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giovedì 16 luglio 2026

Il comandante del fiume

Desideravo leggere qualcosa di Ubah Cristina Ali Farah da tempo e ho approfittato di alcuni reminder della casa editrice 66thand2nd per acquistare due titoli. Il primo che ho letto è “Il comandante del fiume”, che mi è sembrato esattamente il mio genere di lettura ed infatti lo è stata.


Ha per protagonista Jabar, che frequenta il liceo linguistico e per la seconda volta viene bocciato, alle prese con la sua identità di ragazzo di origini somale che non ha più notizie del padre arruolatosi nella guerra civile ed è stato cresciuto da una madre single e dall’amica di lei, anche lei di origini per metà somale, e la figlia di questa zia acquisita è per lui come una sorella.

Incontriamo Jabar in un momento di crisi, in cui per ragioni che non conosceremo fino alla fine del libro si trova in ospedale con un grave danno all’occhio di cui non vuole rivelare l’origine nemmeno ai suoi medici. Mentre è ricoverato, riflette sulle recenti esperienze, per esempio sul fatto che sua madre lo abbia mandato a Londra a conoscere la sua famiglia come una sorta di punizione per la bocciatura e qui si è ricongiunto a una comunità somala dalla quale in Italia è piuttosto lontano, nonostante sia cresciuto con i racconti della tradizione. In particolare lo accompagna quello del “comandante del fiume”, in grado di impegnarsi per la pace comune, dominando i propri istinti e desideri di potere, che tiene la popolazione al sicuro dai coccodrilli. In questa figura fiabesca Jabar ha sempre immaginato suo padre del quale da tempo non sa nulla, anche se dentro di sé conosce la verità, ma ha cercato di negarla a se stesso.

[Il padre infatti è tornato in Somalia, lasciando a Roma il figlio e la moglie; ha partecipato alla guerra civile tra i clan e si è macchiato dell’imperdonabile morte del cognato che gli si era rivolto, sperando che potesse aiutarlo ad uscire dal paese ma che invece appartenendo ad un clan differente, aveva trovato la morte consegnandosi a lui e ai suoi alleati. Di questo è ritenuta responsabile dalla famiglia anche la madre di Jabar, che mandando a Londra il figlio a ricongiungersi con i parenti spera che questo possa contribuire ad essere perdonata, mentre per il ragazzo l’esperienza inglese si rivela intollerabile dal momento che lo mette davanti a questa verità che non si sente pronto per accettare.]

“Il comandante del fiume” quindi è una storia di formazione ed identità, in cui un ragazzo si sente se stesso quando si trova tra i pari del suo stesso colore, ma non è tra di loro che ha stabilito le proprie amicizie. È un romanzo che ci ricorda i forti legami tra l’Italia e la Somalia coloniale e riporta l’attenzione alla guerra civile in un paese del quale si parla ben poco.

È stato un ottimo primo incontro con l’autrice, con il suo protagonista ben costruito e convincente, e sono contenta di essermi già procurata “Le stazioni della luna” che dovrebbe essere maggiormente concentrato sulla Somalia piuttosto che su coloro che ne sono fuoriusciti.

Qual è l’ultima autrice che avete letto per la prima volta?

domenica 21 giugno 2026

La nebbia di Rio

 Rio Saliceto è un comune in provincia di Reggio Emilia che conta poco più di seimila abitanti. È qui che cresce Raja, il protagonista di “La nebbia di Rio”, esordio di Sarvish Waleed pubblicato da Accento edizioni: è bambino negli anni ‘90, in un condominio popolare con la madre Samina e il padre Malik emigrati dal Pakistan. Non ha scarpe di marca Raja, non può festeggiare Halloween e i suoi inseparabili amici Laura e Giacomo contribuiscono alle multe dell’autobus che prende perché nessuno acquista per lui l’abbonamento.

Lo incontriamo bambino, spettatore impotente della violenza del padre, e poi a 35 anni, quando è diventato educatore e Laura e Giacomo sono ancora i suoi unici punti di riferimento, ma Giacomo annega nella dipendenza e Laura aspetta un figlio, perché non esistono vite perfette, e Raja ha ancora tanta rabbia e tanti fantasmi da affrontare mentre con Samina intraprende un viaggio in Pakistan [per visitare la tomba del padre appena morto, dopo tanti anni che non lo vedono, perché denunciato per violenza domestica da una vicina ha lasciato l’Italia senza guardarsi indietro].

“La nebbia di Rio” è un romanzo di solitudini, di famiglie in frantumi, una storia di formazione in cui passiamo dai ricordi d’infanzia all’età adulta all’adolescenza e di nuovo ai frammenti di un protagonista bambino che strappava disegni e desiderava le vite degli altri. Ne “La nebbia di Rio” si prova molta tenerezza, ci si indigna, ma si percepisce anche tanta forza, quella di coloro che alla fine “si devono salvare da soli” -e proprio per questo, questo libro mi è piaciuto tanto.

Qual è l’ultimo romanzo di esordio che avete letto?

mercoledì 19 novembre 2025

La tigre bianca

Romanzo d'esordio dello scrittore indiano Aravind Adiga, "La tigre bianca", pubblicato in Italia da Einaudi, è stato vincitore del Booker Prize nel 2008 ed è stato anche adattato per il cinema nel 2021.

Lo avevo acquistato parecchi anni fa alla Fiera del Libro, per poi abbandonarlo in libreria, e purtroppo ora che ha avuto la sua occasione non mi ha conquistata.

Romanzo di formazione che ha per protagonista Balram, inizia nelle più povere periferie dove al bambino non viene dato neanche un nome proprio, fino ad una scalata sociale a New Dehli che una volta diventato adulto racconta sotto forma di lettere indirizzate al Primo Ministro cinese, che sta per visitare l'India. 

Nella narrazione ripercorriamo dunque i tanti sacrifici a cui Balram è stato costretto dalla sua posizione sociale subordinata, dalla sua appartenenza alla casta dei pasticceri, dal mestiere di servitore-autista che ha svolto per un uomo ricco e potente -ma scopriamo anche i suoi sentimenti di rancore e avidità, e delle conseguenze estreme a cui lo hanno portato [ha ucciso infatti il suo datore di lavoro per poi darsi alla fuga assumendo una nuova identità e ottenendo il tenore di vita a cui aspirava].

Quello che ho apprezzato del romanzo è la descrizione dell'India lontana dagli scenari edulcorati a uso e consumo dei turisti occidentali, in cui non trova spazio il fascino delle filosofie orientali ma in cui emergono lo scarso valore attribuito alle vite degli ultimi [emblematico che nessuno denunci l'incidente in cui la moglie ubriaca del datore di lavoro uccide la bambina lungo la strada, perché nessuno la cerca], le condizioni di vita a cui i lavoratori domestici devono prestarsi, le aspirazioni così difficili da realizzare per chi ha ricevuto scarsa o nessuna istruzione. 

Nel complesso però, sebbene riconosca l'efficacia di questo narratore interno dal linguaggio diretto e senza peli sulla lingua, non mi sono sentita particolarmente dalle vicende che lo riguardano, e l'ambientazione non rientra tra quelle che più mi interessano. Credo che potrà essere molto apprezzato da tanti lettori, mentre purtroppo non rientrerà tra i miei titoli del cuore!

Qual è stata l'ultima lettura che non vi ha conquistati?

mercoledì 12 novembre 2025

I cinque misteri dolorosi di Andy Africa

Romanzo d'esordio dello scrittore nigeriano Stephen Buoro, "I cinque misteri dolorosi di Andy Africa" è l'ennesimo titolo del catalogo Atlantide capace di stupirmi.

Lontanissimo dalla retorica, dal pietismo e dai luoghi comuni che fin troppo spesso si incontrano nei testi ambientati in Africa subsahariana, in questo romanzo ambientato nel sud della Nigeria incontriamo un protagonista adolescente, l'Andy del titolo, alle prese con la sua età e la sua fascinazione per le ragazze dai capelli biondi. Ingenuo e pieno di vita, amante dei libri e legatissimo ai suoi amici, Andy non conosce l'identità di suo padre [si scoprirà poi essere figlio d'incesto, dovuto alla violenza del gemello della madre su di lei] e vive con una madre fotografa dal carattere forte. 

Attorno a lui ci sono rivolte e scontri tra cristiani e musulmani, arresti degli studenti e violenze da parte della polizia: li osserviamo dal suo sguardo che spesso non è in grado di interpretare i significati politici, ma semplicemente li subisce, stanco di ciò che lo circonda e già impegnato a sognare il Viaggio, che oltre il deserto e il Mediterraneo lo porterà all'Europa. Nel mentre vive il suo primo amore, totalizzante come solo gli amori alla sua età lo sono, ma anche inevitabilmente capace di deludere [Eileen, la nipote inglese del pastore della chiesa, con i suoi tanto idealizzati capelli biondi, si rivela poi piuttosto spinta nell'approccio fisico e legata a lui solo superficialmente]. 

Andy scrive poesie al fratellino venuto al mondo senza vita, e il romanzo ne è pieno; è un testo ricco di termini in ososo, hausa, igbo, talvolta in arabo, che trasmette la pluralità delle voci della Nigeria e la varietà stilistica dell'autore. Ci sono anche tante citazioni letterarie e cinematografiche, da Kafka a Harry Potter passando per Arancia Meccanica.

"I cinque misteri dolorosi di Andy Africa" è un libro pieno di momenti drammatici [l'aggressione subita dalla madre che porterà alla sua disabilità prima e alla sua morte poi, la scoperta dell'incesto, la partenza per l'Europa che chiude il libro in cui Andy e i suoi amici vengono abbandonati nel deserto], ma la voce del protagonista è ironica, fresca, sempre pronta a sdrammatizzare e lanciarsi nella prossima avventura con la stessa fiducia e speranza.

Sebbene all'inizio abbia fatto un po' fatica ad ingranare nella lettura, pagina dopo pagina mi sono affezionata ad Andy e ho apprezzato moltissimo questo libro, che vi consiglio se siete alla ricerca di un titolo originale nel panorama dei testi africani che arrivano nelle nostre librerie.

Quali autori nigeriani conoscete?

mercoledì 22 gennaio 2025

La casa dei Gunner

Il mio primo acquisto dell’anno è stato "La casa dei Gunner" di Rebecca Kauffman, pubblicato da SUR, e non avrei potuto scegliere un titolo migliore, nonostante o forse proprio perché quando ho letto l’ultima pagina ero in lacrime.

Questo è un libro sull’amicizia: un argomento che mi tocca particolarmente da vicino da quando ho perso pochi anni fa la mia migliore amica. Qui abbiamo un gruppo di bambini che crescono insieme e che restano in contatto anno dopo anno, nonostante a 16 anni una di loro, Sally, abbia preso improvvisamente le distanze da tutti gli altri. Proprio con la morte di Sally si apre questa lettura, e i suoi amici che ormai hanno raggiunto la trentina si riuniscono in occasione del suo funerale, riscoprendosi fondamentali l’uno per l’altro e soprattutto convinti ognuno a modo proprio di essere responsabili di quell’allontanamento che non hanno mai saputo spiegarsi.

"La casa dei Gunner" è un romanzo pieno di segreti, e non tutti potranno essere svelati, perché nonostante siano sempre stati così amici, ognuno dei protagonisti ha celato qualcosa di sé o degli altri, trovando solo molti anni dopo il coraggio di confessarlo -che sia un orientamento sessuale, la ragione del proprio divorzio, l’identità di un genitore oppure proprio che cosa sono convinti di aver fatto a Sally, causandone così l’insanabile distanza dal gruppo.

"La casa dei Gunner" è un romanzo sull’amicizia e su come ci salvi la vita, su come si possa aver bisogno degli altri e non per questo essere deboli. È un romanzo sul ritrovarsi, sul comprendere chi ci è stato vicino per tutta la vita e non ha mai saputo trovare le parole per esprimere il proprio amore.

Stilisticamente qualche piccolo difetto c’è, ho trovato molta enfasi sulle caratteristiche fisiche dei personaggi che è un aspetto che non mi fa impazzire, ma da subito mi sono affezionata istintivamente ai personaggi di questa storia, Mikey per primo. Ho seguito i loro passi sperando sempre per il meglio e trovandomi alla fine con una sensazione simile a quella che avevo provato con il club dei perdenti di "It" di Stephen King: far parte di un nuovo gruppo di amici che mi sono rimasti nel cuore e mi hanno profondamente emozionata.

Nonostante il mio proposito di controllare gli ingressi in libreria quest’anno, è inutile dirvi che ho già inserito in lista desideri tutti gli altri romanzi di questa autrice!

Qual è stato il vostro primo acquisto del 2025?

mercoledì 16 ottobre 2024

Così speciali

"Così speciali" di Bella Bathurst, pubblicato da Einaudi, l’ho comprato in libreria vent’anni fa, non scherzo: dietro c’è la data. Ero al primo anno di liceo e con la mia migliore amica facevamo i nostri primi giri in autonomia da Feltrinelli, nel punto vendita più grande della città, sotto le Due Torri, scegliendo forse per le prime volte i libri che ci compravamo da sole, senza l’intervento di qualche familiare.

All’epoca avevo più o meno l’età delle protagoniste, tra i 13 e i 14 anni, che in un’estate in Inghilterra trascorrono due settimane in una residenza di campagna accompagnate da due delle loro insegnanti, per dedicarsi all’attività sportiva in attesa dei risultati degli esami di fine anno. La trama fondamentalmente è tutta qui e non è di per sé particolarmente avvincente; quello che convince però in questo libro è la capacità dell’autrice di raccontare le meschinità, il modo perverso di essere crudeli delle ragazzine di quell’età, che provano soddisfazione nell’umiliare le coetanee più deboli perché le fa sentire forti. 

Racconta i complessi tipici dei primi anni dell’adolescenza, che spingono a paragonare ogni punto del proprio corpo a quello di chi le circonda, desiderose di approvazione e di attenzioni pur non trovandosi davvero a proprio agio con l’altro sesso, spingendosi a comportamenti pericolosi che le espongono ad abusi sessuali e le portano a soffrire di disturbi alimentari, vittime di questi oltre che dei conflitti familiari a cui non possono sottrarsi -divorzi, madri alcoliste, genitori assenti.

Questo romanzo è tagliente, non indimenticabile, certo, ma a distanza vent’anni mi è tornata voglia di leggerlo per le sue atmosfere da romanzo dark academia prima che il genere diventasse popolare, e per la capacità di raccontare i lati più sgradevoli delle ragazze senza metterne a tacere nessuno. 

Sono cattive ragazze quelle di questo libro, ma in fondo una buona parte di noi ha avuto qualche comportamento in comune con il loro quando avevamo la stessa età e non è da tutti avere il coraggio di metterli nero su bianco sulla pagina. 

Sicuramente era un romanzo nel quale mi ero immedesimato di più all’età delle protagoniste, adesso le ho guardate dall’esterno, ho ricordato qualcuno di quei momenti agghiaccianti in cui l’insicurezza e il giudizio altrui sembravano montagne impossibili da scalare; oggi sembra tutto molto lontano ma questo testo è ancora capace di raccontare molto bene i lati peggiori dell’adolescenza [Non necessario a dire il vero il dramma con cui chiude il romanzo per voler fare un finale d’effetto ovvero la caduta dal tetto di una delle protagoniste] e rileggerlo mi ha intrattenuta, in modo amaro ma anche mai noioso. Ho in casa diversi titoli che potrebbero accostarsi a questa storia, e ora la mia curiosità nei loro confronti è anche aumentata!

Qual è un titolo che a vostro parere racconta bene l’adolescenza?

mercoledì 7 febbraio 2024

Ragazzo divora universo

"Ragazzo divora universo" di Trent Dalton, pubblicato da HarperCollins, è un romanzo di formazione in parte ispirato all’infanzia dello stesso scrittore e ambientato in Australia. 

Il protagonista è Eli Bell, che incontriamo tredicenne e seguiamo fino al suo diciannovesimo anno di vita. Ha un fratello speciale, August, che da un trauma condiviso della loro infanzia ha scelto di smettere di parlare e si esprime scrivendo parole nell’aria. 

Gli adulti nel mondo di Eli non sono affidabili: bevono troppo, oppure si drogano, e il suo baby sitter e migliore amico Slim ha trascorso gran parte della propria vita in prigione. Attorno a questi adulti gravitano criminali di vari gradi, invischiati nel traffico di droga e anche in affari più inquietanti, come una fabbrica di protesi che nasconde in realtà un vero e proprio bunker degli orrori. 

Eli sogna di diventare un giornalista di cronaca nera, ma soprattutto un uomo buono, e sulla bontà, su cosa questo concetto significhi, riflette spesso: le sue risposte sono piene di sfumature, ancora piene di domande, come le parole di suo fratello maggiore che sembra capace di leggere nel futuro.

Tra i tratti più interessanti di questo romanzo ci sono dei tocchi di soprannaturale che non vengono mai spiegati del tutto: sono modi per sottrarsi ai traumi che i ragazzi vivono o si tratta davvero di qualche capacità extra sensoriale? Il telefono rosso che squilla, la voce di Gus dal futuro, la fine simboleggiata dallo scricciolo azzurro morto e la capacità dello scricciolo ma non soltanto di ritornare proprio dalla morte, come quella traumatica notte in cui hanno rischiato di annegare, non sapendo mai se il padre lo avesse fatto di proposito. 

C’è il carcere tra queste pagine, c’è la tossicodipendenza, una madre fragile che si infila troppo spesso in relazione abusive ma ama sinceramente i propri figli. Ci sono scene d’azione, talvolta eccessivamente confuse che avrebbero a mio parere potuto essere ridotte. Il romanzo nel complesso è un po’ disordinato, raggiunge picchi di bellezza ammaliante ma rimane confuso nell’estrema abbondanza di elementi che presenta. Ho trovato questo aspetto un limite, ma al tempo stesso mi sono affezionata ai suoi protagonisti e fino alla fine ho desiderato scoprire cosa ne sarebbe stato di loro.

Slim, uomo realmente esistito è a mio parere il personaggio più riuscito del romanzo, che rimane presente anche quando fisicamente se n'è andato -e la scena a cavallo tra due mondi nel giardino lussureggiante del carcere dell’aldilà è senza dubbio una delle pagine più poetiche del libro. 

Nel complesso vi consiglio questa lettura se siete amanti dei romanzi di formazione e vi piacciono quelli ricchi di eventi, talvolta anche violenti. Non è riuscito del tutto a conquistarmi, ma lo ritengo comunque un libro che ho letto volentieri! Ne stata da poco tratta una serie distribuita su Netflix che ho già visto e ho trovato molto fedele -anche qui, l’ho trovata un po’ caotica e credo che uno dei due prodotti sia più che sufficiente. 

Qual è l’ultima storia di formazione che avete letto?

martedì 16 gennaio 2024

Demon Copperhead

Barbara Kingsolver in "Demon Copperhead", pubblicato da Neri Pozza, ragiona sul "David Copperfield" di Charles Dickens, sull’aver dato voce ai fragili, ai poveri, ai dimenticati, agli orfani, messi da parte dall’società e riscrive la loro storia in un romanzo ambientato nella West Virginia contemporanea, dagli anni '80 agli anni 2000. 

Ne riprende non solo i temi fondamentali, ma anche i personaggi, i loro percorsi, i loro tratti caratteriali più importanti, e lo fa sia con il protagonista e i personaggi principali (Emmy/Em'ly, Fast Forward/Steerforth, Dori/Dora...) ma anche con quelli secondari a cui si potrebbe dare tra le pagine poca importanza, ma che se si è letto il classico di Dickens in tempi recenti si riconoscono senza difficoltà. 

"Demon Copperhead" ha vinto l’anno scorso un meritatissimo Pulitzer: vediamo Damon crescere e faticare, nato orfano di padre, poi perde la madre, entra in un infelice circuito di famiglie affidatarie, lavoro minorile, povertà e fame, e quando comincia ad avere successo come stella del football  un infortunio e la facilità con la quale gli antidolorifici vengono prescritti lo gettano in una spirale discendente di dipendenza, droghe e alienazione. Ma, come immaginate se avete letto "David Copperfield", non è una storia priva di speranza o di opportunità per il futuro, così come quella di Dickens. 

È un romanzo che riflette sull'emarginazione, su tutto ciò che nei servizi sociali non viene adeguatamente fornito a coloro che avrebbero bisogno di aiuto e supporto, ma anche una storia di crescita, di formazione e delle opportunità che restano quando tutto si crede perduto, perché c’è sempre un modo per tirarsi fuori dai guai se come Damon si è disposti a non arrendersi. 

Impossibile non affezionarsi a questo protagonista, non soffrire per la sua infanzia sfortunata e non tifare per lui e per la sua capacità di rinascere dalle ceneri come una fenice. Il romanzo di Kingsolver sa essere politico, parlare della società e dei suoi problemi e al tempo stesso raccontare un ragazzo indimenticabile come lo era stato il suo omologo in Dickens. 

Si tratta sicuramente del romanzo più bello che abbia letto dall’inizio dell’anno e spero solo che mi aspettino letture in grado di stupirmi ancora di più! Avete letto questo libro o il classico inglese?

giovedì 21 settembre 2023

Un albero cresce a Brooklyn

Pubblicato per la prima volta nel 1947, "Un albero cresce a Brooklyn" di Betty Smith, che ho letto in edizione Neri Pozza, è un romanzo familiare che mi ha scaldato il cuore. 

Nella Brooklyn di inizio Novecento nasce Francie Nolan, figlia di Johnny di origini irlandesi e di Katherine la cui famiglia è emigrata dall'Austria, sorella maggiore di Neeley. I Nolan sono poveri: il denaro non basta mai, Johnny fa il cameriere-cantante ma ha il vizio del bere, anche se resta un padre affettuoso e un marito amato. Kate è una donna che non si arrende, che cresce figli onesti e determinati, a cui legge le opere di Shakespeare e la Bibbia.

C'è molto dolore in questo romanzo, c'è la fame di quando non si ha nulla da portare a tavola, ci sono i bambini nati morti di zia Sissy, c'è una maestra che non comprende il realismo dei temi di Francie, la brutalità di Brooklyn che spazza via i più fragili, come Johnny vittima di se stesso.

Però c'è anche la tenacia, e la speranza: quella di un albero tagliato che rinasce e continua a crescere, quella dei tanti impieghi trovati dopo averne perso uno, l'intensità dell'affetto tra fratelli che include anche una nuova sorellina, i corsi dell'università a cui aspirare. 

C'è l'America del sogno e della rincorsa del successo, ma anche del proibizionismo, della prima guerra mondiale, l'emancipazione delle donne che vanno verso il diritto di voto e che rivendicano il diritto all'amore, al rispetto, al miglioramento economico -in questo senso, la mamma e le sorelle di Kate sono memorabili, e la zia Sissy è stata la mia preferita, nel coronare il suo sogno di maternità in modo tutt'altro che moralista. 

Francie, ma anche Kate, sono donne curiose, intraprendenti e tenaci; sono donne del passato, richiamano l'esperienza autobiografica dell'autrice, ma hanno molto da dire alle ragazze di oggi, che hanno ancora tante buone ragioni per lottare nonostante il tempo trascorso.

Classico della letteratura americana del Novecento, "Un albero cresce a Brooklyn" è senza dubbio uno dei romanzi che più mi hanno emozionata e coinvolta quest'anno; è una lettura perfetta per chi ama i romanzi di formazione, le storie che scaldano il cuore e le famiglie a cui, una volta terminato il romanzo, ci siamo affezionati quasi quanto alla nostra. 

Avete letto questo libro?

mercoledì 23 agosto 2023

Tre

 Il più recente tra i romanzi dell'autrice francese Valerie Perrin è "Tre", pubblicato da Edizioni E/O. Avevo già letto e amato i precedenti: "Il quaderno dell'amore perduto" e ancora di più "Cambiare l'acqua ai fiori", quindi le aspettative erano inevitabilmente molto alte: non sono state deluse, ma non è nemmeno diventato il mio preferito dei tre.


I "Tre" del titolo sono Adrien, Etienne e Nina: si incontrano bambini e crescono insieme in una piccola località francese, punti di riferimento reciproci, mentre Nina cresce con il nonno, Adrien con una madre single, Etienne in una famiglia tradizionale dove si sente meno amato dal padre rispetto al fratello maggiore. Se Etienne è quello più precoce, mentre Adrien è il timido e Nina è il fulcro attorno al quale ruotano, è lei a perdersi, diciottenne e rimasta sola, in un matrimonio infelice e prevaricatore.

La grande qualità di Valerie Perrin è quella di disseminare il romanzo di piccoli misteri: la narratrice in prima persona che parla dal presente, l'automobile con all'interno un corpo, recuperata dal fondo di un lago dopo oltre vent'anni. Poi c'è il segreto di Etienne, che non sa se troverà il coraggio di lottare contro la sua malattia e la confessa soltanto ai suoi amici, nonostante gli anni che li hanno separati. Nina, che ritroviamo in un rifugio per animali senza sapere cosa l'abbia portata lì; Adrien, su cui c'è molto da scoprire.

Se alcune delle rivelazioni di questo romanzo non mi hanno completamente convinta, è senz'altro una storia avvincente, dove la scrittura dell'autrice ci trascina una pagina dopo l'altra fino alla conclusione senza mai annoiare. È una storia sul potere salvifico dell'amicizia, legame che ci costruisce, che ci rende noi stessi, che ci tiene in piedi nonostante i colpi della vita, che viene a soccorrerci nei nostri momenti peggiori: qualcosa da non dare mai per scontato quando lo si trova, così come sapranno fare i "tre" del libro.

Nonostante abbia trovato "Cambiare l'acqua ai fiori" più stratificato e commovente, anche questo titolo dell'autrice mi è piaciuto: ve lo consiglio se amate le storie di formazione che si rivelano a poco a poco, e non vedo l'ora che pubblichi il prossimo!

venerdì 7 luglio 2023

Tsugumi

 Il mio proposito di leggere i libri di Banana Yoshimoto in ordine cronologico prosegue con "Tsugumi", pubblicato per la prima volta nel 1989, che per il momento è diventato tra i miei preferiti.

Racconta una storia breve e semplice, che si svolge nell'arco di un'estate quando la protagonista Maria ha diciannove anni e ritorna alla pensione dove è cresciuta insieme alla madre, agli zii e alle cugine prima di poter raggiungere il padre in città. Le due cugine, Yoko e in particolare Tsugumi che dà il titolo al romanzo, sono le compagne di avventure e di crescita che le fanno apprezzare le piccole cose quotidiane.

Tsugumi è un personaggio insolito e convincente, dichiaratamente ispirato ad alcuni tratti caratteriali dell'autrice: una ragazza dalla salute estremamente cagionevole ma dalla fortissima volontà, che in questa estate sul mare incontra il primo amore, e si accorge di provare sentimenti così forti per un cagnolino che la renderebbero addirittura disposta ad uccidere senza rimpianti.

Banana Yoshimoto racconta con la sua consueta delicatezza una calda estate di passaggio e di maturazione, di quattro personaggi che si apprestano a diventare adulti e condividono quanto di più puro può esserci sulla costa giapponese. Nonostante superi di poco le cento pagine, lascia il tempo di affezionarsi ai suoi protagonisti, che sono davvero ben costruiti, al punto che ci sembra una volta conclusa la lettura di aver trascorso una vera e propria vacanza insieme a loro.

Un altro romanzo di questa autrice che mi incoraggia a proseguire con il mio ambizioso progetto! E qual è il titolo che voi preferite tra i suoi?

mercoledì 21 giugno 2023

Il contastorie

Teresa Radice e Stefano Turconi sono tra i miei fumettisti preferiti: in cima alla mia classifica personale c’è quel capolavoro de "Il porto proibito", un fumetto che dovrebbe leggere anche chi non è abituato a questa forma letteraria. Secondo metto "La terra, il cielo, i corvi" e per terzo "Non stancarti di andare", che però da oggi se la gioca con "Il contastorie", la più recente delle loro pubblicazioni. 


Il protagonista è un undicenne brasiliano, Pedro, che non ha mai lasciato il paesino dove vive con le sorelle minori e uno dei fratelli, mentre l’altro, Cent, è sempre in viaggio alla scoperta del mondo -o almeno questo è quanto Pedro crede prima di scontrarsi con una realtà molto meno fiabesca dei libri  nei quali è costantemente immerso. [Il fratello infatti non è mai uscito dal Brasile, ma si assenta spessissimo da casa per via della sua attività di spaccio di droga e anche per colpa della propria tossicodipendenza che lo ha portato a indebitarsi in modo grave] 

Inconfondibile è il tratto di Turconi, che disegna un Pedro dolcissimo al quale ci affezioniamo dalla prima pagina, alle prese con delle verità troppo amare per un bambino della sua età. Il percorso che intraprende in questo fumetto è un viaggio avventuroso nel tentativo di tirare il fratello maggiore fuori dai guai, ma anche una storia di formazione che lo fa scontrare con l’amarezza della realtà e pone fine alla sua innocenza. 

I colori di queste tavole acquerellate sono magici e ci trasportano nell’atmosfera dell’Amazzonia, con la sua vegetazione lussureggiante e i suoi animali, primo tra tutti il minuscolo lemure Chico che accompagna ovunque il protagonista. Ci sono paesaggi magnifici e personaggi espressivi e magnetici -degno di nota l'enigmatico e significativo personaggio di Tiresia.

Rispetto ai tre che ho citato precedentemente in questo post, questo fumetto è adatto anche alla lettura da parte di lettori più giovani: per quanto la tematica sia delicata viene raccontata in toni  adeguati per l’età dei coetanei di Pedro, evitando una durezza eccessiva. Si innamoreranno poi di questa storia tutti gli amanti della lettura, perché i romanzi e le storie che contengono sono il fil rouge che lega i suoi capitoli e che accompagna la crescita di Pedro. 

Insomma è stata un'ulteriore conferma di quanto ami questa coppia di autori, e una lettura tenera ed emozionante che mi sento di consigliarvi di cuore!

Avete letto le loro opere? Qual è la vostra preferito?

domenica 30 aprile 2023

Le tartarughe tornano sempre

"Le tartarughe tornano sempre" di Enzo Gianmaria Napolillo, pubblicato da Feltrinelli, mi ha attratto inizialmente per la copertina, poi leggendone la trama ho pensato che sarebbe stato proprio nelle mie corde: e avevo ragione! 


Titolo: Le tartarughe tornano sempre
Autore: Enzo Gianmaria Napolillo
Anno della prima edizione: 2015
Casa editrice: Feltrinelli
Pagine: 216

Si tratta di un romanzo di formazione con protagonista Salvatore, che da bambino sull’isola (che non viene mai nominata ma è evidentemente Lampedusa) conosce Giulia. Lei vive a Milano e viene sull’isola soltanto d'estate; i due si innamorano di un amore infantile ma resistente, alimentato soltanto dalle lettere che si scambiano nell’arco dell’anno e che Giulia confeziona in buste rosa perché i postini facciano loro particolare attenzione. Salvatore invece cresce sull’isola, figlio di un pescatore, e i due sono insieme quando il corpo di un ragazzo, il primo di troppi migranti, raggiunge le rive dell’isola cambiando per sempre i loro destini. 

[La famiglia di Giulia, tutt’altro che accogliente, prenderà le distanze dall’isola; Salvatore invece si impegnerà nell’accoglienza. Inizia poi un crescere, un rincorrersi e allontanarsi, un perdersi rimanendo comunque in qualche modo legati: Giulia al Nord all’università, Salvatore che non trova il proprio posto nel mondo, che deve faticare per rendere realtà i propri desideri. Ci saranno altre persone di mezzo]

Sullo sfondo di questa storia c'è la tragedia dei naufragi lungo le coste, la brutalità dei respingimenti e l’ingiustizia dei centri di identificazione e di espulsione e della politica. È un romanzo dunque che parla dell’oggi, del nostro paese e dell’ingiusta strage che contribuisce a perpetrare, ma è anche una storia d’amore che attraversa gli anni e chilometri, le ambizioni e le paure, gli inverni freddi di Milano e le estati assolate di Lampedusa, l’odore della vernice fresca e quello della salsedine.

È un romanzo che mi ha commossa nella sua semplicità, perché le tartarughe tornano sempre dove sono nate e così a certi amori si resta fedeli nonostante non sembri la scelta più razionale da compiere. Mi sono affezionata a Giulia e Salvatore, il cui legame è raccontato in modo così genuino e tenero che non mi è sembrato mai una volta forzato o artificioso. 

È un libro breve, una scrittura senza troppe pretese, con descrizioni molto efficaci e personaggi ben costruiti -tra di loro anche i genitori di Salvatore sono degni di nota. Mi è piaciuto ed è una lettura che vi consiglio per l’estate, perché seppure breve non dimentica di lanciare uno sguardo sulla realtà e sugli aspetti di essa meno superficiali!

Qual è l’ultimo romanzo ambientato in Italia che avete letto?

sabato 11 marzo 2023

Un giorno questo dolore ti sarà utile

Versione più contemporanea di un romanzo di formazione in stile "Il giovane Holden" di J.D. Salinger, "Un giorno questo dolore ti sarà utile" di Peter Cameron riprende nel titolo un verso di Ovidio che il ragazzo cita in realtà per un’esperienza ad un campo estivo al quale è stato spedito dei genitori. 


Titolo: Un giorno questo dolore ti sarà utile
Autore: Peter Cameron
Anno della prima edizione: 2007
Titolo originale: Someday This Pain Will Be Useful to You
Casa editrice: Adelphi
Traduttrice: Giuseppina Oneto
Pagine: 206

Il testo racconta la storia di James, un diciottenne di New York estremamente insoddisfatto e insofferente, così come lo era stato Holden Caulfield. Siamo nel 2003 e l’esperienza dell’attacco alle Torri Gemelle ha profondamente segnato i cittadini statunitensi, al punto che l’accaduto deve essere messo per forza in un romanzo ambientato in città immediatamente dopo l'attentato, per quanto non abbia granché a che fare con le vicende del protagonista. 

James è semplicemente un ragazzo che non trova il proprio posto nel mondo, come la stragrande maggioranza dei suoi coetanei: fatica ad inserirsi nei gruppi e si reputa un solitario, probabilmente per la paura di non piacere agli altri. Come Holden espulso dalla scuola, James scappa da un evento scolastico e a seguito di questo episodio viene mandato come si addice alla contemporaneità da un'analista, con la quale sembra tutt’altro che in grado di fare i progressi. 

L’unica persona che pare capirlo e accettarlo per quello che è è l’amata nonna, che non si aspetta da lui nient’altro che la sincerità e l’affetto del proprio nipote. 

Narrato in prima persona, Cameron scrive un romanzo che non è per la verità sorprendente, ma dà voce in maniera credibile ad un ragazzo alle prese con la scoperta del proprio orientamento sessuale e delle proprie difficoltà relazionali, in una famiglia piuttosto disfunzionale dove il padre pensa alla chirurgia estetica e la madre è reduce dell’ennesimo matrimonio fallito, mentre la sorella ha una relazione con un proprio insegnante sposato. 

Non è entrato a far parte dei miei romanzi di formazione preferiti, e devo ammettere che non ho provato neanche grandi emozioni nel leggere la storia di James, che tuttavia è scorrevole e molto convincente dal punto di vista di un ragazzo della sua età: non c’è nemmeno una pagina dove si percepisca il punto di vista dell’autore a sovrastare il personaggio a cui ha lasciato la scena. 

Certo James non è Holden, non ha quella potenza narrativa che personalmente trovo insuperabile, e forse non sorprende proprio perché di romanzi di formazione negli anni ne abbiamo già letti tanti, ma se siete degli amanti del genere è comunque una lettura che potrebbe piacevolmente intrattenervi.

Qual è l’ultimo romanzo di formazione che avete letto?

martedì 14 febbraio 2023

Mi limitavo ad amare te

Rosella Postorino scrive un romanzo di madri e di figli, di patria e di abbandoni, di distacchi e di ritorni. Scrive "Mi limitavo ad amare te" che già dal titolo cita poesia, lo pubblica Feltrinelli, ed è uno dei romanzi più intensi che leggerete quest'anno.


Titolo: Mi limitavo ad amare te
Autrice: Rosella Postorino
Anno della prima edizione: 2023
Casa editrice: Feltrinelli
Pagine: 352

Inizia a Sarajevo, nei primi anni '90: Omar e Senadin, Nadia e Ivo vivono in orfanotrofio, due coppie di fratelli, abbandonati dalle loro madri irregolari. Incontrano Danilo mentre viaggiano verso l'Italia, bambini sfollati, orfani e figli di famiglia mandati in affido per allontanarsi dalle bombe, dai proiettili dei cecchini. Inizia qui lo strappo, di chi cresce sradicato, Omar che continua a pensare alla madre che gli ha detto di scappare dalle granate e non può accettare una nuova famiglia, Danilo e Sen che vogliono integrarsi, Ivo che è rimasto a combattere al fronte, Nadia che si sente sempre di troppo, impossibile da amare.

Rosella Postorino scrive una storia di solitudini, di frammenti spezzati che non sanno trovare un incastro, Omar che pensa a Nada ma si mette sempre più nei guai, Danilo che la abbandona, Nada che non si impone e cresce un figlio, lo mette al mondo pensando a sua madre, alla figlia che in qualche modo non è mai stata.

È una colpa essere madri, mettere al mondo figli riflette Azra, la madre giornalista di Danilo, e le sue pagine in corsivo di cui solo piuttosto avanti si riconosce l'autrice sono le più taglienti, le più dolorose nel raccontare la guerra in ogni crudele aspetto, è Azra a riflettere su quei figli della Bosnia che alla loro terra non sono mai stati restituiti in nome del loro benessere. 

"Mi limitavo ad amare te" è un fiume in piena che si snoda per vent'anni di storia, tra la Jugoslavia andata in pezzi e le nostre pianure e città, tra ragazzi che salgono sugli alberi, che imparano a nuotare di notte, che dimenticano la loro lingua d'origine e non sanno più parlare con chi li ha generati. 

È un romanzo doloroso e tagliente, che mi ha riempita di angoscia, che crea personaggi così veri e tridimensionali che li leggiamo crescere, che li vorremmo abbracciare pur sapendo che verremo respinti, che ci sussurra nell'orecchio domande scomode sulle buone intenzioni, sull'identità, i legami del sangue. 

L'autrice, che avevo già apprezzato nell'esordio "La stanza di sopra" e ne "Le assaggiatrici", qui si supera. E la fragilità di Nada, di Omar, di Danilo ci resta dentro, come solo chi popola i romanzi migliori sa fare -e questo si candida, senz'altro, ad entrare tra i preferiti dell'anno.

Qual è l'ultimo romanzo che avete amato così tanto?

giovedì 9 febbraio 2023

Le regole della casa del sidro

"Le regole della casa del sidro" di John Irving è stato scritto negli anni '80, ma si svolge in un arco di tempo che inizia dopo la prima guerra mondiale e supera gli anni '60. È un affresco di storie ambientate nel Maine, che iniziano all'orfanotrofio di Saint Cloud dove nasce Homer, il protagonista di questa storia.


Titolo: Le regole della casa del sidro
Autore: John Irving
Anno della prima edizione: 1985
Titolo originale: The Cider House Rules
Casa editrice: Bompiani
Traduttore: Pier Francesco Paolini
Pagine: 688


Homer è amatissimo dal dottor Larch, che dirige l’orfanotrofio e vi lavora, dando la possibilità alle donne di scegliere se tra "un orfano oppure un aborto", indipendentemente da ciò che la legge consentirebbe. Non si fa adottare Homer, e quando arriva vicino ad avere una famiglia per sé è a Saint Cloud che ritorna, perché è a Saint Cloud che è di casa.

Divenuto un giovane uomo, la sua strada incrocia quella di Wally e di Candy, due giovani venuti a Saint Cloud proprio in cerca di un’interruzione di gravidanza, a cui si affezionerà immediatamente e che seguirà nella tenuta dei genitori di lui, dove farà il proprio mestiere della raccolta delle mele e la lavorazione del sidro. 

Gran parte di questa storia dunque si svolge alla casa del sidro, ed intreccia la vita di Homer con quella dei braccianti stagionali ma soprattutto con quella di Candy, di cui è innamorato, e di Wally, che nella seconda guerra mondiale si arruolerà come pilota risultando però disperso a seguito di un bombardamento. 

È qui che Candy e Homer si avvicinano, al punto di concepire Angel, e la gravidanza di lei riporterà Homer proprio Saint Cloud, l’unico luogo dove quel bambino può nascere in pace ed essere accolto come una fonte di gioia. 

Homer diventa adulto in questa storia, mentre il dottor Larch invecchia  e ci affezioniamo all’uno e all’altro sin dalla prima pagina, aspettando di capire come le loro strade si incontreranno in un modo o nell’altro. 

Quello di John Irving è un romanzo di formazione in piena regola, e il suo protagonista da bambino dai poderosi pianti diventa un uomo alla soglia della terza età, che raccoglie l’eredità di colui che lo amato come un padre e ha cercato di proteggerlo per tutta la sua lunga vita, sapendo che avrebbe fatto alla fine la scelta giusta. 

È un romanzo di grandi ideali in cui si leggono Charles Dickens e Charlotte Bronte, e di uomini che lottano al fianco delle donne perché non sia fatta loro violenza e sia data loro la libertà di scelta. Incredibile pensare che a distanza di ormai quasi settant’anni dalla pubblicazione di questo romanzo il tema sia ancora di scottante attualità e tutt’altro che è un diritto garantito!  

Irving scrive un romanzo lungo, che ci dà il tempo di goderci anche i personaggi secondari come Melony, da sempre innamorata di Homer ma anche arrabbiata al punto di non saper perdonare, Melony che come lui soltanto a Saint cloud sarebbe poi stata a casa, da viva o da morta, Melony che rilegge Jane Eyre e si indigna e si commuove e rompe tutto. 

Quello di Irving è un romanzo americano, che racconta le stagioni nello stato del Maine, le nevicate, la pesca di aragoste, le fabbriche, il duro lavoro degli stagionali e gli sguardi diffidenti verso i neri provenienti dal Sud. 

È un romanzo di orfani, ma soprattutto di famiglie e di legami che sono dati non dal sangue ma dai sentimenti genuini, come la scrittura dell’autore che nonostante la mole del romanzo non ci fa annoiare nemmeno per un momento. 

È stata una lettura dal ritmo lento ma appassionante, e pagina dopo pagina sì diffondevano nella mia mente le immagini di questa storia che non posso far altro che consigliarvi di leggere quando siete alla ricerca di un romanzo che sappia emozionare e che vi lasci alla sua conclusione un profondo senso di giustizia e di serenità.

Avete letto questo libro ho visto il film che è stato tratto?

giovedì 13 ottobre 2022

Ragazzo negro

Ho acquistato la mia copia di "Ragazzo negro" di Richard Wright ad un mercatino al prezzo di un euro soltanto, in un’edizione economica Mondadori degli anni 60 che si è rivelata poi contenere una storia davvero interessante.


Titolo: Ragazzo negro
Autore: Richard Wright
Anno della prima edizione: 1945
Titolo originale: Black Boy
Casa editrice: Mondadori
Traduttore: Bruno Fonzi
Pagine: 328


Si tratta non di un romanzo, bensì dell’autobiografia dell’autore, nato nel Sud degli Stati Uniti all’inizio del '900. Da bambino si scontra dunque con la segregazione razziale, il razzismo e la povertà, accompagnata da una fame che lo perseguiterà per decenni. Seguiamo la formazione di Richard, inevitabilmente frammentaria per via dei problemi familiari che lo trascinano da uno stato all’altro, senza permettergli di frequentare mai un anno intero di scuola mentre cerca di guadagnarsi da vivere sin da giovanissimo, con un lavoro spesso degradante dopo l’altro. 

Lo seguiamo qui fino alla fine degli anni '20, quando, giovane uomo, riesce finalmente a mettere da parte abbastanza denaro per trasferirsi a Chicago, verso quel Nord dove crede e spera i neri avranno maggiori possibilità e godranno di maggior rispetto. 

I rapporti razziali sono senza dubbio l’argomento più interessante di quest’opera, che racconta gli Stati Uniti di circa un secolo fa dove il colore della pelle condannava all’emarginazione e all’essere vittime di ogni genere di sorprese di sopruso e violenza. Richard, che ha sempre dato la propria condizione per scontata, prende a poco a poco coscienza di quanto sia ingiusta, e anche attraverso la lettura comprende l’importanza della dignità che i bianchi non sono disposti a riconoscergli. 

Siamo negli Stati Uniti del Sud, dei linciaggi, del Ku Kux Klan, della polizia che non interviene quando è una donna nera a venire violentata o picchiata, il Sud dove ribellarsi è impossibile perché ogni rivolta sarebbe pagata con la vita. 

L'opera di Wright, non recentissima, ha il grande pregio di farci riflettere sulle somiglianze tra la società statunitense dell'epoca e quella di oggi -dove sarebbe ingiustificabile negare che il razzismo sia ancora un grave problema per gli afroamericani. Di qualche decennio precedente all'opera della mia amata Toni Morrison, Wright è uno scrittore che mi ha molto incuriosita, e la cui attualità si denota anche nel fatto che di recente dal suo primo romanzo "Native Son" sia stato tratto un film distribuito anche in Italia.

La scrittura di Wright è lucida e analitica, solo in qualche passaggio si permette un tono più poetico;  il racconto di molti episodi quotidiani talvolta rallenta il ritmo di lettura, ma le sue riflessioni sono davvero molto stimolanti.

In conclusione credo proprio di aver scoperto un autore del Novecento che merita di essere recuperato, e che vi consiglio! 
Qual è l'ultimo testo di letteratura afroamericana che avete letto?

mercoledì 14 settembre 2022

Paradiso

Abdulrazak Gurnah, scrittore naturalizzato britannico e vincitore del Premio Nobel nel 2021, scrive "Paradiso" nel 1994. Vi racconta la storia di formazione di Yusuf, che viene venduto bambino al mercante Aziz per compensare i troppi debiti di suo padre, e da allora rimane in balia delle altrui decisioni senza avere voce in capitolo sulla propria esistenza.


Titolo: Paradiso
Autore: Abdulrazak Gurnah
Anno della prima edizione: 1994
Titolo originale: Paradise
Casa editrice: La Nave di Teseo
Traduttore: Alberto Pezzotta
Pagine: 368


Siamo nel Kenya del primo Novecento: inglesi, indiani e tedeschi stanno colonizzando il paese, e considerano gli africani tutti come dei selvaggi da sottomettere e ingannare. Seguiamo Yusuf che viaggia insieme al mercante e ai suoi portatori dalla costa del Paese all'entroterra, tra malattie, animali feroci e soprattutto uomini senza scrupoli. Lo osserviamo diventare un uomo dalla notevole bellezza, mentre impara il Corano, trova il proprio paradiso nel giardino del mercante con i suoi specchi e i suoi alberi da frutto, crea rapporti di amicizia e si innamora, prendendo sempre più coscienza della propria condizione di uomo non libero [a cui porrà rimedio, inseguendo i soldati tedeschi che fanno prigionieri i locali per arruolarli come portatori, alla fine del romanzo: una scelta tragica, forse, ma la prima che ha davvero la possibilità di fare].

È un romanzo ricco di avventura e di citazioni letterarie, dal Corano a Le mille e una notte; un romanzo che si prefigge di ridare dignità alle culture dell'Africa precoloniale, alla sua pluralità linguistica e religiosa, che il colonialismo ha cercato di annientare attraverso le proprie narrazioni. In questo senso il viaggio nell'entroterra di Yusuf vuole ribaltare il "Cuore di tenebra" di Conrad, mostrando le sfaccettature e non la piatta brutalità che proponeva l'autore inglese. Questo aspetto letterario rende la lettura di "Paradiso" estremamente interessante.

D'altra parte devo ammettere di essermi aspettata dalla lettura un maggiore coinvolgimento, una maggiore introspezione forse, più spazio alla personalità di Yusuf piuttosto che alla descrizione di luoghi ed eventi. Sono rimasta a distanza, "fredda" davanti a questa storia, senza affezionarmi ai suoi personaggi né provare una particolare curiosità verso cosa sarebbe poi successo. 

Non posso dire di non aver apprezzato per nulla "Paradiso", però non mi ha nemmeno conquistata quanto avrei sperato. Ve lo consiglio in conclusione se siete alla ricerca di un testo culturalmente stimolante, che racconti un'Africa di cui raramente si legge, ma non particolarmente se avete solo voglia di leggere un buon romanzo di formazione!

Qual è l'ultimo Premio Nobel che avete letto?

mercoledì 3 agosto 2022

Il giovane Holden

Avevo 13 anni la prima volta che lessi "Il giovane Holden": ero poco più giovane del suo protagonista e J.D. Salinger mi sembrò così capace di raccontare gli alti e bassi dell’adolescenza, quegli stati d’animo sospesi tra la rabbia, la tristezza e l’euforia che la mia copia me la portavo in giro ovunque e oggi è macchiata d’erba e di caffè. A quasi vent’anni da quella prima lettura, rileggere "Il giovane Holden" non è stata affatto la delusione che temevo: Holden è ancora il compagno della mia adolescenza, è ancora quel ragazzo arrabbiato, triste e insoddisfatto e d'un tratto entusiasta che si chiede dove siano finite le anatre di Central Park quando diventa inverno, che ripensa al fratellino perduto che scriveva poesie su un guantone da baseball  e che rinuncia ai suoi piani di fuga per la bellezza di guardare la sorellina girare in cerchio su una giostra.


Titolo: Il giovane Holden
Autore: J.D. Salinger
Anno della prima edizione: 1951
Titolo originale: The Catcher in the Rye
Casa editrice: Einaudi
Traduttrice: Adriana Motti
Pagine: 248


Salinger scrive nel secondo dopoguerra americano, dopo la sua esperienza di combattimento e i traumi dovuti all’essere stato testimone dei lager, il romanzo che proprio in guerra gli ha tenuto compagnia. È stato in guerra con Holden, mentre prima di partire ne aveva fatto un racconto e aveva la mezza idea di svilupparne soprattutto il fratello maggiore (lo scrittore D.B., che qui incontriamo di sfuggita). La storia di Holden è in realtà un lungo flashback che il ragazzo ci racconta, sentendo, come dice in chiusura, poi la mancanza di tutti i bizzarri personaggi che ne popolano i capitoli -quasi una serie di racconti a sé stanti, se non fossero legati dal peregrinare di Holden dalla scuola da cui è stato espulso fino al pomeriggio a Central Park con Phoebe, nell’arco di due notti e tre giorni.

Il titolo merita un discorso a parte: quello italiano paga l’intraducibilità dell’originale “The Catcher in The Rye”, letteralmente l’acchiappatore nella segale, storpiatura di una poesia che Holden comprende male e gli fa immaginare un’attività che tra le tante possibili potrebbe essere l’unica che vorrebbe fare: prendere al volo ragazzini che giocano in un campo di segale e rischiano di finire oltre il limite -e non ditemi che l’innocenza e la purezza di quest’immagine non vi spezza il cuore.

È un romanzo figlio degli anni '50, dove troveremo parecchi stereotipi sugli omosessuali, una visione di certo datata dei rapporti tra uomini e donne e l’esperienza fresca della guerra che tanto segnò lo scrittore. Ma è soprattutto il romanzo tra tutti quelli che ho letto che è meglio da voce a quell’età di mezzo, a quelle sensazioni a cui non si sa dare un nome, all’incertezza di chi si è e cosa si vuole, alla fragilità che ci fa affezionare ma al tempo stesso respingere chi ci circonda. 
Salinger, che avevo imparato ad amare a soli 13 anni, è ancora per me un maestro nel raccontare e costruisce un Holden che è così vero da poterci parlare, un amico come dice lui stesso che vorresti chiamare al telefono dopo averne lette le avventure.
Grazie ancora, Holden Caulfield, di avermi fatto compagnia quando ero persa e arrabbiata quanto te, e grazie per ricordarmi oggi quanta strada abbiamo fatto insieme.

Qual è il romanzo insieme al quale siete diventati grandi?

sabato 23 luglio 2022

Americanah

Il più recente romanzo dell’autrice di origini nigeriane Chimamanda Ngozi Adichie, "Americanah" (sempre pubblicato da Einaudi) è per me un’ennesima conferma del suo talento.


Titolo: Americanah
Autrice: Chimamanda Ngozi Adichie
Anno della prima edizione: 2013
Casa editrice: Einaudi
Traduttore: Andrea Sirotti
Pagine: 494


Se il suo esordio "L’ibisco viola" non mi era dispiaciuto e invece il successivo "Metà di un sole giallo" mi aveva entusiasmata, questa terza lettura è all’altezza della seconda: un romanzo di quasi 500 pagine che non annoia mai e che anzi mi ritrovavo a voler leggere in ogni momento libero a disposizione, come non mi capitava da qualche tempo. 

Seguiamo due protagonisti: quella a cui sono dedicate più pagine è Ifemelu, una giovane donna che emigra dalla Nigeria agli Stati Uniti lasciandosi dietro il fidanzato Obinze, che è l’altro personaggio principale di questa narrazione. 

Antonello Venditti cantava "certi amori non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano": è proprio questo il caso dei nostri due personaggi, il cui legame non sembra affievolirsi nonostante le loro strade si separino per lungo tempo. Se lei negli Stati Uniti riesce ad ottenere un discreto successo sia in campo sentimentale sia professionale, lui in Inghilterra non riesce ad ottenere i documenti in regola e viene così rimpatriato, per ottenere la propria realizzazione solo una volta tornato in Nigeria -la stessa patria che all’inizio del romanzo scopriamo essere la destinazione prescelta anche da lei, nonostante appunto la stabilità ottenuta oltreoceano. 

Non aspettatevi però soltanto un racconto passo passo delle vicende dei nostri due personaggi, perché "Americanah" è soprattutto un'attuale, interessantissima riflessione sul concetto di razza e sul concetto di essere neri in Africa o altrove: se in Nigeria infatti la questione razziale non esiste per la protagonista, in quanto sono tutti neri come lei, diventa il centro del suo blog e delle sue acutissime osservazioni una volta emigrata. C’è molto bisogno di leggere riguardo questi temi quando è un’autrice nera a scriverne, sebbene il concetto di afroitalianità non sia ancora così diffuso e nel nostro paese la pelle nera sia quasi sempre associata al concetto di immigrazione: i mutamenti del nostro tempo rendono necessario un aggiornamento del nostro punto di vista, un superamento dei nostri preconcetti e l’immedesimazione nei panni di qualcun altro che sappia autonarrarsi come questa protagonista. 

Gli spunti per mettersi in discussione all’interno di questo libro sono davvero tanti e credo sia fondamentale riflettere sul nostro privilegio bianco che diamo sempre troppo per scontato: già questo è a mio parere un’ottima ragione per leggere "Americanah", ma se non siete particolarmente interessati al tema sappiate che è anche una storia di formazione davvero appassionante, dove trovano spazio storie d’amore, allontanamenti, amicizie che vanno e che vengono e personaggi secondari ai quali non potrete che affezionarvi -primo tra tutti il nipote di Ifemelu, Dike. 

Credo che per me questa lettura rientri tra le migliori dell’anno: mi ha trasportata in Nigeria e negli Stati Uniti, ma soprattutto la scrittura tagliente dell’autrice, che non risparmia nessuno, che non ha paura di evidenziare difetti e ipocrisie, mi ha tenuta incollata alle pagine -inevitabilmente anche per la curiosità di sapere se i due protagonisti si sarebbero ritrovati, e inutile dirvi quanto sia stata contenta del lieto fine dopo i tantissimi compromessi e le sofferenze a cui entrambi sono stati costretti, specialmente nella loro esperienza migratoria. 

Sebbene profondamente inserito in un contesto americano (memorabile è la parentesi sulle elezioni di Obama a presidente, ma numerosi sono anche riferimenti ai college e allo stile di vita statunitense) è un romanzo che anche ad un lettore europeo potrà dare tanto, perché l’autrice è bravissima a raccontare una storia e ad osservare la società che la circonda, inserendo gli elementi di costume in un romanzo che ha anche una notevole base autobiografica. 

In conclusione è un romanzo che mi sento assolutamente di consigliarvi e credo che se non avete mai letto nulla dell’autrice potrebbe essere anche un ottimo punto di partenza, per approfondire poi con "Metà di un sole giallo", che è dal punto di vista storico e geografico più focalizzato sul contesto africano. 

Qual è il vostro titolo preferito dell'autrice?