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mercoledì 12 novembre 2025

I cinque misteri dolorosi di Andy Africa

Romanzo d'esordio dello scrittore nigeriano Stephen Buoro, "I cinque misteri dolorosi di Andy Africa" è l'ennesimo titolo del catalogo Atlantide capace di stupirmi.

Lontanissimo dalla retorica, dal pietismo e dai luoghi comuni che fin troppo spesso si incontrano nei testi ambientati in Africa subsahariana, in questo romanzo ambientato nel sud della Nigeria incontriamo un protagonista adolescente, l'Andy del titolo, alle prese con la sua età e la sua fascinazione per le ragazze dai capelli biondi. Ingenuo e pieno di vita, amante dei libri e legatissimo ai suoi amici, Andy non conosce l'identità di suo padre [si scoprirà poi essere figlio d'incesto, dovuto alla violenza del gemello della madre su di lei] e vive con una madre fotografa dal carattere forte. 

Attorno a lui ci sono rivolte e scontri tra cristiani e musulmani, arresti degli studenti e violenze da parte della polizia: li osserviamo dal suo sguardo che spesso non è in grado di interpretare i significati politici, ma semplicemente li subisce, stanco di ciò che lo circonda e già impegnato a sognare il Viaggio, che oltre il deserto e il Mediterraneo lo porterà all'Europa. Nel mentre vive il suo primo amore, totalizzante come solo gli amori alla sua età lo sono, ma anche inevitabilmente capace di deludere [Eileen, la nipote inglese del pastore della chiesa, con i suoi tanto idealizzati capelli biondi, si rivela poi piuttosto spinta nell'approccio fisico e legata a lui solo superficialmente]. 

Andy scrive poesie al fratellino venuto al mondo senza vita, e il romanzo ne è pieno; è un testo ricco di termini in ososo, hausa, igbo, talvolta in arabo, che trasmette la pluralità delle voci della Nigeria e la varietà stilistica dell'autore. Ci sono anche tante citazioni letterarie e cinematografiche, da Kafka a Harry Potter passando per Arancia Meccanica.

"I cinque misteri dolorosi di Andy Africa" è un libro pieno di momenti drammatici [l'aggressione subita dalla madre che porterà alla sua disabilità prima e alla sua morte poi, la scoperta dell'incesto, la partenza per l'Europa che chiude il libro in cui Andy e i suoi amici vengono abbandonati nel deserto], ma la voce del protagonista è ironica, fresca, sempre pronta a sdrammatizzare e lanciarsi nella prossima avventura con la stessa fiducia e speranza.

Sebbene all'inizio abbia fatto un po' fatica ad ingranare nella lettura, pagina dopo pagina mi sono affezionata ad Andy e ho apprezzato moltissimo questo libro, che vi consiglio se siete alla ricerca di un titolo originale nel panorama dei testi africani che arrivano nelle nostre librerie.

Quali autori nigeriani conoscete?

venerdì 7 febbraio 2025

Tremore

Ho acquistato "Tremore" di Teju Cole, pubblicato da Einaudi, poco dopo l'uscita, incuriosita da articoli di giornale in cui se ne parlava in termini entusiastici. Io invece, lo confesso, mi sono sentita parecchio ignorante e non tanto coinvolta da questa lettura!

Si tratta di un testo estremamente originale, che definire un romanzo non mi pare appropriato: è infatti composto da otto capitoli, che dapprima sembrano avere un protagonista molto presente (Tunde, un professore di storia dell'arte che dalla Nigeria è emigrato negli Stati Uniti, che ha una moglie di origini giapponesi e una passione per la musica) ma poi prendono una deriva sempre più concentrata su altro.

Sin dall'inizio gli argomenti trattati in questo testo sono variegati: la storia degli Stati Uniti a partire dal genocidio dei popoli nativi e dalla schiavitù, l'appropriazione culturale dei manufatti dei popoli non europei, un prolifico serial killer americano, le opere d'arte, la musica. Il capitolo cinque poi costituisce una vera e propria lezione a sé, incentrata sul quadro di Turner "La nave negriera", per poi passare ad un sesto capitolo che è un mosaico di voci da Lagos, dalle più modeste alle più colte e abbienti, dalle più spregiudicate alle più conservatrici, e un settimo più breve, sempre dedicato alla città.

"Tremore" è un testo in cui Tunde va sparendo, per ricomparire nell'ultimo capitolo in una sorta di chiusura del cerchio, tornando negli Stati Uniti e riprendendo il tema della fotografia (elemento autobiografico, in quanto Cole per primo è fotografo). Qui la scrittura passa alla prima persona, dopo la terza dominante, intervallata solo in qualche frase dalla seconda, rivolta ad un caro amico perduto. 

Nel corso di "Tremore" ho tenuto il motore di ricerca di Google sempre a portata di mano, per visualizzare le opere d'arte mentre ne leggevo la descrizione, oppure per ascoltare su YouTube brani musicali di cui non conoscevo l'esistenza. Ho avuto l'impressione che Cole si rivolgesse ad un pubblico di lettori più colti di me, e se da un lato questo ha stimolato la mia curiosità, dall'altro mi ha fatta sentire un po' a disagio nel non sentirmi coinvolta da queste pagine. 

Ho trovato questo libro un collage di spunti, di temi interessanti e da approfondire, nell'insieme però non una lettura fluida quanto avrei sperato. Uno di quei casi in cui però mi viene da dire che il problema "non è lui, sono io"...

Qual è stato l'ultimo libro che non vi ha convinti del tutto?

mercoledì 12 aprile 2023

Ragazza

Prima di leggere "Ragazza" di Edna O'Brien, pubblicato da Einaudi, mi sono posta una domanda: è lecito che un'autrice irlandese, per quanto si sia documentata, scriva un romanzo per testimoniare il rapimento delle ragazze nigeriane da parte dei fondamentalisti di Boko Haram avvenuto nel nord-est del paese nel 2014?


Titolo: Ragazza
Autrice: Edna O'Brien
Anno della prima edizione: 2019
Titolo originale: Girl
Casa editrice: Einaudi
Traduttrice: Giovanna Granato
Pagine: 190

Mi ero chiesta una cosa simile prima di leggere il romanzo "Io non mi chiamo Miriam" di Majgull Axelsson, pubblicato da Iperborea, che per protagonista aveva scelto una sopravvissuta all'olocausto del popolo rom. Nel caso di Axelsson, il romanzo mi era sembrato poi un testo eccellente, del tutto rispettoso e capace di ricordare tante vittime dimenticate. 

Qui la resa non è altrettanto efficace, ma è innegabile che delle vittime di quel rapimento di quasi dieci anni fa si sia smesso di parlare da tempo almeno sui media nostrani, e anche solo per questo ho apprezzato "Ragazza". Un altro aspetto molto interessante che il romanzo pone è quello del reinserimento delle vittime una volta riottenuta la libertà, e del posto in società da trovare per i figli nati dagli abusi subiti dalle donne.

La sua protagonista, Maryam, viene rapita appena adolescente ed è vittima di ogni sorta di violenze e brutalità; viene costretta al matrimonio e da quest'unione nasce Babby, a cui fatica ad affezionarsi per via di ciò che rappresenta. Quando le due riescono a scappare, davanti a loro si prospetta comunque un'interminabile serie di difficoltà: dalle insidie della giungla, al pregiudizio e al rifiuto della comunità a cui Maryam apparteneva. 

Lo stile che dà voce a Maryam in prima persona è molto particolare, mescola continuamente il tempo presente a quello passato, trasmettendo bene la confusione e il disorientamento della ragazza. Le fonti, locali, hanno di certo informato molto bene l'autrice, che prima di scrivere questo testo ha trascorso diverso tempo in Nigeria incontrando vittime, volontari e religiosi del luogo.

Nel complesso ho trovato quest'opera degna di nota per il tema, molto trascurato e rimosso, che tratta. Credo che ci siano però romanzi dell'autrice a cui deve la propria notorietà, e sono consapevole di aver iniziato da un'opera minore!

Qual è l'ultimo testo ispirato a eventi reali che avete letto?

sabato 23 luglio 2022

Americanah

Il più recente romanzo dell’autrice di origini nigeriane Chimamanda Ngozi Adichie, "Americanah" (sempre pubblicato da Einaudi) è per me un’ennesima conferma del suo talento.


Titolo: Americanah
Autrice: Chimamanda Ngozi Adichie
Anno della prima edizione: 2013
Casa editrice: Einaudi
Traduttore: Andrea Sirotti
Pagine: 494


Se il suo esordio "L’ibisco viola" non mi era dispiaciuto e invece il successivo "Metà di un sole giallo" mi aveva entusiasmata, questa terza lettura è all’altezza della seconda: un romanzo di quasi 500 pagine che non annoia mai e che anzi mi ritrovavo a voler leggere in ogni momento libero a disposizione, come non mi capitava da qualche tempo. 

Seguiamo due protagonisti: quella a cui sono dedicate più pagine è Ifemelu, una giovane donna che emigra dalla Nigeria agli Stati Uniti lasciandosi dietro il fidanzato Obinze, che è l’altro personaggio principale di questa narrazione. 

Antonello Venditti cantava "certi amori non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano": è proprio questo il caso dei nostri due personaggi, il cui legame non sembra affievolirsi nonostante le loro strade si separino per lungo tempo. Se lei negli Stati Uniti riesce ad ottenere un discreto successo sia in campo sentimentale sia professionale, lui in Inghilterra non riesce ad ottenere i documenti in regola e viene così rimpatriato, per ottenere la propria realizzazione solo una volta tornato in Nigeria -la stessa patria che all’inizio del romanzo scopriamo essere la destinazione prescelta anche da lei, nonostante appunto la stabilità ottenuta oltreoceano. 

Non aspettatevi però soltanto un racconto passo passo delle vicende dei nostri due personaggi, perché "Americanah" è soprattutto un'attuale, interessantissima riflessione sul concetto di razza e sul concetto di essere neri in Africa o altrove: se in Nigeria infatti la questione razziale non esiste per la protagonista, in quanto sono tutti neri come lei, diventa il centro del suo blog e delle sue acutissime osservazioni una volta emigrata. C’è molto bisogno di leggere riguardo questi temi quando è un’autrice nera a scriverne, sebbene il concetto di afroitalianità non sia ancora così diffuso e nel nostro paese la pelle nera sia quasi sempre associata al concetto di immigrazione: i mutamenti del nostro tempo rendono necessario un aggiornamento del nostro punto di vista, un superamento dei nostri preconcetti e l’immedesimazione nei panni di qualcun altro che sappia autonarrarsi come questa protagonista. 

Gli spunti per mettersi in discussione all’interno di questo libro sono davvero tanti e credo sia fondamentale riflettere sul nostro privilegio bianco che diamo sempre troppo per scontato: già questo è a mio parere un’ottima ragione per leggere "Americanah", ma se non siete particolarmente interessati al tema sappiate che è anche una storia di formazione davvero appassionante, dove trovano spazio storie d’amore, allontanamenti, amicizie che vanno e che vengono e personaggi secondari ai quali non potrete che affezionarvi -primo tra tutti il nipote di Ifemelu, Dike. 

Credo che per me questa lettura rientri tra le migliori dell’anno: mi ha trasportata in Nigeria e negli Stati Uniti, ma soprattutto la scrittura tagliente dell’autrice, che non risparmia nessuno, che non ha paura di evidenziare difetti e ipocrisie, mi ha tenuta incollata alle pagine -inevitabilmente anche per la curiosità di sapere se i due protagonisti si sarebbero ritrovati, e inutile dirvi quanto sia stata contenta del lieto fine dopo i tantissimi compromessi e le sofferenze a cui entrambi sono stati costretti, specialmente nella loro esperienza migratoria. 

Sebbene profondamente inserito in un contesto americano (memorabile è la parentesi sulle elezioni di Obama a presidente, ma numerosi sono anche riferimenti ai college e allo stile di vita statunitense) è un romanzo che anche ad un lettore europeo potrà dare tanto, perché l’autrice è bravissima a raccontare una storia e ad osservare la società che la circonda, inserendo gli elementi di costume in un romanzo che ha anche una notevole base autobiografica. 

In conclusione è un romanzo che mi sento assolutamente di consigliarvi e credo che se non avete mai letto nulla dell’autrice potrebbe essere anche un ottimo punto di partenza, per approfondire poi con "Metà di un sole giallo", che è dal punto di vista storico e geografico più focalizzato sul contesto africano. 

Qual è il vostro titolo preferito dell'autrice?

venerdì 1 luglio 2022

La ladra di parole

"La ladra di parole" di Abi Daré, pubblicato da Editrice Nord, è un romanzo che forse non avrei comprato temendo una storia troppo simile ad altre già sentite. Invece mi è stato regalato e sono contenta di avergli dato una possibilità! 


Titolo: La ladra di parole
Autrice: Abi Daré
Anno della prima edizione: 2020
Titolo originale: The Girl With the Louding Voice 
Casa editrice: Nord
Traduttrice: Elisa Banfi
Pagine: 368


Prima di esprimere il mio parere ho cercato delle opinioni di lettori nigeriani su Goodreads, in modo da rendermi conto se la storia narrata fosse in qualche modo eccessiva. Nessuno di loro l'ha trovata poco realistica e questo è un aspetto molto importante nel valutare la lettura che ho fatto! Un difetto che però tutti i lettori nigeriani evidenziano è quello dello stile, e in parte si percepisce anche in traduzione: l’autrice scrive in quello che definisce "Broken English" ovvero l’inglese della popolazione nigeriana meno alfabetizzata. In verità pare che lo stile non rispetti il modo di parlare che vorrebbe riprodurre e anche nella traduzione italiana il linguaggio non sembra sempre naturale o realistico nella sua sgrammaticata essenzialità. 

Superato questo ostacolo però "La ladra di parole" è senz’altro una storia di formazione molto emozionante. La sua protagonista ad appena 14 anni viene costretta ad un matrimonio forzato con un uomo poligamo da suo padre, che usa il cosiddetto prezzo della sposa per pagare l’affitto e comprarsi ciò che gli serve. Da qui per lei iniziano anni di estrema difficoltà, dove la spinta che le permette di sopportare e sopravvivere è il desiderio di istruzione che non viene mai meno, come una bussola nelle sue azioni. 

I temi sono quindi dolorosi ed importanti. Passiamo dai matrimoni precoci alla violenza  domestica e sessuale fino alla vera e propria schiavitù, quando la protagonista si trova a lavorare come domestica priva di ogni diritto. Il fatto che i lettori che meglio conoscono il contesto in cui il libro è ambientato non abbiano evidenziato alcun eccesso nelle tante sofferenze della ragazzina mi ha molto colpita, perché se dapprima pensavo che  le sue difficoltà fossero state talvolta portati all’estremo a beneficio del romanzo mi è parso chiaro che invece nella condizione della protagonista ci siano fin troppe ragazze del mondo. Per questo ritengo che "La ladra di parole" sia una lettura formativa e che fa riflettere su quanto si diano per scontati molti diritti del primo mondo. 

Nel complesso il libro mi è piaciuto: nella sua semplicità è una storia a cui ci si appassiona, con una protagonista a cui si vuole immediatamente bene. Ve lo consiglio se siete alla ricerca di un libro "di pancia", che vi faccia provare forti emozioni senza uno stile memorabile o ricercato. Inoltre vi piacerà se avete amato "L’educazione" di Tara Westover, che ho trovato più ripetitivo e meno stimolante di questo, ma ne condivide il messaggio e i temi di fondo seppure ambientato in un contesto geografico molto diverso.

Qual è l'ultimo libro con una protagonista femminile che avete letto?

lunedì 30 settembre 2019

Metà di un sole giallo

Chimamanda Ngozi Adichie è un'autrice che ha già fatto la comparsa su questo blog per due delle sue opere: la trascrizione del suo famoso discorso per una conferenza TED, "Dovremmo essere tutti femministi", e per il suo romanzo d'esordio, "L'ibisco viola". Avendo apprezzato molto la sua prima pubblicazione di narrativa, ho deciso di procedere in ordine cronologico con la lettura e così è arrivato il momento di quello che è forse il suo romanzo più noto.



Titolo: Metà di un sole giallo
Autrice: Chimamanda Ngozi Adichie
Anno della prima edizione: 2006
Titolo originale: Half of a Yellow Sun
Casa editrice: Einaudi
Traduttrice: Susanna Basso
Pagine: 456



LA STORIA

"Metà di un sole giallo" è un romanzo corale, che ruota attorno alle vite di due gemelle molto diverse tra loro: l'idealista Olanna e la più pratica e tagliente Kainene. Con loro conosciamo la famiglia d'origine, privilegiata famiglia nigeriana di etnia igbo, e i compagni che le due donne scelgono per la vita: l'accademico Odenigbo che ammalia Olanna con la sua sete di rivoluzione, e l'inglese Richard innamorato dell'arte africana che sceglie quella di Kainene come sua patria d'elezione.
Le vite dei protagonisti si sviluppano nel corso degli anni Sessanta del Novecento, e l'ambientazione nigeriana del romanzo fa sì che la guerra civile e la lotta per l'indipendenza del Biafra diventino sfondo ed argomento della vicenda narrata.


COSA NE PENSO

La repubblica del Biafra, nata dalla secessione dalla Nigeria, ha resistito per circa due anni e mezzo tra il 1967 e il 1970. Fu l'evento scatenante della guerra civile nigeriana, nel corso della quale il governo della Nigeria intraprese una repressione nei confronti dei secessionisti biafrani (principalmente di etnia igbo) usando come arma, oltre ai bombardamenti e ai conflitti armati, la fame -attraverso un blocco aereo, terrestre e navale.
Di questo avvenimento storico, confesso, sapevo poco o nulla. Associavo il termine "Biafra" alle carestie, ai bambini scheletrici dalle pance gonfie come palloni da spiaggia; della breve storia di questo stato non avrei saputo raccontare nulla. Uno dei maggiori pregi del romanzo della Adichie, dunque, è la sua capacità di raccontare in modo mai didascalico una pagina di storia crudele, durissima e dimenticata, almeno in Europa. 
[...] portano ignami e plantani e frutta per i soldati. Sto parlando di gente che non ha da mangiare per sé. – Ma non è un’estorsione. È la causa. – Sì, certo, la causa –. Kainene scosse la testa ma aveva l’aria divertita. – Oggi Madu mi ha detto che l’esercito è completamente disarmato.
In "Metà di un sole giallo" (immagine che fa riferimento proprio alla bandiera del Biafra) leggiamo la battaglia per l’indipendenza del popolo biafrano, raccontata con grande potenza del suo scivolare verso il declino trascinando con sé un milione di vite umane morte per fame e per malattia, oltre che per la guerra e i bombardamenti. Conosciamo dunque attraverso i personaggi di questo libro la lotta per l’indipendenza di un paese, l'orgoglio con cui il suo popolo si impegna sperando in un futuro migliore, in un futuro libero ed indipendente dalla Nigeria che tuttavia insieme alle altre potenze mondiali non ha nessuna intenzione di lasciarlo impunito.
Seppure i personaggi in primo piano sono le gemelle Olanna e Kainene, i loro compagni Odenigbo e Richard, i loro parenti e gli amici che visitano le loro case, chi ricopre il ruolo più importante è in realtà Ugwu, un ragazzo molto giovane che sin dalla prima pagina del romanzo vediamo assumere il ruolo di domestico e che quindi osserva dall’interno ma sempre con un certo distacco ciò che accade ai veri e propri protagonisti del libro, fino a diventare protagonista lui stesso. Ugwu è un ragazzo dei villaggi, nato in estrema povertà -ben diversa dagli agi a cui Kainene e Olanna sono abituate, nonostante dovranno rinunciarvi nel corso del conflitto, che assiste con meraviglia agli eventi, e che vediamo maturare pagina dopo pagina fino ad imparare e trasmettere al lettore il valore della memoria storica.  
– Sono più belli, – disse Olanna, e si rese conto di non saper spiegare in che senso i fiori freschi fossero migliori di quelli finti. Più tardi, quando li ritrovò dentro l’armadietto di cucina, non si meravigliò. Li aveva conservati Ugwu, come faceva con gli scatoloni vecchi dello zucchero, i tappi di sughero e perfino le bucce di igname. Dipendeva dall’aver avuto sempre molto poco, lo sapeva, quell’incapacità di liberarsi delle cose, a partire da quelle inutili.
Degno di nota è anche l’andamento non lineare della trama suddivisa in quattro parti che raccontano gli anni Sessanta della Nigeria, ma non lo fanno in ordine cronologico. si inizia infatti dall'inizio del decennio, per poi passare alla fine di esso e ritornare nella terza parte al principio. In questo modo l’interesse del lettore aumenta esponenzialmente poiché la storia rimane in sospeso per poi venire ripresa; ci si trova dunque a dover mettere insieme le tessere di una sorta di puzzle, trovandosi ancora più coinvolti nei risvolti delle vicende narrate.
"Metà di un sole giallo" è un romanzo carico di emozioni, una storia familiare attraverso la quale la capacissima autrice racconta la storia di una nazione. Le donne protagoniste sono coraggiose, indipendenti, donne indomabili: modelli di ispirazione e di coraggio, molto più degli uomini che le circondano, spesso vittime della disillusione, pronti a scoraggiarsi, a commettere atti dei quali si pentiranno amaramente. 
Non avevano davvero niente in comune, lei e quella maestra elementare poco più che analfabeta di Eziowelle, che credeva nelle visioni. Eppure Mrs Muokelu le era sempre parsa una di famiglia. Non c’entrava il fatto che Mrs Muokelu le acconciasse i capelli o che andasse con lei agli incontri del Servizio di volontariato femminile, o che le insegnasse come conservare le verdure; era piuttosto il senso di temerarietà che emanava dalla sua persona, una mancanza assoluta di paura che le ricordava Kainene.
"Metà di un sole giallo" è anche un romanzo sull'identità: l'identità dei popoli igbo, di quelli hausa, l'identità nigeriana e biafrana; l'identità è per natura un concetto flessibile, estremamente personale; colpisce il fatto che sia Richard, un uomo bianco, emigrato dall'Inghilterra, uno dei primi a parlare di "noi" quando l'argomento della discussione è lo stato del Biafra. 
Lei sta ancora scrivendo il suo libro, signore? – No. – «Il mondo taceva mentre noi morivamo». È un bel titolo. – Sì, è vero. Viene da una frase che ha detto una volta il colonnello Madu –. Richard fece una pausa. – In realtà, la guerra non è una storia che debba raccontare io. Ugwu annuì. Non aveva mai pensato che lo fosse.
Molti sono gli spunti di riflessione che questo romanzo offre ai lettori; di certo è la dimostrazione del grande talento della sua autrice, e per me è stata una conferma. 
Si può imparare molto da questo romanzo, e lo si fa mentre si legge d'amore, di tradimento, di passioni, lo si fa mentre ci si emoziona e ci si immedesima nelle sue tenaci protagoniste. "Metà di un sole giallo" è un romanzo che ho amato molto, e non posso fare altro che consigliarvelo.
Non lo sopporto più. Non sopporto che mi si avvicini. – Bene, – disse Kainene. – Bene? – Sì, bene. Il modo acritico in cui lo hai amato per tanto tempo era di una pigrizia e di una cecità inaccettabili. Non hai mai nemmeno voluto ammettere che è brutto, – disse Kainene. La sua bocca si atteggiò prima al sorriso, poi alla risata, e Olanna non poté fare a meno di seguirla, perché non era quello che avrebbe voluto sentirsi dire, eppure sentirlo l’aveva fatta stare meglio.

giovedì 11 gennaio 2018

L'ibisco viola

Dell’autrice del romanzo in oggetto avevo già letto qualcosa. Si trattava però di un breve saggio, trascrizione del suo discorso alla conferenza TED, “Dovremmo essere tutti femministi”. Per quanto trattasse di un tema che mi è molto caro, lo avevo trovato un po’ troppo semplicistico (ve ne ho parlato qui); ho apprezzato decisamente di più questa nuova lettura.
 



Titolo: L'ibisco viola
Autrice: Chimamanda Ngozi Adichie
Anno della prima edizione: 2003
Titolo originale: Purple Hibiscus
Casa editrice: Einaudi
Pagine: 275


 
Kambili e Jaja sono due adolescenti nigeriani, figli di Eugene, proprietario di una testata giornalistica, fervente cattolico, molto rispettato dalla comunità e decisamente benestante. Hanno a loro disposizione una grande casa, una domestica, la migliore istruzione privata; parlano l’inglese invece dell’igbo anche con i propri genitori, e sembrano due ragazzi invidiabili nel panorama di una Nigeria impoverita e minacciata dalle conseguenze di un colpo di stato.
Tuttavia non è affatto rose e fiori la vita di Kambili, Jaja e la loro madre: il padre che sembra tanto perfetto in apparenza è dentro le mura domestiche un vero e proprio padre padrone, che picchia la propria moglie procurandole ripetuti aborti, che mantiene la disciplina con il terrore e sadiche punizioni corporali, che ritiene il proprio stesso padre un eretico perché fedele alla religione tradizionale.
Così Kambili e Jaja sono due ragazzi silenziosi, fin troppo timidi. Il cambiamento arriva per loro attraverso la zia Ifeoma, donna coraggiosa ed intraprendente, vedova e madre di tre figli; i suoi ragazzi ridono, parlano a voce alta, si autodeterminano in un modo che Jaja e Kambili non avrebbero potuto immaginare prima di trascorrere con loro del tempo. La formazione della loro vera personalità avviene in questo incontro: i due fratelli scoprono se stessi, Jaja impara a far crescere l’ibisco viola, ad essere un uomo, Kambili si innamora di un pastore locale e scopre la propria femminilità, le proprie emozioni che sino ad allora aveva sempre soffocato.
Sullo sfondo però la situazione in Nigeria non fa che peggiorare, la redazione di Eugene viene attaccato anche attraverso l’omicidio dei suoi giornalisti, la benzina non si trova più, zia Ifeoma fa domanda per un visto per gli Stati Uniti dopo aver perso il suo impiego all’università… e un’altra donna, la madre di Jaja e Kambili, capisce che è giunto il momento di ribellarsi alle costanti violenze subite.


Un romanzo di formazione che ha per sfondo le tensioni di un Paese in grande sofferenza, dove la corruzione dilaga, dove la popolazione soffre; le religioni e le lingue sono influenzate dal periodo coloniale, l’inglese si mischia all’igbo, il cattolicesimo ai riti pagani. Jaja e Kambili sono due protagonisti per cui si prova grande tenerezza, per cui si parteggia, mentre Eugene è temibile, opprimente, spaventoso nella sua doppiezza. La zia Ifeoma è uno splendido personaggio femminile, che incarna l’immagine ideale della donna padrona di se stessa, lavoratrice, madre, che trova anche le risorse per occuparsi dell’anziano padre e dei nipoti a cui offre l’unica vera opportunità di una vita migliore, di una ribellione alla loro violenta figura paterna.
I personaggi e la loro eccellente caratterizzazione è l’aspetto che ho apprezzato di più questo romanzo, oltre all’intreccio tra le loro singole storie e la più grande storia dello stato africano. L’unico elemento che non mi ha completamente soddisfatta è stata la conclusione, forse un po’ affrettata (speravo di saperne di più delle vite di Kambili e di Jaja dopo la svolta avvenuta a poche pagine dalla fine). Nel complesso però è stata un’ottima lettura e mi ha convinta a continuare con i romanzi dell’autrice -il prossimo sarà, in ordine cronologico, “Metà di un sole giallo”.

venerdì 25 agosto 2017

Dovremmo essere tutti femministi

Da molto tempo desideravo scoprire quest'autrice nigeriana di cui molto si è parlato negli ultimi anni, ed ho pensato di approcciarmi al suo stile a partire da un volumetto estremamente breve, che consiste nella riscrittura di un intervento alla conferenza TED.

Titolo: Dovremmo essere tutti femministi
Autrice: Chimamanda Ngozi Adichie
Anno della prima edizione: 2014
Titolo originale: We Should All Be Feminist
Casa editrice: Einaudi
Pagine: 44

Ci troviamo davanti ad un testo di non-fiction, nel quale si ripercorrono le tappe di un processo di presa di coscienza dei propri ideali femministi. Molti degli episodi citati hanno avuto luogo in Nigeria: circostanze in cui si presume che sia l'uomo colui al quale appartiene il denaro all'interno di una coppia, in cui le donne non possono entrare da sole in ristoranti o locali, o in alberghi senza che si presuma siano prostitute.

Altri esempi sono molto vicini anche alle circostanze più occidentali: donne alla guida di grandi aziende alle quali non si perdonano comportamenti che da parte di un uomo sarebbero ritenuti legittimi, bambine da cui si pretende un atteggiamento remissivo, a cui non si concedono gesti aggressivi, da cui ci si aspetta un'innata gentilezza verso il prossimo, ragazze alle quali si ricorda costantemente l'importanza di trovare un marito.


L'intervento alla conferenza TED di Chimamanda Ngozi Adichie, avvenuto nel 2012, ha avuto un importante eco nel mondo (è stato per esempio ripreso in una nota canzone di Beyoncé ed ha fatto da apripista alle dichiarazioni dell'attrice Emma Watson) ed ha permesso all'autrice di parlare del femminismo in termini diversi da ciò che spesso viene accusato di essere.
Chimamanda Ngozi Adichie infatti ripete più volte che essere femministe non significa affatto odiare gli uomini, bensì che gli uomini stessi dovrebbero essere femministi, liberarsi dagli stereotipi che li costringono a mostrarsi forti a tutti i costi, rendendoli così sempre più fragili. Ci ricorda inoltre, in un importante passaggio, il ruolo fondamentale dell'educazione: solo un'educazione femminista impartita alle nostre figlie, così come ai nostri figli, potrà cambiare i ruoli consolidati che ancora opprimono entrambi i generi.
Questa riflessione sull'educazione è stata portata avanti da una successiva opera dell'autrice, "Cara Ijeawele", che ho intenzione di leggere prossimamente, così come sono molto incuriosita anche dai suoi romanzi. 
[Aggiornamento: qui la recensione del primo romanzo dell'autrice, L'ibisco viola]