mercoledì 21 gennaio 2026

Ultima fermata Delicious

Non ricordo quali fossero state le ragioni che più di un paio di anni fa mi avevano spinta all'acquisto di "Ultima fermata Delicious" di James Hannaham, pubblicato da Rizzoli, dal sito di Libraccio; non ricordo dove ne avessi sentito parlare prima di allora.

Lo leggo oggi, come prima tappa in Texas per il percorso #panamericanbookway organizzato da @laviaggialettrice, che mi sta facendo riscoprire titoli sepolti da tempo nella mia libreria: e non potrei essere più soddisfatta dell'operato della me del 2023!

"Ultima fermata Delicious" ha un inizio ad effetto, in cui incontriamo il protagonista, Eddie, in fuga da un luogo che impareremo a conoscere fin troppo bene, nel quale ha subito un terribile incidente di cui capiremo molto più avanti le circostanze. Dopo una breve panoramica su cosa gli accadrà da quel momento in poi, ci ritroviamo in un testo completamente diverso, che alterna capitoli ambientati in un passato più lontano e in uno più ravvicinato, dove molto spesso la voce narrante è a dir poco inaspettata: a parlare è il crack, che racconta da un punto di vista per me inedito il fenomeno della dipendenza, di cui la madre di Eddie è vittima da quando è rimasta vedova. 

Hannaham scrive un libro sul razzismo, che ha tolto la vita al padre di Eddie, ma soprattutto sulla schiavitù moderna: quella che ci fa pensare ai campi agricoli dove i lavoratori vengono sfruttati con il ricatto del permesso di soggiorno in terra nostrana, mentre qui, in bilico tra il Texas e la Louisiana, il crack è la carota tesa davanti agli occhi di tanti disperati, inconsapevoli di quanto bastone dovranno subire in cambio.

"Ultima fermata Delicious" è un romanzo di formazione, ma anche dell'America degli ultimi, un romanzo su come le sostanze tengano in pugno le persone e su come questa debolezza possa venire sfruttata per il profitto. È un romanzo di cui ho apprezzato molto anche la scrittura, oltre al ritmo incalzante e la tensione che tiene attenti pagina dopo pagina fino alla conclusione, e che sono molto contenta di aver recuperato, anche se non ricordo cosa mi avesse spinta a farlo.

Hannaham ha pubblicato più di recente un altro titolo che mi sembra molto interessante, in libreria per Clichy, che per ora ho aggiunto alla mia lista desideri resistendo all'acquisto almeno per il momento -ma conto di farlo entrare in libreria in futuro.

Qual è l'ultima voce afroamericana che avete scoperto?

Una vera americana

Al centro di "Una vera americana" di Rachel Khong, pubblicato da NN editore, c'è il tempo: il tempo che trascorre, tra la rivoluzione culturale cinese e gli anni '30 del Duemila negli Stati Uniti, in cui la scienza ha fatto enormi passi avanti nella ricerca sul patrimonio genetico e la sua modificazione. Ma anche il tempo che si ferma, in istanti cristallizzati in cui ci sono i tre protagonisti di questa storia, tre generazioni di una famiglia: Mei, Lily e Nick. 

Come le eliche di DNA le loro storie si intrecciano in modo indissolubile nonostante i continui allontanamenti: di Mei dalla sua esistenza precedente e traumatica in Cina, determinata a vivere una "vera vita americana", di Lily da quella madre che non ha saputo trasmetterle l'amore che provava e le ha tenuto nascoste delle verità [il lavoro segreto condotto da lei e dal padre di Matthew, che diventa suo marito e padre di Nick, sulla modifica genetica al punto che Nick esprimerà soltanto il patrimonio del padre], di Nick da Lily per la stessa ragione.

Il romanzo è diviso in tre parti, ciascuna delle quali dedicata ad un punto di vista, senza tuttavia seguire l'ordine cronologico dei fatti. Inizia come una storia di differenza di classe in cui una giovane americana di origini cinesi conosce un ragazzo ricchissimo di cui si innamora ma che ritiene incompatibile con il proprio stile di vita; diventa poi una storia di formazione con al centro un ragazzo alla ricerca del proprio padre e dell'identità ed infine la parola va alla nonna, ormai anziana, che ricostruisce i tanti non detti delle storie precedenti con la narrazione del proprio passato.

"Una vera americana" riflette sul significato dell'appartenenza culturale e sui conflitti sociali, ma anche sui dilemmi etici dietro la ricerca scientifica. Resta però soprattutto una storia umana di famiglia, di legami e di separazioni, di incomunicabilità e di rivelazioni: un romanzo che come mi aspettavo si è rivelato esattamente nelle mie corde, e che diventa un altro titolo della casa editrice che vi consiglierò d'ora in poi!

Qual è l'ultimo romanzo familiare che vi ha appassionati?

Ti ricordi di Sarah Leroy?

Quando ho acquistato, usato, dopo parecchi mesi in cui lo adocchiavo in libreria, "Ti ricordi di Sarah Leroy?" di Marie Vareille, pubblicato da Rizzoli, dentro di me sapevo che sarebbe andato a toccare qualche corda personale un po' troppo sensibile.

In effetti le mie aspettative non sono state disattese, fino al punto di trovarci una data che non ero pronta a trovare stampata su una pagina, e ho letto un libro che mi ha commossa e sul quale sento di non poter essere oggettiva. 

"Ti ricordi di Sarah Leroy?" ripercorre, ad oltre vent'anni di distanza, la scomparsa dell'adolescente Sarah da una località della costa francese. Lo fa in un testo polifonico in cui sentiamo la voce della sua migliore amica d'infanzia Angélique, della di lei sorella maggiore Fanny (che si reca nella sua cittadina d'origine insieme alla figliastra Lilou, che vive l'inchiesta su Sarah dapprima come un compito per la scuola, ma poi come qualcosa di più), ma anche quella di Sarah nel "lato B" di questo romanzo.

È un romanzo di segreti e di non detti, di rapporti familiari tesi e poco sinceri, in cui si può essere matrigne in modi opposti e in cui l'amicizia salva la vita, per davvero, e la frase di un film d'animazione ("Jafar, sono incastrato") può aprire l'unica porta possibile per il futuro. [Sarah infatti subiva violenza da parte del fratellastro, ma la matrigna le impediva di denunciarlo; lui aveva già violentato la sua amica Angelique ma all'epoca nessuno le aveva creduto, lei però quando si rende conto che Sarah subisce lo stesso la perdona e insieme alle sue due amiche che si definiscono le "disincantate" organizza per Sarah l'unica fuga possibile, a nuoto attraverso la Manica, mentre il fratellastro finirà in carcere creduto responsabile del suo omicidio].

L'autrice dissemina il racconto di piccoli dettagli che trovano il proprio posto pagina dopo pagina, in una costruzione ragionata all'interno di un libro scritto in modo semplice ma efficace, che certo ha avuto un che di personale per me ma che consiglierei anche a chi cerca un romanzo appassionante, dalle atmosfere misteriose e che racconti una storia d'amicizia che dura nel tempo.

Qual è l'ultimo romanzo del genere che avete apprezzato?

Acido solforico

Non leggevo Amelie Nothomb dai tempi delle superiori, in cui aveva affrontato "Diario di rondine" -di cui a distanza di ormai una ventina d’anni non ricordo nulla, e che anche all’epoca mi aveva lasciata abbastanza tiepida tanto da non recuperare altro dell’autrice. Negli anni, però, ho sentito molto parlare della sua produzione e così quando al mercatino dell’usato ho trovato "Acido solforico" in questa edizione Guanda di una ventina di anni fa non ho esitato a recuperarla, anche perché l’argomento del sadismo legato ai reality show ha sempre un forte potere attrattivo su di me.

Su questo tema l’anno scorso avevo letto "Catene di gloria" di Nana Kwame Adjei-Brenyah, un romanzo SUR potentissimo e che non fa sconti al lettore, e da poco mi è stato regalato e ho già letto "La vita facile", decisamente meno cruento, ma comunque concentrato sul tema del consumismo e della programmazione televisiva.

In "Acido solforico" l’argomento è molto forte: viene organizzato infatti un reality dal titolo "Concentramento" ed è facile intuire che cosa avviene al suo interno: protagonisti rapiti contro la loro volontà si trovano a ricoprire il ruolo di prigionieri o di kapò e nel primo caso l’unico sviluppo può essere la loro morte dopo aver subito innumerevoli torture, proprio come all’interno di un lager.

Detta così ci aspettiamo un romanzo crudo e potente. Tuttavia, dopo pochi capitoli di introduzione, quello che mi sono trovata tra le mani è più che altro il racconto del potere salvifico di una delle prigioniere, Pannonique, che con la sua bellezza sembra in grado di convertire chi la circonda. Questo purtroppo sfocia in fin troppi dialoghi moraleggianti e in uno scontro tra il bene e il male troppo scontato rispetto a quanto avrebbe potuto invece essere originale questa narrazione. Insomma, le premesse sono davvero ottime, ma lo svolgimento ha davvero lasciato a desiderare!

Sono curiosa di sapere però che cosa ne pensate, soprattutto se conoscete l’autrice più approfonditamente di me: so che è apprezzatissima, ma dopo questa lettura credo che potrebbe non fare al caso mio!

Qual è il titolo di Nothomb che avete preferito?

venerdì 16 gennaio 2026

Un uomo di poche parole

Come sapete, in questa pagina appaiono molto raramente testi che non siano di narrativa. Leggo Primo Levi dagli anni della scuola, e nel tempo ho ripreso in mano diverse volte la sua trilogia ideale composta da Se questo è un uomo, La tregua e I sommersi e i salvati. Tra i passaggi che del primo più mi sono rimasti impressi ci sono sempre stati quelli dedicati alla figura di Lorenzo, operaio libero, che lavorava in lager e gli salvò la vita, portandogli ogni giorno una porzione di zuppa che condivideva con l'amico Alberto -Lorenzo, il cui nome fa parte di quello di entrambi i figli di Levi, Renzo e Lucia Lorenza, simbolo dell'importanza che ebbe quell'uomo piemontese per il padre.

Non ho quindi esitato a recuperare "Un uomo di poche parole", la biografia di Lorenzo Perrone (all'anagrafe Perone, con una R sola) pubblicata da Laterza editore che lo storico Carlo Greppi ha messo insieme con ogni fonte che ha trovato, dagli archivi comunali di Fossano, alla vasta bibliografia di Levi, alle interviste con i nipoti di Lorenzo ancora in vita. 

Lorenzo, Giusto tra le Nazioni, un uomo onesto, buono di cuore, che l'esperienza del lager aveva spezzato, togliendo la voglia di vivere da quel lavoratore che camminava per chilometri e chilometri al confine francese, che da "Suiss" tornò sulle sue gambe senza accettare passaggi, che da Suiss inviò cartoline per dare notizie della vita di Primo alla famiglia nascosta -Lorenzo che in queste pagine torna in vita e si rivela, ricordandoci come qualcuno all'orrore si oppose, perché non poteva fare altro, persistenza dell'umanità.

Greppi racconta tanto di Primo Levi in questo testo, che invoglia ad approfondire le sue tante opere, ma anche altri testi citati lungo il percorso (tra quelli che già possiedo ho preso nota de "I giusti" di Jan Brokken), e racconta Lorenzo a cui prima d'ora non era stato dato tanto spazio autonomo -e di certo lo ha sempre meritato. 

Oggi nel Giorno della Memoria ho voluto ricordarlo con questo consiglio di lettura, perché i lager ci sono ancora seppure in altre forme, e di esseri umani come Lorenzo abbiamo ancora un estremo bisogno.

Quale titolo consigliereste per la giornata di oggi?

giovedì 8 gennaio 2026

La vita facile

La definizione di "page turner" è decisamente calzante per il romanzo d'esordio "La vita facile" di Aisling Rawle, recentemente pubblicato da Edizioni E/O, che ho ricevuto a dicembre e di cui ho sentito immediatamente il richiamo. 

Per quanto poco si possa guardare la televisione, siamo tutti più o meno familiari con il mondo dei reality show in cui i concorrenti vengono osservati 24 ore al giorno dalle telecamere, mettendo in mostra attività richieste dalla redazione e interazioni più o meno romantiche.

Da questo presupposto si sviluppa "La vita facile" in un compound nel deserto al di fuori del quale si svolge un presente di cui sappiamo ben poco, tranne che i conflitti armati stanno decimando la popolazione mondiale e le condizioni ambientali sono in continuo peggioramento. 

Non aspettatevi però un romanzo crudo quanto "Catene di gloria" di Nana Kwame Adjei-Brenya, pubblicato da SUR, dove i concorrenti combattevano violentemente per la vita. Qui, nel compound, si raccolgono 10 coppie con lo scopo ovviamente di essere eliminati fino a lasciare un unico vincitore; nel corso del programma attraverso lo svolgimento di prove collettive ed individuali si ricevono premi più o meno di lusso e ricompense più o meno necessarie alla sopravvivenza, mentre la competizione con il passare dei giorni diventa sempre più spietata e mette in discussione i principi dei partecipanti.

Viviamo il tutto dal punto di vista di Lily, giovane commessa addetta alla vendita di cosmetici, indubbiamente attraente, ma non la più sveglia della cucciolata; non ha un vero obiettivo nella vita se non quello di arricchirsi e ottenere appunto una "vita facile", in cui accumulare più prodotti possibili senza compiere sforzi o sacrifici.

Attraverso i suoi occhi, vediamo le relazioni più o meno sincere, più o meno basate sull’aspetto fisico e con il passare dei giorni l’emergere dei più bestiali istinti dei protagonisti in competizione, in un crescendo di tensione che rende impossibile interrompere la lettura.

È vero che non c’è contesto in questo romanzo e questa è la critica principale che gli ho visto muovere; non sarebbe stato di troppo, sono d’accordo, ma al tempo stesso si rivela una lettura di intrattenimento da cui è impossibile non farsi coinvolgere, che fa riflettere sul consumismo delle nostre società e che consiglio soprattutto nei momenti in cui vi trovate in una sorta di blocco del lettore e non vi sentite dell’umore per dedicarvi a gialli e thriller.

Avete mai letto un romanzo sul tema dei programmi televisivi?

Olive, ancora lei

Il mio colpo di fulmine principale del 2025 è stata Elizabeth Strout: la lettura di Olive Kitteridge mi ha trasportata in un microcosmo nel Maine dove una protagonista burbera ma dai sentimenti profondi mi ha fatta sorridere, commuovere ed emozionare ad ogni età della vita in cui l'autrice l'aveva descritta, circondata dai suoi familiari e dagli altri residenti del luogo.

Quando di una scrittura mi innamoro così, non resisto a fare incetta di tutti i titoli disponibili, e ora la mia personale biblioteca è ricchissima di titoli di Strout, che guardo con gioia pensando a quanta meraviglia mi attende, e intanto ho iniziato l'anno nuovo con "Olive, ancora lei", dove ritroviamo la nostra amata Olive Kitteridge mentre l'età avanza. 

Ritroviamo Jack, che avevamo incontrato mentre si sentiva male accanto ad una panchina, e ora trascorre anni interi con Olive; ritroviamo il figlio con cui è tanto difficile comunicare, qualche nipotino in più e il tempo che passa, fino a portare la protagonista ad una residenza per anziani dove il mondo di Crosby si restringe ancora, ma non per questo perde di intensità.

Come sempre non siamo davanti ad un romanzo di trama, ma di istanti: è un romanzo di attimi, di racconti dove Olive è a volte al centro della scena e a volte invece è solo di passaggio. Rimangono centrali la poesia della natura, nelle foglie del Maine che cambiano colore, nella dignità estrema che merita ogni momento dell'esistenza, nelle relazioni e negli affetti che si intuiscono senza mai eccedere nelle spiegazioni. 

Per i completisti di Strout, qui già si trovano riferimenti ad opere precedenti: in particolare a "I ragazzi Burgess" e "Amy e Isabelle", che ho intenzione di leggere non appena mi sarò dedicata al ciclo di Lucy Barton, prima di arrivare al recentissimo "Raccontami tutto" che a quanto ho capito rappresenta una sorta chiusura del cerchio, almeno per il momento. Dopo questa lettura comunque sono ancora più desiderosa di andare avanti, perché sono stata conquistata da Olive quanto se non più della prima volta!

Qual è il vostro titolo preferito di Elizabeth Strout?