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mercoledì 15 gennaio 2025

All'ombra del fico

 “All’ombra del fico” di Goran Vojnovic, pubblicato da Keller editore, è esattamente il tipo di romanzo di cui non mi stanco mai: una storia familiare che attraversa le generazioni e la storia, in questo caso fino alla dissoluzione della Jugoslavia.

Il narratore è Jadran, nipote di Aleksandar e Jana, figlio di Vesna e Safet: cuce insieme i suoi ricordi, colmandoli con l’immaginazione per dar loro una direzione, un senso in positivo, mentre nella realtà tanti sono stati i silenzi nella sua famiglia.

Discendente di uomini che se ne sono andati (Aleksandar in Egitto per lavoro, facendo riscoprire alla moglie il gusto per la libertà, Safet in Bosnia appena prima che la guerra rendesse impercorribili i confini) Jadran sta stretto nel suo ruolo di padre di Marko e compagno di Anja, prova più spesso risentimento che amore, e la sua compagna ne è ben consapevole; alla morte del nonno ripercorre le proprie memorie e i percorsi di vita dei suoi familiari, consegnandoceli in un testo che è spesso un flusso di coscienza, che è ricco di dialoghi tradotti da lingue diverse, intessuti di dialetto e di cultura balcanica, di domande lasciate senza risposte.

Ci sono pagine piene di incomunicabilità in questo libro, di riflessioni su cosa significhi far parte di una coppia ma essere ugualmente soli: perché Jadran e Anja non si parlano davvero, perché Jana perde la memoria e Aleksandar resta l’unico a conservare la traccia di ciò che erano stati insieme (la guerra in Jugoslava narrata attraverso la dissoluzione dei ricordi di lei è uno dei passaggi più memorabili).

È un romanzo toccante, coinvolgente, che mi ha ricordato “Origini” di Saša Stanisic, perché seppure in modo meno sperimentale sa essere letterario e ricercato, mentre il ritrovare se stessi passa per i frutti dell’albero di fico che sembra l’unico essere vivente risparmiato dall’instabilità del tempo.

Ancora una volta entusiasta del catalogo Keller, vi consiglio davvero di recuperarlo se amate le storie familiari dell’Europa orientale!

Qual è il vostro titolo Keller preferito?

sabato 4 marzo 2023

Venuto al mondo

Difficilissimo, se non impossibile, trovare le parole per un post da dedicare a "Venuto al mondo" di Margaret Mazzantini, che avevo letto nel 2008 appena uscito e avevo amato, e ho riletto oggi dopo aver terminato "Mi limitavo ad amare te" di Rosella Postorino, che me ne ha ricordata l’ambientazione durante la guerra in Bosnia. 


Titolo: Venuto al mondo
Autrice: Margaret Mazzantini
Anno della prima edizione: 2008
Casa editrice: Mondadori
Pagine: 532

Sono passati 15 anni e oggi leggendo questo libro ho pianto, e quando un romanzo mi scava dentro in questo modo non posso far altro che consigliarvelo di tutto cuore. 

Se "Mi limitavo ad amare te" è una storia di figli, questa è una storia di madri, che ruota attorno a Gemma che parte per Sarajevo per terminare una tesi di laurea e incontra Diego, che le sconvolge la vita; Diego di cui si innamora in un modo folle e incontrollato, Diego da cui vuole un figlio che non arriva. 

E allora sono cure ormonali, inseminazioni artificiali, il pensiero di un utero in affitto, una serie di fallimenti che li riportano nei Balcani dove li sorprende la guerra, l’assedio di Sarajevo, che coinvolge Gojko, il loro amico di una vita, la sorella di lui l’innocente Sebina, e le donne, come la giovane Aska, vittime degli stupri di guerra, della peggiore tra le mostruosità. 

Gemma nel 2008 ritorna a Sarajevo e lo fa con suo figlio Pietro, un adolescente pieno di insofferenza che lei stessa tratti non sopporta, in cui cerca ad ogni movimento di rivedere Diego, di ritrovare quell’amore che ha perso da così tanto tempo. 

"Venuto al mondo" è un romanzo di disperazione, che racconta la solitudine, la guerra, l’amore senza via di scampo, quello che non sa salvare dall’orrore e che ci rende disposti a tutto, indipendentemente da ciò che è giusto, da ciò che si dovrebbe fare. 

Gemma è una donna piena di contraddizioni, di rabbia, di risentimento e di gelosia; Gemma a volte è egoista, ma è un personaggio così vero che anche quando si rende insopportabile ne si comprendono le ragioni. 

"Venuto al mondo" è un romanzo ricco di descrizioni, di elementi fisici, concreti, che parlano di corpi, di violenze, di privazioni, ma anche di legami indissolubili. È una scrittura che non piace a tutti: c’è chi la trova eccessiva, mentre per me è un fiume in piena che ti travolge e che tocca dei punti in profondità che difficilmente rendo scoperti davanti a un romanzo. 

Ho riscoperto questa storia di cui conservavo memorie confuse dei momenti più intensi, e l’ho amata oggi ancora più di ieri, forse perché non sono più adolescente e invece di rivedermi in Pietro mi rivedo in Gemma, in Gojko,  nelle loro maturità insoddisfatte, nelle tante perdite che hanno segnato le loro vite. Questi personaggi e i loro cammini resteranno da oggi in poi a lungo dentro di me e non posso fare altro che invitarvi a conoscerli. 

Avete già letto qualcosa dell’autrice?

martedì 14 febbraio 2023

Mi limitavo ad amare te

Rosella Postorino scrive un romanzo di madri e di figli, di patria e di abbandoni, di distacchi e di ritorni. Scrive "Mi limitavo ad amare te" che già dal titolo cita poesia, lo pubblica Feltrinelli, ed è uno dei romanzi più intensi che leggerete quest'anno.


Titolo: Mi limitavo ad amare te
Autrice: Rosella Postorino
Anno della prima edizione: 2023
Casa editrice: Feltrinelli
Pagine: 352

Inizia a Sarajevo, nei primi anni '90: Omar e Senadin, Nadia e Ivo vivono in orfanotrofio, due coppie di fratelli, abbandonati dalle loro madri irregolari. Incontrano Danilo mentre viaggiano verso l'Italia, bambini sfollati, orfani e figli di famiglia mandati in affido per allontanarsi dalle bombe, dai proiettili dei cecchini. Inizia qui lo strappo, di chi cresce sradicato, Omar che continua a pensare alla madre che gli ha detto di scappare dalle granate e non può accettare una nuova famiglia, Danilo e Sen che vogliono integrarsi, Ivo che è rimasto a combattere al fronte, Nadia che si sente sempre di troppo, impossibile da amare.

Rosella Postorino scrive una storia di solitudini, di frammenti spezzati che non sanno trovare un incastro, Omar che pensa a Nada ma si mette sempre più nei guai, Danilo che la abbandona, Nada che non si impone e cresce un figlio, lo mette al mondo pensando a sua madre, alla figlia che in qualche modo non è mai stata.

È una colpa essere madri, mettere al mondo figli riflette Azra, la madre giornalista di Danilo, e le sue pagine in corsivo di cui solo piuttosto avanti si riconosce l'autrice sono le più taglienti, le più dolorose nel raccontare la guerra in ogni crudele aspetto, è Azra a riflettere su quei figli della Bosnia che alla loro terra non sono mai stati restituiti in nome del loro benessere. 

"Mi limitavo ad amare te" è un fiume in piena che si snoda per vent'anni di storia, tra la Jugoslavia andata in pezzi e le nostre pianure e città, tra ragazzi che salgono sugli alberi, che imparano a nuotare di notte, che dimenticano la loro lingua d'origine e non sanno più parlare con chi li ha generati. 

È un romanzo doloroso e tagliente, che mi ha riempita di angoscia, che crea personaggi così veri e tridimensionali che li leggiamo crescere, che li vorremmo abbracciare pur sapendo che verremo respinti, che ci sussurra nell'orecchio domande scomode sulle buone intenzioni, sull'identità, i legami del sangue. 

L'autrice, che avevo già apprezzato nell'esordio "La stanza di sopra" e ne "Le assaggiatrici", qui si supera. E la fragilità di Nada, di Omar, di Danilo ci resta dentro, come solo chi popola i romanzi migliori sa fare -e questo si candida, senz'altro, ad entrare tra i preferiti dell'anno.

Qual è l'ultimo romanzo che avete amato così tanto?

lunedì 18 maggio 2020

La vita gioca con me

Grossman è stato, e non esagero, l’autore che ho amato più intensamente. È l’autore che sa scrivere dei sentimenti nello stesso modo in cui li provo, che sa dare voce alle emozioni che un attimo prima non mi rendo conto di aver avvertito. Ho amato Grossman dal primo libro che ho letto, “Qualcuno con cui correre”, e non ho mai smesso; tuttavia mi sono presa una lunga pausa dall’ultima, spettacolare lettura (“A un cerbiatto somiglia il mio amore”) e questa, perché temevo una delusione, temevo di non apprezzare più il suo stile quanto in passato.
Così questo romanzo è stata molto più di una semplice lettura: è stata un ritorno a casa, una riscoperta, è stata pagine sfogliate con il cuore in gola.



Titolo: La vita gioca con me
Autore: David Grossman
Anno della prima edizione: 2019
Titolo originale: Iti hachaiim mesachek harbe
Casa editrice: Mondadori
Traduttrice: Alessandra Shomroni
Pagine: 293



LA STORIA

Vera compie novant’anni in Israele e attorno a lei c’è l’immensa famiglia del kibbutz, ci sono i parenti venuti apposta dall’estero, ci sono il figlio Rafi e la nipote Ghili, ma soprattutto c’è Nina, sua figlia, arrivata da molto lontano. 
E Nina porta con sé una rivelazione, e una richiesta: quella di conoscere finalmente la verità su se stessa, sul passato ingombrante di Vera, su ciò che le è capitato nell’infanzia e che da adulta non è mai stata capace di superare. E così il video sul quale vuole imprimere l’intera storia diventa il pretesto per un’avventura di famiglia… 
“Tua madre non ti ha abbandonata.” Rafael ha recitato la sua parte. “Anche lei è stata data in pasto ai cani. È stata buttata in un campo di prigionia, condannata ai lavori forzati. Non aveva scelta.” “Vai a spiegarlo a una bambina di sei anni e mezzo” ha ribattuto Nina, interpretando il proprio ruolo. “Non hai più sei anni e mezzo” ha obiettato Rafael. “E invece sì” ha sentenziato lei.

Eva Panic Nahir con il marito e la figlia (1946)

COSA NE PENSO

Per raccontare “La vita gioca con me” è necessario premettere che la figura di Vera si ispira a quella di Eva Panic Nahir, una donna jugoslava che era stata internata sull’isola di Goli Otok, campo di rieducazione voluto dal maresciallo Tito. David Grossman e Eva sono stati amici ed è stata proprio lei ad incaricarlo di trasformare in romanzo la storia della sua vita e dare voce a quella di sua figlia Tiana. Ispirandosi alle loro esperienze, da Eva è nata Vera, e da Tiana Nina.

“La vita gioca con me” è un romanzo familiare, più di tutto. È un romanzo di madri e di figlie, di un amore che non è mai stato compreso né espresso come avrebbe dovuto. 
“La vita gioca con me” è un romanzo di donne, perché i personaggi maschili sono un contorno, un supporto alle vicende delle protagoniste femminili: Rafi, devoto, solido ma dipendente; Meir, lontano, forse prossimo ad uscire di scena; Miloš, che ha avuto un’importanza cruciale ma è morto a poco più di trent’anni. 
Io dovevo farlo per far sapere a tutti che c’è stato Miloš a questo mondo, uomo come lui, magro, malato, non tanto forte fisicamente, ma eroe e idealista in anima, e persona più pura e profonda, e mio amico e mio amore...
Il fulcro del romanzo intero è Vera: una novantenne che non ha perso l’energia della giovinezza, né la forza morale che l’ha sempre contraddistinta. Vera è rimasta se stessa negli anni, sempre fedele a ciò che è stata e all’amore per Miloš, quel giovane colonnello serbo che le rubò il cuore al ballo del liceo e la sposò incurante del fatto che fosse ebrea, quell’uomo integerrimo e coraggioso che non ha mai tradito né smesso di amare, anche dopo sessant’anni. 
Nina, sua figlia, è una donna molto diversa: una donna spezzata, che non ha mai smesso di sentirsi la bambina perduta e ferita che è stata, della quale non ha mai rimesso insieme i pezzi. Così come è stata una figlia smarrita è stata una madre distante per Ghili, che non ne ha mai compreso l’amore, che non le ha mai perdonato le distanze. 
La legge non scritta delle loro torture reciproche stabiliva che l’assioma dell’amore assoluto e caparbio di mio padre fosse tra le poche cose stabili della vita di Nina, e benché lo avesse respinto, lei aveva molto bisogno di quell’amore.
È Ghili la voce narrante di “La vita gioca con me”, e Ghili è una ragazza fragile, intenta al prendere le distanze dalla propria madre quanto più possibile, al difendere a tutti i costi la nonna Vera che si è presa cura di lei al punto di averle salvato la vita: ma non esistono persone senza colpe, sembra dirci Grossman nel suo coraggioso ritratto di Vera.  
«Ti hanno permesso di spiegare, di difenderti? Avevi un avvocato?» «Avvocato? Sei impazzita? Hanno buttato cinquantamila prigionieri in campi di concentramento di Tito come cani, senza processo. Solo qui, a Goli, sono morti forse in cinquemila, ammazzati o suicidati. E tu parli di avvocato?»

Non solo di famiglie, di passato e di traumi racconta Grossman ne “La vita gioca con me”: il suo è un romanzo che racconta anche la guerra in Jugoslavia, i gulag di Tito, e racconta una delle storie d’amore più intense che abbia mai incontrato. 
Dopo ora forse da quando eravamo partiti, mia suocera dice: “Di cosa sei fatta, Vera, di ferro o di pietra?”. E io, in cuor mio, ho pensato, di amore per Miloš. E non abbiamo più detto niente finché non siamo arrivati e lo abbiamo messo in terra di suo villaggio. Dovevo farlo. Non potevo lasciarlo sotto numero. E sapevo anche che nessuno lo tirava fuori da lì tranne me.
“La vita gioca con me” si svolge principalmente nel presente, ad eccezione di alcuni passaggi in cui si dà voce al passato di Vera a Goli Otok, e lo si fa in terza persona, come osservando dall’esterno le sofferenze a cui è sottoposta -non che questo le renda meno toccanti. Goli Otok la vediamo dunque nel passato, ma anche nel presente, attraverso il viaggio in Croazia, nei luoghi dove Vera è cresciuta, ha amato, ha vissuto prima dell’emigrazione in Israele. 
Israele resta invece in disparte, come l’ebraismo che ha un ruolo assai limitato:  si fa riferimento alla deportazione ad Auschwitz dei genitori di Vera, sorte che non è toccata però a lei e alle sue sorelle; la religione non ha importanza per lei, che è socialista, e neanche Nina o Ghili si sentono ebree se non per la lingua che parlano -mentre l’ebraico di Vera è rimasto imperfetto, contaminato dall’ungherese anche dopo più di mezzo secolo.
Tuo padre aveva motto: “Ognuno ha unico turno per giocare”. E così ha vissuto. Tante volte è stato in pericolo, in guerra. Anche vita era guerra, tutto seguiva logica di guerra. Così lui, inconsciamente, sapeva che doveva preparare sua figlia. Programmava tutto, anche che forse doveva suicidarsi prima o poi, da un momento all’altro. Vivevamo su filo di rasoio. […] Con me vita gioca tanto’ dice Vera sottovoce, come a se stessa.
I romanzi di Grossman sono densi: colmi di sentimenti, di dolori, di umanità. Non è stata una sorpresa per me, bensì una conferma: dopo aver amato profondamente i suoi romanzi passati è stato magnifico ritrovare la stessa penna, la stessa capacità di dare voce ad un personaggio femminile assolutamente credibile, di tirare i fili dei suoi personaggi in modo che si sfiorino senza annodarsi. 
È difficile trovare le parole per consigliarvi questo libro quanto vorrei: sappiate che saprà rubarvi il cuore, emozionarvi, farvi soffrire con Vera, con Nina, con Ghili e con Rafael al punto che vi sembrerà di conoscerli e che probabilmente sarà anche l’occasione per imparare qualcosa su un conflitto di cui non si parla molto spesso. Spero che siano ragioni sufficienti per farvi correre a procurarvelo!