di donne che si uniscono e si ricordano quanto questo costituisca la loro forza, un messaggio estremamente attuale che l’autrice ricorda a tutte le lettrici che inevitabilmente ritroveranno qualcosa di sé tra queste pagine.

È stato il mio primo incontro con Baldelli, che ha pubblicato due romanzi prima di questo, e l'ho amato così tanto che di certo non mi fermerò qui!
Avete già letto questo libro?

Marzahn mon amour

Katja Oskamp, superati i quarant'anni, si trova in un momento di difficoltà: come scrittrice non ha il successo che vorrebbe, e così per riqualificarsi professionalmente si iscrive ad un corso di pedicure. Trova in questo modo un nuovo lavoro in un salone di Marzahn, quartiere orientale della capitale tedesca: ne nasce "Marzahn mon amour", pubblicato da L'Orma editore, un libro sottile ma molto più profondo di quanto ci si potrebbe aspettare.

I capitoli di questo libro, dedicati agli incontri di Katja al salone, attraverso conversazioni quotidiane e piccoli gesti raccontano grandi cose: raccontano la cura, l'attenzione, i legami, ma anche la solitudine, il tempo che passa, il peso della perdita.

Tra le sue pagine incontriamo la signora Frenzel e la signora Ponkesky, amiche che si affidano a vicenda i propri cani mentre l'altra si reca al salone; le Noll, madre anziana e figlia detestabile; Gerlinde Bonkat, una rifugiata che non viene più annoverata nelle statistiche, donna emancipata prima che il termine divenisse d'uso comune, che ad ottant'anni non si è mai persa d'animo. Incontriamo persone comuni, le cui vite si svolgono nel quartiere ed incrociano quelle di Katja che si prende cura dei loro piedi, mentre entra in contatto con parti di loro molto più profonde. 

Si termina "Marzahn mon amour" con il ricordarsi l'importanza di ogni professione, di come non esistano dettagli privi di importanza e vite che non meritano di essere prese in considerazione, apprezzate e raccontate. È un romanzo di piccole cose, eppure di enorme profondità, che si legge in un attimo ma sedimenta a lungo, e che è stata una piacevolissima sorpresa.

Quale lettura breve ma intensa vi ha conquistati di recente?

lunedì 24 agosto 2026

La famiglia Shaw

Ho iniziato a leggere Rebecca Kaufman con "La casa dei Gunner", uno dei romanzi che ho preferito negli ultimi anni, capace di commuovermi, coinvolgermi e raccontare l’amicizia e le seconde possibilità come pochi altri libri. Da quel momento ho deciso che avrei recuperato l’intera produzione dell’autrice e dopo "La casa di Fripp Island" ecco arrivato il momento de "La famiglia Shaw", sempre pubblicato in Italia da Sur.

L’ambientazione è meno contemporanea rispetto agli altri due romanzi e anche la struttura cronologica non è ordinata: passiamo infatti dagli anni '30 agli anni '50 del Novecento, sino all’inizio del secolo e poi di nuovo ad avvicinarci agli anni '60. Come già dice il titolo, i protagonisti sono i membri di una numerosa famiglia della Virginia, segnati dalla perdita prematura della loro madre che soffriva di lunghi periodi di depressione e sulla cui dipartita aleggia il segreto relativo alla volontarietà o meno dell’accaduto [solo i fratelli maggiori Wendy e Sam hanno letto l’inizio del messaggio da Dio della madre dove dichiarava di averli sempre amati moltissimo, ma non lo hanno mai condiviso con i fratelli minori a cui è stato fatto credere che la madre abbia assunto troppi farmaci per un errore di valutazione].

Entriamo così, in brevi capitoli nelle vite di Wendy, Sam, Jack, Maeve, Lane, Henry e Bette che hanno reagito alla perdita insieme al loro padre Jim e li accompagniamo nelle loro vite adulte, nei loro matrimoni, nella nascita dei loro figli, nelle loro difficoltà come l’alcolismo, la vedovanza e la solitudine.

Kauffman ha la straordinaria capacità di tratteggiare in pochissime frasi dei personaggi tridimensionali che ci sembra di vedere agire nello spazio e nel tempo e di cui percepiamo l’intensità dei legami, elemento tanto più centrale in un romanzo che al centro ha la famiglia come questo. Una sorta di presa diretta durata più di mezzo secolo è quella che mette in atto l’autrice in questo romanzo, che è stato per me una conferma del suo talento e della mia intenzione di non lasciarmi scappare nemmeno un titolo di quelli che ci regalerà!

Avete già letto un libro di Rebecca Kauffmann?

Il richiamo del cuculo

Terminata la Trilogia del mentalista, scritta a quattro mani da Camilla Lackberg e Henrik Fexeus, con un po' di delusione riguardo al suo finale, ho cominciato una nuova serie di gialli: quella con protagonista Cormoran Strike, scritta da J.K. Rowling con lo pseudonimo di Robert Galbraith, pubblicata da TEA.

Introduttivo per quanto riguarda i personaggi ricorrenti, in questo primo volume incontriamo Cormoran, figlio di un cantante famoso con il quale non ha certo un buon rapporto, orfano di madre che ha perso la vita in circostanze sospette attribuite ad un'overdose. Dopo aver riportato una mutilazione nell'esercito dove serviva la divisione investigativa, svolge la professione di detective privato e incontra Robin quando l'agenzia interinale la incarica di fargli da segretaria per una settimana. Giovane promessa sposa, brillante e disponibile, alla ragazza si spalanca un mondo al di fuori della sua confortevole routine quando si trova a collaborare alle indagini sul decesso di una modella, che il fratello non crede si sia suicidata.

[In realtà proprio il fratello, che da bambino si era già macchiato del delitto del fratellino minore che aveva spinto in una cava -è il fratellino a costituire il legame con Strike, di cui era stato compagno di scuola- ad aver ucciso la modella, sorella adottiva, quando aveva capito che la sua eredità sarebbe stata destinata al fratello biologico che Lula aveva da poco ritrovato.]

Ho apprezzato molto come gli indizi emergano uno dopo l'altro in questo racconto, che mantiene sempre alta l'attenzione e che ci presenta due protagonisti irresistibili, nella loro fragilità e nella loro sintonia, che non vedo l'ora di ritrovare nella prossima avventura. Anche l'ambientazione londinese, vivida e presente come un ulteriore personaggio, aggiunge suggestioni alla lettura ed è uno sfondo perfetto per questo giallo ben scritto e ben costruito, anche se dai colpi di scena non sempre inaspettati.

Credo si sia capito che non ho esitato a procurarmi "Il baco da seta", che conto di leggere a breve!

Dove sei, mondo bello

Con Sally Rooney il mio rapporto è sempre stato complicato: da "Parlarne tra amici", che ho proprio detestato, riprendendoci un po' con "Persone normali" che avrei amato da adolescente ma ho letto da adulta, per arrivare ad "Intermezzo" con cui sono stata più generosa, seppure i difetti non mancassero.

Per ultimo arrivo a "Dove sei, mondo bello", anch'esso pubblicato da Einaudi, che mi è stato regalato (come i precedenti) da una carissima amica che la considera la sua autrice del cuore, e trova che rappresenti al meglio la nostra generazione. Purtroppo con questa quarta lettura mi sento di confermare che tra me e Sally non c'è feeling, e spero di fermarmi qui.

Non muoverò a questo libro la critica che ho letto più frequentemente a riguardo, ossia che è poco realistico che due migliori amiche comunichino scrivendosi lunghe email. Non lo ritengo così improbabile, mi è anzi capitato personalmente di farlo. Quello che ho detestato profondamente in questo libro è la natura della relazione tra le due protagoniste Alice ed Eileen, che dovrebbero appunto essere la migliore amica l'una per l'altra, e invece si abbandonano, si trascurano, non si supportano, prese piuttosto dalle relazioni disfunzionali in cui si ritrovano rispettivamente con Simon e Felix -e che poco realisticamente, via via, si trasformano in grandi amori a lieto fine.

Certo Sally Rooney ha tante opinioni sulla politica, sull'ambiente, sul capitalismo, e mi sento anche di dire di condividerne la stragrande maggioranza. Ciononostante, non avrei ritenuto necessario esprimerle in così vasta quantità in quello che si propone come un romanzo sulle vite di due trentenni inglesi dei nostri giorni, le cui comunicazioni finiscono per assomigliare a dei comizi...

Sally, ci abbiamo provato, ma credo proprio che questo sarà il nostro addio! 

Qual è la vostra opinione su questa autrice di enorme successo?

venerdì 21 agosto 2026

Giorni futuri

Come sapete, leggo più spesso letteratura straniera rispetto a quella italiana, anche se sto cercando di vincere un po’ il mio pregiudizio e questo mi sta facendo anche scoprire titoli davvero nelle mie corde. Sull’onda dell’entusiasmo ho acquistato "Giorni futuri" di Gabriella Dal Lago, pubblicato da Einaudi: sapete che l’argomento dell’amicizia femminile mi sta estremamente a cuore e dalla trama di questo libro ho avuto la sensazione che potesse fare al caso mio.

Non mi sono affatto sbagliata e reduce della cocente delusione di "Dove sei, mondo bello" di Sally Rooney vi posso dire che se cercate un romanzo che parli di generazione millennial ai millennial allora Dal Lago ci riesce molto, ma molto meglio di Rooney.

Anche qui siamo davanti a un’amicizia che nel tempo si è interrotta: quella tra Irene e Ottavia, che sono state inseparabili sin da ragazzine, condividendo le estati e il tempo libero come sorelle, ma poi qualcosa che dapprima non conosciamo le ha allontanate.
Ottavia è diventata un’influencer di successo e vive in Olanda, mentre Irene, da ricercatrice negli Stati Uniti sul punto di sposarsi, è da poco ritornata a Torino a causa della malattia di sua madre e sembra aver messo da parte tutti i propri progetti per il futuro. 

È proprio la madre a spingerla a riavvicinarsi ad Ottavia e di questa amicizia scopriamo i tanti percorsi negli anni, attraverso capitoli che alternano il presente e il passato e ci fanno conoscere profondamente le due protagoniste, anche se è Irene la protagonista sempre al centro della narrazione. Irene che è fragile, che si sente lasciata indietro, i cui sogni sembrano essere stati interrotti, ed è facile riconoscersi in questa protagonista, sentire anche noi le sue stesse paure che la nostra generazione conosce bene.

Ci sono amori finiti e nuovi incontri in questo libro, ma soprattutto c’è un’amicizia femminile che a volte sembra perdersi, ma un’amica con cui sei diventata te stessa continua a fare parte di te, anche quando fate fatica a riconoscervi.

È un romanzo genuino quello di Dal Lago, dove i personaggi non suonano mai falsi né forzati, anzi incarnano molto bene un’epoca di trasformazioni e spostamenti in cui ci si può creare un mestiere da una stanza di casa, in cui una capitale europea è una destinazione come un’altra per realizzare il proprio potenziale e in cui il concetto di famiglia assume, finalmente, nuove forme.

Ho trovato "Giorni futuri" ben scritto, mai eccessivo, capace di toccare le corde giuste. Quest’autrice è stata una scoperta e ora ho intenzione di recuperare anche il suo romanzo precedente, intitolato "Estate caldissima", decisamente adatto al periodo dell'anno che abbiamo appena vissuto.

Qual è l’ultima autrice italiana che avete scoperto?

Skippy muore

La scorsa estate, Paul Murray mi ha conquistata sempre di più pagina dopo pagina con "Il giorno dell’ape", premiato con il Premio Strega europeo. Quando Einaudi ha riportato il libreria il suo romanzo d’esordio "Skippy muore", che risale al 2010, non me lo sono fatto scappare e l'ho affrontato con altissime aspettative.

Questa lettura ha diviso il pubblico: c’è chi lo ha amato più de "Il giorno dell’ape" per la sua capacità di raccontare l’adolescenza e l’amicizia in quella particolare fase d’età in modo vivido e sincero e chi invece è rimasto più distaccato dal suo contenuto. Faccio parte della seconda categoria, o meglio: ho trovato anche "Skippy muore" un’ottima lettura, appassionante, ben scritta e ben costruita. Comincia infatti con quella che potrebbe sembrare la fine, anche se si inserisce in realtà a due terzi del romanzo e nonostante il grande colpo di scena sia introdotto già dal titolo e nel prologo, facendoci credere che non abbia più modi per sorprenderci, invece Murray continua a trovarne, caratteristica ricorrente dell’autore.

La mole però questa volta si sente: lungo oltre 700 pagine, indugia più e più volte sugli stessi episodi, in particolare sulle ricerche scientifiche che Ruprecht, il migliore amico di Skippy, conduce animato dalla propria curiosità -elementi che non hanno particolarmente catturato la mia attenzione.

Non ho altro da recriminare a questo romanzone, ambientato in un collegio irlandese all’inizio degli anni 2000, gestito da preti cattolici dai passati non sempre integerrimi, dove ci sono molti segreti e il corpo docente non sempre si comporta come dovrebbe nei confronti degli studenti. Skippy fa parte di coloro che nel collegio pernottano e vive in simbiosi con un gruppo di amici -in particolare con Ruprecht, il suo brillante ma socialmente emarginato compagno di distanza. Ha una difficile situazione familiare della quale si rifiuta di parlare, e molta voglia di lasciare la squadra di nuoto [non lo ha raccontato a nessuno ma è stato molestato dal prete allenatore, e l'unico momento in cui lo confessa è al cospetto di un prete responsabile che però ha perso l'udito, in una memorabile scena di dialogo con il sordo che finge di comprendere ciò che gli viene detto, contribuendo a far sentire Skippy sempre più isolato. Anche la sua stessa morte, che sembra accidentale nel prologo dovuta all'ingestione di una ciambella, si rivelerà dovuta all'assunzione di farmaci in enorme quantità.]

C’è Skippy prima in questo romanzo, a cui ci si affeziona, del quale si vuole sapere di più, pur sapendo già quale sarà il suo destino e c’è Skippy anche dopo l’episodio nel negozio di ciambelle, perché rimane l’elaborazione del lutto con quello che comporta per i coetanei, con le responsabilità da ricercare invece tra coloro che sono adulti e nell’imparare a ricominciare quando si è perso qualcuno a cui si voleva sinceramente bene.

È un romanzo ricco, pieno di suggestioni, di storia della prima guerra mondiale, di letteratura, di scienza, delle espressioni tipiche dell’adolescenza e dello sbocciare della sessualità. Nella confusione dei primi amori ci sono le droghe, ci sono famiglie incapaci di essere punti di riferimento e quelli che sembrano i cattivi della storia a volte sono soltanto delle vittime, come nel caso di Karl che ricorre alle sostanze e all’autolesionismo per sfuggire ad un ambiente familiare tossico, mentre coloro che si presentano al meglio come il professor Howard, in realtà sono dei vigliacchi pronti a tradire la propria fidanzata, a mettere sempre se stessi davanti agli altri.

Ci sono scene memorabili in questo romanzo: mi rimarrà a lungo impresso il dialogo di Skippy con il professore che ha perso l’udito e finge di starlo a sentire mentre non ascolta una parola di quello che probabilmente è lo sfogo con maggiori confidenze del ragazzo, ma anche la scena all’interno del parco cimitero memoriale della prima guerra mondiale, dove i ragazzi vengono condotti dopo la morte del protagonista.

Mi rimarrà impresso Ruprecht che non si rassegna alla perdita del proprio migliore amico e Lory, che si accorge troppo tardi che l’amore per lui era profondamente sincero nonostante non lo avesse mai ammesso. Entrambi i ragazzi riversano sul proprio corpo il dolore della perdita, lui riempendo il vuoto con il cibo e lei privandosene come una sorta di punizione.

Murray scrive romanzi che hanno molto da dire, dove quando abbiamo smesso di aspettarlo arriva un altro colpo di scena. [Non avrei immaginato né che la morte di Skippy fosse dovuta a un'overdose e non al soffocamento causato dalla ciambella e che la sua dipendenza dalle pillole di antidolorifici fosse nata per colpa del suo allenatore, che aveva abusato di lui oltre ad averglieli forniti per la prima volta] Lo trovo uno scrittore efficacissimo nelle sue narrazioni e nella costruzione dei personaggi, che qui sono un po’ più numerosi di quanto serva per affezionarsi a ciascuno di loro, come è poi riuscito a fare nel suo romanzo successivo e non vedo l’ora che si dedichi alla scrittura di un nuovo romanzo che di certo non mi farò sfuggire!

Tra "Il giorno dell’ape" e "Skippy muore" qual è il vostro preferito?