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giovedì 12 marzo 2026

Capelli, lacrime e zanzare

Romanzo d'esordio della scrittrice zambiana Nawali Serpell, "Capelli, lacrime e zanzare", pubblicato da Fazi editore, era nella mia libreria con la sua imponente mole da oltre un anno, finché il gruppo di lettura legato al progetto #scaffaleafricano organizzato da @liseleggeliseviaggia mi è stato di stimolo.

Sin dall'inizio sono rimasta un po' disorientata: i primi capitoli risuonano di un'eco fenogliana riprendendo i ventitré giorni della città di Alba, dunque un'ambientazione piemontese che non mi aspettavo, per poi riportarsi in una direzione più prevedibile, ossia quella della storia dell'indipendenza dello Zambia, in un affresco di numerosissimi personaggi che si snodano su tre diverse generazioni dall'inizio del Novecento ai giorni nostri.

L'aspetto stilisticamente più interessante è la presenza di un coro, segnalato in corsivo, a separare i diversi capitoli: dà voce a nientemeno che alle zanzare, portatrici di malattie che hanno influenzato il corso della storia, e ricordano il proprio ruolo nella colonizzazione e sulle vicende umane. 

Oltre alle zanzare, come ci ricorda il titolo incontriamo molte donne in queste pagine, tra cui una i cui capelli non cessano mai di crescere e un'altra che non può fermare le sue lacrime. Sono donne che non si supportano, preda delle proprie fragilità e dei propri egoismi, e non è facile provare empatia per loro. L'evoluzione dello stato è tra gli elementi che più mi hanno incuriosita, ma ho trovato che il romanzo si perda troppo spesso per strada: dopo un inizio lento, una parte attorno alla metà da cui mi ero sentita coinvolta, di nuovo digrada in moltissime divagazioni, prendendo la direzione del virus endemico dell'HIV, fino ad una parte conclusiva sulle nuove tecnologie che non vedevo l'ora di terminare.

Ho affrontato questa lettura con apertura mentale e sperando di apprezzarla molto; purtroppo così non è stato, ma sono comunque contenta che abbia smesso di prendere polvere sui miei scaffali, e che abbia trovato già una nuova casa!

Qual è stato l'ultimo romanzo che vi ha delusi?


mercoledì 4 febbraio 2026

Le cinque ferite

Sviluppatosi a partire da un racconto pubblicato sul New Yorker, "Le cinque ferite" dell’autrice statunitense di madre messicana Kirsten Valdez Quade, pubblicato da La nave di Teseo, è un romanzo di quasi 500 pagine ambientato attorno a una morada nel New Mexico -una comunità di penitenti cristiani di cui fa parte Amadeo, il padre di Angel, un uomo con il vizio dell’alcol che non riesce a tenersi un lavoro. 

Angel è un'adolescente rimasta incinta all’età di 15 anni, che partorisce Connor nello stesso anno in cui la nonna Iolanda (su cui grava la responsabilità economica dell’intera famiglia) si ammala di tumore al cervello ed Angel lascia la casa di sua madre dopo essersi accorta degli atteggiamenti inappropriati del fidanzato di lei nei suoi confronti.

Attorno alla famiglia Padilla ci sono dunque ospedali, l’istituzione di Smart Stars che cerca di creare le basi per l’educazione delle ragazze madri ed il sostegno della crescita dei loro bambini e soprattutto in questo libro c’è una storia familiare, piena di fragilità e di fallimenti, in cui Amadeo compie un errore dopo l’altro, in cui Angel tiene tutti a distanza per la paura di essere abbandonata e in cui Iolanda va incontro ad un destino crudele, perdendo sempre più pazzi di se stessa e cercando finché può di non rivelarlo a nessuno.

È un romanzo molto amaro "Le cinque ferite": il titolo si ispira al rituale di una processione in cui i penitenti si flagellano e la processione quaresimale apre e chiude questo racconto, in cui ci affezioniamo ai suoi protagonisti in una storia che ho trovato estremamente nelle mie corde, perché i suoi personaggi così imperfetti sono costruiti in maniera realistica e coerente davanti al dolore delle perdite, ma anche resilienti e determinati a non arrendersi e a riprovarci facendo del proprio meglio.

Mi ha richiesto tempo questo libro, perché ha toccato delle corde personali e alcune volte non sono stata sicura che sarei riuscita a portare a termine alcuni capitoli: il declino di Iolanda e la sua sofferenza sono raccontati in modo estremamente vivido e per chi è sensibile al tema potrebbero essere molto difficili da terminare. Tuttavia, nel complesso è un romanzo che consiglio assolutamente a chi come me più di tutto ama le storie familiari e le storie di formazione, perché qui c’è il percorso di una ragazza che sembra partire con una terribile mano di carte, ma che non per questo si dà per vinta e attorno a lei pieni di errori da farsi perdonare ci sono personaggi umani che vi dispiacerà lasciare andare una volta terminato questo volume.

Qual è l’ultimo romanzo familiare che avete letto?

mercoledì 22 ottobre 2025

I Greenwood

Letto negli ultimi mesi dell’anno, "I Greenwood" di Michael Christie, pubblicato da Marsilio, ribalta quelli che credevo sarebbero stati i titoli preferiti di questo 2025, rientrandovi con prepotenza e necessità.

Sin dalle prime pagine ho sentito che questo voluminoso romanzo familiare mi sarebbe entrato nel cuore, ma ancora non potevo immaginarmi quanto!

Costruito come un viaggio nel tempo che procede prima a ritroso dal 2038 al 1908 e poi ritorno fino al futuro, questo libro racconta le vite travagliate e spesso anche infelici dei membri di una famiglia che si è formata per caso: la famiglia Greenwood. Nata da due fratelli che fratelli non erano [bambini soli, orfani di un disastro ferroviario, cresciuti come randagi dentro una foresta, imparando il mestiere del legno che ne renderà ricco uno ed emarginato l’altro che si è arruolato in guerra per salvare il primo che stava diventando cieco]: sono Harris ed Everett, ricco il primo privo di tutto il secondo, ma anche profondamente solo il primo nella sua omosessualità così difficile da dichiarare all’epoca e molto amato il secondo da una donna che in una fattoria in mezzo al nulla sfama i senzatetto sulla veranda, e ha fondato una biblioteca di libri che vanno e che vengono e che lo aspetta, pur senza saperlo per tutta la sua prigionia.

A cosa è dovuta a quella prigionia? Ad aver salvato una vita, quella di Willow l’ennesima parente che entra in famiglia senza avere alcun legame di sangue con i Greenwood, creduta figlia di un ricco magnate e della sua amante (in realtà concepita da lei e dalla guardia del corpo di lui, dipendente dall’oppio e già sposato con troppi bambini); una neonata senza nome, viene lasciata nel bosco dove Everett vive nascosto e quando la trova pur desiderando sbarazzarsene all’inizio, le si affeziona e pur di non lasciarla in mani che non la amerebbero quanto lui, dichiara di averla uccisa e così la libera. L’affida al fratello, quel fratello che di sangue non è, e sconta una pena per omicidio e per rapimento, reati che non ha mai commesso.

Everett è il personaggio a cui mi sono più affezionata sin dalle primissime pagine in cui è comparso in scena e ho temuto per lui al punto che ogni tanto ho dovuto interrompere la lettura perché non ero pronta a ricevere notizie negative al suo riguardo.

Oltre a Willow, poi che rifiuterà la ricchezza del padre e soprattutto il suo continuo abbattere gli alberi, scegliendo di vivere in un furgone, compare Liam, suo figlio che prende il nome di quell’amore segreto di suo padre Harris, quell’uomo irlandese che leggeva poesie ad alta voce. Liam, che si innamora di una musicista e fabbrica una viola che finisce distrutta, Liam che è più solo ancora di suo zio e di suo nonno e che nemmeno riuscirà a conoscere sua figlia Jake, la prima che conosciamo in questo romanzo e anche la voce che lo terminerà.

Jake, l’ultima dei Greenwood o forse no, perché essere un Greenwood non è mai stata una questione di DNA, apre e chiude questo romanzo insieme al Grande Avvizzimento che non lascia scampo agli alberi del mondo e ci parla del riscaldamento globale, di quanto l’essere umano stia distruggendo il pianeta -realtà che conosciamo già bene al giorno d’oggi. Così come la Grande Depressione non aveva lasciato scampo all’epoca in cui i primi fratelli Greenwood erano bambini. il Grande Avvizzimento stermina gli alberi del 2038 di cui Jake cerca di essere guardiana, al di là di ogni convenienza, perché gli alberi sono al centro di questa storia: che siano il legname commerciato da Harris, la fonte dello sciroppo ricavato da Everett per sopravvivere o appunto i protetti di Jake che si ritrova a fare da guida ai più ricchi del pianeta, dove della natura non rimane niente.

"I Greenwood" è un romanzo corposo, la cui mole non si percepisce per nulla: è un romanzo in cui ci si commuove, ci si emoziona, in cui attraverso il diario di una giovane donna le vite si inseguono e si ritrovano; dove nessuno forse riesce a salvarsi, ma tutti ci provano per come possono, come un albero malato che cerca di resistere alla siccità e ai parassiti.

"I Greenwood" è un romanzo pieno di umanità: l’umanità degli ultimi, di coloro che sono rimasti soli, che spesso lo hanno addirittura scelto. È un romanzo che conquisterà gli amanti delle storie familiari che non potranno che sentirsi parte di questa foresta familiare, fatta di condivisione, di darsi riparo reciprocamente e per cui non c’è bisogno di appartenere allo stesso lignaggio. Ho amato ogni pagina di questo romanzo, e da tempo non sentivo la necessità di andare avanti con una storia come con questa lettura, di cui sento già la mancanza un attimo dopo aver terminato l’ultima pagina e che non posso fare altro che consigliarvi di cuore!

Qual è l’ultimo romanzo familiare che vi ha conquistati?

mercoledì 15 gennaio 2025

All'ombra del fico

 “All’ombra del fico” di Goran Vojnovic, pubblicato da Keller editore, è esattamente il tipo di romanzo di cui non mi stanco mai: una storia familiare che attraversa le generazioni e la storia, in questo caso fino alla dissoluzione della Jugoslavia.

Il narratore è Jadran, nipote di Aleksandar e Jana, figlio di Vesna e Safet: cuce insieme i suoi ricordi, colmandoli con l’immaginazione per dar loro una direzione, un senso in positivo, mentre nella realtà tanti sono stati i silenzi nella sua famiglia.

Discendente di uomini che se ne sono andati (Aleksandar in Egitto per lavoro, facendo riscoprire alla moglie il gusto per la libertà, Safet in Bosnia appena prima che la guerra rendesse impercorribili i confini) Jadran sta stretto nel suo ruolo di padre di Marko e compagno di Anja, prova più spesso risentimento che amore, e la sua compagna ne è ben consapevole; alla morte del nonno ripercorre le proprie memorie e i percorsi di vita dei suoi familiari, consegnandoceli in un testo che è spesso un flusso di coscienza, che è ricco di dialoghi tradotti da lingue diverse, intessuti di dialetto e di cultura balcanica, di domande lasciate senza risposte.

Ci sono pagine piene di incomunicabilità in questo libro, di riflessioni su cosa significhi far parte di una coppia ma essere ugualmente soli: perché Jadran e Anja non si parlano davvero, perché Jana perde la memoria e Aleksandar resta l’unico a conservare la traccia di ciò che erano stati insieme (la guerra in Jugoslava narrata attraverso la dissoluzione dei ricordi di lei è uno dei passaggi più memorabili).

È un romanzo toccante, coinvolgente, che mi ha ricordato “Origini” di Saša Stanisic, perché seppure in modo meno sperimentale sa essere letterario e ricercato, mentre il ritrovare se stessi passa per i frutti dell’albero di fico che sembra l’unico essere vivente risparmiato dall’instabilità del tempo.

Ancora una volta entusiasta del catalogo Keller, vi consiglio davvero di recuperarlo se amate le storie familiari dell’Europa orientale!

Qual è il vostro titolo Keller preferito?

giovedì 16 maggio 2024

Il patto dell'acqua

Ho letto con grande calma "Il patto dell'acqua" di Abraham Verghese, saga familiare pubblicata da Neri Pozza che attraversa quasi un secolo di storia dell'India attraverso tre generazioni della famiglia di Mariamma, che va in sposa giovanissima a un uomo silenzioso ma amorevole e che tutti, negli anni, chiameranno Grande Ammachi.

Grande Ammachi è il pilastro di questa storia: cresce Jojo, figlio della prima moglie del marito, poi i suoi figli, Baby Mol affetta da un grave ritardo mentale e il maschietto Philipose, di cui accudirà anche i discendenti, prima Ninan e poi Marianna, la sua omonima.

La famiglia di Grande Ammachi è colpita da un Morbo misterioso, che rende l'acqua un pericolo mortale per i suoi membri; una malattia tracciata tra i rami dell'albero genealogico, che la nipote Mariamma sarà determinata a comprendere scientificamente, attraverso lo studio della medicina.

Anche la medicina è fondamentale in questa storia, nelle linee narrative dedicate a Rune e soprattutto a Digby, giovane inglese che arriva in India a svolgere la professione e che deciderà di trascorrervi l'intera esistenza, con gli anni sempre più legata alla famiglia di Grande Ammachi [si innamorerà infatti della moglie di Philipose, l'artista Elsie, che accoglierà una volta morto Ninan e quando sarà ammalata di lebbra, essendo lui il vero padre di Mariamma].

"Il patto dell'acqua" è una saga familiare dal ritmo lento, ricca di personaggi e di descrizioni, in cui ci si immerge piano piano e da cui si viene inevitabilmente conquistati. L'autore rappresenta così bene i suoi personaggi e il contesto nel quale vivono da renderceli tridimensionali, presenti, concreti, e questo è uno dei punti di forza della sua narrazione.

L'altro elemento più degno di nota sono i segreti, che si svelano a poco a poco, che sono mantenuti spesso per non ferire il prossimo, e che il lettore decifra tra i capitoli accostando i tasselli di un puzzle che prende forma sotto i suoi occhi in modo compiuto e convincente. 

Desideravo leggere questo romanzo sin dalla sua uscita, e nonostante mi abbia richiesto più tempo di quanto mi sarei aspettata mi sono separata dall'ultima pagina con serenità e soddisfazione, lasciandomi dietro una storia che rimarrà nella mia libreria e nei miei pensieri. Se siete amanti delle storie familiari che attraversano i decenni e i continenti, non posso fare altro che consigliarvelo!

Qual è l'ultima saga familiare che avete letto?

venerdì 5 aprile 2024

Squali al tempo dei salvatori

Non è un segreto che le saghe familiari siano il mio genere di romanzo preferito, quindi ero piuttosto fiduciosa quando ho iniziato "Squali al tempo dei salvatori" di Kawai Strong Washburn, pubblicato da Edizioni E/O.

Si tratta di una storia familiare dalla struttura circolare, che inizia e si conclude alle Hawaii, ed è intrisa della spiritualità delle isole: sia il principio sia la conclusione infatti rappresentano la marcia degli spiriti, che sfilano sulla montagna portando in mano le fiaccole, in presenza di Augie e Malia, che i genitori dei tre protagonisti di questa storia, Dean, Nainoa e Kaui.

Nainoa è il bambino speciale, il figlio nel quale riporre aspettative, dotato di una sensibilità particolare e in contatto in modo speciale con il mondo delle anime; sembra anche avere in sé poteri taumaturgici, ma essi oltre che un valore costituiscono un fardello davvero pesante da portare sulle sue giovani spalle. Al confronto con lui, Dean e Kaui si sentono in costante inferiorità, cercano di primeggiare sulla terraferma, il primo nella pallacanestro e la seconda negli studi di ingegneria, ma i loro percorsi non saranno lineari, e soprattutto saranno interrotti dall'improvvisa scomparsa di Nainoa, ritornato alle Hawaii in loro assenza [e che ha perso la vita in una frana].

"Squali al tempo dei salvatori" è un romanzo in contatto con gli spiriti ma anche profondamente inserito nella realtà più concreta, fatta di conti da pagare, di insuccessi, di droghe che allettano, di permanenze in carcere e di allontanamenti, perché ritornare a casa può essere troppo doloroso. È un romanzo amaro, molto più di quanto mi aspettassi al suo inizio, ma anche ricco di descrizioni di ambienti e di suggestioni, di una scrittura evocativa e talentuosa nel dare ad ogni personaggio la propria voce peculiare e riconoscibile nei capitoli dedicati a ciascuno.

Ho trovato il romanzo di Washburn originale e ben costruito, capace di incantare il lettore e di immergerlo nella cultura delle Hawaii, oltre a farlo entrare in questa famiglia in difficoltà ma piena di risorse. Mi è piaciuto molto e non posso che consigliarvelo!

Qual è una saga familiare che mi consigliate?

martedì 5 marzo 2024

Pachinko

"Pachinko" ha richiesto alla sua autrice Min Jin Lee oltre trent'anni di lavoro e di ricerca: per lungo tempo ha sentito l'esigenza di dare voce alle storie dei cittadini coreani in Giappone, e si è documentata attraverso numerosissime interviste e anche un soggiorno in Giappone in prima persona. 

Da questa saga familiare che attraversa ottant'anni di storia emerge in primo luogo la complessità dei vissuti di coloro che circondano la matriarca Sunja, che seguiamo dalla nascita alla terza età. Ne conosciamo i genitori, modesti ma amorevoli; la vediamo giovane e ingenua rimanere incinta di un uomo ricco e già sposato, partorire il primo figlio Noa accanto ad un pastore generoso che sarà un marito amato, ma che si sacrificherà in nome della fede quando il secondogenito Mozasu sarà nato da poco. 

Seguiremo poi Noa, determinato ad emergere negli studi e nella carriera e a rinnegare quel padre biologico yakuza che non saprà mai accettare, e Mozasu, meno dotato per la scuola ma dal carattere forte e coraggioso, che troverà il successo nel pachinko. Mentre Noa, in fuga da se stesso, si fingerà giapponese e metterà fine alla sua vita posto davanti alla propria inevitabile identità, Mozasu sarà padre di Solomon, ragazzo brillante e dotato ma discriminato per le proprie origini coreane nonostante gli studi all'estero in una prestigiosa università americana, e finirà per seguire le orme del padre nel pachinko, mestiere disprezzato ma svolto, nel caso di Mozasu, da un uomo veramente onesto.

Sunja è in mezzo a tante la figura di sfondo ma sempre presente: è una madre che mette i figli al primo posto, decisa a non diventare mai un peso, a lavorare duramente al fianco della cognata che sarà per lei più di una sorella. Con il passare del tempo non rinnegherà mai le proprie scelte, prima tra tutte il non aver sposato Hansu per esserne la "moglie coreana" che lui avrebbe voluto mantenendo la prima famiglia in Giappone: Sunja non si vergognerà mai di quell'amore giovanile, accetterà l'aiuto dell'uomo quando lo riterrà necessario, e al tempo stesso senza mai mancare di rispetto alla memoria dell'amato marito Isak.

Min Jin Lee racconta la guerra e l'estrema povertà nella Corea unita; ne racconta la divisione dal punto di vista degli emigrati, dei pochi che decideranno di tornare indietro facendo perdere le proprie tracce nel dittatoriale Nord, e poi racconta la discriminazione subita in Giappone, da chi si rifiuta di assumere i coreani, di affittare loro alloggi, di chi costringe anche generazioni di nati in Giappone a richiedere e ottenere un permesso di soggiorno per restare dove si è sempre vissuto -e questo ricorda una realtà che conosciamo molto da vicino.

I personaggi in questo romanzo sono numerosissimi, a volte li ho trovati quasi troppi (per esempio nel libro terzo la fidanzata giapponese di Mozasu e la figlia di lei mi sono sembrate una linea narrativa non proprio necessaria, anche se accrescono la costruzione del personaggio di lui e del figlio), ma ognuno di loro ha un proprio percorso nel testo e lo arricchisce di un'altra sfaccettatura. "Pachinko" è un romanzo stratificato, pieno di dettagli, di legami e di incontri, che farà la felicità degli appassionati di saghe familiari come me, che l'ho apprezzato moltissimo!

Qual è l'ultima saga familiare che avete letto?

martedì 30 gennaio 2024

La metà scomparsa

Che sorpresa, "La metà scomparsa" di Brit Bennett, pubblicato da Bompiani. Qualche anno fa ne avevo sentito molto parlare, ma l'ho recuperato soltanto ora, ed è stato il primo acquisto dell'anno nonostante lo avessi inizialmente preso in prestito in biblioteca: ho sentito la necessità di possederne una copia personale.

"La metà scomparsa" copre un arco di vent'anni e due generazioni: le gemelle, Desiree e Stella, che nascono a Mallard, un paesino della Louisiana che non è segnato sugli atlanti e dove vive una comunità di neri dalla pelle chiarissima; poi le loro figlie, Jude e Kennedy, che non potrebbero essere più diverse. Le gemelle infatti hanno compiuto scelte di vita radicalmente diverse: se la prima ha sposato un uomo dalla pelle scurissima, e ha dato alla luce una figlia nera, Stella dapprima quasi per gioco e poi consapevolmente ha scelto di farsi passare per bianca, ha sposato un uomo facoltoso e dato alla luce una figlia dai capelli biondi e la carnagione chiarissima. Vittima della violenza del marito, Desiree è tornata presto alla Mallard da cui lei e la gemella erano fuggite, e lì è rimasta; Stella invece non vi ha mai fatto ritorno, immersa nella noia di una vita da casalinga, facendo perdere a tutti le sue tracce perché la sua menzogna non potesse venire smascherata. 

Una critica mossa a questo romanzo è la vastità dei temi che contiene: c'è quello dell'identità, sia dal punto di vista razziale sia dal punto di vista dell'identità sessuale (Jude infatti si innamora a diciott'anni di Reese, Therese alla nascita, che sarà il suo compagno per tutti gli anni a venire, con le difficoltà che procurarsi ormoni e interventi di transizione negli anni '80 comporta), quello della ricerca di sé che non è mai un processo compiuto -le gemelle, da adulte, non sono mai fossilizzate in se stesse: Desiree lascia Mallard alla morte della madre, insieme a Early, il cacciatore di taglie che tanti anni prima il marito abusivo aveva messo sulle sue tracce, ma che non l'ha mai tradita e anzi l'ha amata da sempre. Stella tornerà agli studi che aveva lasciato per la povertà di sua madre, Jude si laureerà in medicina, Kennedy insisterà nel desiderio di diventare un'attrice.

L'anello di congiunzione sono le figlie: Jude e Kennedy che si incontrano per caso a New York, Jude che cameriera di un catering riconosce in Stella la gemella perduta, "la metà scomparsa" di sua madre: e seppure una volta soltanto, le figlie riuniranno le madri, cancelleranno il rancore, e permetteranno a Stella di dire la verità perlomeno a sua figlia. Perché è Stella, apparentemente la più coraggiosa, quella che ha scelto di scomparire, di aderire a un'altra identità, la più perduta tra le due gemelle, la più fragile nel suo castello di bugie che trema davanti ad ogni possibile minaccia di essere scoperta. 

C'è un universo di vite in questo romanzo, e l'autrice le sviluppa così bene che seguirne le orme è appassionante come se si trattasse di persone che abbiamo incontrato in carne ed ossa. La pluralità dei temi è indubbia, forse potrebbe anche disorientare, ma l'ho trovata motivata: quanti avvenimenti abbiamo in una vita, quanti incontri, quanti bivi ci aspettano sul cammino. Mi sono sentita coinvolta nelle vite di tutti i personaggi e ho apprezzato anche i salti temporali e spaziali con cui l'autrice evita di appesantire il racconto di dettagli troppo numerosi, condividendo con noi solo quelli necessari a farci rapire dalla storia. È stata una lettura che ho amato e letto voracemente, e vi consiglio di cuore.

Qual è stato il primo libro che avete acquistato quest'anno?

giovedì 18 maggio 2023

L'ottava vita

Si conquista, a metà dell'anno quasi, il titolo del preferito per il momento "L'ottava vita" di Nino Haratischwili, pubblicato da Marsilio. 


L'autrice scrive oltre mille pagine di storia familiare, storia della Georgia e dell'Unione Sovietica; con l'aroma della cioccolata, preparata secondo la ricetta del patriarca che sembra recare con sé una maledizione, ci immerge nelle generazioni della famiglia Jashi e non ci lascia scampo.

Le figlie del fabbricante di cioccolata, per prime, Stasia che sogna di danzare; poi i suoi figli, Kostja che sarà integerrimo nella sua ideologia, che lo rende cieco, capace di rovinare la vita di tutti coloro che sfuggono al suo ordine del regime -più di tutto, non gli ho perdonato l'annullamento dei piani di Giorgi, per raggiungere Kitty all'Ovest. Kostja, reso umano soltanto dall'amore per Ida, in quella scena straziante dove bussa alla porta per giorni mentre lei resiste, senza rivelargli di esserci per renderlo libero. 

E Kitty, la sua sorella ribelle, la sua sorella cantante, la sua sorella torturata e resa sterile, che perde l'amore di Andro, che non saprà mai perdonarsi il prezzo pagato da lui e da Mariam per quelle vite mai vissute, Kitty che inghiotte il mare, mentre rimane la sua musica.

L'autrice costruisce una famiglia i cui legami non salvano, inghiottono, a volte soffocano; ma dona una dignità e uno spessore anche ai personaggi secondari che rimangono impressi: Ida che si sacrifica per gli altri, Ida generosa e pura che perde la vita a Stalingrado, per quella sua giovane omonima che non ha la vista, ma le ridà la musica, in pagine meravigliose e strazianti -Ida la giovane, che troverà Kostja, dopo lunghi anni di ricerche.

Dopo Kitty e Kostja ci sarà Elene, figlia arrabbiata, che mette al mondo Daria, Daria la bella e l'amata, Daria l'attrice, Daria l'infelice, con quell'uomo violento eroinomane, Daria la madre di Brilka, e Niza, Niza che non trova un posto, che si innamora di Miro (Miro, un'altra linea narrativa che è iniziata con Sopio, l'amica di Stasia, che ha dato alla luce Andro, ucciso dall'alcol e dalla colonia penale, che ha concepito Miqa, ucciso dal carcere per aver girato un film che nessuno ha mai visto, e poi Miro per ultimo, che cresce con la moglie di Kostja e abbandona Niza su quel treno), che scrive per Brilka questa storia immensa, mentre la nipote adolescente cerca di tessere il tappeto di quel passato ingombrante, e vuole danzare come Stasia sulla musica di Kitty Jashi.

I fili di questa storia sono tanti, ma si riallacciano. Lo fanno a partire dal libro sesto, dove viene girato un film su un film che ha ucciso, dove il sacrificio di Kitty riscatta e libera le vite sprecate di Fred e di Giorgi, dove Ida la giovane ritrova Kostja. E poi nel libro settimo, dove Niza trova la sua voce, trova il coraggio di ricominciare ad amare nonostante i lutti, nonostante lo stupro, e scopre in Brilka l'antidoto alla maledizione che segue gli Jashi dal fabbricante di cioccolata di cent'anni prima.

Ci sono tocchi di realismo magico in questo romanzo, distribuiti con parsimonia, delicati e potenti: la maledizione, certo, ma anche i fantasmi che giocano a scacchi davanti agli occhi di Stasia, nel suo giardino, e poi Andro che torna da Kitty, ai suoi concerti.

È un romanzo intriso di storia e di voci, di guerre e di dittature, di servizi segreti e di torture, di oppositori politici ridotti ai campi di lavoro, alla morte, all'espatrio. È un romanzo che non lascia speranza alla Georgia, che non crede nella politica e nel futuro, ma soprattutto di personaggi per cui ho sofferto, a cui ho voluto bene, che ho faticato a lasciare andare.

Se siete amanti delle saghe familiari, allora non potete perdervi cent'anni di storia degli Jashi, la fragilità e la forza di queste donne e uomini, i tanti segreti taciuti e le verità rivelate a poco a poco. Per me, questo romanzo è stata una rivelazione, che mi accompagnerà per molto tempo.

Qual è il libro migliore dell'anno tra quelli che avete letto finora?

mercoledì 12 aprile 2023

Abbandono

Una delle migliori letture dall'inizio dell'anno, "Abbandono" di Elisabeth Asbrink, pubblicato da Iperborea, è una lettura perfetta per gli amanti dei romanzi familiari ma anche dei romanzi storici.


Titolo: Abbandono
Autrice: Elisabeth Asbrink
Anno della prima edizione: 2020
Titolo originale: Overgivenheten
Casa editrice: Iperborea
Traduttrice: Alessandra Scali
Pagine: 313

Suddiviso in tre parti, si snoda dall'inizio del Novecento, quando Rita si innamora di Vidal, ebreo sefardita emigrato in Inghilterra da Salonicco, fino agli anni '40 quando i due si sposano dopo una lunga unione tenuta segreta, agli anni '60 quando una delle loro figlie è diventata madre in Svezia e cresce da sola Katherine, bambina sola e preoccupata per la sua mamma-nuvola che potrebbe trasformarsi in temporale in qualunque momento. Nel 2019 si svolge l'ultimo terzo, che ripercorre la storia degli ebrei spagnoli dal 1300, ma soprattutto il viaggio di Katherine adulta a Salonicco, sulle tracce delle origini di quel nonno che pagina dopo pagina comprendiamo sempre di più.

Ispirato alle vicende familiari dell'autrice, che si è documentata in modo esteso e approfondito, uno degli elementi più degni di nota di questa storia è la scrittura: a volte un fiume in piena, paragrafi lunghi interrotti solo dalle virgole, altre volte elenchi che vanno a capo ogni poche parole, pagine con poche righe, capitoli fitti. Una scrittura poetica, che fa commuovere, dei passaggi che ho avuto voglia di sottolineare, annotare, portare con me una volta terminata la lettura.

Ho molto apprezzato anche il terzo capitolo, ricco di elementi storici, che dal 1300 ci porta al presente ricostruendo le persecuzioni vissute dal popolo ebraico, fino all'Olocausto e la distruzione della presenza ebraica a Salonicco, compreso il cimitero le cui lapidi sono servite poi a costruire metri e metri della città. Ho imparato molto da questo capitolo e per questo, oltre che per la narrazione coinvolgente e commovente, sono grata all'autrice.

Se dunque vi piacciono le storie familiari con al centro protagoniste femminili e amate che i romanzi si intreccino alla storia della civiltà umana, non potete perdervi "Abbandono": sono sicura che vi conquisterà.

Qual è l'ultimo romanzo che avete amato?

La masseria delle allodole

Prima dell’Olocausto, a cui moltissimi tra romanzi e testimonianze che troviamo disponibili in libreria sono dedicati, ci fu il genocidio armeno. A questa strage di innocenti pochissime opere sono dedicate, e io non ricordo di aver mai studiato a scuola questa pagina della storia; l’ho trovata però tra le pagine de "La masseria delle allodole" di Antonia Arslan, pubblicato da Rizzoli, che racconta proprio la storia dell’autrice o meglio dei suoi antenati che vennero sterminati o cacciati dall’Anatolia nei primi anni della prima guerra mondiale. 


Titolo: La masseria delle allodole
Autrice: Antonia Arlsan
Anno della prima edizione: 2004
Casa editrice: Rizzoli
Pagine: 233

Ho trovato in questa storia straziante le marce della morte, il massacro dei neonati, le torture, gli stupri di massa che purtroppo ben conosciamo, ma raramente sono nominati associati a questo genocidio. In particolare è stata quindi una lettura che nel suo linguaggio semplice mi ha insegnato molto e che inutile dirlo mi ha fatto molto soffrire. 

La famiglia, che incontriamo dapprima in tempo di pace dove i fratelli si scambiano lettere per incontrarsi tra chi è emigrato e chi invece è rimasto in patria, viene in questo libro privata di tutti i suoi componenti maschili, trucidati ad eccezione di un bambino, l’unico superstite perché al momento del massacro indossava una vestina da bambina.

Seguiamo il coraggio e la disperazione delle donne che si portano appresso, in una marcia forzata in direzione di Aleppo, gli anziani e i bambini, cercando con ogni mezzo a loro disposizione di farne sopravvivere il più possibile. Inutile dirvi che le scene drammatiche sono moltissime, e alcune sono anche parecchio crude, quindi preparatevi ad una lettura che proprio leggera non è. 

Tuttavia è un testo che credo sia importante proprio perché di questa parte della storia si parla molto poco e ogni libro che sappia insegnarci qualcosa è sempre una preziosa risorsa a nostra disposizione. 

Qual è l’ultimo libro ispirato a fatti reali che avete letto?

mercoledì 16 novembre 2022

I pesci non hanno gambe + Grande come l'universo

 Post unico per una coppia di romanzi Iperborea di Jon Kalman Stefansson: “I pesci non hanno gambe” e “Grande come l’universo”, entrambi pubblicati da Iperborea e tradotti da Silvia Cosimini -che arricchisce in particolare il secondo di un’illuminante postfazione.

I due compongono un’unica storia, che in realtà è un mosaico delle storie di tanti: in primo piano abbiamo Ari, che ritorna in Islanda ad incontrare il padre Jakob, a cui resta poco da vivere. Di Jakob, ultimo degli otto figli di Oddur e Margret, conosciamo anche i genitori nel loro passato, i fratelli e le sorelle, e poi l’infanzia e la giovinezza di Ari, nei tanti capitoli ambientati in un’Islanda che non c’è più.

Il primo elemento da evidenziare quando si legge Stefansson è la sua scrittura: pura poesia in prosa (l’autore nasce proprio come poeta), che materializza l’Islanda davanti ai nostri occhi, il suo mare bellissimo e crudele, i ghiacciai e i fiordi, le notti infinite d’inverno e quelle mai buie d’estate.

Le pagine del passato in questi romanzi sono struggenti: ho amato Margret, le sue imperfezioni e debolezze, i suoi sentimenti travolgenti, ho amato Pordur che voleva diventare poeta, mi sono commossa per Gunnar che aspetta il fratello maggiore rientrare dalla pesca col padre, i suoi due eroi.

Stefansson racconta l’incomunicabilità, racconta le paure che non permettono di agire, che non consentono di raccontarsi agli altri, racconta la scrittura che ci salverebbe, ma a volte le parole non si trovano, a volte la strada per la poesia non si intraprende – e Pordur non andrà mai a studiare a Reykiavik, e Ari smetterà di pubblicare, e Jakob non saprà mai spiegarsi al figlio.

È una coppia di romanzi malinconici, che trascinano come maree, guidati da un narratore sfuggente, che riflette Ari in ogni fase della vita, lo accompagna e a volte lo osserva da lontano, resta dietro la tenda.

Lasciatevi trasportare, viaggiate nel tempo e nello spazio: godetevi questa saga familiare i cui personaggi rimarranno con voi molto dopo averla terminata.

Avete mai letto Stefansson?

martedì 20 settembre 2022

Dolce nero

Sarà difficilissimo racchiudere il romanzo "Dolce nero" di Charmaine Wilkerson, pubblicato da Frassinelli, nei 2000 caratteri di un post. 


Titolo: Dolce nero
Autrice: Charmaine Wilkerson
Anno della prima edizione: 2022
Titolo originale: Black Cake
Casa editrice: Frassinelli
Traduttrici: Maria Luisa Cantarelli e Francesca Pé
Pagine: 375


Perché si tratta di un romanzo complesso, che si snoda tra diverse epoche e diversi luoghi: in particolare tra i Caraibi dagli anni '50, l'Inghilterra dal successivo decennio e la California contemporanea. Protagonista è una famiglia: in particolare due fratelli, Byron e Benny, che si sono allontanati e vengono riuniti alla morte della madre da una registrazione vocale in cui la donna racconta loro chi fosse davvero, e le certezze dei figli vengono sconvolte.

[Eleonor Bennett è infatti Coventina, una giovane giamaicana la cui madre era scappata in America dove però aveva trovato prematuramente la morte cadendo in acqua. Rimasta sola con l'amata domestica Pearl e il padre Lin di origini cinesi, dedito alle scommesse e indebitato fino al collo, Covey era stata promessa in matrimonio a Little Henry, un uomo spregevole che l'avrebbe allontanata dal suo grande amore, Gibbs. È la sua migliore amica Bunny a salvarle la vita avvelenando Little Henry e permettendole la fuga; in Inghilterra però Covey subirà violenza dal suo datore di lavoro, rimanendo incinta di una bambina che le verrà sottratta e data in adozione. Cambierà identità in seguito ad un incidente ferroviario, assumendo il nome e cognome della sua amica, e ritroverà poi Gibbs, con il quale emigrerà negli Stati Uniti senza mai rivelare chi fossero davvero nemmeno ai propri figli. Unica ingenuità: che Covey riconosca la figlia da un video su internet, ok le coincidenze ma qui si esagera.]

"Dolce nero" è un romanzo sul potere delle storie e dei racconti nella formazione delle identità: la madre di Byron e Benny è stata chi ha deciso di essere, ed al tempo stesso non ha mai perso la propria identità, la ragazza che era stata e che ha dovuto salvarsi, pagando prezzi altissimi. 

I personaggi di Charmaine Wilkinson non hanno dubbi su chi sono davvero: Bunny che attraversa le acque libere anche compiuti i settant'anni, Byron che studia le profondità dell'oceano, Benny che difende il suo diritto di amare chi desidera mentre cerca di realizzare il sogno di un locale tutto suo, Marble che studia gli alimenti e le loro contaminazioni culturali, Pearl che ha amato Covey come una figlia e ha creduto di perderla, Lin che si è giocato tutto e ha deciso di tenersi a distanza. Aleggia su di loro il profumo della frutta secca marinata nel rum, pronta per preparare una black cake, un dolce tipico dei matrimoni caraibici che accompagna i nostri protagonisti attraverso decenni e continenti.

"Dolce nero" è una storia stratificata come una torta, ricca di sapori e di personaggi. È un romanzo che amerà chi come me ha la passione per le saghe familiari, per gli intrecci di vite e di segreti rivelati a poco a poco; è un romanzo che mi ha commossa al punto di farmi versare qualche lacrima, in particolare nella lettera che Bunny riceve quando aveva smesso di sperarci. 

Non posso che consigliarvi questa lettura, che ho trovato sorprendente e appassionante, emozionante e ben costruita anche considerando che si tratta di un romanzo d'esordio!

Qual è l'ultimo romanzo familiare che avete letto?

martedì 16 agosto 2022

Volevamo andare lontano

"Volevamo andare lontano" di Daniel Speck è un romanzo che ho scoperto attraverso una miniserie in tre episodi trasmessa dalla Rai qualche anno fa che proprio da questo libro è stata tratta. 


Titolo: Volevamo andare lontano
Autore: Daniel Speck
Anno della prima edizione: 2006
Titolo originale: Bella Germania
Casa editrice: Sperling&Kupfer
Traduttrice: Valeria Raimondi
Pagine: 545


Siamo davanti ad una saga familiare che ha per protagoniste tre generazioni di una famiglia divisa tra la Germania e un’isola della Sicilia, Salina. È una storia di emigrati ma anche di amori impossibili, di tradizioni a cui sottrarsi è difficile e di figli che non trovano il proprio posto nel mondo. 

Inizia tutto con Giulietta e Giovanni, due fratelli gemelli, lui con il sogno della Germania e lei con quello della moda, ovunque esso possa concretizzarsi. Sono siciliani, ma vivono a Milano con la loro madre, ed è proprio a Milano che Giulietta conosce Vincent: un lavoratore tedesco del quale si innamorerà perdutamente. È proprio da loro (nonostante l’ordine costituito spinga Giulietta a sposare lo storico fidanzato Enzo) che nasce Vincenzo, e poi da lui Giulia: due anime perse, due ragazzi cresciuti immersi nei segreti di famiglia, un padre e una figlia che si incontreranno solo una volta divenuti adulti, quando sarà venuto il momento di fare pace con il passato.

"Volevamo andare lontano" è una storia familiare divisa tra l’Italia e la Germania, che racconta l’epoca dei Gastarbeiter: i "lavoratori ospiti" che la Germania ha dapprima invitato e poi respinto, l’epoca delle frontiere, di un’Europa che non era unita e del terrorismo stragista degli anni '80 che mieteva vittime in nome di un’ideologia politica. Nonostante l’autore sia tedesco, la voce che dà agli immigrati italiani in Germania è appassionante e convincente: ci immedesimiamo nelle loro storie e li vediamo sognare maggiori opportunità economiche, una propria attività, una liberazione dalla povertà in cui hanno sempre vissuto. Li vediamo costruire i cantieri della metropolitana di Monaco, adattarsi agli impieghi più umili in nome di una stabilità, dimenticarsi i propri sogni. 


"Volevamo andare lontano" è una storia di sacrificio e di radici, perché come dice Giulietta "nulla può fiorire se non ha radici", ma è anche una storia che insegna a fare pace con chi ci ha fatti soffrire mentre cercava di fare il meglio per noi, una storia di riconciliazione, perché possiamo esserci sentiti abbandonati anche da chi non ha mai voluto lasciarci indietro.

È un romanzo scritto in modo semplice, che alterna nei suoi capitoli passato e presente. È ricco e a tratti anche un po’ lento (specialmente quando ricostruisce le vicissitudini dei singoli personaggi, per esempio le epopee automobilistiche di Vincenzo o le disavventure di Giulia nella moda). Tuttavia è una lettura che mi sento di consigliare agli amanti delle storie familiari, perché seguire queste generazioni nel corso degli anni e tra gli Stati è appassionante e così ben descritto che sembra di conoscerli uno a uno! Oltretutto una volta terminato il romanzo lascia un senso piacevole di compiutezza e di serenità che mi ha sorpresa in senso positivo. 

Vi consiglio anche la visione della serie nel caso riusciate a reperirla, perché è molto fedele alle vicende del libro e io l’ho trovata molto riuscita. 

Qual è l’ultima saga familiare che avete letto?

giovedì 11 agosto 2022

Crepitio di stelle

"Crepitio di stelle" è il romanzo d’esordio dello scrittore islandese Jon Kalman Stefansson, di cui ho già letto diversi titoli -ma vorrei recuperare tutti quelli che ancora mi mancano! 


Titolo: Crepitio di stelle
Autore: Jon Kalman Stefansson
Anno della prima edizione: 2003
Titolo originale: Snarkið í stjörnunum
Casa editrice: Iperborea
Traduttrice: Silvia Cosimini
Pagine: 256


È stato pubblicato molto di recente in Italia ma è appunto il primo romanzo che ha scritto, e vi si vedono come in "Luce d'estate ed è subito notte" le narrazioni frammentate sotto forma di brevi paragrafi -in questo caso introdotti da un titolo. I brani compongono una storia a mosaico, nella quale all’inizio ci si orienta anche con un po’ di fatica: il protagonista è un bambino che gioca con i suoi soldatini dell’esercito inglese e tedesco, che gli sono stati regalati il giorno in cui è stata sepolta sua madre. Quella che ci racconta è la storia della sua famiglia, che impariamo a conoscere dal bisnonno, ai tempi in cui giovane avventuroso comincio ad avere problemi con l’alcol, fino al grande amore tra i suoi genitori che fece desistere sua madre dal trasferirsi a Praga dalla sorella, infrangendo il vetro di un seminterrato di notte per il non poter più stare lontana da quel giovane uomo.

Stefansson infila in questo libro centocinquanta anni di vita. Ci infila amori e tradimenti, lascia spazio per il perdono, per i legami imprevisti, per quelli che non si vorrebbero e che nonostante tutto si creano, perché l’amore germoglia al di fuori del nostro controllo. 

Racconta l’Islanda: la natura, i ghiacciai, le paludi, il mare dove pescare, i campi dove falciare il fieno.

Crea personaggi malinconici e dolci, che vogliono pescare ma non sanno nuotare, e che nonostante i suoi modi bruschi si affezionano alle matrigne, che sono pieni di difetti ma salvano famiglie intere dalla spagnola. Ci sono capitani con i capelli rossi, donne che invecchiano ed ingrigiscono, altre che perdono la vita troppo presto. 

Soprattutto c’è poesia: la scrittura di questo autore è così poetica che ci fa sentire sotto i cieli stellati, che ci trasporta lì dalla fine del secolo ai giorni nostri e neanche per un attimo ci sembra una storia inventata, neanche per un attimo smettiamo di credere a questo protagonista che cresce sotto i nostri occhi. L'ho trovato un esordio incredibile, che preannuncia tutte le meraviglie che verranno poi e che personalmente non vedo l’ora di leggere!

giovedì 27 gennaio 2022

La promessa

Vincitore del Booker Prize 2021, "La promessa" di Damon Galgut è un romanzo sudafricano che racconta oltre alle vicende della famiglia Swart anche ciò che avviene nel Paese nel corso di diversi decenni.


Titolo: La promessa
Autore: Damon Galgut
Anno della prima edizione: 2021
Titolo originale: The Promise
Casa editrice: Edizioni E/O
Traduttrice: Tiziana Lo Porto
Pagine: 278


Si passa dall’apartheid alla presidenza Mandela fino alle dimissioni di Zuma; abbiamo quindi una nazione dove dapprima vige la segregazione razziale e poi ci si adatta, volenti o nolenti, alla convivenza tra bianchi e neri, a dovere un rispetto formale e non sentito a coloro che si ritenevano fino ad un attimo prima soltanto dei servi e degli inferiori. 

I protagonisti di questa saga familiare sono tre fratelli: Amor, Anton e Astrid. Li conosciamo ragazzini al funerale della madre appena morta di cancro, e sarà proprio in occasione di altre cerimonie funebri che i fili  dei loro labili rapporti si intrecceranno di nuovo. 

La scrittura di Galgut è uno degli aspetti più interessanti di questo romanzo: ricorda a volte un flusso di coscienza che segue dall’interno sentimenti e pensieri dei suoi personaggi, che conosce tutti nel profondo, anche nei loro aspetti peggiori. 

Sfiora qualche volta un realismo magico di chi percepisce essenze, aure e misteriosa entità, a partire dalla giovane Amor sopravvissuta ad un fulmine sino ad un senzatetto che vede oltre ciò che le persone mostrano. Questo aspetto però è solamente accennato e questo mi è dispiaciuto perché avrei preferito che venisse sviluppato di più. 

Come dice il titolo "la promessa" è un elemento ricorrente nella trama, che incontriamo sin dall’inizio  e che trova un compimento per niente stereotipato alla fine, quando Amor rende la casa promessa alla domestica Salomè, ma la casa ha il tetto bucato, vi entra l’acqua I muri stanno crollando e al figlio Lucas non sembra una promessa così allettante adesso a distanza di trent’anni da quando è stata fatta per la prima volta. 

I personaggi di questa storia sono sfaccettati e l’autore ne mette in luce soprattutto i difetti, le meschinità. Solo ad Amor, la minore, quella che nessuno sembra in grado di comprendere, viene concessa un’integrità morale, una coerenza e la capacità di rispettare gli impegni presi, a differenza invece delle condotte dei fratelli maggiori. Amor è la sopravvissuta al fulmine, è in qualche modo la copia all’opposto della madre che è la prima vittima. Dalla madre è stata fatta la promessa e da Amor verrà finalmente rispettata e con loro che il cerchio si apre e il cerchio si chiude, in una struttura simmetrica che uno dei punti di forza di questa storia.

Nel complesso l’ho trovata una saga familiare dalla struttura molto interessante, ben scritta, ben costruita e capace di caratterizzare i suoi personaggi e il loro contesto in modo credibile: e per questo ve la consiglio!

Qual è l’ultima saga familiare che vi è piaciuta?

mercoledì 8 dicembre 2021

Chiedi perdono

"Chiedi perdono" di Ann-Marie MacDonald, pubblicato da Adelphi, è una lettura che mi è costata fatica come raramente mi capita, e che una volta terminata mi ha lasciato insieme una sensazione di completezza e di oppressione.


Titolo: Chiedi perdono
Autrice: Ann-Marie MacDonald
Anno della prima edizione: 1996
Titolo originale: Fall on Your Knees
Casa editrice: Adelphi
Traduttrice: Giovanna Granato
Pagine: 590


"Chiedi perdono" è una saga familiare che si snoda tra il XIX e il XX secolo sulla costa del Canada ed ha inizio con la fuga d’amore di una giovanissima ragazza di origini libanesi e un accordatore di pianoforte. Questo amore genera tre figlie: Kathleen, Frances e Mercedes.

[delle quali la maggiore con un immenso talento per il canto sarà oggetto della morbosa attrazione del padre che due decenni più tardi genererà una nuova, incestuosa nascita quella dei gemelli Lily e Ambrose. Solo Lily potrà sopravvivere al battesimo nel fiume di Frances, quella delle sorelle che ha maggiori difficoltà ad elaborare i traumi riportati a causa di un padre così disfunzionale. ]

"Chiedi perdono" segue le tre ragazze nella loro crescita e nella loro vita da giovani donne. Si intrecciano quindi le generazioni in questo romanzo, che tocca argomenti delicati e disturbanti primi tra tutti l’incesto e la violenza domestica. L’elaborazione dei traumi e il senso del peccato del quale sembra impossibile liberarsi sono il cardine attorno a cui i personaggi ruotano, nel disperato tentativo di ottenere il perdono del titolo, che sembra sempre più lontano.

Si tratta di una saga familiare al femminile, dove le figure maschili sono preda dei propri istinti, incapaci di controllarsi e prive di una vera e propria voce narrante. il punto di vista è quello di donne per le quali è impossibile non provare empatia; molto particolare è il fatto che verso la fine il romanzo torni indietro nel tempo attraverso un diario di Kathleen che risale a diversi decenni prima, e che con le verità che contiene tira le fila di tutta la storia, fino ad allora rimasta in parte incomprensibile al lettore. In questo diario sono contenuti i passi più toccanti e memorabili, quelli che sono stata più contenta di aver letto

[In questo diario, che contiene un travolgente amore omosessuale, sono contenuti i passi a mio parere più toccanti e memorabili quelli che sono stata più contenta di aver letto. È il diario che rende Kathleen più di una ragazzina viziata e troppo sicura di sé, e la rende umana, fragile e innamorata nell’incontro con Rose, ancora prima che la musicista assuma i panni maschili. Il diario nelle mani della figlia Lilly sarà il mezzo per ricongiungere la ragazzina fuggita a Rose rimasta sola, ricreando così una sorta di famiglia con quello che resta di Kathleen. Lily, giovane figlia dell’incesto, è simbolo di innocenza e di coraggio ed è insieme a Catherine il personaggio che ho preferito].

Una volta terminato devo ammettere che il mio parere nei confronti di "Chiedi perdono" si riassume nel concetto di "anche meno": la parte centrale infatti, che ripercorre dettagliatamente aneddoti dell’infanzia di Frances e Mercedes, è stata pesante e ripetitiva al punto di farmi perdere interesse nei confronti della storia. Tuttavia l’ultima parte merita assolutamente di essere letta per comprendere il romanzo nella sua interezza e per questo vi direi di non arrendervi una volta intrapreso la lettura. 

Molti sono i personaggi, moltissimi gli eventi e non li ho trovati tutti necessari. Nel complesso però lo stile di scrittura coinvolgente dell’autrice e i colpi di scena che inserisce magistralmente nella storia mi fanno considerare positivamente questa esperienza di lettura ora che sono riuscita a portarlo a termine.

Qual è l’ultima saga familiare che avete letto?

giovedì 18 novembre 2021

Nel blu tra il cielo e il mare

Dopo aver raccontato la Palestina e i campi profughi della Cisgiordania e del Libano in "Ogni mattina a Jenin", Susan Abulhawa torna a raccontare la sua terra d’origine e lo fa concentrandosi sulla striscia di Gaza, prigione a cielo aperto costantemente esposta alla ferocia israeliana.


Titolo: Nel blu tra il cielo e il mare
Autrice: Susan Abulhawa
Anno della prima edizione: 2015
Titolo originale: The Blue Between Sky and Water
Casa editrice: Feltrinelli
Traduttrice: Silvia Rota Sperti
Pagine: 331

"Nel blu tra il cielo e il mare", pubblicato da Feltrinelli, è un romanzo che ruota attorno alle donne: a partire da una matriarca capace di contenere un jinn, fino ad una giovane donna nata negli Stati Uniti che è stata esposta all’abbandono, alla solitudine, agli abusi e che a Gaza  ritrova se stessa e e una forma di libertà nonostante la prigionia forzata a cui i palestinesi sono costretti.
Ci sono donne memorabili in questo libro: madri coraggiose, capaci di sopportare la perdita di figli uccisi o arrestati dagli israeliani; mogli innamorate e nipoti rese forti dai legami familiari che le hanno circondate.

Anche questa si conferma una saga familiare che attraversa i decenni e le generazioni. I personaggi sono molti, alcuni non hanno nemmeno un nome, come gli 11 fratelli nati tra Mazen e Alwan: un utile albero genealogico vi permetterà di non disorientarvi.

Rispetto al precedente questo romanzo contiene delle pennellate di realismo magico, primo tra tutti la capacità del giovane Khaled che è a tratti narratore in prima persona di questa storia. La sua presenza è stata avvertita già generazioni prima che lui nascesse, e seppure prigioniero nel suo corpo è capace di viaggiare ed entrare in contatto con i membri della famiglia che non ci sono più. Non immaginatevi però un messaggero, perché proprio lui è l’unico a rendersi conto di essere una sorta di intermediario e soltanto uno e definitivo sarà il messaggio che porterà ai vivi.

L’autrice anche qui è bravissima nel caratterizzare il contesto socio politico che circonda i suoi personaggi: ci sono ergastoli arbitrari, combattenti coraggiosi, ragazzi giovanissimi che rischiano la vita nel contrabbandare merci nei tunnel che collegano Gaza all’Egitto. C’è la resistenza palestinese sin dall’esordio di questa storia che si intreccia la Nakba, alla guerra dei Sei Giorni e dove persino un essere soprannaturale si schiera dalla parte della Palestina, una terra che, come ciclicamente ci ripete questo romanzo dalle prime pagine sino all’epilogo, rinascerà.

Rispetto a "Ogni mattina a Jenin" ho trovato questo secondo romanzo un po’ meno drammatico: anche qui i dolori e i lutti non mancano, ma nel complesso e soprattutto nella sua ultimissima parte la storia trasmette un senso di speranza, di dignità e di orgoglio che alleviano l’angoscia e il dispiacere. Ritornano i temi dell’appartenenza cari all’autrice (anche lei palestinese emigrata negli Stati Uniti), la Palestina torna ad essere a casa, radici e luogo in cui poter essere davvero se stessi, in questo caso superando anche traumi di un passato molto scomodo. 
La parentesi americana di questo libro infatti è estremamente tragica e tocca argomenti molto sensibili e delicati come il sistema dell’affidamento minorile e gli abusi sui bambini.

Difficile evitare di rimanere scossi davanti alle opere di questa autrice, tuttavia non posso fare altro che consigliarvi un’altra opera magnificamente scritta, dai personaggi che sono sicura sapranno emozionarvi ognuno a modo loro. Ora non mi resta che recuperare l’ultima uscita della scrittrice... 

E voi avete letto i suoi romanzi?

lunedì 30 agosto 2021

Quando le montagne cantano

"Quando le montagne cantano" è una novità editoriale che mi ha tentato dal primo momento in cui è comparso tra gli scaffali delle librerie. Non ho aspettato molto prima di cedere alla tentazione e l’ho letto immediatamente dopo averlo ricevuto insieme al gruppo di lettura "Leggere l’Asia".


Titolo: Quando le montagne cantano
Autrice: Nguyen Phan Que Mai
Anno della prima edizione: 2020
Titolo originale: The Mountains Sing
Casa editrice: Nord
Traduttrice: Francesca Toticchi
Pagine: 383


Romanzo d’esordio di un’autrice che per lungo tempo non ha intrapreso la carriera letteraria (ha infatti lavorato come coltivatrice di riso e come venditrice), "Quando le montagne cantano" è una storia familiare introdotta da un utilissimo albero genealogico -orientarsi con i nomi i vietnamiti infatti non è stato facilissimo per me. 

È un romanzo che alterna i piani temporali di capitolo in capitolo e si concentra principalmente sugli anni '50 e gli anni '70 in Vietnam, nel corso dell’occupazione giapponese prima, con la carestia, la riforma agraria e il regime socialista instaurato nel Nord e poi sulla guerra nel Vietnam, il feroce scontro tra Nord e Sud del paese e l’intervento degli Stati Uniti, con i loro bombardamenti e gli spargimenti di sostanze chimiche su uomini e foreste.

I punti di vista che abbiamo in questa narrazione sono due: quello della nonna Dieu Lan e quello della nipote soprannominata Guava. Negli anni '70 le due sono rimaste sole, perché i sei figli della nonna sono tutti impegnati nel conflitto ed è lei a occuparsi della ragazzina, cercando come può di salvarle la vita. È proprio all’amata nipote che la donna racconta tutte le atrocità di cui è stata spettatrice, le tante privazioni e sofferenze che lei e la sua famiglia hanno dovuto affrontare.

Questo romanzo parla di perdite, naturalmente, perché quando si racconta una guerra è difficile che non siano numerose, ma racconta anche la storia di un paese del quale conoscevo ben poco. Proprio dare voce a coloro che tanto hanno sofferto è il dichiarato scopo dell’autrice, che non ha velleità letterarie e scrive in uno stile estremamente semplice, comprensibile e scorrevole. 



Degne di nota sono anche le descrizioni della natura che circonda le protagoniste e che aiutano ad immedesimarsi nel racconto e a sentirsi loro più vicini. Nonostante molti dei contenuti di questa storia siano crudi e dolorosi, "Quando le montagne cantano" bilancia gli aspetti più duri della narrazione con una lingua che in qualche modo rasserena il lettore attraverso proverbi tradizionali, insegnamenti buddisti ed un senso di fiducia nel futuro che i suoi protagonisti conservano nonostante tutto. In questo senso la nonna è un personaggio magnifico, tenace e amorevole, sempre capace di ricominciare e soprattutto di perdonare.

"Quando le montagne cantano" è un libro che mi è piaciuto: mi ha trasportata in un contesto che non avevo mai letto dagli occhi di autori vietnamiti, e che per questo ho trovato molto interessante ed istruttivo. Mi sento di consigliarlo a tutti gli amanti delle saghe familiari e dei romanzi storici che siano alla ricerca di un’ambientazione asiatica ben costruita e di una storia appassionante e commovente che faccia loro compagnia.

mercoledì 14 luglio 2021

Vivere!

Il mio secondo incontro con la letteratura cinese avviene grazie ad un altro titolo di Yu Hua, autore che avevo già apprezzato moltissimo con "Cronache di un venditore di sangue".


Titolo: Vivere!
Autore: Yu Hua
Anno della prima edizione: 1992
Titolo originale: Huózhe
Casa editrice: Feltrinelli
Traduttrice: Nicoletta Pesaro
Pagine: 191


LA STORIA

In "Vivere!" l’autore racconta, attraverso la cornice di un giovane che viaggia per la Cina per raccogliere le ballate tradizionali dei vari villaggi, la storia tragica di Fugui: nato benestante e scialacquatore, da giovane è costretto a fare i conti poi con i debiti e la povertà, ma soprattutto con perdite strazianti che segneranno l’intero corso della sua vita.

COSA NE PENSO

"Vivere!" è un’opera estremamente drammatica, dove ripetutamente ci affezioniamo ai personaggi che entrano in scena -la moglie i figli (il minore, dolcissimo e forte al tempo stesso, la maggiore, sordomuta e determinata), il genero, il nipote di Fugui, e inaspettatamente li perdiamo, rimanendo ogni volta senza parole. 

L’autore racconta anche la storia della Cina attraverso quella del suo protagonista, e lo fa per un lungo arco di tempo: dalle guerre contro il Giappone negli anni '30, in cui Fugui viene arruolato contro la sua volontà, fino alle riforme agrarie che ridistribuiscono le terre in base ai criteri del Partito Comunista e alla Rivoluzione Culturale. Si tratta di un aspetto certamente molto interessante, ma che non prevale mai sulla storia personale dell’anziano.

Yu Hua è bravissimo anche qui, come in "Cronache di un venditore di sangue", a raccontare i legami familiari e l’affetto, talvolta difficile da esprimere, che un uomo prova per i figli e per i nipoti. Personalmente preferisco i romanzi che lasciano al lettore un po’ di speranza: sì, la conclusione in cui l’uomo salva un bufalo dal macello e affronta con l’anziano animale la propria vecchiaia è in qualche modo rasserenante, tuttavia ci sono immagini che mi hanno davvero spezzato il cuore. Sin dal figlio bambino costretto a rinunciare alle proprie amate pecore, sapendo che verranno mangiate, fino a delle tragedie che davvero non mi sarei aspettata... Non metto in dubbio che questo possa conferire realismo al romanzo, ma lo rendono una lettura che non consiglierei a cuor leggero e che dubito mi verrà voglia di rileggere in futuro. Se siete però lettori meno sensibili di me, "Vivere!" è senz’altro una storia familiare ben scritta e appassionante, capace di ritrarre un paese attraverso le sue generazioni, che potrà di certo piacere a coloro che sono interessati alla Cina e alla sua cultura.