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martedì 1 aprile 2025

La seconda venuta di Hilda Bustamante

La letteratura latinoamericana non è il mio pane quotidiano, ma "La seconda venuta di Hilda Bustamante" di Salomé Esper, pubblicato da SUR, ha esercitato su di me un fascino a cui è stato impossibile sottrarmi.

In un paesino dell'Argentina del Novecento (non viene specificato, ma viene da supporlo per la nazionalità dell'autrice e per la totale assenza di riferimenti alla tecnologia contemporanea), la settantottenne Hilda è deceduta ormai da un anno, lasciando l'amato marito Alvaro, la nipotina Amelia a cui non la lega alcuna parentela di sangue e le sue amiche del circolo di preghiera, quando si risveglia qualche metro sottoterra e come se nulla fosse infrange tutti i vetri della città per poi tornarsene a casa.

Una trama surreale, ne convengo, un realismo magico che lascia spiazzati, mentre Alvaro e Amelia non provano altro che pura gioia nell'accoglierla di nuovo, mentre le Devote interpretano l'avvenimento come una nuova messianica resurrezione, mentre Hilda stessa non sa spiegarsi quanto accaduto.

Come descrivere questo libro? Un romanzo breve e dolceamaro sull'elaborazione del lutto, sui sentimenti che accompagnano una perdita, sulla difficoltà di accettare la separazione dai nostri cari: nulla di più reale insomma, in questa chiave fantasiosa che non ha bisogno di razionalità né di spiegazioni scientifiche. 

Non riesco ad essere oggettiva nella valutazione di questo libro, perché ha toccato delle corde molto personali, ragione per cui lo ho acquistato d'impulso in libreria. In diversi passaggi mi sono commossa, in molti altri ho preso fiato proiettando alcuni dei fatti narrati nella mia esperienza, ed è stato doloroso e tenero al tempo stesso. 

Se siete alla ricerca di una storia originale ma anche quotidiana, dove i sentimenti non mancano e l'autrice li racconta in una chiave bizzarra e coinvolgente, allora questo libro che è così breve da leggerlo in poche ore fa decisamente al caso vostro.

Qual è l'ultimo titolo latinoamericano che avete letto?

giovedì 17 marzo 2022

Kentuki

Kentuki di Samanta Schweblin, pubblicato da edizioni SUR, è stato un acquisto impulsivo nel corso di un giro in libreria: mi attirava da troppo tempo per riuscire a resistere ancora, infatti l’ho letto immediatamente e devo dire che mi ha sorpreso così tanto che sono stata molto contenta di aver ceduto! 


Titolo: Kentuki
Autrice: Samanta Schweblin
Anno della prima edizione: 2018
Titolo originale: Kentukis
Casa editrice: SUR
Traduttrice: Maria Nicola
Pagine: 230


Si tratta di un romanzo molto originale, costruito come una sorta di mosaico di storie che si alternano in diversi luoghi del mondo e con diversi protagonisti, ma con un elemento comune: quello dei kentuki. Nel mondo creato dall’autrice si può possedere un kentuki  o essere un kentuki: si tratta di animaletti di pelouche collegati ad una connessione Internet attraverso la quale chi è il kentuki osserva la vita di chi lo ha acquistato, e decide di interagirci nelle più svariate maniere. Questi peluche tecnologici sono diventati al tempo del racconto una moda internazionale e così persone in tutti gli angoli del globo possono relazionarsi con luoghi e individui anche lontanissimi da loro.

L’idea di intrecciare la tecnologia all’umano non è nuova, anche se io non sono un’esperta del genere; ho trovato l’idea di farlo attraverso questi giocattoli molto particolare e interessante. Degno di nota è anche il fatto che un peluche dovrebbe stimolare sentimenti di tenerezza, innocenza, desiderio di giocare, ma invece da entrambi i lati di questi oggettini nei racconti dell’autrice spesso si palesano i peggiori istinti umani, spesso in modo incomprensibile e ingiustificato: quasi il messaggio dell’opera volesse essere che l’umano è già abbastanza crudele e perverso in se stesso, senza bisogno di essere stimolato ulteriormente dalla tecnologia. E se all’infanzia viene lasciata la purezza che ci aspettiamo, senza trovarci davanti ad alcun bambino mostro torturatore, gli adulti che li circondano a distanza o faccia a faccia sono spesso spietati in modi difficili da accettare.

Non aspettatevi però soltanto racconti tetri o macabri, perché in "Kentuki" ci sono anche personaggi estremamente teneri come un bimbo che non è mai riuscito a vedere la neve e spero di farlo attraverso il Kentuki che è, è una signora desiderosa soltanto di compagnia che prova per la coniglietta che impersona una commovente tenerezza.

Nel complesso quest’opera è stata piuttosto lontana da i generi che leggo di solito, ma proprio per questo è stata una bella sorpresa che mi sento proprio di consigliare!

Qual è l'ultimo libro lontano dalla vostra zona di comfort che avete letto?

lunedì 5 luglio 2021

Le vedove del giovedì

Nei confronti dei gialli e dei thriller, la mia scelta di solito è quella di reperirli al mercatino dell'usato e tenerli di scorta, per quando tra una lettura e l'altra sentirò l'esigenza di un titolo poco impegnativo. È proprio il caso di questo romanzo argentino, che avevo acquistato ormai diversi anni fa.


Titolo: Le vedove del giovedì
Autrice: Claudia Pineiro
Anno della prima edizione: 2005
Titolo originale: Las viudas de los jueves
Casa editrice: Feltrinelli
Traduttrice: Michela Finassi Parolo
Pagine: 256


LA STORIA

Ad Altos de la Cascada, comprensorio residenziale molto selettivo alla periferia di Buenos Aires, vivono ricche famiglie argentine. Sono tutte apparentemente in rapporti di amicizia, trascorrono insieme il tempo di feste, partite a golf e a tennis, film al cinema, mentre fuori dalle recinzioni perimetrali le crisi economiche del Paese mietono vittime. Tuttavia non tutto è perfetto come appare, numerosi sono i segreti sotto la superficie, e disoccupazione e debiti non vengono fermati all'ingresso dai guardiani...

COSA NE PENSO

Il delitto compare presto, nel romanzo di Claudia Pineiro: sono tre corpi di uomini, in apparenza rispettabili mariti, sul fondo della piscina nella villa di uno di loro. Questa scena ci viene mostrata dopo una ventina di pagine; ma poi scompare sullo sfondo, lasciando spazio alla ricostruzione delle vite dei residenti di Altos de la Cascada, i loro legami, i segreti che ogni famiglia cerca di nascondere sotto il tappeto. Ci sono mariti violenti, figli adottivi non amati, uomini disoccupati che non ammettono di aver perso il lavoro, e donne insoddisfatte, oppresse dalle difficoltà familiari, eppure disposte a tutto pur di mantenere la perfetta apparenza di prati curati, figli educatissimi dall'impeccabile inglese e occasioni mondane. 

Noi che veniamo a vivere ad Altos de la Cascada diciamo di farlo perché siamo in cerca del “verde”, della vita sana, dello sport, della sicurezza. Con questa scusa – la raccontiamo anche a noi stessi – alla fine non confessiamo mai perché siamo venuti qui. E con il passare del tempo non ce ne ricordiamo più.

Se avete amato la serie televisiva "Desperate Housewives", il romanzo di Claudia Pineiro fa al caso vostro: la scrittrice è anche una sceneggiatrice ed il libro è estremamente vivido, trasmette al lettore ciò che descrive come se personaggi e ambienti scorressero davanti agli occhi su uno schermo. 

I personaggi sono numerosi, e all'inizio ho sentito l'esigenza di annotarne nomi e parentele su un foglietto per orientarmi nella lettura; i miei preferiti, una volta portato a termine il romanzo, sono stati senza dubbio i membri della famiglia Guevara, composta da Virginia, Ronie e il loro figlio Juani: i due componenti maschili si riveleranno determinanti per la comprensione delle tre morti ad Altos de la Cascada, mentre Virginia è una donna intraprendente, che nonostante le difficoltà familiari non si arrende e che antepone i propri affetti alle logiche ipocrite del comprensorio. Degna di nota è anche Ramona, figlia adottiva della scostante Mariana, che avrebbe voluto adottare soltanto il suo fratellino appena nato; alla ragazza viene addirittura modificato il nome per renderlo più presentabile, cercando di rimuoverne il passato e le origini, alle quali lei resta invece estremamente legata -e trova per fortuna un sostegno in Juani, anche lui mal tollerato dai benpensanti residenti.

Sebbene ci convinciamo di essere responsabili soltanto delle nostre azioni, anche guardare è un’azione, scrissi quella sera sul mio libretto rosso. Fu un attimo, ma mi parve eterno.


"Le vedove del giovedì" è un romanzo che mi è piaciuto molto. Dell'Argentina degli anni '90 ritrae un aspetto molto particolare, quello delle crisi economiche che comportano la chiusura o alla riduzione delle filiali di numerose multinazionali e fanno perdere il lavoro anche ai membri più istruiti e qualificati della società, che si trovano improvvisamente a dover ridimensionare il proprio tenore di vita e naturalmente si rifiutano di farlo il più a lungo possibile.

Lui non poteva permettere che la sua famiglia potesse cadere, né qui né in nessun’altra parte del mondo. Non si trattava di non far vedere la propria caduta, ma di non cadere.

Ho trovato i personaggi di questo romanzo caratterizzati molto bene, il ritmo narrativo incalzante e la conclusione molto convincente -per me del tutto a sorpresa: in conclusione non posso che consigliarvelo per quando siete alla ricerca di una lettura che vi assorba completamente!

lunedì 15 marzo 2021

Le irregolari

Seconda tappa ambientata in Argentina delle mie letture di quest’anno, anche se l’autore questa volta è italiano -dell'altro titolo ho scritto qui.



Titolo: Le irregolari
Autore: Massimo Carlotto
Anno della prima edizione:
Casa editrice: Edizioni E/O
Pagine: 224


LA STORIA

Carlotto parte per l’Argentina alla fine degli anni '90, perché vuole mettersi sulle tracce del nonno, emigrato in gioventù in quel paese dell’America Latina e poi tornato in Italia senza volerne raccontare nulla alla famiglia. Dopo delle esperienze particolarmente traumatiche (è stato infatti accusato di omicidio, ed è stato perseguitato a causa della sua attività politica con dei gruppi di estrema sinistra), Carlotto vive il viaggio in Argentina come una sorta di riscoperta e di fuga.  La realtà però che si trova davanti è molto diversa da ciò che si aspettava di vivere nel corso del viaggio: appena arrivato, un autista di autobus lo coinvolge in quello che, come dice il sottotitolo del romanzo, è proprio un "tour dell’orrore" sulle tracce dei desaparecidos argentini. Carlotto scopre quindi di essere imparentato con una delle nonne di Plaza de Mayo e ripercorre le vite e le sparizioni di numerosissimi giovani che dagli anni '70 sono stati fatti scomparire dalla dittatura argentina, e ai quali sono stati sottratti i figli neonati o appena bambini -che oggi, diventati ragazzi, vengono quotidianamente cercati dalle nonne di Plaza de Mayo per poter restituire loro la propria identità.

La mia era una storia tutta argentina. E non era ancora finita.

COSA NE PENSO

Quello di Carlotto è un reportage ricco di date e di nomi. Quasi tutti i capitoli sono dedicati ad un personaggio in particolare, spesso proprio una delle nonne che diventano interlocutrici dello scrittore: attraverso di loro scopriamo le storie dei figli, dei nipoti, di altri ragazzi che alla fine degli anni '70 lottavano per la libertà e la democrazia e per questo sono stati rapiti, torturati, uccisi senza che i loro corpi fossero mai restituiti alle famiglie e che riguardo la loro sorte si avessero informazioni certe. La "desaparicion" è una strategia che Carlotto spiega all’interno di questo breve, ma intensissimo libro: sono le nonne a raccontargli come questa strategia abbia preso piede e come sia in effetti la più efficace tecnica di repressione che le dittature abbiano a propria disposizione. Pensando alla politica odierna non è difficile fare dei parallelismi con paesi come l’Egitto o la Turchia, dove la sparizione, la detenzione arbitraria e proprio il non avere più alcuna notizia di migliaia di giovani è purtroppo la normalità.

"Era un preciso aspetto della metodologia repressiva della desapariciòn. Da un lato la gente spariva in modo misterioso - questo serviva a seminare tra la popolazione terrore e incertezza sulla propria sorte - dall'altro, rapire i bambini serviva a distruggere le famiglie dei desaparecidos con l'obiettivo di eliminare per sempre un tessuto sociale potenzialmente in grado di opporsi alla dittatura".

Il testo di Carlotto è profondamente politico, e dà un excursus storico molto dettagliato e molto interessante per lettori che come me della dittatura argentina e dei desaparecidos sapevano davvero poco e niente. "Le irregolari" è infatti un’opera molto breve, ma densissima di nomi, informazioni, date di nascita e di sparizione. Sebbene all’inizio si possa restare un po’ smarriti davanti a questi elenchi, terminata la lettura trovo che abbiano un senso: riescono infatti a riprodurre la quantità delle decine di migliaia di desaparecidos di cui non si sa più nulla, e trovarsi davanti a questi numerosissimi nomi fa capire al lettore la proporzione di una tragedia di cui la politica internazionale si è disinteressata per decenni, garantendo così impunità per i colpevoli. 

"Trentamila solo i desaparecidos, ma è una cifra puramente simbolica perché non tutte le famiglie hanno fatto denuncia di scomparsa: qui la gente ha ancora paura. Capisce cosa voglio dire?". "Poi bisogna aggiungere i quindicimila fucilati nelle strade o ammazzati nei finti conflitti a fuoco organizzati dalla polizia e dall'esercito, novemila detenuti politici, e un milione e mezzo di esiliati" aggiunse Margarita "Ma noi, all'inizio, non potevamo immaginare che li avrebbero ammazzati tutti".


"Le irregolari" è anche un racconto di grande umanità, proprio perché ogni storia viene raccontata con nomi e cognomi, e di ognuno dei desaparecidos di cui Carlotto scrive conosciamo piccoli scorci delle giovani vite interrotte.

Ero una maestrina dell'infinita provincia argentina. Oggi sono la presidente delle Abuelas de Plaza de Mayo, ho girato il mondo denunciando i crimini della dittatura e tengo conferenze alla facoltà di pediatria. Laurita aveva ragione quando disse ai suoi sequestratori che non li avrei mai perdonati, che li avrei perseguiti fino alla morte… Evidentemente mi conosceva più di quanto io conoscessi me stessa.

Altri ritratti assolutamente memorabili sono ancora di più quelli delle nonne: di queste donne, ormai spesso anziane, che ogni giovedì si riuniscono in Plaza de Mayo e marciano per cercare giustizia, per avere non la lista dei morti, bensì i nomi degli assassini: perché è proprio questo che vogliono, ovvero che i responsabili delle sparizioni e dei decessi dei loro figli, del rapimento dei loro nipoti, non restino impuniti come a tutt’oggi sono, spesso ancora in ruoli di potere. Queste donne intrepide, "irregolari" come dice proprio il titolo del libro, sono dei personaggi storici importantissimi che io fino ad oggi non conoscevo e proprio per questo sono molto felice di aver letto il testo di Carlotto, nonostante numerose pagine siano davvero un pugno nello stomaco.

Ci hanno chiamate in tutti i modi: pazze, terroriste, comuniste. Ci odiano perché abbiamo condiviso la nostra maternità, perché viviamo in modo comunitario perché non siamo le classiche vecchiette piegate dal dolore e dalle disillusioni. E ci odiano soprattutto perché non siamo come le altre: siamo irregolari e chiediamo alla gente di disobbedire perché senza giustizia non può esserci democrazia.


Credo che la lettura di "Le irregolari" sia estremamente importante; non avevo sentito parlare molto di questo libro prima di acquistarlo ed è un vero peccato perché della storia dell’Argentina non si studia granché, ed il libro di Carlotto, guidato in qualche modo dallo spirito del nonno che lo chiama in Argentina e gli fa ballare dei passi di tango suo malgrado, è un ottimo modo per avvicinarsi ad essa.

lunedì 22 febbraio 2021

L'illusione monarca

La letteratura latino-americana è una di quelle in merito a cui sono più ignorante, a causa di alcune esperienze premature che mi avevano lasciata piuttosto confusa e non mi avevano invogliata a continuare. Mi sono però ripromessa di superare questo limite!


Titolo: L'illusione monarca
Autore: Marcelo Cohen
Anno della prima edizione:
Titolo originale:
Casa editrice: Gran Via
Traduttrice: Francesca Lazzarato
Pagine: 135

LA STORIA

Su un’isola in un paese non identificato dell’America Latina c’è un carcere. In questo carcere si trovano dei prigionieri che sono dei criminali comuni, per esempio ladri, truffatori o spacciatori, insomma degli uomini che non hanno commesso dei reati particolarmente efferati e non hanno quindi riportato delle condanne particolarmente lunghe. Questo carcere affaccia sul mare, e i detenuti si trovano a trascorrere le loro giornate confrontandosi con la possibilità (e la tentazione) di evadere appunto via mare, oppure la prospettiva di attendere che il tempo passi sull’isola.

COSA NE PENSO

Il primo termine che mi viene in mente per parlare di questo breve romanzo di Cohen è "poetico", perché la scrittura dell’autore, meravigliosamente tradotta dallo spagnolo, è una lingua musicale, che passa dal presente al passato remoto, che riempie pagine di flussi di coscienza e descrive l’ambientazione in modo così vivido che ci si sentiamo anche noi davanti a quel mare.

Il mare è forse il vero protagonista del romanzo: è infatti il mare il personaggio con tutti, sull'isola, si trovano a confrontarsi quotidianamente. È al mare che vengono dedicati da Cohen alcuni dei passaggi più toccanti e che più fanno riflettere di tutto il romanzo.

Il mare è un’illusione di continuità che a ogni istante si disintegra in violenze. La sabbia stessa, per cominciare, è un cimitero che a mezzogiorno si intiepidisce. A volte, quando la marea cala, lo sguardo scopre la tempesta mortale rappresa nella quieta gelatina delle meduse spiaggiate. A parte simili reliquie, l’energia criminale del mare usa nascondersi negli odori che esala.

Il detenuto che seguiamo più da vicino per tutta la storia è Sergio, l'unico del quale ci viene fornito il punto di vista. Attorno a lui ci sono le guardie, fantocci armati sui bastioni; attorno a lui ci sono altri detenuti, per esempio i gemelli, il coreano molto agguerrito e violento, il santone che accerchia attorno a sé dei seguaci in senso religioso. Cohen riesce a delineare ognuno di loro e a raccontare il loro passato in modo molto evocativo con pochissime parole. 

Cohen racconta degli uomini fragili, dal passato sì criminale, ma dalla personalità spesso spezzata dall’isolamento e l’incertezza in cui si trovano. Uomini che lottano per la sopravvivenza, per il rispetto e per essere lasciati in pace dagli altri detenuti, e che quindi mostrano la loro debolezza al lettore, lontani dallo stereotipo invincibile del criminale.

I detenuti conoscevano bene, non per niente erano detenuti, quel cumulo di impotenze: la forzata apatia del venditore ambulante, lo stecchino all’angolo della bocca del tornitore disoccupato, l’indifferenza dello speculatore (alcuni detenuti avevano speculato, a modo loro), la brutalità dell’infermiere stanco, l’ultima banconota, la cruda desolazione delle farmacie e dei negozi di frutta e verdura. Alcuni avevano assaltato supermercati, e non per portarsi via semplici scatole di carne. O farmacie, all’occorrenza. E anche se adesso stavano pagando i loro crimini, in realtà li pagavano con un periodo di ozio sorprendentemente benigno. Ma gli avevano messo il mare davanti agli occhi. E dal mondo si erano portati dietro, insieme al ricordo della minestra insipida, inestinguibili nozioni sulla forza, la crescita, la capacità di superare sé stessi, la vittoria.

"L'illusione monarca" ha l'enorme pregio di suscitare numerose riflessioni sulla libertà e sulla cattività, ma anche e soprattutto sull’attesa. Molte sono le domande che restano in sospeso: non sappiamo molto di questo carcere, non si capisce quanto l’unico personaggio che sembra avere delle informazioni a riguardo sia veramente affidabile o quanto invece sia impazzito. Comprendiamo da alcuni dettagli che fuori da questo carcere si sta svolgendo una sorta di guerra civile, o comunque c’è una profonda instabilità politica; il perché questi detenuti comuni siano confinati su quest’isola rimane nel romanzo di Cohen un mistero irrisolto e il lettore può soltanto formare le proprie opinioni le proprie congetture a riguardo. Il messaggio che "L'illusione monarca" mi ha trasmesso è proprio che non sono le risposte ad essere importanti, quanto le domande che ci poniamo e l’obiettivo al quale ci portano; non è importante tanto conoscere la verità su ciò che ci circonda, quanto quella su noi stessi -ed è proprio questo il percorso che compie Sergio.

Nelle ore di bassa marea, sulla sabbia traslucida, copiavano immagini per mescolarle in enormi collage del mondo altrui. Quei disegni di un identico marrone erano sintesi della memoria e parodie del futuro sognato: le linee svelte di una Ferrari coupé, l’abito di una stella del cinema, una bottiglia di whisky, il mento categorico di un leader sindacale o una vacca svizzera si mescolavano a cerchi e trapezi, con verosimiglianza tanto maggiore in quanto la marea, inflessibile, li cancellava dopo poche ore, come un’emozione violenta cancella un semplice stato d’animo.

"L’illusione monarca" è stato per me un magnifico primo incontro con la letteratura argentina: ho amato la scrittura di questo autore e la capacità di trasportarmi altrove con la sua penna. Si tratta di una lettura breve ma intensa, che in conclusione mi sento di consigliare a tutti coloro che siano amanti di stili non troppo semplici e di storie dal significato più nascosto rispetto a quello che si percepisce alla prima lettura.