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venerdì 19 giugno 2026

Gli antropologi

“Gli antropologi” dell’autrice di origine turca Aysegül Savas è il mio primo incontro con la collana Gramma Feltrinelli, il cui catalogo mi sembra decisamente molto interessante. Ho deciso di partire da questo romanzo molto chiacchierato che mi è stato regalato a seguito della puntata che gli ha dedicato il podcast “Parlarne tra amici” di Daria Bignardi.


Se avete apprezzato “Le perfezioni” di Vincenzo Latronico e i suoi due protagonisti expat alla ricerca di un posto nel mondo, che stanno capendo chi sono davvero, ma vi è mancata la caratterizzazione dei personaggi potreste trovarvi molto a vostro agio con “Gli antropologi”, dove i protagonisti sono Asya e Manu -di cui sappiamo pochissimo, se non che hanno origini diverse, che si sono incontrati ancora studenti, si sono sposati e ora vivono in una città di cui non conosciamo il nome, dove hanno bisogno di un permesso di soggiorno.

Asya è un’antropologa e sta svolgendo una ricerca concentrata sul parco cittadino, dove si reca a filmare ed intervistare i frequentatori. In una narrazione per frammenti abbiamo degli scorci mese dopo mese della ricerca di un appartamento da acquistare per sentirsi più stanziali, delle relazioni con le loro famiglie all’estero, da cui si sentono sempre più distanti e ciò genera in loro spesso sensi di colpa, e con gli amici più o meno occasionali e i vicini di casa con i quali condividono il tempo libero. 

“Gli antropologi” è un romanzo breve e spezzato, che riflette sull’identità attraverso la narrazione di un rapporto di coppia che non ha bisogno di eventi eclatanti o di crisi per essere convincente -anzi la sua potenza sta nell’essere una storia di tutti i giorni in cui moltissimi lettori potranno riconoscersi e che ho l’impressione che pianti il seme per chiederci chi siamo e su quali basi abbiamo deciso a quale luogo appartenere e con chi condividere l’esistenza. Insomma leggiamo di temi profondi e fondamentali, ma l’autrice ne scrive con grande semplicità in un libro che non appesantisce mai la narrazione e che rende i suoi protagonisti il simbolo di una generazione e di una condizione esistenziale, senza nulla togliere ad una storia che di per sé ho già trovato efficace. 

A “Gli antropologi” e ai suoi diversi livelli di lettura si torna a pensare a distanza di tempo, e questo lo rende un titolo degno di nota, più profondo di quanto potrebbe sembrare alla prima lettura.

Avete altri titoli Gramma Feltrinelli da consigliarmi?

venerdì 26 settembre 2025

Tutti i nostri segreti

"Tutti i nostri segreti" di Fatma Aydemir, pubblicato da Fazi editore, mi attirava sin dal giorno dell'uscita, e non ho aspettato poi tanti mesi prima di recuperarlo (l'ho acquistato nuovo, cosa che sapete non è mia abitudine). 

Ormai riconosco i titoli che corrispondono ai miei gusti, e questo senza dubbio lo fa: è un romanzo corale in cui ogni capitolo è narrato dal punto di vista di uno dei membri della famiglia, che dalla Turchia è emigrata in Germania negli anni '80, poco dopo il colpo di stato. Il romanzo si apre con la morte di Huseyn, il padre, che ha appena raggiunto l'agognata pensione dopo tanti anni di lavoro fisicamente estenuante e con i risparmi ha acquistato un appartamento a Istanbul, dove spera che lui e la moglie Emine potranno ricominciare daccapo e lasciarsi alle spalle i tanti dolori delle loro vite.

La parola passa poi ai figli: il più giovane Umit, appena adolescente, alle prese con la scoperta della propria sessualità; poi la terzogenita Perihan, studentessa a Francoforte, già alle prese con l'elaborazione di due perdite che ha subito di recente [l'ex fidanzato suicida dopo che lei lo ha allontanato, e Ciwan, un giovane con cui trascorreva molto tempo e che solo alla fine del libro scopriremo essere la prima figlia dei suoi genitori, transessuale, che da neonata era stata sottratta loro per essere cresciuta dal fratello maggiore di Huseyn e sua moglie che non potevano avere figli. Ciwan però è sparito nel nulla, e alla fine del libro scopriremo che è morto in un incidente]. Poi incontriamo Sevda, la figlia maggiore, il punto di vista per me più interessante del romanzo: la figlia che è stata lasciata indietro, poi portata in Germania quando era già adolescente, costretta a sposarsi troppo presto ma poi diventata una donna forte, lavoratrice, che cresce da sola i due figli dopo aver lasciato il marito alcolista. Infine Hakan, il secondogenito, che guida dalla Germania alla Turchia senza arrivare in tempo per il funerale; fino ad un capitolo conclusivo in seconda persona dove Emine riflette sulla propria vita e arriva ad una resa dei conti con la figlia Sevda, dove "tutti i segreti" del titolo vengono a galla mentre la terra trema ad Istanbul.

Oltre ad essere una storia familiare appassionante e convincente, dove le voci narranti sono ben distinte e caratterizzate, "Tutti i nostri segreti" racconta l'immigrazione turca in Germania e ancor di più l'annientamento del popolo curdo in Turchia -in questa famiglia che si trova a negare ai propri figli l'uso stesso della lingua, affinché non corrano pericoli. Racconta il razzismo, le difficoltà di inserimento, le grandi differenze tra chi cresce in un paese e chi invece vi arriva già compiuto un percorso di maturazione: per qualcuno la Germania è una casa, per qualcuno una sfida, per altri soltanto un luogo dove cogliere ogni occasione per poi fare ritorno alle origini. 

Aydemir dosa gli elementi in un crescendo di rivelazioni, costruendo personaggi che sentiamo di conoscere meglio a poco a poco e che incarnano le tante sfaccettature della duplice appartenenza: si tratta di un romanzo familiare tra i migliori letti quest'anno per il momento, che consiglio di cuore a tutti gli amanti del genere. 

Qual è l'ultimo romanzo familiare che avete letto?

mercoledì 6 aprile 2022

Come un respiro

La lettura di "Come un respiro" di Ferzan Ozpetek si è rivelata una vera sorpresa! Si tratta di un titolo che avevo ricevuto in regalo diverso tempo fa e che avevo lasciato per qualche tempo in attesa, ma finalmente mi sono decisa. 


Titolo: Come un respiro
Autore: Ferzan Ozpetek
Anno della prima edizione: 2020
Casa editrice: Mondadori
Pagine: 168


Le protagoniste di questa storia sono due sorelle, Elsa e Adele, che non si vedono da oltre cinquant’anni e sono ormai anziane. Elsa, che risiede da moltissimo tempo ad Istanbul, torna alla casa di Adele ma vi trova dei nuovi inquilini, che si offrono di rintracciare la sorella per lei. 

Da qui ai giovani abitanti dell’appartamento a Testaccio viene narrata la vicenda che ha separato le due donne in modo così irreparabile, ma la versione dei fatti non è una soltanto e al lettore la storia viene raccontata anche attraverso le lettere di Elsa da Istanbul, che Adele si è sempre rifiutata di leggere e che sono sempre ritornate al mittente, ma contengono verità ancora più scomode.

Come nella maggior parte dei film di Ozpetek la realtà non è mai quella che sembra e dietro la superficie si nascondono segreti e misteri, così come le relazioni dei giovani abitanti dell’appartamento non sono prive di tradimenti e bugie. Vi ritroviamo i temi cari all’autore dei legami familiari, degli amori tormentati e difficili e in questo caso anche della violenza psicologica.

Nelle lettere di Elsa troviamo anche Istanbul, città d'origine di Ozpetek, in una caratterizzazione come sempre fascinosa. Le lettere hanno anche il pregio di creare un’alternanza tra il presente e il passato che sviluppa la storia in un modo davvero appassionante, ricco di colpi di scena.
[Senza svelarvi troppo sappiate che la conclusione ha diviso molto i lettori lasciandoli ad interpretare un ultimo gesto che l’autore lascia volutamente ambiguo.]

Anche grazie all’impaginazione dell’edizione Mondadori "Strade Blu" il romanzo si legge d’un fiato ed è una di quelle letture che vi consiglio assolutamente se siete alla ricerca di una storia in cui immergervi e dimenticarvi di tutto il resto. Ve lo suggerisco in particolare se siete appassionati del film di Ozpetek, perché ritroverete le sue atmosfere suggestive -e anche qualche riferimento al suo primo lungometraggio "Il bagno turco"!

lunedì 11 gennaio 2021

A con Zeta

Hakan Günday è un autore turco contemporaneo, che avevo già incontrato con il più recente dei suoi romanzi: "Ancóra". Sebbene la prima parte mi fosse piaciuta moltissimo, non posso dire altrettanto della seconda; lo stile sorprendente di Günday però mi aveva incuriosita, così ho deciso di leggere il romanzo precedente.


Titolo: A con Zeta
Autore: Hakan Günday
Anno della prima edizione: 2011
Titolo originale: AZ
Casa editrice: Marcos y Marcos
Traduttore: Fulvio Bertuccelli
Pagine: 446


LA STORIA

"A con Zeta" racconta la storia di due persone che portano lo stesso nome: Derda. Una però è una bambina, l'altro un maschio; nascono entrambi in Turchia, in condizioni di grande povertà, al punto che la madre della piccola Derda decidere di vendere la figlia per guadagnare soldi dal matrimonio, mentre Derda da bambino è costretto a pulire le tombe del cimitero per racimolare qualche moneta per sopravvivere. 
In "A con Zeta" li vediamo crescere, emigrare a Londra, vivere vite radicalmente distanti e differenti, che però troveranno inaspettatamente il modo di congiungersi.


COSA NE PENSO

"A con Zeta" è una sorta di doppio romanzo di formazione: nella prima metà del testo vediamo crescere la bambina di nome Derda, la vediamo subire ogni sorta di indicibili violenze e trovare nonostante ciò la forza di riscattarsi, percorrendo strade a dir poco anticonvenzionali -prima tra tutte la pornografia. 
Derda al maschile invece se la cava come può finché non impara a leggere, e a questo punto la sua vita cambia per sempre: in maniera del tutto inaspettata il nome che impara a leggere su una tomba, quello di un intellettuale turco, diventerà la guida della sua esistenza -nel bene e nel male.
Ogni giorno Derda informava Oğuz Atay dei suoi progressi nella lettura, e ogni mattina leggeva dei brani estratti dai libri di racconti per bambini, ai piedi della tomba. La stagione delle margherite era trascorsa. Adesso era il tempo delle viole. Quando tornava a casa leggendo tutte le insegne che incontrava sulla strada, Derda si sentiva il padrone del mondo. Gli sembrava di volare su un tappeto magico intessuto di lettere.
Günday racconta due distruzioni prima ancora di due formazioni; racconta due percorsi scomodi, pieni di ostacoli, che si superano alla meno peggio. I punti di vista dei due omonimi sono convincenti, potenti: le loro storie non lasciano indifferenti e Günday è capace di costruire una narrazione dal ritmo incalzante, non adatta ai lettori più sensibili. Non sono infatti rare le scene violente e disturbanti, specialmente nella prima parte del romanzo, mentre quella dedicata al protagonista maschile di certo è piena di sofferenza, ma è anche più digeribile. 

Il potere della letteratura e l'importanza di riscattarsi sono il perno attorno al quale ruotano le vite dei due personaggi, e Günday è un autore capace, che tiene alto l'interesse del lettore in una storia poco convenzionale, lontana da quelle a cui siamo abituati. Personalmente ho preferito "A con Zeta" all'ultimo romanzo di Günday, anche se mi sento di consigliarlo solo a lettori dallo stomaco piuttosto robusto; Günday è di certo un autore da tenere d'occhio, e spero che la casa editrice Marcos y Marcos continuerà a portare in Italia la sua produzione letteraria! 

lunedì 23 luglio 2018

La bastarda di Istanbul

Ci sono romanzi che mi attendono da anni, pazienti, sugli scaffali. A volte cambio il loro posto, a volte il mio sguardo indugia su di loro e poi si rivolge altrove; nel frattempo nella libreria trovano spazio decine di nuovi volumi, che vengono spesso letti prima di loro, oppure diventano compagni nell'aspettare. Prima o poi però, secondo una logica che è del tutto oscura a me per prima, il loro momento arriva ed il loro richiamo si fa irresistibile: è allora che mi decido a leggerli.




Titolo: La bastarda di Istanbul
Autrice: Elif Shafak
Anno della prima edizione: 2007
Titolo originale: The Bastard of Istanbul
Casa editrice: Rizzoli
Traduttrice: Laura Prandino
Pagine: 385



LA STORIA


"La bastarda di Istanbul" che dà il titolo al romanzo è Asya: ha diciannove anni, la stessa età che aveva sua madre Zeliha (che da lei si è sempre fatta chiamare zia, proprio come tutte le sue sorelle che zie di Asya lo sono davvero) quando finì quasi per abortire in un ambulatorio di Istanbul, cambiando idea all'ultimo momento. Diciannove anni sono anche l'età di Amy, o meglio Armanoush, che cresce negli Stati Uniti con la sua mamma americana ed il suo patrigno turco, mentre trascorre metà del tempo con suo padre e la grande quantità di suoi parenti, emigrati armeni sopravvissuti.
Ciò che lega Amy ed Asya è Moustafa Kazanci, patrigno di Amy e zio di Asya, emigrato giovanissimo dalla Turchia per sottrarsi alla maledizione che sembra colpire gli uomini della famiglia Kazanci condannandoli ad una morte prematura. Amy si sente divisa a metà tra la propria appartenenza armena e quella americana, e così decide (all'insaputa di entrambi i genitori) di chiedere ospitalità alla famiglia di Mustafa e partire per Istanbul alla ricerca della propria identità e delle proprie radici armene. Qui tra Armanoush ed Asya nasce un'amicizia istintiva e profonda che metterà in discussione entrambe, e metterà l'intera famiglia Kazanci davanti al passato del popolo armeno e al genocidio del 1915, oltre alla scoperta di legami imprevisti e segreti mantenuti per decenni.




COSA NE PENSO


Quello di Elif Shafak è un romanzo familiare estremamente riuscito. Sin dalle prime pagine è riuscito a catturarmi con uno stile semplice e coinvolgente, grazie soprattutto ai personaggi femminili che sono caratterizzati alla perfezione: tra tutti vorrei citare zia Banu, la più religiosa della famiglia Kazanci, sulle cui spalle dimorano due jinn (la signora Dolce e il signor Amaro) che, interrogati, le rivelano visioni del passato attraverso cui viene a conoscenza di scomode verità. È grazie ai jinn infatti che zia Banu è venuta a conoscenza (unica oltre a Zeliha) dell'identità del padre di Asya, e sono i jinn a mostrarle lo sterminio degli armeni su cui il popolo turco pare aver posto un velo per non ricordare.
Metà della famiglia era composta da leali kemaliste laiche, l'altra metà da musulmane praticanti. Mentre le due fazioni erano in costante conflitto (ma avevano trovato il modo di coesistere sotto lo stesso tetto), il paranormale, trasversale alle contrapposizioni ideologiche, era considerato normale quanto il consumo quotidiano di pane e acqua. 
Il romanzo di Elif Shafak inoltre mi ha fatto venire un'incredibile voglia di fare le valigie e partire al più presto per Istanbul: descrive infatti la città turca in modo tale da affascinare dal primo momento, e per il lettore è impossibile non immaginarsi gli scenari delle stradine, dei caffè sul Bosforo, delle cupole delle moschee e desiderare di vederli con i propri occhi.
È quasi l'alba, a Istanbul. La città è appena a un passo da quella soglia misteriosa che separa la notte dal giorno. È l'unico momento in cui è ancora possibile trovare conforto nei sogni ma troppo tardi per costruirne di nuovi. […] A Colui che sta nel cielo la città deve apparire come uno schema sfavillante, cosparso di bagliori che luccicano come fuochi d'artificio nel buio fitto. In questo istante lo scheletro urbano risplende dei toni dell'arancio, del rossiccio e dell'ocra. È una costellazione di scintille, e ogni punto luminoso è la luce di qualcuno che ha già lasciato il reame del sonno. 
Nel complesso sono stata completamente conquistata dalla scrittura di Elif Shafak e dalla sua capacità di intrecciare le vicende dei personaggi alla Storia della Turchia, inserendo gli antenati di coloro che popolano Istanbul al tempo del racconto senza mai appesantire la narrazione, anzi rendendola più appassionante e completa. In particolare ho apprezzato la vicenda di Levon …, la cui spilla di rubini a forma di melograno sarà la prova di un legame che non mi sarei mai aspettata all'inizio del libro, che quindi è stato anche in grado di sorprendermi con i suoi sviluppi. In conclusione, che dire… romanzo assolutamente consigliato, e scrittrice da approfondire in futuro!