Le storie familiari sono da sempre la mia zona di comfort, e quando ruotano attorno a dei protagonisti fragili ed imperfetti lo sono ancora di più. Sono il genere che leggo più di frequente e raramente ne rimango delusa; ne fa parte anche “La figlia preferita” di Morgan Dick, pubblicato da Fazi editore, che mi ha regalato ore di lettura coinvolgenti e nel mio elemento.
Collezione di Storie
martedì 28 luglio 2026
La figlia preferita
Il mondo a metà
Avevo già letto anni fa un libro di Cristina Henriquez “Anche noi l’America”, pubblicato da NN editore, che mi era piaciuto molto perché dava voce a chi negli Stati Uniti non è nato ed è considerato un cittadino di serie B, pur essendo a tutti gli effetti parte della nazione.
“Il mondo a metà” è il romanzo d’esordio dell’autrice ed è ambientato tra Chicago e Panama. Ha per protagonista Miraflores, una studentessa universitaria che quando la madre si ammala di Alzheimer scopre delle lettere scritte alla donna dal padre che lei non ha mai conosciuto, e che sua madre aveva lasciato a Panama dopo averla concepita mentre lei faceva ritorno negli Stati Uniti.
Vita sommersa
Gramma Feltrinelli è uno dei marchi editoriali che al momento mi interessano di più. Ho inserito nella mia lista desideri diversi titoli, dopo aver letto "Gli antropologi" a cui è seguito "Vita sommersa", romanzo di Tara Menon di cui ho sentito il richiamo non appena letta la trama.
Come ormai saprete le storie di amicizia e di perdita mi toccano profondamente da vicino e in qualche modo le ricerco, perché mi fanno sentire compresa e meno sola in una sensazione che dopo anni continua ad accompagnarmi con la stessa intensità.
La perdita di Arielle, la sua migliore amica, accompagna Marissa, la protagonista di questo breve ed intenso romanzo, da quando lo tsunami che nel 2004 ha devastato le coste della Thailandia gliel’ha portata via.
Le due, cresciute insieme su un’isola delle Andamane dove hanno osservato la fauna oceanica, chiamato per nome le mante, trascorso innumerevoli giornate tra la barriera corallina e la spiaggia, sono diventate adolescenti insieme e la separazione ha lasciato in Marissa un vuoto e un dolore impossibili da superare. Mentre più di dieci anni dopo un uragano sta per colpire New York, dove la ragazza si è trasferita non sopportando il restare in quel luogo dove tutto le parlava della mancanza di Arielle, Marissa si muove per le strade, sentendo sempre la presenza della sua migliore amica e il richiamo potente di quell’acqua devastante che sta per circondarla.
"Vita sommersa" è un romanzo pieno di natura, di meraviglia e di dolore. È un romanzo che si interroga sull’elaborazione del lutto quando questo non ha un nome con cui essere chiamato, perché non rende orfani, non rende vedovi, ma rende comunque profondamente soli e toglie il fiato per quanto sembri impossibile il suo superamento.
Sta a lungo da sola Marissa, perché nella sua solitudine sente la presenza di Arielle, e in questo romanzo immerso nelle acque thailandesi, nella cucina tipica di quel paese, nelle ricerche scientifiche condotte dal padre di Melissa e dai suoi colleghi che ci guidano alla scoperta di un meraviglioso mondo sottomarino sempre più minacciato dall’uomo, mi sono più volte commossa, ma allo stesso tempo mi sono sentita a casa per come l’autrice abbia trovato le parole per descrivere qualcosa che mi sembra ancora così atroce da non saperlo nominare.
L’ho trovato un bellissimo romanzo d’esordio, in cui ognuno potrà trovare il proprio livello di lettura o gli aspetti che più lo interessano, e un’ulteriore scoperta che mi convince a continuare ad approfondire questo recente marchio editoriale.
Avete già letto qualche titolo pubblicato in questa collana?
La polvere che respiri era una casa
"La polvere che respiri era una casa" di Eleonora Daniel, pubblicato da Bollati Boringhieri è un romanzo che purtroppo ho trovato al di sotto delle mie aspettative. Gli argomenti al centro di questa storia sono nelle mie corde: in primis la storia di una coppia, della costruzione della loro relazione ed il momento in cui si rendono conto che questa non potrà più andare avanti -una presa di coscienza silenziosa, graduale come lo sono tutte le fini degli amori, non per forza legate alla mancanza di un sentimento reciproco. Il fattore scatenante qui è l’impossibilità di concepire un figlio desiderato, per il quale scrivono racconti e che immaginano nella sua vita futura.
Nonostante avrebbe potuto essere molto approfondito il tema della ricerca della genitorialità resta in superficie: c’è qualche accenno sì all’esecuzione di esami clinici, a dei risultati mai comunicati -capiamo che Margherita è profondamente turbata dallo stato delle cose ma non condivide con Riccardo questo turbamento e questo inevitabilmente porta al deteriorarsi del loro rapporto. Fin qui tutto ok, anzi un argomento sempre attuale che può portare a tutti spunti di riflessione.
La scrittura ha dei guizzi interessanti, come dei paragrafi scritti per accumulo, e i suoi protagonisti, seppure non molto caratterizzati, sono credibili. Dalla metà in poi però la scrittrice ricorre ad un gesto eclatante per spezzare l’equilibrio della coppia che si era trincerata nel silenzio e nella negazione, un gesto che mi ha ricordato la protagonista di Malefica che però Nicole Trevisan aveva costruito in modo tale da rendere coerente un simile episodio con il suo personaggio, mentre non si può dire lo stesso di Margherita che fino a quel momento era decisamente più evanescente.
Ci sono poi i racconti che nominavo prima, che gli aspiranti genitori scrivono pensando agli elementi naturali. Di per sé non ci sarebbe nulla di male, ma i racconti sono lunghi e poco interessanti, soprattutto nei punti del testo in cui vengono inseriti e in cui il lettore sta aspettando uno sviluppo alla relazione tra i protagonisti che tarda ad arrivare. Ci sono poi degli elementi che sembrano inseriti solo per sbloccare la storia, come una seconda casa in Normandia raggiungibile solo in determinate circostanze delle maree, di cui nessuno sembra ricordarsi finché non diventa necessaria la sua entrata in scena.
Se quindi l’argomento centrale di questo libro continua a sembrarmi interessante e potenzialmente rilevante per un'enorme platea di lettori, purtroppo la sua esecuzione non mi ha soddisfatto e non mi sento in tutta coscienza di consigliarvene la lettura. Sarei però curiosa di confrontarmi con qualcuno che lo abbia letto e volesse portarmi un parere differente in proposito!
Qual è l’ultima lettura di cui non siete rimasti soddisfatti?
giovedì 16 luglio 2026
L'illuminazione del susino selvatico
Finalista all’International Booker Prize del 2020, “L’illuminazione del susino selvatico” di Shokoofeh Azar, pubblicato da Edizioni E/O, era nella mia libreria da oltre cinque anni e più volte avevo preso in considerazione l’idea di cominciarlo, dando poi sempre la precedenza ad altri titoli. Finalmente è arrivato il suo momento, anche se dopo tanta attesa avrei sperato in una folgorazione maggiore!
I protagonisti sono i membri di una famiglia che seguiamo da prima della rivoluzione del 1979 e nei successivi decenni. Si tratta di una famiglia iraniana che vivrà numerosissimi lutti e difficoltà, dal primogenito che sarà vittima di un’esecuzione politica, la figlia che sarà data per errore alle fiamme insieme agli strumenti musicali del padre e all’unica superstite, che subirà una metamorfosi difficile da comprendere, trasformandosi in una creatura acquatica mentre la madre -colei che vive l’illuminazione sul susino della casa- si allontanerà per lungo tempo da quell’abitazione, dove i fantasmi convivono con i vivi, per poi farvi ritorno al termine della sua esistenza.
L’elemento chiave è proprio questo realismo magico in cui le anime di coloro che hanno perso la vita rimangono costante in costante dialogo e contatto con i sopravvissuti e dove è del tutto plausibile che i jinn abbiano conseguenze sulla vita delle persone: il confine tra realtà e fantasia è per il lettore quasi indistinguibile.
C’è dunque moltissima creatività in questo romanzo, c’è tutta la tradizione del folclore orientale, ma ci sono anche dolorose prese di coscienza sulle atrocità del regime e sulla mancanza di libertà dello stato iraniano.
“L’illuminazione del susino selvatico” è un testo senz’altro interessante e originale, che l’autrice non ha avuto la possibilità di scrivere in patria -è infatti rifugiata in Australia. Al tempo stesso devo dire che non ha fatto del tutto al caso mio dal momento che mi trovo più a mio agio con le narrazioni aderenti alla realtà e avrei preferito un maggiore bilanciamento tra gli elementi fantastici e quelli più concreti.
Sono comunque contenta di aver finalmente dato a questo romanzo la sua possibilità che meritava dopo tanto tempo e mi auguro che prima o poi tutti i lungo soggiornanti sui miei scaffali abbiano la stessa occasione. Ora mi piacerebbe leggere a breve “Nel cuore del gatto”, dove gli argomenti sulla dittatura in Iran che qui sono soltanto accennati credo trovino spazio in una maniera a me più congeniale.
Qual è l’ultimo testo di letteratura iraniana che avete letto?
Il comandante del fiume
Desideravo leggere qualcosa di Ubah Cristina Ali Farah da tempo e ho approfittato di alcuni reminder della casa editrice 66thand2nd per acquistare due titoli. Il primo che ho letto è “Il comandante del fiume”, che mi è sembrato esattamente il mio genere di lettura ed infatti lo è stata.
Incontriamo Jabar in un momento di crisi, in cui per ragioni che non conosceremo fino alla fine del libro si trova in ospedale con un grave danno all’occhio di cui non vuole rivelare l’origine nemmeno ai suoi medici. Mentre è ricoverato, riflette sulle recenti esperienze, per esempio sul fatto che sua madre lo abbia mandato a Londra a conoscere la sua famiglia come una sorta di punizione per la bocciatura e qui si è ricongiunto a una comunità somala dalla quale in Italia è piuttosto lontano, nonostante sia cresciuto con i racconti della tradizione. In particolare lo accompagna quello del “comandante del fiume”, in grado di impegnarsi per la pace comune, dominando i propri istinti e desideri di potere, che tiene la popolazione al sicuro dai coccodrilli. In questa figura fiabesca Jabar ha sempre immaginato suo padre del quale da tempo non sa nulla, anche se dentro di sé conosce la verità, ma ha cercato di negarla a se stesso.
[Il padre infatti è tornato in Somalia, lasciando a Roma il figlio e la moglie; ha partecipato alla guerra civile tra i clan e si è macchiato dell’imperdonabile morte del cognato che gli si era rivolto, sperando che potesse aiutarlo ad uscire dal paese ma che invece appartenendo ad un clan differente, aveva trovato la morte consegnandosi a lui e ai suoi alleati. Di questo è ritenuta responsabile dalla famiglia anche la madre di Jabar, che mandando a Londra il figlio a ricongiungersi con i parenti spera che questo possa contribuire ad essere perdonata, mentre per il ragazzo l’esperienza inglese si rivela intollerabile dal momento che lo mette davanti a questa verità che non si sente pronto per accettare.]
“Il comandante del fiume” quindi è una storia di formazione ed identità, in cui un ragazzo si sente se stesso quando si trova tra i pari del suo stesso colore, ma non è tra di loro che ha stabilito le proprie amicizie. È un romanzo che ci ricorda i forti legami tra l’Italia e la Somalia coloniale e riporta l’attenzione alla guerra civile in un paese del quale si parla ben poco.
È stato un ottimo primo incontro con l’autrice, con il suo protagonista ben costruito e convincente, e sono contenta di essermi già procurata “Le stazioni della luna” che dovrebbe essere maggiormente concentrato sulla Somalia piuttosto che su coloro che ne sono fuoriusciti.
Qual è l’ultima autrice che avete letto per la prima volta?
domenica 12 luglio 2026
La clausola del padre
Dell’autore svedese Jonas Hassen Khemiri avevo già letto i primi due libri portati in Italia: il primo pubblicato da Iperborea, “Tutto quello che non ricordo”, e il secondo da Einaudi “Chiamo i miei fratelli”. Di recente è uscito un titolo di cui si sta parlando molto, “Le sorelle” che ho tutta l’intenzione di leggere, ma prima ho deciso di recuperare “La clausola del padre”, che possedevo già e aspettava il suo momento.
Si tratta di un romanzo dalla struttura molto originale, dove i personaggi non hanno nome, ma sono definiti come segue: un padre che è anche un nonno, un figlio che è anche un padre oppure un fratello, una sorella che è anche una madre e così via, in virtù delle relazioni familiari che sono al centro di questa narrazione.
L’aspetto più interessante è rappresentato dal fatto che non vi è in questa storia un’unica versione del racconto, bensì ogni evento viene narrato da tutti i punti di vista coinvolti che inevitabilmente lo interpretano a seconda del proprio ruolo e della propria sensibilità.
Se quindi il figlio si sente trascurato e poco compreso da suo padre, il padre percepisce le proprie difficoltà ad entrare in contatto con lui e con la sorella, e prova sensi di colpa per come abbia perso la sua primogenita a causa della dipendenza dalla droga e poi dell’AIDS. Allo stesso modo il figlio che è anche un padre si impegna molto nella cura dei bambini, trovandosi in congedo di paternità, ma solo attraverso lo sguardo della sua ragazza che è anche una madre percepiamo le sue tante manie di controllo e di perfezionismo e il carico mentale che viene inevitabilmente riversato sulla donna.
È un gioco di specchi “La clausola del padre”, in un incomunicabilità che fa parte di così tante famiglie e l’autore è bravissimo nel farci immedesimare in un punto di vista prima e nel successivo immediatamente dopo, in modo che non si abbia mai un vero preferito, ma anzi si osservi la storia da tutte le angolazioni possibili -compreso un capitolo meno aderente alla realtà degli altri dove proprio alla figlia scomparsa viene data voce, nel passaggio più struggente del romanzo.
Ho trovato questa narrazione originale e ben calibrata, senza eccessi nella parte drammatica e senza elementi poco credibili. Il ritmo iniziale è piuttosto lento perché bisogna entrare in questa dinamica in cui la quotidianità viene narrata in ogni dettaglio e richiede un po’ di pazienza per ingranare e sentirsi coinvolti, ma una volta familiarizzato con i personaggi lo si legge d’un fiato fino alla fine.
Per me è stata un’ulteriore conferma di quanto la scrittura di quest’autore sappia stupirmi e ogni volta mi piaccia, e ora la mia curiosità nei confronti de “Le sorelle” è anche aumentata!
Tendete anche voi come me a recuperare la bibliografia completa degli autori che vi colpiscono?
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