Quest’anno più che nei precedenti ho deciso che a guidare la scelta delle mie letture deve essere il desiderio del momento. Certo continuo a stilare liste e programmi, perché è un’attività che mi diverte molto, ma non voglio che queste condizionino davvero la mia scelta e anzi, lascio che siano i titoli a chiamarsi l’un l’altro attraverso dei collegamenti spontanei per autore, argomento e così via. Ho già letto un fumetto qualche tempo fa scritto da Francesca Mannocchi che raccontava la situazione libica, e inevitabilmente toccava l’argomento del traffico di esseri umani; ora con "Perché ero ragazzo" di Alaa Faraj sono tornata alla questione -e a questo seguiranno altri titoli in qualche modo connessi.
Testo autobiografico scritto direttamente in italiano da Faraj dopo una decina di anni in Italia e pubblicato da Sellerio senza che la lingua fosse stata più di tanto rimaneggiata, "Perché ero ragazzo" racconta la decisione di Faraj 19enne che davanti alla difficoltà di trasferirsi in Europa per avviare una carriera da calciatore e intraprendere lo studio dell’ingegneria decide di seguire due amici e partire in barca nel Mediterraneo alla volta dell’Europa. Unici passeggeri libici a bordo di quella che diventerà tristemente famosa come la nave di Fuocoammare, sulla quale morirono quasi 50 persone asfissiate all’interno della stiva, una volta arrivati in Italia Faraj e i suoi amici furono tradotti in carcere con l’accusa di immigrazione clandestina e omicidio colposo e condannati a trent’anni prima che avessero quasi il tempo di rendersene conto, in un processo pieno di difetti a dir poco frettoloso, nella spasmodica ricerca di un colpevole.
Da allora ha sempre protestato per la propria innocenza, ha richiesto la revisione del processo senza che questa gli venisse concessa e recentemente ha ottenuto la grazia parziale dal presidente della Repubblica, mentre già presentava in diverse località d’Italia il suo titolo composto dalla narrazione che vi dicevo e dalle lettere scritte alla professoressa di filosofia del diritto Alessandra Sciurba, conosciuta in un laboratorio in carcere, che lo ha convinto proprio a dedicarsi a quest’opera.
Non vi consiglio l’opera di Faraj per il suo valore letterario, sebbene trovi ammirevole come abbia realizzato un simile apprendimento dell’italiano in una decina scarsa di anni e senza mai uscire da un penitenziario -all’interno del quale invece di farsi divorare dalla rabbia si è dedicato allo studio e a tutte le attività a cui ha avuto la possibilità di partecipare.
Quello di Farage è un libro importante perché ci parla della giustizia e di come troppo spesso essa venga messa da parte quando la migrazione è di per sé un fatto criminalizzato, e ci fa riflettere su quante persone potrebbero affollare le carceri italiane in circostanze simili a quelle del protagonista e autore. Ho trovato coraggiosa la scelta della casa editrice di dare alle stampe questo libro, che spero otterrà una crescente visibilità perché è una lettura che ha molto da dirci, tanti elementi per farci pensare, specialmente in questo buio momento storico in cui le morti in mare non fanno più notizia, e chi lo attraversa è indesiderato quando approda.
Qual è l’ultima storia vera che avete letto?






