mercoledì 17 giugno 2026

La setta

Come ormai sapete Camilla Lackberg è tra le mie autrici di gialli preferiti, e in questi ultimi anni ho cercato di modificare la mia abitudine di iniziare serie con un paio di volumi per poi interromperle, e mi sto dedicando ad una alla volta. Ho terminato quella dedicata ai "delitti di Fjallbacka", e ora sto portando avanti la "Trilogia del mentalista" scritta a quattro mani con Henrik Fexeus. 

Il post di oggi è dedicato al secondo volume della serie, intitolato "La setta", che segue "Il codice dell'illusionista" in cui avevamo fatto la conoscenza dei due protagonisti che indagano sui casi da risolvere, Mina Dabiri e Vincent Walder. 

Rispetto al titolo precedente la trama prometteva di essere ancora più nelle mie corde ed infatti così è stato, perché vi si affronta l’argomento del condizionamento mentale e i tanti elementi delle vite private di Mina e di Vincent, che erano soltanto stati accennati nel primo volume, vengono maggiormente sviluppati. Scopriamo infatti di più sulla figlia di Mina, che viene direttamente coinvolta nell’indagine del giorno.
Potrebbe essere una lettura un po’ difficile da digerire per chi è sensibile ai casi in cui sono coinvolti dei bambini, anche se non viene descritta in dettaglio nessuna scena di violenza. 

Anche questo secondo volume della serie mi è piaciuto davvero molto e ho già pronto il terzo dal titolo "Il miraggio" per concludere la trilogia!

Avete qualche serie in lettura al momento?

La sonnambula

Leggo Bianca Pitzorno sin dalla prima infanzia, prima ancora di andare alle scuole elementari: il primo libro che ricordo essere stato mio inseparabile compagno è il suo "La bambola viva", che rileggevo fino a conoscerlo a memoria e ancora oggi quando ci ripenso mi scalda il cuore.

Negli anni ho letto per la prima volta e ho riletto numerosi dei suoi titoli per ragazzi, e ancora molti mi aspettano in libreria e sono sicura che mi regaleranno viaggi meravigliosi nel mondo della fantasia, con protagoniste forti e indipendenti a cui di certo inconsapevolmente mi sono ispirata quando ero piccola.

Inutile dire quindi che quando esce un suo nuovo romanzo, anche rivolto ad un pubblico per adulti, non posso farmelo sfuggire e quindi eccoci con "La sonnambula" pubblicato da Bompiani, che quest’anno è stato anche tra i finalisti al Premio Strega.

Se per "Ascolta il mio cuore", "Extraterrestre alla pari", "La bambola viva" e così via avrò negli anni soltanto parole d’amore, non posso dire lo stesso de "La sonnambula", che è stata una lettura piacevole, ma non certo memorabile come quelle del passato.

L’elemento più degno di nota è il fatto che l’autrice si sia ispirata ad un vero articolo ritrovato su un quotidiano sardo di fine Ottocento, in cui una donna definita all’epoca "sonnambula" offriva i propri servigi per prevedere il futuro dei suoi interlocutori.

È proprio questo il mestiere di Ofelia, la protagonista che seguiamo in questo romanzo passare da un cliente all’altro mentre a poco poco scopriamo i dettagli del suo passato che l’hanno condotta a vivere ad Onora sotto falso nome [è fuggita infatti da un marito violento che sperava che i suoi poteri (che in realtà lei non controlla in alcun modo e quando offre delle previsioni ai clienti in realtà non sta facendo altro che interpretarne il comportamento) potessero salvarlo dai debiti di gioco e dalla bancarotta, e che quando si rese conto che così non era fece di tutto per ucciderla prima che la donna se ne accorgesse e decidesse di mettersi in salvo].

"La sonnambula" è un romanzo scorrevole, sebbene dalla struttura un po’ ripetitiva, che passa da un cliente di Ofelia con un problema che viene risolto al successivo. Contiene una storia d’amore un po’ telefonata e degli elementi di avventura che conosciamo essere cari all’autrice sin dalla produzione per l’infanzia, come quello del mondo del circo.

Definirei "La sonnambula" un testo di puro intrattenimento spesso finisce per essere prevedibile e che mi ha un po’ delusa, al punto che non mi aspettavo potesse rientrare tra i finalisti al Premio Strega (tra quelli che ho letto, "Acqua sporca" lo avrebbe meritato di più). 

Qual è il vostro titolo preferito di Bianca Pitzorno?

giovedì 4 giugno 2026

Quattro giorni senza mia madre

Ci sono libri che acquisti per la loro copertina, a dir poco irresistibile, e questo spesso mi capita con il catalogo Blu Atlantide che mi chiama con una forza incredibile e che con il contenuto non mi delude.

È successo questo con "Quattro giorni senza mia madre", romanzo d’esordio dell’autore francese Ramses Kefi, e che una volta letto non ha solo confermato le mie aspettative, ma le ha di gran lunga superate!

Un giorno Salman si sveglia: ha 36 anni, vive a casa con i genitori e sua madre non si trova più. Amani ha lasciato un biglietto senza specificare dove sia andata e questo fa infuriare il marito, ma fa anche emergere i troppi non detti di una famiglia che per oltre quarant’anni ha cercato di cancellare le proprie origini, radicate in un villaggio di montagna della Tunisia, dove tutti li credono morti.

Salman ha un dottorato in storia, ma lavora in un ristorante che mescola la cucina araba a quella giapponese con alterne fortune e sente la periferia parigina, in particolare il suo quartiere denominato la Caverna, con i suoi tanti murales dall’aspetto di dipinti rupestri, come la sua unica casa. Nonostante gli anni passino, non si sente mai pronto per lasciarla.

È solo la scomparsa di sua madre a spingerlo a superare i suoi confini, una volta che per tutti diventa chiaro quale sia stata la destinazione di Amani, madre e moglie che troppe volte si è sentita trascurata, messa da parte e non capita, che ancora sente la nostalgia di quel gatto scappato di casa e che ha deciso di riprendere in mano la propria vita.

[È infatti tornata in Tunisia Amani, ad incontrare di nuovo la sorella, i parenti che non vede da decenni  e che non sapevano più niente di lei, e sarà questo viaggio ad essere il motore per l’intera famiglia di riscoperta delle radici, di perdono e superamento dei tanti errori che sono stati commessi.]

"Quattro giorni senza mia madre" è un libro che non indugia mai nella tragedia, una storia in bilico tra la periferia parigina e una Tunisia affacciata tra il deserto e le montagne, in cui vediamo crescere un protagonista che riscopre i propri lati più fragili e ci affezioniamo ai suoi genitori, anche a quell’uomo burbero che non sa parlare d’amore, ma che ha attraversato Parigi di notte alla ricerca dell’ultimo croissant e che non avrebbe mai potuto abbandonare un gatto randagio in un bosco.

Rimane un sorriso una volta terminato "Quattro giorni senza mia madre", il sorriso delle cose buone, delle storie che fanno fare pace con i difetti; è un romanzo che ho amato ad ogni pagina più della precedente, un ulteriore conferma di quanto il catalogo di questa casa editrice ci regali delle perle straordinarie e che non posso fare altro che consigliarvi di cuore.

Qual è il vostro titolo Atlantide preferito?

mercoledì 27 maggio 2026

Nirvana

Secondo romanzo che leggo dell’autore olandese Tommy Wieringa, "Nirvana" è decisamente più corposo del precedente, "La morte di Murat Idrissi" e contiene in sé molti elementi. Sempre pubblicato da Iperborea, si sviluppa a partire dal protagonista Hugo, un artista che soffre la recente separazione da quella che per 12 anni ha considerato la sua musa, ed incontra un bizzarro personaggio che condivide il nome con l’autore e che con Hugo la tata di quando era bambino. 

Questo incontro riallaccia per Hugo i fili di un passato che ha lungamente tenuto a distanza. Innanzitutto ritrova la tata Beth, anziana e malata che però in questo modo non trascorre in solitudine gli ultimi mesi della sua vita e poi rinasce in lui una curiosità verso suo nonno, magnate dell'offshore ormai centenario, con un passato tra le file delle SS, unitosi alla resistenza in circostanze poco chiare ed emigrato in Venezuela prima di rientrare una volta arricchito nei Paesi Bassi. Spinto da Wieringa si reca all’archivio di Stato e qui trova numerose menzioni dei diari perduti del nonno Willem -e proprio alla morte di Beth essi gli vengono affidati dalla donna, che li aveva avuti in circostanze misteriose.

Dunque la storia è composta dal tempo del racconto in cui Hugo legge i diari, ritrova la propria ispirazione artistica e scopre molto sul passato della sua famiglia, compresa una zia affetta da microcefalia che gli è sempre stata tenuta nascosta e che comincia ad andare a trovare nell’istituto dove vive da oltre cinquant’anni. Abbiamo poi i diari ritrovati di Willem, che sono narrati a differenza delle vicende di Hugo al tempo presente e ad esse si alternano, creando così un romanzo estremamente coinvolgente che si snoda tra la seconda guerra mondiale e il secondo decennio degli anni 2000 senza mai rallentare il ritmo o annoiare il lettore.

"Nirvana" è un romanzo ricco e stratificato, pieno di storia, di arte, di meditazione e di relazioni umane, che contiene passaggi di enorme tenerezza e nostalgia e altri che riportano alla luce orrori del passato. È una lettura perfetta per chi non si fa intimorire dalla mole e vuole anzi un volume in cui immergersi completamente; per me una delle letture più soddisfacenti dall'inizio dell'anno, e non vedo l'ora di approfondire l'autore!

Avete mai letto Wieringa?

Mi chiamo Lucy Barton

In questo periodo sto portando avanti la lettura di due serie: innanzitutto quella dei gialli di Camilla Lackberg e Henrik Fexeus pubblicata da Marsilio di cui ho scritto pochi giorni fa, ma anche la produzione di Elizabeth Strout continua ad essere di mio grande interesse. Dopo aver terminato la coppia di romanzi dedicata a Olive Kitteridge, personaggio grazie al quale mi sono innamorata dell’autrice, ho deciso di iniziare la più numerosa serie di romanzi che ha per protagonista Lucy Barton, tutta pubblicata da Einaudi.

Il primo volume di questa serie si intitola proprio "Mi chiamo Lucy Barton" ed è un romanzo breve, dove la nostra nuova eroina viene introdotta in un confronto con la propria madre che non vede da moltissimo tempo e che è l’occasione per elaborare per la protagonista numerosi episodi della sua infanzia che l’hanno fatta molto soffrire. 

Infatti la sua infanzia in Illinois è stata caratterizzata da privazioni dovute alla povertà, ma anche da un’incomunicabilità di fondo dei genitori, che sebbene abbiano voluto loro bene non sono mai stati in grado di dimostrarlo ai figli. L’incontro con la madre avviene in un momento particolare, quando Lucy si trova ricoverata in ospedale per molte settimane e su richiesta del marito la madre viene a farle compagnia, cosa che non aveva mai fatto prima di allora. Sebbene sempre con dei modi piuttosto bruschi, elemento che ci può ricordare Olive Kitteridge con cui Strout ha vinto il premio Pulitzer, la madre le dimostra il proprio rispetto e la propria vicinanza.

Strout è maestra della scrittura, capace di trasmettere concetti profondi in pochissime parole, con una estrema semplicità di linguaggio, in un testo che oscilla tra il farci sorridere e il farci commuovere e dove le osservazioni sul mondo sono sempre estremamente argute e mai banali. Non mi aspettavo nulla di diverso, ma "Mi chiamo Lucy Barton" è stata un’ulteriore conferma di quanto mi piaccia la penna di Elizabeth Strout e di quanto continuerò a leggere i suoi libri prossimamente.

Qual è il vostro romanzo preferito dell’autrice?

martedì 26 maggio 2026

Acqua sporca

Seconda lettura nella dozzina del Premio Strega di quest’anno, "Acqua sporca" di Nadeesha Uyangoda, pubblicato da Einaudi, si è rivelato molto più nelle mie corde rispetto a "I convitati di pietra" di Michele Mari.

Ambientato tra lo Sri Lanka e l’Italia, racconta la storia di diverse generazioni di donne della stessa famiglia, tra chi è nata e cresciuta in Sri Lanka, chi ha lasciato il paese da adulta per emigrare e vivere una vita di lavoro duro e di sacrifici scegliendo poi di ritornare in patria una volta raggiunta l’età della pensione, e chi invece era molto piccolo quando è arrivato in Italia e non ha un vero rapporto con il proprio paese d’origine, ma sente la propria identità sempre in qualche modo divisa.

Il primo è il caso delle sorelle di Neela, che possiamo considerare la protagonista e di alcune delle sue nipoti. Lei invece ricopre il secondo ruolo e sua figlia Ayesha, l’altra protagonista di questo romanzo anche se le voci narranti sono più numerose, si trova nella terza posizione.

Moltissimi sono gli argomenti interessanti e fonti di riflessione in questo romanzo, dove si percepisce immediatamente quanto l’autrice sia informata e consapevole sui temi del lavoro, della migrazione e la questione razziale. Si parla del lavoro di cura, delle donne che scompaiono nelle case dove svolgono un lavoro al limite della schiavitù, annullandosi in una dimensione domestica che coincide con quella lavorativa. Si racconta la difficoltà dei migranti alienati dalla stanchezza e dallo sfruttamento che spesso per questo ricorrono alle dipendenze, come nel caso del marito di Neela; infine si riflette su come la propria origine spesso sovrasti qualunque altro aspetto del sé, generando nel prossimo aspettative riguardo chi dobbiamo essere - come nel caso del lavoro creativo di Ayesha, che in qualche modo deve sempre rifarsi al paese natale.

Elemento di grande interesse è anche la cultura dello Sri Lanka, paese di cui non avevo mai letto, con le sue numerosissime leggende e tradizioni che danno un tocco di realismo magico a questa narrazione che per il resto è estremamente ancorata alla concretezza.

Se ho trovato un difetto in questo libro, di cui però ho amato molto i contenuti e la scrittura, è l’abbondanza: di temi, di voci e di personaggi che in un numero contenuto di pagine sono così tanti da non essere tutti approfonditi come avrebbero meritato, e forse per questo avrebbero potuto essere un pochino ridotti.

La voce di Uyangoda è stata comunque un’ottima scoperta: questo è il suo primo lavoro di narrativa, ma ha scritto testi di non fiction prima di questo, che leggerò prossimamente.

Quali candidati al Premio Strega di quest’anno avete letto o vorreste recuperare?

lunedì 25 maggio 2026

Cartilagine

Temevo di non poter essere imparziale trovandomi a leggere e a raccontare "Cartilagine", romanzo d’esordio di Giulio Iovine, giulioprimodelmesozoico, una delle mie persone preferite in assoluto, pubblicato da Accento edizioni. L’ho avvicinato con un certo timore perché il fantastico non è la mia cifra, ancorata come sono alla lettura di storie vere o quanto più realistiche possibili, invece l’ho iniziato una domenica mattina e non sono riuscita a staccarmene finché non l’ho portato a termine.

"Cartilagine" parte da una premessa che richiede una totale sospensione dell’incredulità: una situazione in cui vittime com'è attuale del riscaldamento dei mari e della pesca indiscriminata, gli squali, pur di sopravvivere si trasformano in esseri umani e si ritrovano a vivere tra noi. È questo che accade ad Onoria che ha una cinquantina d’anni ed è incinta per l’ennesima volta, e per scampare alle troppe minacce del mondo marino sceglie la strada della terraferma. Qui sul litorale ligure incontra Zanardi, un diciottenne appassionato di squali e di Andrea Pazienza, e che nonostante sia alle prese con la propria adolescenza e il senso di vuoto da cui si sente costantemente oppresso è subito attratto da lei.

I capitoli sono alternati tra il punto di vista di Onoria e di Zanardi: lei narra in prima persona e ci fa immergere nella sua prospettiva peculiare che prende confidenza con il proprio corpo da due-gambe polmonato, per il quale prova un certo risentimento, fiera com’è della propria identità di pesce e di predatore. In terza persona invece viene data a voce a Zanna, che sia con Onoria o in mezzo ai suoi coetanei in un personaggio che spesso intenerisce, ma che difficilmente può tenere il passo con quella gran protagonista della sua amata!

Insomma, "Cartilagine" sembra un'atipica storia d'attrazione e d’amore, ma vi è una tensione strisciante mentre per Onoria è impossibile rinunciare alla propria natura [e non cedere alla tentazione di tutti quegli esseri umani indifesi nelle acque marine per una volta pronti a diventare vittime al posto dei suoi consimili] e vi confesso che io ho decisamente tifato per lei...

"Cartilagine" è un romanzo che saprà stupirvi, che vi farà ridere di cuore, che commuoverà i più teneri e risveglierà i lati più crudeli di chi tanto tenero non è. Lascia anche così tante possibili storie in sospeso che ho cominciato a sperare in un seguito!