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lunedì 12 agosto 2019

Ottanta rose mezz'ora

Tra i miei amici, pochi sono assidui lettori, ma per fortuna qualcuno c'è. Uno di questi apprezza particolarmente Cristiano Cavina e da tempo mi consiglia i suoi libri; proprio da lui viene questo prestito, che purtroppo però non ha fatto nascere in me l'intenzione di recuperare i titoli precedenti...



Titolo: Ottanta rose mezz'ora
Autore: Cristiano Cavina
Anno della prima edizione: 2019
Casa editrice: Marcos y Marcos
Pagine: 197





LA STORIA

Lui è uno scrittore, vive in Emilia Romagna e più che pubblicare libri passa il tempo tra una presentazione e l'altra. Lei è un'insegnante di danza, oppressa dal mutuo e dagli iscritti ai corsi che calano anno dopo anno. Si incontrano per caso, si innamorano; tutto sembra andar bene finché i conti davvero non quadrano più, e l'unica scelta possibile sembra la strada della prostituzione. Che però non può essere intrapresa senza conseguenze...

COSA NE PENSO

La prima metà del romanzo di Cristiano Cavina è una sorta di romanzo erotico a tinte piuttosto ironiche e divertenti. Dopo un colpo di fulmine non troppo originale, i due protagonisti trascorrono il proprio tempo ad accoppiarsi nei vicoli bui e a condividere le proprie fantasie sessuali (in realtà soprattutto quelle del personaggio maschile). 
Aveva una tale aria da causa persa che le avrei proposto su due piedi di sposarmi, inondandola di promesse che non sarei mai riuscito a mantenere, se non mi avessero chiamato al piano di sopra.
Alla metà, quando l'effetto noia comincia a prendere il sopravvento sul lettore, Cavina introduce un punto di svolta: l'annuncio che introduce la ragazza, Sammi, alla sua nuova vita da Commessa Birichinia sui siti di incontri.
Da qui in poi ci tocca una sfilza di clienti più o meno anonimi, tutti osservati dallo sguardo del fidanzato guardone -ruolo che non lo turba affatto, sorprendentemente, anzi pare aumentare il reciproco desiderio sessuale di entrambi, che non smettono di avere rapporti neanche tra un cliente e l'altro mentre lui annulla tutto il resto della propria vita, compresi gli impegni professionali.
Con l'andare dei giorni, la mia vita si annullò nella sua e a fine giornata non rimanevano che il godimento e le ginocchia doloranti dal tanto stare accovacciato sotto la finestra. Il falso gelsomino mi aveva contagiato e anche io odoravo di cose morenti.
Il tutto è pervaso da una cappa di opprimente tristezza, dall'incombere delle ingiunzioni di pagamento e dal fastidio che perlomeno lei sente crescente nei confronti degli uomini che si avvicendano nel suo letto. 
Il loro bisogno di parlare, di conoscerla, quegli impacciati tentativi di farsi voler bene, di attirare la sua attenzione, non erano che il riverbero di una disperazione a bassa intensità, che le restava addosso, di cui doveva farsi carico per mezz'ora, un'ora, ogni giorno, anche due o tre volte, una solitudine densa e appiccicosa che la ricopriva, come i loro umori, ma più difficile da togliere. Una sporcizia che nessuna doccia può lavare.
Quest'alone di angoscia culmina in una conclusione che non definirei affatto imprevedibile, anzi a mio parere annunciata sin dalle prime battute del rapporto tra i due -che non finge mai di essere una relazione con qualche speranza per il futuro.
Entravo e uscivo dalle stazioni, mi mettevo in fila al check-in degli aeroporti. Sempre con il sapore metallico del panico sotto la lingua e la difficoltà di prendere un respiro in un mondo che improvvisamente pareva essersi svuotato di aria per riempirsi di acqua.
Il pregio di questo romanzo è quello di affrontare senza moralismo alcuno tematiche che potrebbero essere definite scottanti, e di presentare anzi la prostituzione in un modo piuttosto scanzonato, come una delle tante vie d'uscita possibili ad un momento di grande difficoltà. Non è detto che si tratti di un punto di vista condivisibile, ma il fatto che l'autore non si erga a giudice è stato l'aspetto che ho maggiormente apprezzato. 
Il punto di vista è quello del personaggio maschile, e lo è volutamente. Non conosciamo le intenzioni di lei, non ne conosciamo le emozioni e i sentimenti; osserviamo tutto attraverso la lente del narratore, attraverso il suo pressante desiderio e il suo sguardo sul mondo che essendo io una donna sono spesso riusciti ad infastidirmi.
L'altro elemento positivo che mi sento in dovere di menzionare è senz'altro la scorrevolezza del romanzo: non soltanto si tratta di un'opera davvero breve, ma catapulta il lettore stesso nella posizione di voyeur, che si trova a spiare una relazione di coppia nella sua intimità. Così le pagine scorrono una dopo l'altra, impossibile fermarsi; che poi il tempo sia stato ben speso, beh, questo non lo affermerei con sicurezza.

lunedì 15 luglio 2019

L'educazione

Nell'ultimo periodo ho sentito molto parlare di un memoir di un'autrice esordiente statunitense che ha per tema l'importanza dell'istruzione come mezzo di emancipazione dalle proprie condizioni di nascita, qualunque esse siano. Dal momento che il tema dell'apprendimento e della sua centralità mi è molto caro, non ho esitato e me lo sono procurato appena ho potuto.



Titolo: L'educazione
Autrice: Tara Westover
Anno della prima edizione: 2018
Titolo originale: Educated. A memoir
Casa editrice: Feltrinelli
Traduttrice: Silvia Rota Sperta
Pagine: 380



LA STORIA

Tara nasce in Idaho, in una famiglia di credo mormone. Cresce a Buck Peak, dove suo padre ha una discarica nella quale recupera rottami e vende metalli a peso, mentre sua madre fa la levatrice presso le case delle donne che scelgono di non partorire in ospedale. 
Tara non frequenta la scuola, non ha un certificato di nascita e se si ammala o si infortuna non viene portata dal medico; ha numerosi fratelli e sorelle, impegnati a sopravvivere ai frequenti incidenti che avvengono in discarica e alle violenze a cui li sottopone Shawn, uno di loro. L'opinione del padre di Tara sembra essere l'unica a contare, almeno fino a che, raggiunti i sedici anni, Tara decide di impegnarsi per entrare al college e riesce a superare l'esame di ammissione...
Le voci le chiedevano sempre di restare in linea quando ammetteva di non sapere quand’ero nata, poi le passavano i loro superiori, come se non conoscere la mia data di nascita delegittimasse il concetto stesso della mia identità. Non puoi essere una persona se non hai un giorno di nascita, sembravano dire quelle voci. Non capivo perché. Fino a quando la mamma non aveva deciso di chiedere il certificato, non sapere quando compivo gli anni non era mai stato un problema. Sapevo di essere nata verso la fine di settembre e ogni anno sceglievo un giorno per il mio compleanno, facendo in modo che non cadesse di domenica perché non è divertente festeggiare in chiesa.

COSA NE PENSO

Tara Westover ha senza dubbio una storia da raccontare: una storia fatta di abusi che non riusciva, da bambina, a chiamare con il loro nome, una storia di privazioni e di ignoranza. Tara ha avuto un fratello violento -i suoi comportamenti sembrano un manuale della violenza sulle donne, un padre dai numerosi problemi psichici (manie di persecuzione, di grandezza, teorie in quantità sull'imminente fine del mondo), una madre fragile e vessata incapace di ribellarsi.
Faccio fatica a credere che il giovane spensierato in quella fotografia sia mio padre. Se penso a lui vedo un uomo stanco di mezza età, spaventato e ansioso, che accumula cibo e munizioni. Non so quando l’uomo nella fotografia sia diventato l’uomo che conosco come mio padre. Forse non c’è stato un momento preciso.
La storia di Tara è una storia di rinascita, attraverso i luoghi di studio nei quali apprende e lentamente si allontana dall'ambiente opprimente nel quale è cresciuta.
“Di tutti i miei figli,” disse, “credevo saresti stata tu la prima a filare via. Non me l’aspettavo da Tyler – è stata una sorpresa – ma da te. Non restare. Vai. Non farti fermare da niente e da nessuno.”
"L'educazione" però non è un libro privo di difetti, anzi. 
Tara ci tiene a raccontare nei dettagli numerosi incidenti avvenuti ai suoi familiari: due incidenti stradali, un incidente in cantiere, diversi altri nella discarica del padre. Ci sono traumi cranici, ferite, fratture, ustioni gravissime; in un solo caso si fa ricorso alle cure mediche. Come dunque i protagonisti di questi episodi -appassionanti perché macabri- riescano ogni volta a sopravvivere solo spalmandosi qualche olio addosso, e a proseguire con le loro vite nonostante la gravità delle lesioni riportate appare piuttosto inverosimile. 
L’incidente lo trasformò da oratore a osservatore. Faceva fatica a parlare per via del dolore costante, ma anche perché aveva la gola ustionata.
Un altro punto debole di questo memoir è l'effetto noia: specialmente dal momento in cui l'autrice si allontana dalla casa di Buck Peak, la narrazione si trasforma in una sorta di elenco di avvenimenti e di incontri, di frasi riportate da conversazioni e di viaggi; non posso certo definire questi capitoli conclusivi coinvolgenti, anzi l'impressione che ne ho ricavato è stata una certa fretta di terminare lo scritto. 
Nel complesso si tratta di un libro che ho trovato parzialmente interessante, ma che credo avrebbe potuto essere sviluppato meglio. 
Ne scaturisce infatti un ritratto impietoso di una famiglia giustificata per anche troppo tempo, la consapevolezza di una donna che trova se stessa a poco a poco, ma anche una serie di aneddoti rilevanti soltanto per la protagonista in questione. 
In tutta onestà non me la sento di consigliarvelo, a meno che non siate appassionati di storie ambientate in comunità di fondamentalisti religiosi che si preparano all'Apocalisse... In questo caso, "L'educazione" potrebbe essere un'ottima lettura per voi! 

giovedì 18 aprile 2019

Il ragazzo nuovo

L'Hogarth Shakespeare Project, che ha avuto inizio nel 2015, è un progetto che vede famosissimi autori contemporanei cimentarsi nella riscrittura di opere di William Shakespeare: tra di loro, Margaret Atwood, Jo Nesbo, Jeanette Winterson, Tracy Chevalier. È l'opera di quest'ultima autrice -il cui romanzo è una riscrittura dell'Otello- quella che finora mi ha incuriosita di più, ma ho intenzione di leggerne altre prossimamente.




Titolo: Il ragazzo nuovo
Autrice: Tracy Chevalier
Anno della prima edizione: 2017
Casa editrice: Rizzoli
Titolo originale: New Boy
Traduttore: Massimo Ortelio
Pagine: 204




LA STORIA


Nel 1974, in una scuola della città di Washington, arriva Osei. Suo padre è un diplomatico originario del Ghana, ed è l'unico allievo nero della scuola media: inevitabilmente il colore della sua pelle attira l'attenzione di tutti. In particolare Osei colpisce Dee, e tra i due scatta un'attrazione immediata; il loro idillio viene tuttavia turbato dai loschi piani di Ian che, servendosi loro malgrado di altri due compagni di classe (Mimi e Casper), riesce nell'intento di far ingelosire Osei e renderlo vittima dei propri sentimenti.

Josh Hartnett e Mekhi Phifer in una scena del film
"O come Otello" di Tim Blake Nelson (2001)

COSA NE PENSO


Come la tragedia di Shakespeare è suddivisa in cinque atti, anche il romanzo di Tracy Chevalier è suddiviso in cinque capitoli. Seppure con qualche variazione (ad esempio la vicenda del fazzoletto avviene nel terzo atto dell'Otello, mentre l'astuccio che ne svolge la medesima funzione viene intercettato nel quarto capitolo de "Il ragazzo nuovo), anche il susseguirsi degli eventi ricalca lo schema tracciato da Shakespeare.
I nomi dei personaggi che popolano le pagine della moderna riscrittura hanno inoltre le stesse iniziali di quelle della tragedia originale, essendo così immediatamente riconoscibili per il lettore, e presentano anche gli stessi tratti caratteriali: rancoroso ed infido Ian, ignara e fedele Dee, integerrimo ed attraente Casper, insicuro ed ovviamente geloso Osei. 
Non riusciva ancora a credere che una ragazza così carina potesse avere voglia di baciarlo.
La scelta dell'ambientazione negli anni '70 del Novecento è comprensibile: difficile pensare oggi ad una scuola statunitense popolata unicamente da allievi bianchi, dove il colore della pelle di uno studente arrivi ad attirare addirittura i sospetti ed il fastidio dei docenti. 
"La vita non è facile per nessuno. E a lui andrà fin troppo bene. Crescerà e troverà un buon lavoro, grazie alle leggi che proteggono le minoranze. Un lavoro che forse qualcun altro avrebbe meritato di più."

Scrivo questo pur essendo consapevole di quanto il razzismo di cui è vittima Otello nella Venezia del 1500 continui ad essere un problema di grande attualità -basti pensare al tragico numero di morti afroamericani per mano nella polizia negli Stati Uniti (fenomeno affrontato nel romanzo per giovani adulti "The Hate U give").
Quello di Tracy Chevalier è un romanzo scritto con un linguaggio estremamente semplice, e presenta alcuni elementi che non sono riusciti a convincermi: innanzitutto la vicenda si svolge nell'arco di una sola giornata scolastica, e per questo i legami apparentemente forti che si creano tra i personaggi (Dee ed Osei in particolare) non sembrano molto credibili. Un altro aspetto che ha suscitato la mia perplessità è l'età dei protagonisti coinvolti: essendo ambientata in una scuola media, i ragazzi sono appena adolescenti; ho trovato però il loro modo di agire ed i loro pensieri, specialmente quelli di Osei, un po' troppo maturi e consapevoli per l'età indicata dall'autrice.
Osei aveva già deciso di calcare sull'accento natio nella scuola di Washington, perché i bianchi sembravano più a loro agio con i neri africani. Non sempre era così, naturalmente, ma aveva l'impressione che gli americani si sentissero in qualche modo minacciati dai loro connazionali di colore, che a volte si servivano di quella paura a proprio vantaggio. Forse perché quello era l'unico vantaggio che avevano.  

Non è la prima volta che un'opera contemporanea cerca di avvicinare i più giovani alla tragedia di Shakespeare: mentre leggevo il romanzo di Tracy Chevalier infatti mi è venuto in mente un film di diversi anni fa, "O come Otello", ambientato in un'high school americana dei primi anni Duemila. Un simile scopo mi sembra perseguibile attraverso questo libro, che per via della centralità dell'ambiente scolastico e per via dell'età dei suoi personaggi credo sia particolarmente adatto ad un pubblico di lettori molto giovani. 
Per i lettori adulti invece, che probabilmente già hanno letto l'Otello di Shakespeare, questo romanzo è senza dubbio un esperimento interessante, ma a mio parere non del tutto riuscito. 

giovedì 14 febbraio 2019

Non stancarti di andare

Questa graphic novel è una delle opere che più mi hanno attirata per mesi, e che ho inaspettatamente ricevuto in regalo. Ne ho sentito parlare in ogni dove, ne ho lette recensioni entusiaste pressoché ovunque, e così mi sono accostata alla lettura piena di entusiasmo: ma purtroppo le mie aspettative sono state molto deluse.
Titolo: Non stancarti di andare
Autori: Teresa Radice e Stefano Turconi
Anno della prima edizione: 2017
Casa editrice: Bao Publishing
Pagine: 320
LA STORIA
Al centro di quest'opera c'è una storia d'amore: quella tra Iris, disegnatrice timida e inesperta, e Ismail, giovane ed attraente professore siriano, specializzato in calligrafia araba. I due si incontrano durante un viaggio che Iris compie in Siria nei primi anni 2000 e si innamorano; lui continua per anni ad andare e venire dal proprio Paese, anche successivamente allo scoppio della guerra civile: ma questa volta fare ritorno non sarà così facile.
L'attesa è infatti il tema chiave di questa graphic novel: l'attesa del ritorno di Ismail da parte di Iris, l'attesa di trovare un modo per tornare in Italia da parte di Ismail, l'attesa del bambino che cresce nel ventre di Iris e del quale Ismail ancora non sa nulla.
COSA NE PENSO
Mentre l'aspetto grafico dell'opera è innegabilmente riuscitissimo -le tavole sono ricche, dettagliate, impreziosite dalla calligrafia araba che io amo tanto, hanno colori sfumati che rievocano le atmosfere dei numerosi luoghi di ambientazione- non mi sento purtroppo di dire lo stesso del contenuto.
Numerosi sono infatti i punti deboli che non mi hanno permesso di apprezzare "Non stancarti di andare" quanto avrei voluto.
Innanzitutto il linguaggio adoperato da tutti i personaggi, ed in particolare dai due protagonisti: le loro frasi abusano di aggettivi qualificativi e termini ricercati, con il risultato di far apparire voci narranti diverse come quasi identiche. Tenendo conto anche del fatto che l'italiano non è di certo la lingua madre di Ismail, i dialoghi perdono credibilità e tutto l'insieme risente di questa piattezza priva di caratterizzazioni personali. Per non parlare poi delle lettere in stampato maiuscolo che Iris scrive al figlio in arrivo, per i miei gusti talmente sdolcinate da diventare insostenibili…
In secondo luogo la carne al fuoco è davvero troppa: alla storia d'amore tra Iris e Ismail si aggiungono nonni desaparecidos, padri mai conosciuti, madri anaffettive e zie d'elezione -il tutto nell'universo di Iris, lasciando in ombra quello di Ismail- , oltre al religioso Padre Saul, ispirato ad una figura realmente esistita, Padre Paolo Dall'Oglio.
Per ultima, la critica forse meno oggettiva: i due protagonisti a me non sono piaciuti. Iris è passiva, certo non ha molte alternative all'attendere notizie di Ismail, non c'è nulla che possa concretamente fare: tuttavia la sua calma, il suo autocontrollo a mio parere non sono credibili. Così come non è realistico presentarla come del tutto all'oscuro dei pericoli e della guerra civile in Siria: chi, con un compagno che va e viene tra i due Paesi, non si informerebbe?
In conclusione, mi dispiace molto scriverlo per via delle altissime aspettative che avevo, ma "Non stancarti di andare" è stata per me una lettura molto deludente. Trovo che banalizzi tematiche come le coppie miste e le loro problematiche, ma soprattutto non mi ha trasmesso il sentimento di paralizzante terrore che io avrei provato al posto di Iris -come, credo, la maggior parte delle persone. Le paure di Ismail invece, bisogna ammetterlo, sono rese in modo migliore e più credibile.
Vi consiglio quindi questo romanzo grafico solo per la bellezza delle sue tavole, che è un piacere osservare in ogni loro particolare; se siete però alla ricerca di una storia ben costruita, potete orientare altrove la vostra scelta!

lunedì 26 novembre 2018

Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra

Il Sirente è una casa editrice molto interessante, che nella sua collana "Altriarabi migrante" pubblica le opere di autori europei immigrati di seconda generazione. Avevo già letto ed apprezzato il romanzo grafico di Jerome Ruillier "Se ti chiami Mohamed", un'imperdibile prospettiva sull'immigrazione algerina in Francia, e da allora ho desiderato procurarmi altri titoli della casa editrice -che purtroppo è difficile reperire nel sistema bibliotecario della mia zona. Finalmente sono riuscita a leggerne uno… ma purtroppo non ha soddisfatto le mie (alte) aspettative.
 
 
 
Titolo: Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra
Autrice: Sumia Sukkar
Anno della prima edizione: 2013
Titolo originale: The Boy from Aleppo Who Painted the War
Casa editrice: Il Sirente
Traduttrice: Barbara Benini
Pagine: 274
 
 
 
LA STORIA
 
Adam è un ragazzo di quattordici anni che vive ad Aleppo con suo padre, sua sorella Yasmine e i suoi tre fratelli maggiori, gemelli, Isa, Khaled e Tareq. Adam non è un ragazzo comune: ha infatti la sindrome di Asperger, che gli fa detestare il contatto fisico con le altre persone; ha inoltre un modo tutto suo di percepire le emozioni degli altri, che vede contornati da un'aura di diverso colore in base a ciò che stanno provando in quel momento. Adam è anche un talentuoso pittore, che con i propri colori nell'intimità della sua stanza dipinge ciò che lo circonda; e quando ad Aleppo cominciano a cadere le bombe, i suoi dipinti divengono ritratti della guerra civile siriana che devasta il Paese e, a poco a poco, anche la sua famiglia.
 
Aleppo - Immagine dal web
 
COSA NE PENSO
 
Le premesse di questo romanzo mi parevano molto promettenti. Si tratta infatti dell'esordio di un'autrice siriana e algerina cresciuta in Inghilterra, che ha deciso di raccontare da un punto di vista piuttosto insolito il dramma della guerra in Siria.
È tuttavia difficile non tenere in considerazione i difetti che questo romanzo presenta. Per prima cosa, il linguaggio estremamente semplice e caratterizzato da periodi brevissimi si adatta alla prospettiva del quattordicenne Adam e  (le cui riflessioni ricordano spesso quelle del protagonista de "Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte" di Mark Haddon, anch'egli affetto dalla sindrome di Asperger).
Sto guardando i miei familiari che crollano uno per volta. Non avrei mai pensato che questo giorno sarebbe arrivato. Credevo di essere io quello che avrebbe sempre avuto bisogno di aiuto, ma ora che sono al loro posto, non so come gestire queste cose.
Quando però l'autrice decide di cambiare punto di vista, dando voce alla sorella maggiore Yasmine -che si trova a vivere situazioni di enorme difficoltà: la prigionia, le torture, lo stupro, ma descrive il tutto con frequenti omissioni- la differenza tra i due protagonisti è quasi impercettibile, lo stile resta pressoché invariato. Adam e Yasmine però, per maturità ed esperienze, non potrebbero essere più diversi: dalla morte della loro madre infatti è Yasmine ad essersi assunta le responsabilità della gestione familiare, ed uno stile così semplicistico non le si addice affatto.
Anche gli eventi si susseguono in modo piuttosto confuso: innanzitutto Adam dipinge scene di guerra ben prima che la guerra cominci, e questo aspetto non viene mai motivato. In secondo luogo, oltre al rapimento di Yasmine anche ai tre fratelli gemelli è riservato un destino tutt'altro che roseo, ma mentre si segue lo sviluppo della trama fino ad un certo punto, nella concitazione degli ultimi capitoli non è ben chiaro cosa capiti ai superstiti -come se l'autrice avesse avuto fretta di eliminarli dal racconto.
Ad un lettore oggi potrà sembrare strano anche che la meta del difficile viaggio della famiglia di Adam sia Damasco -città che come sappiamo è stata duramente colpita dalla guerra e dai bombardamenti: va tenuto presente però che Aleppo sin dal 2012 è stata il centro dei combattimenti tra le forze governative e l'esercito libero, ed al tempo della scrittura del romanzo è probabile che Damasco sembrasse ancora un luogo sicuro.
 
Nel complesso quindi ho trovato con mio grande dispiacere "Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra" una lettura decisamente evitabile, che non vi consiglio. L'unico pregio che mi trovo a riconoscere è la capacità dell'autrice di descrivere con semplicità, attraverso gli occhi di Adam, le tragedie di un conflitto armato ed al tempo stesso i rari ma significativi momenti di serenità che le persone colpite sanno trovarvi per sopravvivere.
Urlo: "sta piovendo!" Lo faccio una volta e sento che tutti aprono. Non credo stessero dormendo nemmeno loro. Corriamo fuori e raccogliamo l'acqua nei palmi delle mani per bere. […] Lasciamo che i secchi si riempiano e giochiamo sotto la pioggia. Sento che altre persone stanno uscendo dalle loro case e ridono. Questo è il momento più felice della mia vita. Riesco a vedere le farfalle che giocano insieme a noi. Sembra di vivere di nuovo una vita normale.
 

giovedì 27 settembre 2018

Fantasie di stupro

Le raccolte di racconti sono un genere con il quale non ho ancora familiarizzato granché: l'unica esperienza negli ultimi anni è stata la lettura di "Dal tuo terrazzo si vede casa mia", opera prima di uno scrittore italiano di origine albanese che mi ha colpita positivamente e ha suscitato la mia curiosità verso il catalogo della casa editrice Racconti Edizioni che lo ha pubblicato. 
Tra i vari titoli ho scoperto una raccolta dell'autrice canadese Margaret Atwood, della quale avevo apprezzato molto "Il racconto dell'ancella", e ho deciso che sarebbe stata la mia prossima lettura.

Titolo: Fantasie di stupro
Autrice: Margaret Atwood
Anno della prima edizione: 1977, 1982
Titolo originale: Dancing Girls and Other Stories
Casa editrice: Racconti edizioni
Traduttrice: Gaja Cenciarelli
Pagine: 303




Leggendo questa raccolta di racconti, ho provato di nuovo la sensazione di non comprenderne il contenuto. Concludendo alcuni di essi, ad esempio "Guerra in bagno" o "L'uomo venuto da Marte", mi sono davvero chiesta dove Margaret Atwood volesse andare a parare, quale dovesse essere la sensazione lasciata dal racconto in questione al lettore: io sono stata pervasa unicamente da una grande confusione.
La maggior parte delle protagoniste create dalla Atwood sono donne; solo due sono i punti di vista maschili, Morrison e Rob, rispettivamente protagonisti dei racconti "Polarità" e "Allenamento". Entrambi sono uomini con difficoltà relazionali: Rob è il terzo figlio di una famiglia di medici nella quale si sente il fallito, quello non all'altezza, e l'unica persona con cui instaura un legame è una bambina gravemente disabile della quale si occupa durante un campo estivo; Morrison invece è un uomo solo, capace di provare amore per una donna solo qualora essa sia vulnerabile, malata.
Capì che voleva solo la Louise disperata e pazza, quella privata di qualsiasi obiettivo o difesa. Una Louise sana, che potesse giudicarlo, non sarebbe mai stato in grado di gestirla. Quindi era questa la ragazza dei suoi sogni, alla fine aveva trovato la sua donna ideale; una disintegrazione, la mente che tornava ai frammenti costitutivi della propria materia, una creatura sconfitta e informe su cui potesse imporsi come la vanga sulla terra, l'ascia nella foresta, da usare senza essere usato, da conoscere senza essere conosciuto.
L'amore in questi racconti non è mai spensierato, non è mai soddisfacente: frequenti sono i tradimenti o il sospetto che questi siano avvenuti, come nei racconti "Le vite dei poeti" e "Sottovetro". In quest'ultimo, la protagonista pur consapevole di essere stata tradita dal compagno e provando per questo un grande dolore non riesce ad evitare di fare ritorno da lui.
Una relazione spirituale con te, ha detto lui, e puramente fisica con le altre. Col cazzo! Cosa crede che abbia visto in lui all'inizio, la sua anima fuori dal comune? "Vado a fare un po' di spesa" dico. […] "Vuoi che torni?"
Alcune delle donne dei racconti della Atwood sono annoiate, insoddisfatte. Tra esse c'è Annette, scrittrice di reportage da luoghi esotici, protagonista di "Articolo di viaggio": nemmeno un disastro aereo riesce a scuoterla. Come lei sono le protagoniste del racconto che dà il titolo alla raccolta, "Fantasie di stupro": un titolo che mi è parso uno specchietto per le allodole, molto più pruriginoso di quanto in realtà il racconto non sia, nell'elencare una sorta di fantasie erotiche che riguardano episodi difficili da definire violenze sessuali. Infine c'è Jeannie che in "Dare alla luce" rielabora l'esperienza della propria maternità, dalla gravidanza al travaglio fino alla nascita vera e propria della bambina che portava in grembo.
Altre sono donne anonime, insignificanti: la protagonista di "L'uomo che veniva da Marte" suscita l'interesse altrui solo quando viene perseguitata da uno stalker, mentre quella di "Ballerine" osserva ciò che avviene nella stanza in affitto accanto alla sua senza parteciparvi in alcun modo.
 

Di proposito scelgo di nominare per ultimi i racconti che davvero mi sono piaciuti: "Gioielli per capelli", "Quando succederà" e "Il quetzal splendente".
Nel primo, una donna ormai adulta e realizzata ricorda un amore di gioventù che non ha mai dimenticato per via della sua conclusione inaspettata, nonostante da tempo si preparasse ad un finale per quella relazione giovanile.
Sicuro di non rivolere tutto, quella miseria, quei palazzi marcescenti, quella disperazione e quel vuoto così seducenti, quella paura? Sicuro di non volere restare attaccato al fango delle strade di Boston per sempre? Dovevi stare più attento.
In "Quando succederà", una moglie cinquantenne osserva il mondo attraverso una finestra, preparandosi a qualcosa di pericoloso ed indefinito che sta per arrivare e stravolgere la sua realtà. La donna immagina il futuro scenario tenendosi pronta a tutto, e questo racconto pare l'anticipazione ad un romanzo distopico che mi sarebbe piaciuto leggere.
All'inizio diventerà semplicemente tutto più silenzioso. Lei avrà la strana sensazione che qualcosa non va ma passerà qualche giorno prima che sia in grado di focalizzare cosa. Poi noterà che gli aerei non staranno più volando verso l'aeroporto di Malton, e che il rumore dell'autostrada, a circa tre chilometri di distanza, che risulta piuttosto nitido quando gli alberi sono spogli, sarà quasi scomparso.
Infine una menzione la merita "Il quetzal splendente": una coppia in crisi, piena di rabbia e risentimento reciproco, trascorre una vacanza in un sito di rovine precolombiane. Mentre lei immagina la sua vita dopo un'eventuale morte del marito, lui immagina di sacrificarla in un rito antico tipico del luogo; in un racconto ricco di cinismo e di negatività, entrambi cercano a modo loro di elaborare il lutto mai superato per il loro bambino nato morto.
La sua bugia sugli uccelli era una delle molte bugie che tenevano in piedi tutto quanto. Aveva paura di affrontarla, perché sarebbe stata la fine, tutte le messinscene sarebbero crollate e loro sarebbero rimasti tra le macerie, a guardarsi in faccia. Non avrebbero avuto nient'altro da dirsi e a questo Edward non era ancora pronto.
Nel complesso, devo dirlo: non consiglierei questa raccolta. Ho pensato più volte di interrompere la lettura prima di averla portata a termine, poi un racconto più convincente degli altri mi spingeva a proseguire. Tuttavia nell'insieme non ne sono rimasta soddisfatta, in pochissimi passi ho provato delle vere emozioni nei confronti di ciò che stavo leggendo, molto diversamente da quanto mi era capitato nella lettura de "Il racconto dell'ancella".
Se affronterò ancora un'opera di Margaret Atwood, certamente darò la precedenza ai suoi romanzi!

giovedì 20 settembre 2018

Ausmerzen

Da anni sono incuriosita dallo spettacolo di Marco Paolini intitolato "Ausmerzen" che tratta del progetto Aktion T4, ossia dello sterminio dei disabili fisici e mentali che venivano considerati "mangiatori inutili", "vite indegne di essere vissute" dagli esponenti del partito nazista. Una volta scoperto che a partire da tale spettacolo è stato poi scritto un libro, non ho esitato a leggerlo.




Titolo: Ausmerzen
Autore: Marco Paolini
Anno della prima edizione: 2012
Casa editrice: Einaudi
Pagine: 176




LA STORIA


Il saggio di Paolini ricostruisce la storia del progetto Aktion T4, ispirato dalle teorie dell'eugenetica di fine '800: da Lombroso che pensava di poter identificare criminali o affetti da ritardo mentale a partire dai tratti somatici, a Graham Bell (sì, l'inventore del telefono) che progettava la sterilizzazione dei non udenti.
Tali teorie trovarono terreno fertile nell'ideologia nazista, desiderosa di espandere la pura razza ariana (basti pensare al progetto Lebensborn -raccontato in forma romanzata da Sarah Cohen-Scali nella sua opera "Max") ed estirparne ogni contaminazione da parte di popoli ed etnie considerati inferiori. Prima dell'Aktion T4 infatti ci furono le sterilizzazioni di massa; nel 1939 poi si passò allo sterminio vero e proprio, che tra morti per fame ed iniezioni letali mise fine nel giro di soli due anni alla vita di 70'273 persone. 
Tuttavia non finì affatto così: dalle cosiddette "case di cura" che con la cenere dei forni crematori e il numero dei necrologi cominciavano ad attirare troppa attenzione, lo scopo del progetto Aktion T4 continuò ad essere perseguito nei campi di sterminio.

Marco Paolini in una scena dello 

COSA NE PENSO


Ero davvero molto interessata al tema del libro di Paolini, nei confronti del quale nutrivo alte aspettative: quando infatti mi sento ignorante nei riguardi di un tema, non vedo l'ora di poter scoprire di più e colmare le mie lacune. 
Ricordare è oggi un gesto di educazione, una sfida personale alla dittatura del presente che ci fa tutti informati e distratti, condannati a oblio repentino. Ricordare ci fa più solidi in un mondo liquido. Ricordatevi di Grafeneck, la prima a cominciare, novemilaottocentotrentanove vite trattate. Ricordatevi di Brandenburg, la prigione, novemilasettecentosettantadue vite trattate. Ricordatevi di Hartheim, diciottomiladuecentosessantanove vite trattate. Ricordatevi di Sonnenstein, tredicimilasettecentoventi vite trattate. Ricordatevi di Bernburg, ottomilaseicentouno vite trattate. Ricordatevi di Hadamar, diecimilasettantadue vite trattate. Trattate male. Nessuna morte pietosa, molta paura, molto inganno. 

Non posso affermare che questo testo non sia interessante, che non mi abbia fornito spunti di riflessione e numerosi dati dei quali non ero a conoscenza; tuttavia la sensazione generale che ne ho ricavato è che all'opera di Paolini manchi l'anima. Ciò che ci racconta prende la forma di brevi capitoli, di elenchi di avvenimenti e di nomi, colmi di atrocità e di dramma che però non riescono davvero a colpire in profondità. Paolini cita spesso Primo Levi, in particolare il suo celeberrimo "Se questo è un uomo", ma neanche lontanamente ne raggiunge la capacità di narratore.
Molto probabilmente il problema nasce dal fatto che Paolini lavori principalmente per il teatro: la sua forza espressiva sul palcoscenico avrà di certo dato vita ad uno spettacolo memorabile su questi temi (non ho ancora abbandonato del tutto l'idea di vederlo), mentre invece questa magia non è avvenuta sulla carta. 
Degni di nota sono gli sforzi di Paolini per far riflettere su quanto la Storia non sia mai davvero passata, su quanto sia necessario far caso alle atrocità del presente per non ripetere quelle già commesse. Anche qui, tuttavia, non arriva in profondità.
Non è archeologia, questa. Non è archeologia se ogni giorno rischi di inciampare in una frase razzista o in un abuso o in un maltrattamento che poi giustifichi con un parametro. Perché il vecchio è legato al letto? Non c'è personale, certo, e quindi a malincuore lo devi legare. Perché li teniamo un anno in un centro di accoglienza come in un lager? Cosa facciamo? Sono troppi, non ci servono, sono diventate bocche inutili da sfamare, non ce la facciamo. Sono parametri. I parametri non sono chiari, non li abbiamo scelti, ma nel momento in cui cominciamo a lasciarli passare, noi come bravi cittadini di Hadamar vediamo fumo ogni tanto, ma ci stiamo abituando.

Consiglio in conclusione questa lettura soltanto come opera di saggistica a coloro che vogliano approfondire l'argomento, suggerendovi però di non avvicinarvi ad esso aspettandosi grandi emozioni: io infatti ne sono rimasta del tutto distaccata per l'intera lettura, che nel complesso mi ha parecchio delusa. 

lunedì 21 maggio 2018

La vegetariana

I libri di cui si sente spesso parlare mi incuriosiscono quasi sempre, ad un certo punto. Mentre all'inizio, quando esplode l'attenzione nei loro confronti, provo una certa repulsione per i titoli in cime alle classifiche, alla fine quasi sempre mi lascio tentare e li leggo. È successo esattamente questo con "La vegetariana", libro piuttosto discusso e vincitore del Man International Booker Prize nel 2016.



Titolo: La vegetariana
Autrice: Han Kang
Anno della prima edizione: 2007
Titolo originale: Chaesikjuuija
Casa editrice: Adelphi
Traduttrice: Milena Zemira Ciccimarra
Pagine: 177



LA STORIA

Yeong-hye è una donna sudcoreana sposata con il signor Cheong. Il loro non è certo un grande amore: lui ha scelto infatti una moglie che non gli creasse problemi, che fosse tranquilla e prevedibile, con la quale condividere una quotidianità priva di sorprese. Tuttavia la loro routine familiare viene interrotta da un sogno di Yeong-hye che sconvolge la donna profondamente, al punto da farle provare un'insopprimibile repulsione per tutto ciò che è di origine animale. Dall'improvvisa conversione all'alimentazione vegana, che già da sé non viene affatto accettata dalla sua famiglia ed anzi riporta in luce le dinamiche violente che vi si svolgevano quando Yeong-hye era bambina, le condizioni della protagonista di questo romanzo vanno via via sempre peggiorando. La dieta che aveva escluso inizialmente ogni prodotto di origine animale arriva ad escludere qualsiasi alimento, acqua a parte, finché non resta alla sorella (unica persona rimasta a preoccuparsi per lei) altra opzione che farla ricoverare in una struttura psichiatrica.



COSA NE PENSO

Il romanzo di Han Kang è suddiviso in tre parti, narrate da altrettanti punti di vista. Solo il primo, quello del marito di Yeong-hye, ha un narratore in prima persona; gli altri due invece hanno un narratore esterno, nella seconda parte il cognato e nella terza la sorella.
"La vegetariana" (il cui titolo è a mio parere fuorviante) è un romanzo che racconta un corpo e la sua lotta: Yeong-hye combatte contro la violenza del mondo, contro gli abusi subiti nell'infanzia dal padre, veterano del Vietnam con le mani pesanti, e contro le scene sanguinarie alle quali ha assistito nei confronti degli animali.
In un processo che sembra iniziare come una purificazione, i demoni nella sua testa prendono il sopravvento fino ad illudere la protagonista di potersi tramutare in un albero, nutrito attraverso la fotosintesi, che di null'altro ha bisogno se non di acqua e di sole. In questo percorso autodistruttivo viene abbandonata dal marito, aggredita e poi abbandonata anche dai propri genitori; anche la sorella, che nonostante tutte le difficoltà le rimane accanto, è costretta a rinunciare al proprio matrimonio dopo che il suo marito artista ha sedotto proprio Yeong-hye approfittando della sua estrema fragilità psichica. 
Innegabile è il fatto che Han Kang susciti la curiosità del lettore, e lo immerga in una realtà (quella della Corea del Sud) dove le scelte alimentari che escludono la carne ed i prodotti animali sembrano meno accettate rispetto a quanto lo sono in Europa. Ho apprezzato l'atmosfera di incomunicabilità che l'autrice crea attorno alla sua protagonista, ma questo personaggio non è comunque riuscito a convincermi in profondità perché le sue motivazioni non vengono mai veramente espresse. Può darsi di certo che questo alone di mistero fosse voluto, e che sia stata io a non apprezzare il modo in cui l'emotività è veicolata ed espressa in questo romanzo, molto lontano dalla mia sensibilità.
Sono rimasta insomma un po' delusa da questa lettura, ma ho intenzione in futuro di leggere "Atti umani", altro romanzo di Han Kang già edito in Italia, che dovrebbe essere di tutt'altro genere e probabilmente più adatto ai miei gusti. 

lunedì 14 maggio 2018

Hugo e Rose

Tratta in inganno dalla copertina gradevole e dalla sinossi che mi aveva in qualche modo ricordato l'intenso e commovente "La moglie dell'uomo che viaggiava nel tempo" di Audrey Niffenegger, mi sono lasciata tentare... E questa volta ho proprio sbagliato!



Titolo: Hugo e Rose
Autrice: Bridget Foley
Anno della prima edizione: 2015
Casa editrice: E/O
Traduttore: Nello Giugliano
Pagine: 335




LA STORIA

Quando aveva sei anni, Rose cadde dalla bicicletta. Rimase incosciente per diversi giorni, e quando si risvegliò non riuscì a smettere di piangere per un giorno intero: ma non era stata la paura la causa di quelle lacrime. Nel suo lungo sonno infatti Rose aveva incontrato Hugo: un bambino dagli occhi color cioccolato, con il quale aveva vissuto un'avventura strepitosa su un'isola dove erano loro gli unici esseri umani, potevano mangiare conchiglie al sapore di caramello, combattere ragni pericolosissimi, sfuggire a branchi di cervi composti soltanto da animali maschi, e tentare di accedere a Città Castello. Il mondo dei sogni era parso a Rose preferibile a quello quotidiano della sua infanzia, ed enorme fu la sua gioia nell'accorgersi che poteva farvi ritorno ogni notte non appena si riaddormentava, e vivere interminabili altre avventure con Hugo. 
Trent'anni dopo, Rose è madre di tre bambini (Isaac, Adam e la piccola Penny), moglie di Josh, chirurgo sempre impegnato, ma è ancora la Rose che ogni notte incontra Hugo nei sogni: Hugo che è cresciuto con lei ed ora è un uomo, e le fa dimenticare ogni notte la monotonia della sua vita di madre casalinga, spesso frustrata dalla propria situazione. Questo apparente equilibrio però si spezza in un giorno come tanti: entrata con i figli in un fast-food, Rose scorge dietro il bancone un uomo incredibilmente simile a Hugo, e ciò che è ancora più incredibile è il fatto che l'uomo la riconosca a sua volta e si riveli essere proprio quel Hugo che popola, da trent'anni, i sogni di Rose, la quale è da trent'anni ogni notte nei sogni di lui.



COSA NE PENSO

Hugo e Rose è un romanzo che definirei sbilanciato. Nella prima metà infatti siamo davanti ad un romanzo rosa dalle tinte fantasiose: una protagonista come tante, una vita familiare che non ha nulla di straordinario, ed un rapporto relegato al mondo dei sogni con un personaggio per lei indispensabile, Hugo. La fantasia è per Rose assai meglio della realtà, e rendiamo merito all'autrice per aver creato un universo onirico che i lettori immaginano con facilità (sabbie rosa, città inespugnabili, creature pericolose e rifugi in legno che si lasciano cullare dalle onde).
Dopo l'incontro con Hugo in carne ed ossa però il tono del romanzo cambia completamente, assumendo tinte cupe proprie di una narrazione tragica: il matrimonio sembra entrare in crisi, i bambini sono sempre più spesso trascurati, Hugo stesso non è limpido ed ideale come Rose lo aveva sognato. Nella conclusione poi la vicenda cambia nuovamente forma, tramutandosi in una sorta di thriller carico di tensione e di imprevedibilità, sia nel mondo onirico sia nel più concreto Colorado.
Anche i punti di vista dei personaggi sono a mio parere non sempre equilibrati: senza dubbio quella che riveste un ruolo di primo piano è Rose, tuttavia ogni tanto compare Adam, il secondo figlio: l'autrice dà a questo bambino un rilievo particolare rispetto agli altri componenti della famiglia e descrive Adam in modo più generoso rispetto alla descrizione di Isaac. Adam infatti non è prepotente come il fratello maggiore, anzi ne è alla costante ricerca di attenzione nonostante questi lo maltratti in presenza degli amici; viene descritto come un bambino dolce e sensibile, ed infatti è lui ad entrare in contatto direttamente con Hugo (elemento a mio parere superfluo all'interno della trama). Il punto di vista di Adam talvolta è quello attorno al quale si sviluppano intere pagine, per poi scomparire rapidamente non appena Rose ritorna al ruolo di protagonista, creando così un'alternanza tra i punti di vista decisamente sbilanciata.
Un'ultima nota negativa sento di doverla dedicare ai termini usati nel romanzo, che renderebbero felici la maestra colpevole dell'aver fatto riconoscere persino all'Accademia della Crusca il termine "petaloso": qui infatti abbondano parole come "biciclettosità" ed altri orrori vari, che per il mio gusto personale sono veramente inaccettabili.
Nel complesso, penso si sia già capito, questo romanzo non mi ha convinta; nonostante si tratti di un romanzo di intrattenimento semplice e scorrevole, il rovesciamento del tono spensierato e romantico che speravo di trovarvi mi ha delusa e lasciata in conclusione piuttosto delusa ed insoddisfatta.