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venerdì 19 giugno 2026

Come mio fratello

Quando frequentavo le scuole superiori, ho letto per per via dell’indirizzo dei miei studi molta letteratura tedesca. La vivevo come un obbligo, in quella fase dell’adolescenza per cui ogni imposizione è sgradita tanto più quando viene dei professori e quando al termine della lettura è previsto anche l’assegnare un voto. Sono passati quasi vent’anni dalla mia maturità, eppure da allora di letteratura tedesca ne ho letta ancora poca sebbene quando la riprendo io mi renda conto che, sotto la cenere di quel faticoso diploma, l’interesse c’è ancora, e tiene vivo un legame con una persona che ho amato tanto.

Me lo sono ricordato leggendo "Come mio fratello" di Uwe Timm, pubblicato da Sellerio: un testo breve nel quale l’autore rimette insieme le memorie del fratello maggiore, arruolatosi volontario nelle SS ad appena diciotto anni e morto nel 1943 in quella che oggi è Ucraina, a seguito di una gravissima mutilazione riportata in battaglia.

È un testo autobiografico, che non parla soltanto del fratello Karl Heinz, ma contiene anche molti ricordi dei genitori, della loro vita di lavoro e di sacrificio e delle riflessioni molto interessanti sul senso di identità, di colpa e di responsabilità del popolo tedesco all’indomani della seconda guerra mondiale.

È un testo che mi ero fatta regalare in una delle liste di Natale e compleanno di ormai due dicembri fa, e che mi è tornato in mente leggendo "Nirvana" di Tommy Wieringa, in cui anche il nonno del protagonista si arruola volontario tra i nazisti. Come avviene quando incontro un testo stimolante mi ha fatto venire in mente altri libri che possiedo e che aspettano il loro momento dall'ingresso in libreria: il recentissimo "Neve di giugno" di Ljuba Arnautovic, ma anche "Piedi freddi" di Francesca Melandri e "Nei tuoi occhi verdi" di Arnost Lustig -letture che a questo punto dovranno aspettare meno tempo del previsto per avere il loro momento. Uno degli aspetti che più amo delle letture è proprio questo: quando si richiamano a vicenda e da una lettura ne nasce un’altra, perché in un libro la storia non si esaurisce e mettere in relazione le pagine dei nostri scaffali conferendo loro un valore aggiunto.

Di recente avete letto un libro perché ve lo ha richiamato una lettura precedente?

mercoledì 27 maggio 2026

Nirvana

Secondo romanzo che leggo dell’autore olandese Tommy Wieringa, "Nirvana" è decisamente più corposo del precedente, "La morte di Murat Idrissi" e contiene in sé molti elementi. Sempre pubblicato da Iperborea, si sviluppa a partire dal protagonista Hugo, un artista che soffre la recente separazione da quella che per 12 anni ha considerato la sua musa, ed incontra un bizzarro personaggio che condivide il nome con l’autore e che con Hugo la tata di quando era bambino. 

Questo incontro riallaccia per Hugo i fili di un passato che ha lungamente tenuto a distanza. Innanzitutto ritrova la tata Beth, anziana e malata che però in questo modo non trascorre in solitudine gli ultimi mesi della sua vita e poi rinasce in lui una curiosità verso suo nonno, magnate dell'offshore ormai centenario, con un passato tra le file delle SS, unitosi alla resistenza in circostanze poco chiare ed emigrato in Venezuela prima di rientrare una volta arricchito nei Paesi Bassi. Spinto da Wieringa si reca all’archivio di Stato e qui trova numerose menzioni dei diari perduti del nonno Willem -e proprio alla morte di Beth essi gli vengono affidati dalla donna, che li aveva avuti in circostanze misteriose.

Dunque la storia è composta dal tempo del racconto in cui Hugo legge i diari, ritrova la propria ispirazione artistica e scopre molto sul passato della sua famiglia, compresa una zia affetta da microcefalia che gli è sempre stata tenuta nascosta e che comincia ad andare a trovare nell’istituto dove vive da oltre cinquant’anni. Abbiamo poi i diari ritrovati di Willem, che sono narrati a differenza delle vicende di Hugo al tempo presente e ad esse si alternano, creando così un romanzo estremamente coinvolgente che si snoda tra la seconda guerra mondiale e il secondo decennio degli anni 2000 senza mai rallentare il ritmo o annoiare il lettore.

"Nirvana" è un romanzo ricco e stratificato, pieno di storia, di arte, di meditazione e di relazioni umane, che contiene passaggi di enorme tenerezza e nostalgia e altri che riportano alla luce orrori del passato. È una lettura perfetta per chi non si fa intimorire dalla mole e vuole anzi un volume in cui immergersi completamente; per me una delle letture più soddisfacenti dall'inizio dell'anno, e non vedo l'ora di approfondire l'autore!

Avete mai letto Wieringa?

venerdì 16 gennaio 2026

Un uomo di poche parole

Come sapete, in questa pagina appaiono molto raramente testi che non siano di narrativa. Leggo Primo Levi dagli anni della scuola, e nel tempo ho ripreso in mano diverse volte la sua trilogia ideale composta da Se questo è un uomo, La tregua e I sommersi e i salvati. Tra i passaggi che del primo più mi sono rimasti impressi ci sono sempre stati quelli dedicati alla figura di Lorenzo, operaio libero, che lavorava in lager e gli salvò la vita, portandogli ogni giorno una porzione di zuppa che condivideva con l'amico Alberto -Lorenzo, il cui nome fa parte di quello di entrambi i figli di Levi, Renzo e Lucia Lorenza, simbolo dell'importanza che ebbe quell'uomo piemontese per il padre.

Non ho quindi esitato a recuperare "Un uomo di poche parole", la biografia di Lorenzo Perrone (all'anagrafe Perone, con una R sola) pubblicata da Laterza editore che lo storico Carlo Greppi ha messo insieme con ogni fonte che ha trovato, dagli archivi comunali di Fossano, alla vasta bibliografia di Levi, alle interviste con i nipoti di Lorenzo ancora in vita. 

Lorenzo, Giusto tra le Nazioni, un uomo onesto, buono di cuore, che l'esperienza del lager aveva spezzato, togliendo la voglia di vivere da quel lavoratore che camminava per chilometri e chilometri al confine francese, che da "Suiss" tornò sulle sue gambe senza accettare passaggi, che da Suiss inviò cartoline per dare notizie della vita di Primo alla famiglia nascosta -Lorenzo che in queste pagine torna in vita e si rivela, ricordandoci come qualcuno all'orrore si oppose, perché non poteva fare altro, persistenza dell'umanità.

Greppi racconta tanto di Primo Levi in questo testo, che invoglia ad approfondire le sue tante opere, ma anche altri testi citati lungo il percorso (tra quelli che già possiedo ho preso nota de "I giusti" di Jan Brokken), e racconta Lorenzo a cui prima d'ora non era stato dato tanto spazio autonomo -e di certo lo ha sempre meritato. 

Oggi nel Giorno della Memoria ho voluto ricordarlo con questo consiglio di lettura, perché i lager ci sono ancora seppure in altre forme, e di esseri umani come Lorenzo abbiamo ancora un estremo bisogno.

Quale titolo consigliereste per la giornata di oggi?

giovedì 18 dicembre 2025

Eva dorme

Da oltre dieci anni "Eva dorme" è nella libreria di famiglia, acquisto di mia madre appena l’esordio di Francesca Melandri pubblicato da Mondadori era stato pubblicato.

Lo leggo ora, dopo essere rimasta colpita da "Sangue giusto", un successivo romanzo dell’autrice che come nel suo primo libro mescola storia e narrativa: mentre in "Sangue giusto" si tratta del colonialismo italiano in Etiopia, in "Eva dorme" ci troviamo in Alto Adige, terra di confine, quando il Tirolo del sud viene attribuito all’Italia al termine del primo conflitto mondiale e diventa una zona di rivendicazioni, di identità divise in cui il fascismo cercò di imporre l’italianità ad una popolazione che all’Italia fino a quel momento non era mai appartenuta.

C’è la Storia, in questo libro: ci sono gli attentati ai tralicci prima, alle forze dell’ordine poi, che segnano gli anni '60. C’è lo sradicamento della seconda guerra mondiale in cui gli altoatesini vennero privati della cittadinanza italiana quando lasciarono il territorio e una volta tornati si ritrovarono apolidi; c’è Silvio Magnago e il movimento per ottenere lo statuto speciale di regione autonoma per questa parte dell’Italia così attraente come luogo di vacanza e così ignorata come sede di una storia così complessa.

Ma soprattutto in "Eva dorme" c’è una storia familiare, quella di una madre nubile e di una figlia, una storia di montagna, di lavoro duro nelle cucine di un ristorante di un unico amore autentico, profondo ma precluso [da un’arcaica legislazione abrogata soltanto negli anni '70 che stabiliva chi i carabinieri potessero scegliere come coniugi].

Gerda, la madre di Eva, è un personaggio forte, indipendente ma anche profondamente egoista nella sua debolezza e questo alla fine mi ha colpita per quanto ad Eva venga sottratto [in una scelta impossibile da condividere: quella di privare la figlia dell’unico padre che avrebbe mai potuto avere, Vito quel carabiniere calabrese che anche a distanza ha cercato di farle da padre in lettere che non le sono mai state consegnate, sempre rifiutate da quella madre troppo ferita dalla sua perdita per concentrarsi su quella della figlia. Vito che in punto di morte richiama Eva, che la vuole incontrare almeno un’ultima volta, in una scena in cui una donna che ha attraversato l’Italia per oltre 1300 km in treno ritorna bambina e io, come lettrice, ho pianto], fino ad una scena che non svelo ma mi ha portata alle lacrime.

Francesca Melandri racconta una storia piena di sentimenti ma anche perfettamente contestualizzata, in cui ci sentiamo immersi in un territorio attraverso le sue descrizioni e le lingue che lo popolano, attraverso le tribolazioni che attraversano i suoi abitanti e queste due protagoniste femminili che rimangono a lungo con noi, una volta terminata la lettura. 

Ho imparato molto da questo libro e questo è sempre un elemento che mi colpisce nelle mie letture, un elemento che ricerco e che mi arricchisce. Qui più che in "Sangue giusto" mi sono profondamente emozionata, soprattutto nella parte finale del romanzo e quindi tra i due è quello che ho preferito, e rappresenta certamente una conferma del fatto che leggerò prossimamente anche gli altri due titoli dell’autrice, da cui sono sicura potrò trarre molto altro.

Avete già letto qualcuno dei suoi libri?

domenica 17 agosto 2025

Cose che si portano in viaggio

Apprezzo, in linea generale, gli autori con il dono della sintesi: opere come quelle di McEwan o di Ernaux, dove non c'è mai una parola di troppo, sono tra quelle che preferisco. Tuttavia la lettura di "Cose che si portano in viaggio" di Aroa Moreno Duran, pubblicato da Guanda, mi ha lasciato la sensazione che qualche pagina in più non avrebbe fatto male a questo libro.

In poco più di 150 pagine infatti l'autrice ripercorre la vita di Katia dall'infanzia all'età adulta, a partire  dall'emigrazione in Germania dei genitori, esuli spagnoli comunisti sfuggiti alla dittatura franchista e trasferitisi a Berlino est poco prima che il muro tagliasse in due la città. Katia cresce nella DDR, finché da studentessa universitaria incontra Johannes, che la aiuterà a fuggire all'ovest e diventerà suo marito.

I capitoli di questo romanzo sono brevissimi, e tra l'uno e l'altro trascorrono quasi sempre diversi anni; ci sono così molti vuoti in questa narrazione, molti particolari assenti, a partire dall'ingresso di Johannes nella vita di Katia che la stravolgerà per sempre senza che apparentemente ci siano premesse sufficienti per un cambiamento tanto irreparabile. Anche il racconto del matrimonio, apatico e insoddisfacente mentre Katia solo una volta ha contatti con la sua famiglia all'est, è frettoloso, asettico. D'un tratto siamo all'epilogo di questa storia in cui il muro di Berlino è sorto, e poi è stato abbattuto; d'un tratto Katia può attraversare quella che non è più una frontiera, e trovarsi in mano una valigia in cui scoprire il collaborazionismo del padre, il suo arresto, lo spionaggio incessante della STASI. 

A partire da un argomento di mio immenso interesse, purtroppo ho tratto una certa insoddisfazione da questa lettura, che ha qualche momento coinvolgente ma per il resto del tempo è così rapida, così pronta a passare da una decade all'altra del Novecento che non si ha modo di sentirsi coinvolti. Per una volta, avrei davvero voluto avere un più corposo numero di pagine, perché la scrittura dell'autrice è efficace e diretta ma in un volume così sottile non ha avuto modo di costruire una storia che alla fine risultasse approfondita. 

Qual è l'ultima lettura che non ha fatto al caso vostro?

martedì 8 aprile 2025

I giorni di Vetro

In tantissimi mi avevano consigliato nell'ultimo anno "I giorni di Vetro" di Nicoletta Verna, pubblicato da Einaudi, e non sbagliavano: si è rivelato infatti un romanzo pienamente nelle mie corde.

Sebbene sia una storia di invenzione, troviamo in questo libro moltissima verità: le stragi nazifasciste, la guerra di liberazione in Romagna, l'attentato fallito al Grand Hotel Terme di Castrocaro (località al centro della narrazione), gli orrori del colonialismo italiano in Etiopia -l'autrice non ci risparmia nulla, e ne ha tutte le ragioni.

Due sono le protagoniste de "I giorni di Vetro": Redenta, nata a Castrocaro con la scarogna dopo tre fratelli morti, prima di tre sorelle vive, nipote della Fafina, donna indipendente e coraggiosa circondata dai piccoli bastardi lasciati alle sue cure, figlia dell'Adalgisa, che nonostante la remissività trova la forza di ribellarsi a Primo.
E poi c'è Iris, figlia di una maestra di Tavolicci, che si unisce alla lotta partigiana al fianco di Diaz, eroe della resistenza romagnola.

Sono accomunate da due uomini: Vetro, l'agghiacciante criminale fascista tanto amico del padre di Redenta che gliela concederà in sposa, e da Diaz, partigiano per Iris, compagno d'infanzia per Redenta, che lo conosce col suo vero nome -e che ha saputo perdonargli ogni torto, che ci sarà spiegato solo alla fine.

Verna alterna i punti di vista di queste giovani donne, mescola le loro storie di vita e i loro ruoli una volta scoppiata la guerra, intreccia i fili dei loro destini fino alla fine -fino ad una scatola di cartone con dentro ciò che resta di tanti anni di orrore e di morte. 
"I giorni di Vetro" è un romanzo la cui costruzione non vacilla mai, dove i tasselli s'incastrano, dove c'è una profonda ricerca storica ma anche linguistica nella parlata mischiata con i termini dialettali di Redenta: è un testo che mi ha emozionata, fatta arrabbiare, a volte nauseata, mai lasciata indifferente.

È stato nominato tra i candidati al premio Strega di quest'anno, e se lo merita davvero!
Avete già letto questo romanzo?

giovedì 12 dicembre 2024

Bambino

 Con "Bambino", pubblicato da Einaudi, Marco Balzano torna al romanzo storico, genere che gli riesce meglio (il suo titolo che preferisco è "Resta qui"). Chiude una sorta di cerchio aperto proprio con "Resto qui" dedicato al confine orientale e si sposta a Trieste, alla zona di confine del Friuli Venezia Giulia dove prima dell'ascesa del Fascismo numerose culture e nazionalità convivevano in uno spazio d'incontro -italiani, sloveni, croati, ungheresi. Si sposta nella Trieste del Narodni Dom in fiamme, della risiera di San Sabba, dell'occupazione nazista.

Dopo i precedenti romanzi in cui i soggetti sono stati le vittime della storia, qui guardiamo il mondo attraverso gli occhi del carnefice: Mattia Gregori, soprannominato Bambino, fascista prima, delatore poi. Mattia è Bambino per il suo aspetto infantile (e dunque poco virile per le camicie nere), è Bambino per la ricerca della madre biologica mai conosciuta; per la violenza incontrollata, per l'assenza di ideologia e coscienza politica con cui arriva al fascismo, per stare dalla parte dei più forti.

Lo dico: empatia per Mattia ho faticato a provarne, troppo convinte le mie posizioni, troppo inaccettabili i suoi comportamenti. Per fortuna c'è Nanni, il padre orologiaio, un uomo integerrimo e antifascista, disposto ad accogliere, amare e proteggere Mattia ogni volta, pur conoscendone anche i lati peggiori.

Questo è un romanzo di uomini (o di bambini): i personaggi femminili sono sullo sfondo, più desiderati o rimpianti che reali. È un romanzo in cui ci si chiede quale umanità resti in chi fa del male, ed è una domanda a cui è molto difficile rispondere, anche scavando per decenni nell'anima di Mattia.

Ho trovato difficile e disturbante mettermi nei suoi panni, ma ho apprezzato molto la capacità dell'autore di farmi uscire dalla mia zona di comfort. 

Qual è l'ultimo romanzo italiano che avete letto?

mercoledì 20 novembre 2024

L'interprete

Dopo aver letto "La zona d'interesse" di Martin Amis, "L'interprete" di Annette Hess, pubblicato da Neri Pozza, è il secondo romanzo che leggo che offre sul Nazismo e sul lager una prospettiva insolita, esterna.

Qui la protagonista è Eva, una giovane donna che lavora come interprete dal polacco, e nel 1963 a Francoforte viene assunta dal tribunale che si occupa del processo ad Auschwitz. La giovane donna, che fino ad allora ha trascorso un'esistenza tranquilla e indisturbata tra la trattoria di famiglia e il suo promesso sposo, si trova allora a scontrarsi con un orrore di cui nessuno osa mai parlare ad alta voce, anzi che spesso chi la circonda è disposto a negare dichiarandolo impossibile. 

"L'interprete" è un romanzo sulla responsabilità del popolo tedesco: di chi non ha avuto scelta, forse, ma si è schierato dalla parte dei colpevoli, autoassolvendosi in nome di quell'obbligo. È un romanzo sulle colpe mai elaborate né ammesse, che emergono poco alla volta mentre chi se ne è macchiato porta avanti indisturbato la propria vita. Lo vediamo in Eva, a cui riaffiorano alla mente ricordi d'infanzia che individuano i suoi genitori proprio come lavoratori e abitanti di quella "zona d'interesse" di cui Amis ha scritto, che non si sono macchiati le mani col sangue dei prigionieri ma hanno contribuito a far funzionare l'ingranaggio della macchina di sterminio di Auschwitz.

In questo senso "L'interprete" è un romanzo molto interessante e ben scritto, che sa essere appassionante svelando un elemento alla volta. Ha tuttavia anche dei difetti che mi hanno un po' raffreddata nel mio entusiasmo: il personaggio della sorella Annegrett, per nulla necessario nella sua sindrome di Munchausen per procura con cui mette a rischio la vita dei neonati di cui si occupa in ospedale come infermiera; l'elemento romance della relazione tra Eva e Jurgen, che appiattisce un po' il punto di vista della protagonista; alcune decisioni nella trama, come l'uscita di scena frettolosa di David prima della conclusione del processo e la notte d'amore, per nulla necessaria, tra lui ed Eva in Polonia. 

Nel complesso quindi ho trovato "L'interprete" un testo non impeccabile, ma in ogni caso stimolante e molto capace nel mostrare la normalità assoluta delle famiglie tedesche che, nel silenzio e nell'omertà generale, avevano fatto la loro parte nello sterminio nazista. 

Qual è l'ultimo romanzo di letteratura tedesca che avete letto?

mercoledì 29 maggio 2024

Isidor

Shelly Kupferberg in "Isidor", recente pubblicazione di Keller editore, ricostruisce una parte della storia della sua famiglia, concentrandosi in particolare sullo zio che dà il nome al testo, a dire il vero nato Israel, a Leopoli, oggi in Ucraina e all'epoca parte dell'Impero Austroungarico.

Nella seconda metà dell'Ottocento Israel nasce in una numerosa famiglia ebraica ortodossa, ma come i suoi fratelli si stanca presto dell'osservanza del padre, delle sue preghiere e della modestia nella quale crescono, desideroso di vedere il mondo e fare fortuna altrove. La città che sentirà come la propria patria, dove avrà successo negli affari e nelle relazioni così come i suoi familiari: un'esistenza invidiabile, che si protrarrà fino all'avvento del Nazismo, all'annessione dell'Austria e alle leggi razziali. 

Il testo di Sally Kupferberg è più di una biografia, più di una storia familiare: è la ricostruzione di come un regime mise fuori legge una parte consistente dei suoi cittadini, privandoli dei loro beni, dei loro diritti, della loro posizione in società, fino a torturarli, deportarli, ucciderli, fino a rendere quelle che consideravano le proprie città dei luoghi di violenza e di terrore.

"Isidor" è una storia individuale che diviene collettiva, una narrazione breve e diretta, che ci trascina tra le pagine della storia mondiale in un percorso dapprima di crescita e poi di annientamento. Per l'ennesima volta il catalogo di questa casa editrice mi riserva una gradita sorpresa, e un testo che consiglio a tutti gli amanti dei romanzi storici!

Qual è un testo biografico che vi ha colpiti?

mercoledì 20 marzo 2024

I miei sette figli

Pubblicato per la prima volta nel 1955, "I miei sette figli" (che ora trovate in libreria nell'edizione Einaudi) scritto da Renato Nicolai si basa sulla testimonianza di Alcide Cervi, il capofamiglia, e il suo tono informale da contadino di romagna formatosi sui libri e soprattutto sull'esperienza.

In poco più di cento pagine Alcide racconta la sua vita, dalla giovinezza al ruolo di padre di quei sette maschi che gli furono strappati dai fascisti. Racconta il lavoro dei campi, dapprima a mezzadria e poi su terreni propri; le modifiche sul terreno che lo resero sempre più fertile, le migliorie all'allevamento e alla produzione del latte, la coscienza politica sempre più consapevole grazie a quei figli che leggono e si informano e si avvicinano sempre di più al socialismo e al sogno della Russia.

E poi, naturalmente, racconta la Resistenza: i sabotaggi ai fascisti, la diffusione dell'Unità, la stampa clandestina nell'ambiente domestico, le pressioni sempre più forti, gli arresti, infine la fucilazione di quei ragazzi così forti, così coraggiosi da non mostrare mai la loro paura né alle mogli, né ai figli, né ai genitori. 

Altrettanto coraggioso emerge Alcide, rimasto con le nuore e undici nipoti, il più grande di appena dieci anni e il minore ancora sul punto di nascere: Alcide che crede alla forza del raccolto che verrà, della prossima generazione pronta a crescere con gli ideali dei padri.

È un testo prezioso, intriso di un territorio e di una sapienza contadina; con la coscienza di oggi lo si troverà un romanzo molto maschile, in cui le due figlie femmine non compaiono mai (probabilmente spose e uscite di casa a differenza dei fratelli che vi hanno condotto le mogli). Rappresenta una generazione e un ideale, nel clima politico di oggi sempre fondamentale e necessario.

Qual è il testo sulla Resistenza che vi ha segnati maggiormente?

mercoledì 13 marzo 2024

Le cinque donne

Leggo raramente testi storici e biografici, più a mio agio come sono con i romanzi. Ho letto "Le cinque donne" di Hallie Rubenhold, pubblicato da Neri Pozza, perché mi era stato caldamente consigliato da due amici di cui mi fido molto: e non sbagliavano.

Si tratta di un testo approfonditamente documentato, con un apparato bibliografico esteso, che si pone il dichiarato intento di dare voce e dignità a Polly, Annie, Elizabeth, Kate e Mary Jane, le donne assassinate a Londra nel 1888 dall'assassino mai identificato passato alla storia come Jack Lo Squartatore, ben più famoso delle sue vittime.

Fino ai giorni nostri la morale dell'epoca (non così lontana da quella odierna, che ancora divide le donne in sante e puttane, chi da proteggere chi da denigrare) ha ridotto queste donne alla definizione di "solo prostitute", come se si fossero in quanto tali meritate la fine tragica e violenta delle loro esistenze. Non esiste tuttavia alcuna prova che Polly, Annie, Elizabeth o Kate si definissero prostitute e svolgessero tale attività al momento della morte; le prime tre non avevano mai esercitato il mestiere. Solo Mary Jane, l'unica assassinata in casa, l'unica della cui storia si sa ben poco se non quella che aveva scelto di inventare per sé, poteva in realtà essere definita tale; l'elemento che accomunava queste donne era la povertà, l'essere senza tetto, l'essere dipendenti dall'alcol per sfuggire alle sofferenze delle loro vite. 

"Le cinque donne" descrive un'Inghilterra vittoriana di miseria, gravidanze troppo numerose che spingono i lavoratori nel circolo della povertà impossibile da spezzare, alcolismo, ospizi per i poveri che divengono veicolo di discriminazione e parassiti. Descrive una morale impietosa che non perdona la fragilità femminile, il venir meno al ruolo dell'angelo del focolare capace di mantenere la famiglia in assenza dell'uomo di casa, davanti alla perdita dei genitori, dei figli appena nati. 

L'autrice ci fa provare una profonda empatia per queste donne, ci fa soffrire con loro mentre le loro esistenze vanno in pezzi; le rende di nuovo persone, non soltanto vittime, le riporta alla luce senza alcun sensazionalismo o elemento voyeuristico (agli omicidi infatti non dedica nemmeno una riga). 
Non pensavo di potermi sentire così coinvolta da un testo di questo tipo, ed invece mi ha del tutto assorbita, e sento anche di aver imparato molto su un'epoca di cui finora avevo solo letto nei romanzi, come quelli di Dickens. Se siete interessati alla storia delle donne, questo è un testo che vi consiglio assolutamente!

Qual è l'ultimo testo di non fiction che avete letto?

giovedì 15 febbraio 2024

Grande Meraviglia

 Di Viola Ardone avevo già letto i precedenti romanzi pubblicati da Einaudi, "Il treno dei bambini" e "Oliva Denaro". Anche in "Grande meraviglia" ho ritrovato lo stesso talento dell'autrice: raccontare storie italiane che ricevono poca attenzione, in modo semplice e accessibile, capace di emozionare e rimanere impresso.

Se nel primo titolo erano stati i bambini del meridione accolti in Emilia Romagna nel secondo dopoguerra, e nel secondo il matrimonio riparatore, qui si parla dei manicomi chiusi dopo la legge Basaglia del 1978 e di come prima di allora per molto tempo vi fossero state rinchiuse donne scomode, a volte adultere, a volte politicizzate, a volte povere, a volte semplicemente indesiderate dai propri mariti e famiglie.

Una di loro è la Mutti, mamma tedesca di Elba che nel manicomio del Fascione ci nasce e cresce: non è mai stata malata di mente sua madre, ma la ha resa tale il manicomio con le sue terapie disumane, primo tra tutti l'elettroshock. Non è mai stata malata di mente Elba, ma il manicomio è l'unica casa che conosce, l'unico posto in cui si sente al sicuro da una libertà che non sa gestire. 

Al Fascione incontra Meraviglia, Franco Meraviglia, allievo di Basaglia che crede nella convivenza tra sani e malati; Franco la libera, o perlomeno ci prova, la accoglie in casa sua come una figlia, la spinge a studiare psicologia. Franco in questo libro lo ritroviamo anziano, alle soglie del 2020; si chiede cosa sia stato di quella ragazzina che lo ha lasciato all'improvviso, fa i conti con il padre assente che è stato per Vera, che tuttavia non indugia ad affidargli il nipotino ha cui ha dato il suo nome, e Mattia, che è diventato prete. Franco è stanco, dei suoi dubbi e della vecchiaia che gli pesa; dà da mangiare a un gatto ogni mattina, ma dentro di sé vorrebbe che questo compleanno incombente fosse l'ultimo,

La conclusione sa di salvezza e di affetti, di Elba che non ha mai smesso di scrivergli e tra le mura di un altro istituto, da libera caregiver, ha trovato la propria dimensione; di un gatto che ti impedisce di addormentarti con il gas aperto, di Vera che impara a dimostrargli il bene che gli vuole. 

Leggere dei manicomi è doloroso, difficile; la voce di Elba bambina li racconta in tono giocoso, della fiaba che la mamma ha inventato per lei e che ricorda "La vita è bella" di Benigni. Alla sua segue poi la voce di Franco che è scanzonata, allegra anche nelle difficoltà, e insieme alleggeriscono episodi intollerabili, li rendono leggibili al pubblico che così ne riesce a prendere coscienza. Ardone è maestra in questo, e anche qui riesce benissimo, creando due protagonisti a cui alla fine si vuole un gran bene.

Sebbene Amerigo de "Il treno dei bambini" mi abbia particolarmente colpita, in una storia ancora più vicina al mio territorio, qui c'è la poesia dei giorni tutti uguali, un omaggio ad Alda Merini, le piccole storie di chi la società ha cercato di dimenticare, di contenere, di imprigionare, e in Franco coloro che hanno lottato perché riconquistassero i diritti e la libertà. Un romanzo, insomma, che sono arricchita dall'aver letto e che vi consiglio caldamente.

Qual è il vostro titolo preferito di Viola Ardone?

martedì 13 febbraio 2024

Il fiume delle cento candele

 Ho acquistato "Il fiume delle cento candele" di Kim Echlin, pubblicato da Einaudi, diversi anni fa. 

La sua pubblicazione risale al 2009 ed il titolo originale è "The Disappeared", lo scomparso, gli scomparsi: un titolo calzante, perché a scomparire sono in molti in questo testo, che contiene una storia d'amore indissolubilmente legata al genocidio cambogiano degli anni '70.

Anne e Serey si incontrano in un inverno di Montreal; lui è emigrato da Phnom Penh per studiare, finché le frontiere sono state chiuse e ha perso ogni contatto con i suoi familiari, probabilmente morti come migliaia di altri cittadini. Quando qualche anno dopo i confini vengono riaperti Serey riparte, Anne non può seguirlo ed è lui lo scomparso ora, per ben undici anni in cui la ragazza non lo dimentica, e al termine dei quali lo ritrova in Cambogia -ma i conti con la storia non sono ancora andati in pareggio [ed infatti Serey, nelle file dell'opposizione, scomparirà di nuovo e questa volta perché sarà stato ucciso nel corso di una manifestazione].

"Il fiume delle cento candele", il cui titolo italiano fa riferimento ad una scena dolcissima condivisa da Anne e Serey all'inizio del libro, quando la felicità sembrava ancora un obiettivo raggiungibile, è un testo intriso di dolore, che riflette sulle conseguenze di uno sterminio e di una dittatura, sul diritto di reclamare almeno i corpi dei propri cari che ne sono state vittime, sul diritto alla ricerca di coloro che sembrano svaniti nel nulla. 

La scrittura di Echlin sa essere estremamente poetica e delicata, ci fa soffrire con la sua protagonista [che perde a più riprese il suo amato, che perde anche la bambina che i due hanno concepito insieme in quella Cambogia così determinata a sfinirli, eppure resta indomita anche quando tiene il cranio di Serey tra le braccia dopo averlo tirato fuori da un fiume] e dà voce a un Paese martoriato di cui avevo letto soltanto poche righe sui libri di storia -e le cui vicende conto ora di approfondire in futuro.

Si tratta purtroppo di un testo fuori catalogo, anche se di Kim Echlin si trova facilmente un altro romanzo in libreria, che credo prenderò in prestito in futuro. Spero che però possiate trovarlo in biblioteca, perché merita davvero!

Qual è l'ultima sorpresa che avete estratto dai vostri scaffali?

giovedì 8 febbraio 2024

Heimat

"Heimat" di Nora Krug (lo trovate in libreria pubblicato da Einaudi) è una delle letture più interessanti che ho affrontato nell’ultimo periodo. Il sottotitolo lo definisce "album di una famiglia tedesca" ed è proprio l’album il genere di opera, composta da testo e immagini, che meglio lo rappresenta.

Le immagini sono illustrazioni come in un fumetto, a volte vere e proprie pagine composte da tavole e didascalie, ma altre volte sono fotografie o documenti, mappe, infografiche che arricchiscono la narrazione e la sua veridicità. 

L’autrice scava nella memoria propria ma soprattutto della sua famiglia, interrogandosi sul senso di colpa e sulla vergogna che ha sempre provato nel sapersi tedesca, per quanto emigrata in America, non conoscendo in profondità quanto i suoi antenati fossero stati in prima persona protagonisti delle atrocità naziste. È così che ripercorre tra un archivio, l’intervista ad un parente, la lettura delle corrispondenze i passi del nonno Willy, che al partito era stato iscritto, dello zio Franz Karl, morto ad appena diciott’anni soldato in guerra, e degli altri membri della famiglia che li hanno conosciuti.

È uno scavo, un viaggio a ritroso in quella Karlsruhe che tanto ha perseguitato i suoi cittadini ebrei, è un viaggio di scoperta, di elaborazione dell’identità che sa essere in primo luogo estremamente informativo. Sa essere emozionante, per l’avvicinamento emotivo che l’autrice prova nel conoscere anche dopo la loro scomparsa  i parenti sui quali si era tanto interrogata.

Ho amato anche le pagine dedicate ai prodotti di origine tedesca che poi si sono diffusi nel mondo e l’attenzione che l’autrice dedica all’aspetto linguistico dell’identità.

"Heimat" è dunque una storia familiare, ma al tempo stesso una storia della Germania, un testo che consiglierei assolutamente come lettura nelle scuole perché la sua forma illustrata lo rende adattissimo anche ai più refrattari ai testi di storia, e che sorprenderà chi si aspetta un fumetto tradizionale, perché scoprirà molto di più tra le sue pagine. Per me che per tanti anni ho studiato tedesco e ho anche abitato in Germania è stata una lettura veramente sorprendente e soddisfacente, che non posso fare altro che consigliarvi.

Qual è l'ultimo fumetto che avete letto?

mercoledì 10 gennaio 2024

Primavera di bellezza

"Primavera di bellezza", che prende il titolo dalla canzone popolare in epoca fascista, è il terzo e ultimo romanzo pubblicato in vita dall’autore Beppe Fenoglio. Fu pubblicato da Garzanti nel 1959, dopo essere stato idealmente un progetto molto più lungo e ambizioso; vide la luce in una versione ridotta dove il protagonista è Johnny, alter ego dell’autore, che troveremo ancora nel più famoso romanzo "Il partigiano Johnny". Oggi lo pubblica Einaudi editore.

Il racconto ruota attorno all'8 settembre 1943, all’armistizio firmato dall’Italia che lasciò disorientati così tanti dei suoi giovani soldati. Il protagonista è in addestramento, lo è stato prima in Piemonte e poi a Roma così com’è successo allo scrittore stesso, quando l’armistizio viene firmato lo apprende in ritardo, di guardia come è rimasto con i suoi compagni in una zona di campagna. Da lì intraprende un rocambolesco viaggio per rientrare nella sua regione, su treni stracolmi, temendo di essere riconosciuto e arrestato dai tedeschi, ma mentre rientra si imbatte in gruppo di ribelli e così inizia quasi per caso la sua esperienza nella lotta partigiana.

"Primavera di bellezza" è un romanzo breve, concentrato sulla vita militare, che deve essere stata senza dubbio un’esperienza significativa per lo scrittore che qui vi riflette il cameratismo, le differenze di provenienza regionale e familiare dei ragazzi che si trovano ad imparare a fare la guerra, strappati ai loro lavori o al loro studio, esprimendo poi più di una volta opinioni politiche contrarie alla guerra e al fascismo imperante. 

È un romanzo breve ma non per questo di immediata accessibilità: all’inizio la vita in caserma tiene un po’ di distanti e poi ci si rende conto di quanto le descrizioni siano vivide e sembra di condividere le giornate con quel gruppo di italiani soldati per caso. 

Fenoglio scatta un’istantanea di una data che ha cambiato il corso della storia, e che per noi sui libri di scuola non è mai stata così tridimensionale: la scrittura è evocativa, pienissima di termini in inglese (dichiarò di aver scritto interamente in inglese questo testo prima di tradurlo) e anche se la trama non è stata la più coinvolgente dal mio punto di vista sono molto contenta di aver ulteriormente approfondito questo autore.

Qual è l'ultimo romanzo italiano che avete letto?

Dove vola la polvere

Dell’autrice vietnamita Nguyen Phan Que Mai avevo già letto il romanzo di esordio "Quando le montagne cantano", anch'esso pubblicato da Editrice Nord: la sua esperienza è quella autentica di una donna che ha dovuto lavorare a lungo e duramente prima di poter emigrare e approfondire i propri studi diventando una scrittrice. 

Un lungo lavoro di documentazione e di ricerca durato oltre sette anni ha dato la luce a "Dove vola la polvere", un altro emozionante racconto intrecciato inestricabilmente alla storia del Vietnam. Qui l’argomento centrale sono i "dust children", i figli di soldati americani e donne vietnamite che hanno a lungo subito una pesante discriminazione una volta terminato il conflitto, figli di padri che quasi sempre non hanno conosciuto perché tornati negli Stati Uniti lasciandosi dietro ragazze che avevano frequentato in quanto prostitute o nei confronti delle quali non si erano sentiti di prendersi impegni. Una volta superati però i cinquant’anni diversi di questi veterani di guerra americani hanno deciso di fare pace con il proprio passato e tornare sui propri passi alla ricerca di quelle donne e di quei bambini. 

L’autrice racconta queste vicende attraverso il personaggio di Dan, un soldato che ha superato la sessantina e torna in Vietnam con la moglie tormentato dal senso di colpa per una giovane donna che abbandonò incinta prima di lasciare il paese, e il punto di vista di Phong, un giovane dai tratti in parte afroamericani cresciuto senza mai conoscere i propri genitori, vittima di violenze, discriminazioni e raggiri. Insieme a loro facciamo la conoscenza di due sorelle che, spinte dalla difficoltà economica, intraprendono una ben poco piacevole carriera nei bar per soldati americani a Saigon [e una sarà la giovane abbandonata da Dan  Che purtroppo morirai in un incidente appena nata la figlia bambina, mentre l’altra distrutta dalla perdita della sorella rimarrà a sua volta incinta dalle violenze della prostituzione e darà alla luce proprio song che ritroverà però moltissimi anni dopo quando donna in carriera troverà la forza di fare pace con il proprio passato].

"Dove vola la polvere" è dunque un romanzo di ricerca, di personaggi dalle identità in divenire e dal passato impossibile da dimenticare. È un romanzo che riflette sugli orrori del conflitto armato e su come questi impattino su ognuna delle persone coinvolte. È anche, come il precedente, un romanzo dalla scrittura semplice, diretta e ricchissima di descrizioni che ci trasportano in un rigoglioso Vietnam nel quale sembra davvero di trovarci mentre seguiamo lo sviluppo delle vicende. 

È una storia che parla al cuore e che mi sento sento di consigliare a tutti gli amanti dei romanzi a sfondo storico, che vogliono scoprire una pagina della quale davvero si parla ben poco narrata da una autrice che conosce bene la materia che tratta e che sa coinvolgere ad ogni pagina delle sue storie.

Qual è l’ultimo romanzo ambientato in Asia che avete letto?

mercoledì 3 gennaio 2024

Il fotografo di Mauthausen

Per questa Giornata della Memoria voglio consigliarvi il fumetto "Il fotografo di Mauthausen" di Salva Rubio, Pedro Colombo e Aintzane Landa, pubblicato da Mondadori nel 2018, perché racconta una pagina di storia davvero poco conosciuta: si parla di Olocausto, certo, come si intuisce dal titolo. Ma il prigioniero a Mauthausen protagonista di questa storia è Francisco Boix, prigioniero politico spagnolo, che sopravvissuto al campo di concentramento non verrà affatto riaccolto in patria: in Spagna infatti il franchismo non è caduto al termine della Seconda Guerra Mondiale, bensì ha spadroneggiato fino agli anni '70.

Non avevo mai sentito parlare di questo partigiano, orgoglioso membro del partito comunista, che sfidò ogni avversità e vinse ogni timore di perdere la vita in nome di quella che sentiva come una missione: testimoniare le brutalità dei lager attraverso le sue fotografie, che scattava obbligato dai nazisti, e quelle scattate dai nazisti stessi, e fare in modo che quelle fotografie costituissero un monito, una testimonianza, uno strumento per ottenere giustizia. 

Le tavole sono evocative, fotografiche, dettagliate; i colori sono spesso cupi, le scene di violenza e di morte sono molteplici, il disegno rivela i corpi brutalizzati, scheletriti, ma anche la forza degli uomini nelle espressioni dei volti. 

Salva Rubio racconta in questo fumetto la vita di un uomo che ha vissuto troppo poco (un'insufficienza renale, probabilmente dovuta alle privazioni del campo di concentramento, lo uccise ad appena 31 anni), ma con coraggio, lottando per la giustizia e perché gli orrori della storia non fossero dimenticati.

Nel 2018 dalla sua vita è stato anche tratto un film spagnolo, con protagonista Mario Casas -finalmente dunque anche nella sua patria le ingiustizie subite da Francisco ricevono l'attenzione e il riconoscimento che avrebbero ben meritato in passato.

Purtroppo questo testo è fuori catalogo, ma la mia speranza è che Mondadori decida di ristamparlo in modo da permetterne la diffusione a quanti più lettori!

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domenica 26 novembre 2023

Piccole cose da nulla

"Piccole cose da nulla" di Claire Keegan, pubblicato da Einaudi, è la dimostrazione di come una storia ambientata nel periodo di Natale possa affrontare ben più di buoni sentimenti e regali sotto l'albero.

Bill Furlong è un uomo quasi quarantenne nell'Irlanda degli anni '80; commercia combustibile e rifornisce gli abitanti della cittadina dove abita con la moglie e le sue cinque figlie. Della sua infanzia conserva anche ricordi amari, per lui Babbo Natale non è mai arrivato con il puzzle che desiderava, perché è cresciuto da figlio di madre nubile, di padre ignoto, accolto nella dimora di una donna nubile e benestante.

A Bill non è mancato nulla, e ci tiene a mandare avanti così anche la vita della propria famiglia, impegnandosi duramente. Non spreca tempo né denaro nel bere e non contrae debiti con nessuno; nel periodo di Natale, mentre pianifica l'acquisto dei doni per le sue bambine, consegna del carbone al convento vicino: e qui entra a contatto con l'orrore delle Magdalene Laundries, dove la chiesa cattolica d'Irlanda tratteneva contro la loro volontà ragazze dal comportamento ritenuto immorale sottraendo anche i loro neonati.

Bill è un uomo integro, una brava persona: e il suo desiderio di tranquillità si scontra con i suoi valori. In meno di cento pagine lo seguiamo arrovellarsi sulle scelte giuste e sulle loro possibili conseguenze, sul suo passato e sul significato che esso comporta nel presente, sul senso del definirsi credenti e cristiani. 

Quella di Claire Keegan è una storia d'inverno, che profuma di zucchero, dolci da forno e di frutta candita, che fa pensare alla carta da regalo stretta attorno ai pacchi ma anche alla gratitudine, al senso più profondo di ciò che abbiamo e che siamo. 

È un piccolo concentrato di poesia, che in così poco riesce anche a mettere il lettore in contatto con una triste pagina di storia di cui si parla ben poco; avrei letto volentieri molto di più dalla penna dell'autrice, ma è stata senz'altro una lettura perfetta per quest'avvento, dalle atmosfere suggestive ma affatto superficiale.

Qual è l'ultima storia di Natale che avete letto?

giovedì 26 ottobre 2023

L'altra Grace

Romanzo storico basato su un fatto realmente accaduto nel Canada del diciannovesimo secolo, "L'altra Grace" di Margaret Atwood, pubblicato da Ponte alle Grazie, racconta la storia di Grace, una giovane domestica di origini irlandesi che trascorse quasi trent'anni in carcere, accusata dell'omicidio del suo datore di lavoro e dell'amante di lui.

Che Atwood sia una grande narratrice è indubbio, chiunque abbia letto "Il racconto dell'ancella" lo sa bene. Anche qui dà voce ad un personaggio femminile indimenticabile, dal linguaggio semplice ma dalle riflessioni mai scontate, che ci racconta in prima persona in numerosi capitoli la sua vita, da un'infanzia di povertà e lavoro precoce a pochi anni di serena spensieratezza, fino alla morte della sua migliore amica e poi al processo, al manicomio, alla prigione.

Grace è innocente? È stato il lavorante che per gli omicidi è stato condannato a morte ad invischiarla nel caso, oppure era incapace di intendere e di volere al momento del delitto? O invece è colpevole, ed è un'abile manipolatrice a cui fin troppi hanno creduto?

Ce lo chiediamo mentre accompagniamo il dottor Simon nei lunghi colloqui in cui ne indaga la salute mentale, cercando di porre rimedio all'apparente amnesia della ragazza. Simon, che personaggio detestabile, con il desiderio sotto la superficie di irretire Grace, sfogato su un'altra donna indifesa, la padrona di casa sedotta ed abbandonata.

L'autrice ci fa affezionare a Grace pagina dopo pagina, ricordo dopo ricordo, e crea altri personaggi secondari che rimangono impressi, come il venditore ambulante Jeremiah, capace di reinventarsi in ben altri panni e che a modo suo non la abbandonerà mai [disposto addirittura ad inscenare una possessione demoniaca pur di dimostrarla innocente agli occhi del Direttore del carcere]; come Jamie, il ragazzino col flauto che intrecciava corone di margherite, che sembrerà tradirla come un Pietro biblico (i riferimenti al testo sacro sono numerosissimi tra queste pagine) ma poi le regalerà dopo la prigionia un futuro di insperata serenità.

Margaret Atwood inventa ciò che riempie gli spazi di molteplici documenti dell'epoca, che compaiono tra le pagine. Alterna i punti di vista di Grace e di Simon, arricchisce il romanzo di corrispondenze tra i personaggi, e se il ritmo di partenza può sembrare lento a decollare dopo un centinaio di pagine si è così coinvolti che non si riesce più ad interrompere la lettura. Il mio sollievo nello scoprire che l'autrice (ma in effetti anche la vicenda della Grace realmente esistita) ci regala un lieto fine portate a termine queste oltre cinquecento pagine è stato immenso, e posso davvero dire che questo romanzone mi abbia scaldato il cuore, perciò non posso che consigliarvelo.

Ora non mi resta che godermi la visione della serie televisiva!  

Cosa avete letto di Margaret Atwood?

mercoledì 4 ottobre 2023

Stirpe di drago

"Stirpe di drago", in questa edizione vintage Mondadori acquistata al mercatino, è stato il mio primo incontro con Pearl S. Buck, autrice statunitense premio Nobel per la letteratura che trascorse in Cina gran parte della propria vita.

In Cina è ambientato "Stirpe di drago", romanzo familiare che si svolge negli anni '30 e '40, durante l'occupazione giapponese e le atrocità di cui si macchiò, compreso il massacro di Nanchino. Si tratta di un romanzo familiare, che ha per protagonista il capostipite Ling Tan, sua moglie Ling Sao, i loro cinque figli con relativi coniugi e prole. 

Le scene crude e dolorose non mancano, data l'epoca di guerra che racconta, ma il romanzo è ricco anche di descrizioni della vita rurale, dei raccolti e della quotidianità della famiglia di umili agricoltori che con il tempo diventano coraggiosi partigiani che difendono il proprio paese. Nonostante l'epoca dei fatti, i personaggi femminili sono tutt'altro che secondari e sottomessi: Ling Sao per prima, insieme alla moglie del secondogenito Jade, che insegnerà alla famiglia l'importanza della lettura e del pensare con la propria testa.

Anche i rapporti tra i generi sono raccontati in modo tutt'altro che arcaico: tra le coppie, seppure condizionate dai retaggi del patriarcato dell'antica Cina fatto di matrimoni combinati e fasciatura dei piedi, ci sono sentimenti veri, rispetto e complicità, tra i più anziani come tra i più giovani. L'ho trovato un elemento di grande attualità che mi ha fatto provare per loro maggiore empatia.

"Stirpe di drago" è un romanzo dal sapore classico, complice anche la traduzione non proprio recente (risale agli anni '60), che ho letto assaporandone una pagina alla volta e immergendomi nei ritmi della natura e della campagna. Non si può considerare propriamente un testo di letteratura cinese, ma senza dubbio è stato un viaggio coinvolgente e che vi consiglio!

Qual è l'ultimo romanzo ambientato in Asia che avete amato?