venerdì 19 giugno 2026

L'ambasciata di Cambogia

Il mio primo incontro con Zadie Smith, anni fa, era stato attraverso "Denti bianchi": un romanzo a proposito del quale ho sentito soltanto pareri entusiasti, e che invece avevo trovato un po' invecchiato, e che non era riuscito a coinvolgermi.

In un banchetto della fiera del libro della mia città ho poi trovato a pochi centesimi "L'ambasciata di Cambogia", un breve racconto pubblicato da Mondadori, e mi è venuta voglia di riprovarci (anche perché tra regali e mercatini possiedo già altri due titoli più corposi dell'autrice, ed ero curiosa di sapere se qualunque feeling fosse da escludere oppure no). È stato un buon acquisto, perché seppure si legga in un pomeriggio non l'ho trovata affatto una lettura superficiale.

"L'ambasciata di Cambogia" è piuttosto l'istantanea di una vita di migrazione e di subalternità, quella di Fatou emigrata dalla Costa d'Avorio in Ghana, poi in Italia e ancora in Inghilterra, dove in un sobborgo londinese lavora come domestica in una famiglia di origini presumibilmente indiane che non le corrisponde uno stipendio e le trattiene il passaporto. La sua unica oasi di pace è la piscina dell'ambasciata di Cambogia, dove entra con degli ingressi omaggio che sottrae alla famiglia dei suoi datori di lavoro che non hanno mai fatto caso alla loro esistenza, dove nuota tutti i lunedì mattina. 

Ne "L'ambasciata di Cambogia" ci affacciamo alla finestra di un'esistenza di sacrifici, ma anche di speranza, nell'incontro con un uomo nigeriano che la avvicina alla religione e con cui al tavolino di un caffè può condividere pensieri sul mondo che li circonda e sulle sue ingiustizie.

Avrei voluto leggere molte altre pagine di Fatou e anche di Andrew, ma nella necessità di accontentarsi posso dire che in un testo così breve l'autrice è riuscita a suscitare il mio interesse e la mia partecipazione, e ora la mia curiosità nei confronti delle sue opere più voluminose si è risvegliata!

Avete mai letto Zadie Smith?

Gli antropologi

“Gli antropologi” dell’autrice di origine turca Aysegül Savas è il mio primo incontro con la collana Gramma Feltrinelli, il cui catalogo mi sembra decisamente molto interessante. Ho deciso di partire da questo romanzo molto chiacchierato che mi è stato regalato a seguito della puntata che gli ha dedicato il podcast “Parlarne tra amici” di Daria Bignardi.


Se avete apprezzato “Le perfezioni” di Vincenzo Latronico e i suoi due protagonisti expat alla ricerca di un posto nel mondo, che stanno capendo chi sono davvero, ma vi è mancata la caratterizzazione dei personaggi potreste trovarvi molto a vostro agio con “Gli antropologi”, dove i protagonisti sono Asya e Manu -di cui sappiamo pochissimo, se non che hanno origini diverse, che si sono incontrati ancora studenti, si sono sposati e ora vivono in una città di cui non conosciamo il nome, dove hanno bisogno di un permesso di soggiorno.

Asya è un’antropologa e sta svolgendo una ricerca concentrata sul parco cittadino, dove si reca a filmare ed intervistare i frequentatori. In una narrazione per frammenti abbiamo degli scorci mese dopo mese della ricerca di un appartamento da acquistare per sentirsi più stanziali, delle relazioni con le loro famiglie all’estero, da cui si sentono sempre più distanti e ciò genera in loro spesso sensi di colpa, e con gli amici più o meno occasionali e i vicini di casa con i quali condividono il tempo libero. 

“Gli antropologi” è un romanzo breve e spezzato, che riflette sull’identità attraverso la narrazione di un rapporto di coppia che non ha bisogno di eventi eclatanti o di crisi per essere convincente -anzi la sua potenza sta nell’essere una storia di tutti i giorni in cui moltissimi lettori potranno riconoscersi e che ho l’impressione che pianti il seme per chiederci chi siamo e su quali basi abbiamo deciso a quale luogo appartenere e con chi condividere l’esistenza. Insomma leggiamo di temi profondi e fondamentali, ma l’autrice ne scrive con grande semplicità in un libro che non appesantisce mai la narrazione e che rende i suoi protagonisti il simbolo di una generazione e di una condizione esistenziale, senza nulla togliere ad una storia che di per sé ho già trovato efficace. 

A “Gli antropologi” e ai suoi diversi livelli di lettura si torna a pensare a distanza di tempo, e questo lo rende un titolo degno di nota, più profondo di quanto potrebbe sembrare alla prima lettura.

Avete altri titoli Gramma Feltrinelli da consigliarmi?

Quando le gru volano a sud

Come vi racconto un libro che ho terminato singhiozzando? La fonte di tante lacrime versate è stato "Quando le gru volano a sud" di Lisa Rizden, pubblicato da Neri Pozza, che ho letto per l'ultimo appuntamento prima della pausa estiva del gruppo di lettura #errantiletterari organizzato da @theweesmallblog, che frequento in presenza nella mia città.

Ci troviamo in Svezia insieme a Bo, un uomo ormai anziano la cui moglie è stata trasferita in una struttura, e al suo inseparabile cane Sixten. Le condizioni fisiche di Bo si deteriorano sempre di più e anche la sua memoria comincia a perdere colpi, ragion per cui il figlio si convince che, nonostante il supporto dell'assistenza domiciliare, per Sixten debba essere trovata una sistemazione più idonea -idea alla quale, inutile dirlo, Bo si oppone con ogni forza che gli rimane.

Ridzen scrive un romanzo straziante, in cui nella mente di Bo si mescolano i ricordi della giovinezza e dell'infanzia in una costante fusione con il presente con il quale riprende contatto. Racconta in modo eccezionale l'impotenza dell'invecchiamento, dove l'unica presa di posizione diventa quella di rifiutarsi, di negare a se stessi, perché le decisioni oramai sono prese da altri. Racconta il tempo della perdita, in cui il corpo tradisce, in cui la mente inganna, in cui si fanno i conti con i rimpianti, con i legami, con coloro che se ne vanno dopo una vita insieme. 

"Quando le gru volano a sud" è un romanzo in punta di piedi, che ho letto con il magone ad ogni pagina, sempre con le lacrime negli occhi, per quanto l'autrice ha raccontato con rispetto il suo protagonista stanco, sconfitto e così umano. Affrontatelo con attenzione, quando vi sentirete pronti, perché può ferire, toccare punti di grande dolore, ma è davvero un'ottima lettura, che mi resterà nel cuore e sono felice di aver trovato il coraggio di portare a termine.

C'è già stato quest'anno un libro che vi ha commossi?


Così com'è sempre stato

Lo scorso anno ho letto “Mai stati così felici” di Claire Lombardo, pubblicato da Bompiani, un romanzo familiare corale che mi era piaciuto moltissimo; quando l’autrice quindi ha pubblicato “Così come è sempre stato” non ho esitato a recuperarlo.

La struttura è radicalmente diversa: il focus infatti è completamente concentrato su Julia, moglie di Mark, madre di Alma e di Ben, che incontriamo quando quest’ultimo, il suo primogenito, le annuncia che nonostante sia ancora molto giovane e ancora di più lo sia la sua fidanzata, sta per diventare padre e per sposarsi.

In capitoli che alternano la narrazione del presente e quella del passato approfondiamo la conoscenza della protagonista: la sua infanzia difficile con un padre assente e una madre che negli anni lo è stata ancora di più, gli anni universitari, l’incontro con Mark e poi con un’amica molto più grande di lei che ha rischiato di rappresentare la fine del suo matrimonio, ma al tempo stesso è stata una vera e propria ancora di salvezza.

[Infatti, Julia aveva tradito il marito poco dopo la nascita del primogenito Ben proprio con uno dei figli di Helen, questa donna che aveva incontrato e di cui era diventata molto amica. Per salvare la propria famiglia le due non si erano più viste per ben due decenni, fino a che un incontro casuale al supermercato permette in qualche modo di rimettere insieme i pezzi di un rapporto che era stato per entrambe molto importante.]

Il personaggio di Julia è descritto davvero molto bene e si prova per lei una grande empatia nel corso della narrazione -che si conclude con un flashforward che dopo tante pagine riesce a commuovere. La scrittura dell’autrice è sempre convincente e scorrevole; i suoi dialoghi non sono mai forzati e nessuno dei suoi personaggi è poco credibile o privo di difetti.

 Rispetto al romanzo precedente però il ritmo qui è decisamente più lento, dal momento che si tratta di un volume di più di 500 pagine che ruota sempre attorno a Julia, mentre la struttura corale di “Mai stati così felici” gli conferiva un andamento più sostenuto e vario. Ho comunque apprezzato anche questa lettura che come mi aspettavo è stata assolutamente nelle mie corde e lo consiglio agli amanti dei romanzi familiari -sebbene per primo suggerirei il recupero del romanzo d’esordio della scrittrice. 

Avete già letto Claire Lombardo?

Come mio fratello

Quando frequentavo le scuole superiori, ho letto per per via dell’indirizzo dei miei studi molta letteratura tedesca. La vivevo come un obbligo, in quella fase dell’adolescenza per cui ogni imposizione è sgradita tanto più quando viene dei professori e quando al termine della lettura è previsto anche l’assegnare un voto. Sono passati quasi vent’anni dalla mia maturità, eppure da allora di letteratura tedesca ne ho letta ancora poca sebbene quando la riprendo io mi renda conto che, sotto la cenere di quel faticoso diploma, l’interesse c’è ancora, e tiene vivo un legame con una persona che ho amato tanto.

Me lo sono ricordato leggendo "Come mio fratello" di Uwe Timm, pubblicato da Sellerio: un testo breve nel quale l’autore rimette insieme le memorie del fratello maggiore, arruolatosi volontario nelle SS ad appena diciotto anni e morto nel 1943 in quella che oggi è Ucraina, a seguito di una gravissima mutilazione riportata in battaglia.

È un testo autobiografico, che non parla soltanto del fratello Karl Heinz, ma contiene anche molti ricordi dei genitori, della loro vita di lavoro e di sacrificio e delle riflessioni molto interessanti sul senso di identità, di colpa e di responsabilità del popolo tedesco all’indomani della seconda guerra mondiale.

È un testo che mi ero fatta regalare in una delle liste di Natale e compleanno di ormai due dicembri fa, e che mi è tornato in mente leggendo "Nirvana" di Tommy Wieringa, in cui anche il nonno del protagonista si arruola volontario tra i nazisti. Come avviene quando incontro un testo stimolante mi ha fatto venire in mente altri libri che possiedo e che aspettano il loro momento dall'ingresso in libreria: il recentissimo "Neve di giugno" di Ljuba Arnautovic, ma anche "Piedi freddi" di Francesca Melandri e "Nei tuoi occhi verdi" di Arnost Lustig -letture che a questo punto dovranno aspettare meno tempo del previsto per avere il loro momento. Uno degli aspetti che più amo delle letture è proprio questo: quando si richiamano a vicenda e da una lettura ne nasce un’altra, perché in un libro la storia non si esaurisce e mettere in relazione le pagine dei nostri scaffali conferendo loro un valore aggiunto.

Di recente avete letto un libro perché ve lo ha richiamato una lettura precedente?

mercoledì 17 giugno 2026

La setta

Come ormai sapete Camilla Lackberg è tra le mie autrici di gialli preferiti, e in questi ultimi anni ho cercato di modificare la mia abitudine di iniziare serie con un paio di volumi per poi interromperle, e mi sto dedicando ad una alla volta. Ho terminato quella dedicata ai "delitti di Fjallbacka", e ora sto portando avanti la "Trilogia del mentalista" scritta a quattro mani con Henrik Fexeus. 

Il post di oggi è dedicato al secondo volume della serie, intitolato "La setta", che segue "Il codice dell'illusionista" in cui avevamo fatto la conoscenza dei due protagonisti che indagano sui casi da risolvere, Mina Dabiri e Vincent Walder. 

Rispetto al titolo precedente la trama prometteva di essere ancora più nelle mie corde ed infatti così è stato, perché vi si affronta l’argomento del condizionamento mentale e i tanti elementi delle vite private di Mina e di Vincent, che erano soltanto stati accennati nel primo volume, vengono maggiormente sviluppati. Scopriamo infatti di più sulla figlia di Mina, che viene direttamente coinvolta nell’indagine del giorno.
Potrebbe essere una lettura un po’ difficile da digerire per chi è sensibile ai casi in cui sono coinvolti dei bambini, anche se non viene descritta in dettaglio nessuna scena di violenza. 

Anche questo secondo volume della serie mi è piaciuto davvero molto e ho già pronto il terzo dal titolo "Il miraggio" per concludere la trilogia!

Avete qualche serie in lettura al momento?

La sonnambula

Leggo Bianca Pitzorno sin dalla prima infanzia, prima ancora di andare alle scuole elementari: il primo libro che ricordo essere stato mio inseparabile compagno è il suo "La bambola viva", che rileggevo fino a conoscerlo a memoria e ancora oggi quando ci ripenso mi scalda il cuore.

Negli anni ho letto per la prima volta e ho riletto numerosi dei suoi titoli per ragazzi, e ancora molti mi aspettano in libreria e sono sicura che mi regaleranno viaggi meravigliosi nel mondo della fantasia, con protagoniste forti e indipendenti a cui di certo inconsapevolmente mi sono ispirata quando ero piccola.

Inutile dire quindi che quando esce un suo nuovo romanzo, anche rivolto ad un pubblico per adulti, non posso farmelo sfuggire e quindi eccoci con "La sonnambula" pubblicato da Bompiani, che quest’anno è stato anche tra i finalisti al Premio Strega.

Se per "Ascolta il mio cuore", "Extraterrestre alla pari", "La bambola viva" e così via avrò negli anni soltanto parole d’amore, non posso dire lo stesso de "La sonnambula", che è stata una lettura piacevole, ma non certo memorabile come quelle del passato.

L’elemento più degno di nota è il fatto che l’autrice si sia ispirata ad un vero articolo ritrovato su un quotidiano sardo di fine Ottocento, in cui una donna definita all’epoca "sonnambula" offriva i propri servigi per prevedere il futuro dei suoi interlocutori.

È proprio questo il mestiere di Ofelia, la protagonista che seguiamo in questo romanzo passare da un cliente all’altro mentre a poco poco scopriamo i dettagli del suo passato che l’hanno condotta a vivere ad Onora sotto falso nome [è fuggita infatti da un marito violento che sperava che i suoi poteri (che in realtà lei non controlla in alcun modo e quando offre delle previsioni ai clienti in realtà non sta facendo altro che interpretarne il comportamento) potessero salvarlo dai debiti di gioco e dalla bancarotta, e che quando si rese conto che così non era fece di tutto per ucciderla prima che la donna se ne accorgesse e decidesse di mettersi in salvo].

"La sonnambula" è un romanzo scorrevole, sebbene dalla struttura un po’ ripetitiva, che passa da un cliente di Ofelia con un problema che viene risolto al successivo. Contiene una storia d’amore un po’ telefonata e degli elementi di avventura che conosciamo essere cari all’autrice sin dalla produzione per l’infanzia, come quello del mondo del circo.

Definirei "La sonnambula" un testo di puro intrattenimento spesso finisce per essere prevedibile e che mi ha un po’ delusa, al punto che non mi aspettavo potesse rientrare tra i finalisti al Premio Strega (tra quelli che ho letto, "Acqua sporca" lo avrebbe meritato di più). 

Qual è il vostro titolo preferito di Bianca Pitzorno?