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mercoledì 21 aprile 2021

Bastava chiedere

"Bastava chiedere" mi corteggiava da un po’ dai banchi esposizione della libreria, e quando finalmente è uscito in edicola per di più ad un prezzo ridotto non ho assolutamente potuto resistere.



Titolo: Bastava chiedere
Autrice: Emma Clit
Anno della prima edizione: 2020
Casa editrice: Laterza
Traduttrice: Giovanna Laterza
Pagine: 186


Emma Clit è una fumettista francese che ha raggiunto la popolarità attraverso il proprio blog. All’interno di "Bastava chiedere" racconta attraverso l'unione di immagini colorate e testi chiari e diretti come sia diventata consapevolmente femminista una volta rientrata al lavoro dopo il congedo maternità. 

Non pensate però che questa sia un’opera rivolta soltanto alle mamme: "Bastava chiedere" infatti tocca nei suoi dieci capitoli argomenti che riguardano tutti, donne e uomini che abbiano a che fare con l’altro sesso e ancor meglio abbiano deciso di convivere. Alla maternità o meglio alla genitorialità è dedicato in esclusiva un solo capitolo; gli altri invece riguardano aspetti della vita come il lavoro, la cura della casa, l'educazione, la sessualità e l’approccio con l’altro sesso attraverso lo sguardo rivolto al corpo della donna. 

Per chi si interessa di tematiche femministe in maniera approfondita questo fumetto potrà sembrare un po’ semplice, talvolta scontato. In realtà, nonostante non sia il primo testo sull’argomento al quale mi avvicino e nonostante abbia un linguaggio senza dubbio diretto e comprensibile a tutti, senza tecnicismi o concetti molto complessi, credo che "Bastava chiedere" saprà offrire spunti di riflessione ad ognuna di noi. 

Nel mio caso il concetto che mi ha colpita di più è stato quello del "carico mentale", ovvero come la gestione della casa e della quotidianità ricada sulla donna anche a livello organizzativo, come se fosse una sua responsabilità esclusiva. Non posso dire infatti che il mio compagno non condivida a livello materiale parte delle attività domestiche, in particolare si occupa quasi esclusivamente lui della cucina; tuttavia l’aspetto organizzativo -gli appuntamenti, le scadenze, i documenti da preparare, l’archiviazione di questi ultimi e così via- sembrano non competergli in alcun modo e viene dato per certo che sarò io a tenere sotto controllo la situazione. Così, da donna economicamente indipendente senza figli che si ritiene piuttosto emancipata, mi sono riconosciuta in una dinamica che io stessa ho sempre dato finora per scontata.

Sono sicura che ognuna di voi saprà cogliere in questi dieci capitoli uno spunto per ripensare a delle norme patriarcali alle quali ci siamo con il tempo abituate, ma che naturalmente hanno bisogno di essere messe in discussione a partire dal nostro piccolo. "Bastava chiedere" ha il grande pregio di parlare in modo chiaro e comprensibile a donne di tutte le età: magari non proprio bambine per via delle tematiche legate anche alla sfera sessuale, ma sicuramente a partire dall’adolescenza è una lettura che mi sento di consigliare. Ho trovato infatti disarmante la statistica secondo la quale un terzo delle studentesse francesi di prima liceo intervistate non avessero idea di dove si trovasse il clitoride! C’è bisogno di parlare del corpo della donna, c’è bisogno di parlare del ruolo della donna, e di farlo in termini di parità, in termini di lotta di classe, in termini di consapevolezza di sé contro lo sguardo maschile autoritario e inamovibile della società che ci circonda. 

"Bastava chiedere" è in questo senso un ottimo punto di partenza, perché affronta tematiche private ma anche pubbliche, mettendo in luce le contraddizioni stesse interne ai diversi movimenti femministi senza dunque idealizzare alcuno schieramento. Porta invece al centro del discorso ciò che è veramente importante: la rivendicazione di un ruolo femminile radicalmente diverso. Non posso fare altro quindi che consigliare questo fumetto a tutte le lettrici, e naturalmente anche a tutti i loro compagni e familiari maschi, il cui impegno è più che mai fondamentale nella lotta che abbiamo deciso di combattere.

lunedì 15 giugno 2020

Donne che parlano

Negli scorsi anni ho letto alcuni libri dalle tematiche che si potrebbero definire femministe: mi riferisco a "Ragazze elettriche" di Naomi Alderman e "Vox" di Christina Dalcher, entrambi romanzi di genere distopico. Di femminista in queste letture ho trovato ben poco: entrambe si sono rivelate infatti delle delusioni, con mio dispiacere dal momento che l'argomento è davvero di mio interesse.
Per fortuna ci sono anche libri di ben altro livello che diano voce alla questione femminile, e questa volta sono riuscita a scovarne uno!



Titolo: Donne che parlano
Autrice: Miriam Toews
Anno della prima edizione: 2018
Titolo originale: Women Talking
Traduttrice: Maurizia Balmelli
Casa editrice: Marcos y Marcos
Pagine: 253



LA STORIA

In una ristretta comunità mennonita del Nord America, avviene qualcosa di molto strano: le donne durante la notte sognano di essere visitate da demoni e spiriti maligni di ogni sorta. Quando una di loro però resiste al sonno, scopre che la realtà è ben diversa: le donne della comunità sono state narcotizzate dagli uomini, che hanno fatto irruzione nelle loro stanze da letto per violentarle -giovani e meno giovani, addirittura bambine di pochi anni.
La comunità però prevede stringenti regole morali, e così -mentre gli uomini si trovano in carcere, per la loro incolumità e non per punizione- ci si aspetta che le donne perdonino e voltino pagina. Non è però una decisione semplice da prendere, ed infatti molte di loro sono combattute: restare, oppure ricorrere alla vendetta, o semplicemente trovare il coraggio di andarsene?
Siamo donne senza voce, afferma Ona, pacata. Siamo donne fuori dal tempo e dallo spazio, non parliamo nemmeno la lingua del paese in cui viviamo. Siamo mennonite senza una patria. Non abbiamo niente a cui tornare, a Molotschna perfino le bestie sono più tutelate di noi. Tutto quello che abbiamo sono i nostri sogni - per forza che siamo sognatrici.

COSA NE PENSO

Nonostante siano le donne a parlare in questo romanzo, come già viene introdotto dal titolo, è in realtà un uomo a far loro da portavoce: si tratta di August, che nell'infanzia ha fatto parte della comunità di Molotschna, finché lui e la sua famiglia ne sono stati allontanati. Da adulto ha fatto ritorno ed è un uomo diverso dagli altri mennoniti che lo circondano: tormentato dai propri fantasmi, rifiuta l'ideologia patriarcale che usa violenza fisica e psicologica sulle donne, ed è infatti loro alleato.

Quella di Miriam Toews non è un'opera di fantasia, o perlomeno non del tutto: l'autrice ha infatti trascorso i primi diciotto anni della sua vita in una rigida comunità mennonita da cui poi ha scelto di fuggire -e conosce pertanto per esperienza diretta le dinamiche all'interno di simili gruppi. Per i fatti narrati nel romanzo inoltre si è ispirata ad un drammatico caso avvenuto realmente in Bolivia, tra il 2005 e il 2009: le donne di una comunità mennonita venivano narcotizzate con anestetici veterinari e stuprate quando incoscienti. Nella nota introduttiva alla sua opera, l'autrice scrive in proposito:
Donne che parlano è insieme una risposta narrativa a questi fatti di vita vissuta e un atto di immaginazione femminile.
Per il lettore, il romanzo di Miriam Toews è una lettura appassionante. L'autrice non presenta una ad una le sue protagoniste, non le descrive da un punto di vista esterno; le inserisce in una lista introduttiva ai verbali redatti da August e poi ce le lascia conoscere attraverso le loro parole, attraverso le loro interazioni. Ci sono donne anziane come Greta e Agata, anziane ma non rassegnate; c'è l'indomita Salomè, pronta a lottare, Ona che nessun uomo ha mai preso sul serio ma che August non ha mai smesso di amare. Ognuna di loro ha una voce, la propria voce inconfondibile e ben caratterizzata; ognuna di loro spicca tra le pagine e ha un'individualità che mostra quanto l'autrice abbia pensato ad ognuno dei suoi personaggi.
Sono incalzato dal tempo, e distratto perché ricordo come il defunto marito di Greta si facesse quasi venti chilometri verso sud in cerca d'alcol, e poi, ubriaco fradicio, qualcuno lo avvolgeva in una coperta e lo caricava sul calesse, confidando che i suoi cavalli avrebbero trovato la strada, cosa che puntualmente accadeva. Dopodiché Greta srotolava il marito dalla coperta e lo metteva a letto. E capisco meglio il suo profondo amore per Ruth e Cheryl, e ripenso a Frint, ai suoi grandi occhi dalle lunghe ciglia, al suo naso di velluto.
Sono donne forti quelle di Molotschna, provate dagli anni e dalla vita di privazioni e violenze a cui sono state costrette; sono donne poco abituate a parlare ed ancor meno a farsi domande, ma sono anche donne pronte a mettere tutto in discussione e a ricominciare, costi quello che costi. 
Nessuna di noi ha mai chiesto alcunché agli uomini, osserva Agata. Neanche la benché minima cosa, nemmeno che ci passassero il sale, nemmeno un centesimo o un momento di solitudine o di ritirare il bucato o di aprire una tenda o di andarci piano coi puledri piccoli o di metterci la mano sulle reni mentre di nuovo, per la dodicesima o tredicesima volta, cerchiamo di spingere un neonato fuori dal nostro corpo. Non vi pare interessante, dice, che la sola e unica richiesta che le donne avrebbero da fare agli uomini sia quella di andarsene?

Il romanzo di Miriam Toews è uno di quei romanzi capaci di sconvolgere i lettori, e forse ancor più le lettrici. È un romanzo potente ed intenso, che dalla violenza fa nascere una nuova possibilità, e più dei romanzi distopici citati in apertura di questo post è capace di ricordare la forza delle donne, la capacità femminile di reinventarsi e riscoprirsi. 
Non si tratta di una tematica semplice, e l'autrice non ci risparmia dettagli dolorosi, in grado di turbare profondamente. 
Non dobbiamo essere perdonate dagli uomini di Dio, urla, per aver protetto i nostri figli dalle azioni perverse di uomini malvagi che spesso sono gli stessi identici uomini a cui dovremmo chiedere perdono. Se Dio è amorevole sarà Lui a perdonarci. Se Dio è vendicativo, allora ci ha create a Sua immagine e somiglianza. Se Dio è onnipotente, allora perché non ha protetto le donne e le ragazze di Molotschna? Se Dio, nel Vangelo di Matteo, stando a Peter, il nostro saggio pastore, chiede: Lasciate che i bambini vengano a me e non impediteglielo, non dovremmo forse considerarlo un impedimento, il fatto che vengano stuprati? 
Nonostante ciò (e anzi, in parte proprio per questo) mi sento di consigliarvi questo libro come un potentissimo antidoto al maschilismo tossico, alle prevaricazioni della cultura patriarcale in cui ci troviamo immersi, anche se ben lontani dalle comunità mennonite di una cinquantina di anime; perché non si è mai abbastanza informati, non si è mai abbastanza preparati alla lotta e alla resistenza.

lunedì 8 luglio 2019

L'uomo seme


Molto spesso scopro per caso i titoli da leggere, negli espositori della biblioteca oppure grazie agli articoli di giornale. A volte però sono le recensioni di altri lettori ad incuriosirmi, ed è questo il caso di un libretto poco noto e piuttosto datato che altrimenti non credo avrebbe incrociato il mio percorso.



Titolo: L'uomo seme
Autrice: Violette Ailhaud
Anno della prima edizione: 1952
Titolo originale: L'homme semence
Casa editrice: Fandango
Traduttrice: Monica Capuani
Pagine: 56



LA STORIA

In un piccolo villaggio della Provenza, nel 1852, vive la sedicenne Violette. Di uomini al villaggio non ne sono rimasti: sono tutti morti o dispersi a causa delle truppe di Napoleone, che li hanno considerati dei nemici in quanto repubblicani. È successo a suo padre, è successo al suo giovane innamorato. 
Il primo maggio, alla fine di tanti mesi di attesa vana e soffocante, Rose, la figlia del panettiere, ha tirato fuori il suo abito da sposa. Quell'abito era semplicemente il suo abito più bello. Ricordo che era blu scuro e glielo invidiavo. Ci ha vestito uno spaventapasseri che ha conficcato nel terreno in fondo all'altopiano. Ricordo che piangeva di rabbia. [...] Noi altre non abbiamo cercato di impedirglielo, anzi, abbiamo condiviso le sue lacrime fino a bruciarci gli occhi e il viso. Rose si sarebbe dovuta sposare ad aprile. A quel punto, la madre del ragazzo che avrebbe dovuto sposare Rose è andata a cercare il vestito da matrimonio del figlio e ci ha vestito un secondo spaventapasseri infilando un braccio nella manica del primo. Da allora, il nostro paese di donne vive sotto lo sguardo di questa coppia che non è mai stata, le cui sagome immobili volgono la schiena alla vallata. È il nostro segnale per dire che qui c'è la vita.
Solo bambini e donne dunque popolano il paese, e sono proprio le donne a fare un patto: quando arriverà un uomo, dovranno condividerlo. Avrà la precedenza la prima che l’uomo toccherà, ma poi anche le altre avranno diritto al suo seme con cui ripopolare il villaggio; e la prima ad essere toccata dall’uomo che finalmente arriva è proprio Violette, che nel suo racconto rievoca la passione provata tra le braccia di lui.

L'attrice Sonia Bergamasco che ha portato in scena "L'uomo seme"
COSA NE PENSO

Scritto nel 1919 dalla stessa Violette, e sigillato in una busta acclusa al suo testamento -con l’espressa indicazione di essere affidato alla maggiore delle sue discendenti- “L’uomo seme” è un breve racconto che la nipote di Violette ha deciso di pubblicare nel 1952.
Nonostante siano trascorsi ormai cento anni dalla sua prima stesura, il contenuto delle sue parole è così universale da non aver perso affatto la sua attualità: Violette racconta l’amore, la passione, e li spoglia dell’egoismo e della gelosia in favore di un’ottica di condivisione in un microcosmo di donne sorelle, solidali, che cento anni più tardi continuano ad apparire rivoluzionarie.
“L’uomo seme” è un racconto breve e dal linguaggio semplice e delicato; la sua potenza sta però nel fatto che contiene in sé un messaggio molto più femminista di tanti romanzi contemporanei che vogliono essere definiti tali, e rappresenta un universo femminile che è un ideale al quale aspirare e non un passato retrogrado da seppellire. Per questo ve ne consiglio la lettura, che di certo vi fornirà un punto di vista inedito sui ruoli di genere!

giovedì 4 ottobre 2018

Vox

Uno dei rari casi in cui non ho saputo attendere prima di leggere il caso editoriale del momento: dopo i paragoni con Il racconto dell'ancella, romanzo che come ormai sapete ho amato, ho deciso di procurarmelo subito sperando che non mi deludesse come Ragazze elettriche.
 
 
 
Titolo: Vox
Autrice: Christina Dalcher
Anno della prima edizione: 2018
Casa editrice: Nord
Traduttrice: Barbara Ronca
Pagine:
 
 
 
 
LA STORIA
 
In Stati Uniti distopici ma fin troppo simili a quelli della presidenza Trump, un dispositivo da polso consente a tutte le appartenenti al sesso femminile di pronunciare cento parole al giorno, non una di più.
Jean McClellan era una neurolinguista, prima che la misura del governo diventasse operativa e fosse costretta ad abbandonare la propria professione. Dopo un anno trascorso ad occuparsi -naturalmente in silenzio- dei propri figli maschi e della taciturna Sonia, abituatasi troppo presto al regime che la vuole muta e analfabeta, alcuni funzionari governativi contattano Jean perché si rimetta al lavoro sugli studi sull'area di Wernicke, perseguendo suo malgrado i loro meschini scopi… ed è inutile dire che non le lasciano alcuna possibilità di rifiutarsi.

 
 
COSA NE PENSO
 
Lo spunto narrativo di questo romanzo è estremamente potente. Per qualunque donna, all'inizio di questa lettura, sarà impossibile evitare di riflettere su quante siano in effetti le parole che pronunciamo ogni giorno, su quanto la nostra esistenza si basi sulla comunicazione con gli altri.
L'inizio della narrazione è quindi magnetico, e la costruzione degli Stati Uniti distopici molto riuscita.
Numerosi sono i punti in comune con la Repubblica di Galaad che aveva creato Margaret Atwood: il ruolo della religione cattolica è anche qui predominante, nella sua interpretazione più bigotta e maschilista secondo la quale le donne possono ricoprire unicamente due ruoli -quello di madre o quello di prostituta. I bordelli infatti non hanno smesso di esistere, ed anche in questi Stati Uniti le punizioni ai disobbedienti si concretizzano sotto forma di lavori forzati o di esecuzioni -e naturalmente, il silenzio. 
Anche qui inoltre scopriamo a poco a poco l'esistere di un movimento di resistenza: e lo scopriamo con sollievo. Questa sensazione fornisce un altro spunto di riflessione: quante volte si rimane in silenzio davanti all'ingiustizia? È esattamente quanto hanno fatto i cittadini statunitensi in questo libro, non volendo credere a ciò che si prospettava per loro, e in fondo è quanto facciamo troppo spesso noi tutti, nella quotidianità.
"C'è una resistenza?" Che suono dolce che ha, questa parola. "Bellezza, c'è sempre una resistenza. Non sei andata al college?" Mentre torniamo verso casa, la donna accanto a me comincia a somigliare sempre di più a Jackie.
Lo stile dell'autrice è funzionale, descrittivo quanto basta, senza eccessi. La narrazione è condotta al presente, in prima persona, dal punto di vista della protagonista; nel romanzo cogliamo gradite citazioni letterarie, dal ricordo della lettura di Shakespeare ai confronti tra il presente dei protagonisti e quello dell'orwelliano Winston.
Non siamo certo messi male come Winston Smith, che deve accucciarsi nell'unico angolo cieco del suo monolocale perché il Grande Fratello non l'osservi attraverso uno schermo, ma abbiamo telecamere anche noi.
Per quanto riguarda i personaggi, degna di nota è senz'altro Jackie, l'amica dei tempi dell'università di Jean: come difred ne "Il racconto dell'ancella" non aveva compreso l'importanza delle conquiste del femminismo per cui sua madre aveva tanto lottato, qui è la protagonista a snobbare per anni l'impegno in prima linea dell'amica, e a rimpiangere la propria passività solo quando si rivela essere troppo tardi.
Se c'è una cosa che ho imparato da lei è che non puoi protestare contro qualcosa che non ti aspetti. Ho imparato anche altro, un anno fa. Ho imparato quanto sia difficile scrivere una lettera ai membri del Congresso senza una penna, o spedirla senza un francobollo. Ho imparato quanto sia facile per i commessi dei negozi di cancelleria dire: "Mi spiace, signora. Non posso vendergliela".
Finora quindi tutto bene. Ma non vi nascondo che sono in arrivo diverse ragioni per le quali il romanzo non mi ha convinta, nonostante ne fossi entusiasta all'inizio.
Il ritmo si mantiene infatti incalzante finché non si arriva alla parte centrale della storia, quella ambientata nei laboratori dove Jean partecipa al progetto scientifico. Qui numerosi sono a mio parere i punti deboli: cominciamo dai cliché visti e rivisti sull'italianità dei personaggi (dalla moka e la qualità del caffè, fino alla focosa intraprendenza del dottor Lorenzo -in un'intervista l'autrice ha dichiarato di conservare un ricordo vivido di un suo amante italiano…), proseguiamo con questa relazione extraconiugale non proprio necessaria allo sviluppo della trama -se non per mettere in luce il personaggio del marito, Patrick, che si scopre più sfaccettato e coraggioso di quanto sembri all'inizio.
Jean mi ha convinta sempre meno con l'andare avanti della narrazione. Il suo pensiero fisso sembra essere infatti il suo amante piuttosto che la propria condizione di donna oppressa da un regime, al punto da pianificare una fuga nel corso della quale abbandonerebbe la sua stessa figlia femmina ad un destino sempre più tremendo. Tra i suoi figli, l'unico ad essere caratterizzato in qualche modo è Steven, il maggiore: esempio perfetto dell'indottrinamento sui giovani e delle sue tragiche conseguenze, il rapporto con la madre rimane comunque appena accennato ed è ancor peggio per i due maschi gemelli, praticamente incolori e privi di una qualunque personalità.
Per farla breve, il difetto principale di questo romanzo è il fatto che sposti il centro dell'attenzione dalla distopia e le condizioni in cui il Maryland e tutti gli Stati Uniti si trovano alle vicende private di Jean, che sono più che altro concentrate sulla relazione proibita con il collega -personaggio stereotipato, integerrimo e coraggiosissimo.
Avrei preferito che la narrazione continuasse a svilupparsi come da premesse, avvincenti ed angoscianti, mentre purtroppo così non è stato. Quanto si augura però l'autrice nei ringraziamenti è in effetti avvenuto, quindi non mi sento di affermare che lo scopo che si era prefissata sia stato mancato del tutto; e spero ci sia riuscita anche con voi.
Spero che [questa storia] ti sia piaciuta, e soprattutto spero che ti abbia fatto arrabbiare un po'. E che ti abbia fatto riflettere.

lunedì 10 settembre 2018

Ragazze elettriche

Ci sono libri di cui si parla come appartenenti ad una corrente di letteratura femminista: mi vengono in mente le opere di Simone De Beauvoir, Margaret Atwood, Toni Morrison. Ho sentito parlare di "Ragazze elettriche" come di un romanzo femminista, promotore dell'indipendenza e dell'emancipazione femminile. Dopo averlo terminato, non sono completamente convinta che lo si possa ritenere tale.






Titolo: Ragazze elettriche
Autrice: Naomi Alderman
Anno della prima edizione: 2016
Titolo originale: The Power
Casa editrice: Nottetempo
Traduttrice: Silvia Bre
Pagine: 446






LA STORIA


In seguito alle sostanze rilasciate nell'atmosfera nel corso della Seconda Guerra Mondiale, diversi decenni dopo ricompare sui corpi delle giovani donne un fenomeno di cui vi era già stata traccia nella storia: una matassa capace di generare energia elettrica, localizzata all'altezza delle scapole.
La vicenda, narrata in forma metaletteraria (uno scrittore infatti apre il romanzo, scrivendo lui stesso dei fatti), è costituita dalle conseguenze del fenomeno a livello mondiale ed il lettore la segue attraverso i punti di vista di quattro diversi personaggi: Roxy, figlia di un malavitoso e motivata dal desiderio di vendetta per l'omicidio della madre; Allie, ragazza in affidamento che si ribella alle violenze subite e fonda un culto di giovani donne; Margot, politica in carriera, ed infine Tunde, reporter nigeriano, unico maschio a ricoprire un ruolo di primo piano.
Questo romanzo di basa sul rovesciamento dei ruoli, e sull'evidenziazione delle conseguenze dello squilibrio nella distribuzione del potere tra i sessi: una volta diventate infatti pericolose quanto gli uomini, sono le donne ad incutere timore, a perpetrare violenze ed abusi, a sminuire gli esponenti dell'altro sesso.
"Adesso lo capiranno," urla una donna nella videocamera di Tunde, "che sono loro quelli che non dovranno uscire di casa da soli la notte. Sono loro quelli che dovranno avere paura".

Lo strapotere delle donne si diffonde nel mondo, a partire da Stati come l'Arabia Saudita dove il risentimento del genere femminile è altissimo; con il passare del tempo le conseguenze per gli uomini sono sempre più drammatiche, al punto di privarli della loro stessa indipendenza.
"Pertanto, oggi promulghiamo questa legge, secondo la quale ogni uomo del paese sarà tenuto ad avere il passaporto e gli altri documenti ufficiali timbrati col nome della sua guardiana. Per qualunque viaggio sarà necessario un permesso scritto rilasciato da lei. […] Agli uomini non è più permesso di guidare automobili."

COSA NE PENSO


Questa proiezione distopica fa riflettere soprattutto sull'attualità: leggendo di questo rovesciamento di ruoli, pare agghiacciante; ma quante donne nel mondo sono sottoposte ogni giorno a violenze e non hanno i più basilari diritti, come quello di decidere della propria vita? A quante donne vittime di violenza viene detto che se la sono andata a cercare (sul tema vi consiglio il romanzo di Louise O'Neill, intitolato proprio "Te la sei cercata"), che addirittura a loro sarebbe piaciuto? 
Una lo aveva fatto ad un ragazzo perché lui glielo aveva chiesto: questa storia suscita un grande interesse tra le altre. Possibile che ai ragazzi piaccia? È mai possibile che lo desiderino? Alcune di loro avevano trovato su internet vari forum in cui si sosteneva che era proprio così. 

Le riflessioni che questo libro ha suscitato in me sono l'aspetto che mi fa dire che l'intento di far discutere con una storia così ad effetto sia stato raggiunto dalla Alderman. Tuttavia il testo in questione ha anche un grosso limite: la caratterizzazione dei personaggi. Infatti a nessuno dei protagonisti ci si affeziona veramente, i capitoli sono più che altro un susseguirsi di azioni dal ritmo sempre più concitato, ma lo spazio per le emozioni è davvero ridotto ai minimi termini. L'autrice, che dichiara in chiusura il proprio debito di riconoscenza nei confronti di Margaret Atwood, è ben lontana dal creare personaggi profondi e ben costruiti come difred, protagonista de "Il racconto dell'ancella".
In conclusione, la più recente opera di Naomi Alderman (e l'unica che io abbia letto finora) non è riuscita a convincermi completamente. La consiglio tuttavia perché può essere un ottimo strumento per riflettere su quanto saremmo tutti indignati qualora le vittime e i subalterni dovessero essere gli uomini, e su quanto di conseguenza sia ancora necessario il femminismo; come ci ricorda anche Chimamanda Ngozi Adichie nel suo recente "Dovremmo essere tutti femministi" però, ciò è molto diverso da una semplice inversione dei ruoli. 

lunedì 6 agosto 2018

Te la sei cercata

Di Louise O'Neill avevo già letto, lo scorso anno, "Solo per sempre tua": ne avevo parlato qui. All'epoca non avevo ancora scoperto "Il racconto dell'ancella", lettura che ho fatto successivamente (qui trovate la recensione) e che mi ha fatto poi riconsiderare l'opera della O'Neill, non poco ispirata alla distopia di cui è protagonista difred; il libro della autrice irlandese mi aveva profondamente colpita e per questo mi ero procurata in lingua originale "Asking for it", che è stato solo di recente pubblicato in Italia. 
Farò riferimento all'edizione italiana per quanto riguarda informazioni sul libro e citazioni, nonostante quella in mio possesso sia in inglese.



Titolo: Te la sei cercata
Autrice: Louise O'Neill
Anno della prima edizione: 2015
Titolo originale: Asking for It
Casa editrice: Il Castoro
Traduttrice: Anna Carbone
Pagine: 273



LA STORIA

Emma O' Donovan è da poco maggiorenne, frequenta la scuola superiore a Ballinatoom, cittadina della cattolicissima Irlanda dove la domenica si va a messa e l'aborto è vietato. 
Emma è intelligente, sarcastica, spesso una pessima amica, ma soprattutto è attraente: grazie al proprio aspetto fisico è invidiata e venerata dalle coetanee e circondata da ragazzi interessati a lei, o per meglio dire al suo corpo. Convinta di essere lei a condurre il gioco, di essere lei ad usare gli altri, finisce molto spesso per farsi usare dai maschi che le stanno attorno; della gravità della situazione se ne renderà conto all'improvviso, dopo una festa in cui dopo aver assunto droghe perde i sensi e subisce una violenza di gruppo, immortalata grazie ai telefoni cellulari e attraverso essi resa di dominio pubblico sui social network. Da allora, Emma O' Donovan non è più la Emma O' Donovan che credeva di essere: non più al centro dell'attenzione, non più adorata e corteggiata, ma emarginata e derisa, accusata di aver rovinato la vita dei maschi coinvolti con una denuncia che nessuno pare prendere sul serio, ma che rimbalza dalle testate giornalistiche ai siti web.
Ero piena zeppa di spazzatura, di merda, di roba che non serve più a niente, che nessuno vuole o che non vorrà mai più. Ero sporca. (Dovrebbero buttarmi via.) E mentre ascoltavo era come se mi sentissi spezzare in due, io e lei, e adesso era lei che era Emma, Emma O’Donovan. Io ero la Ragazza di Ballinatoom.


COSA NE PENSO

Louise O'Neill è senza dubbio molto capace nel narrare i personaggi femminili: sia freida, protagonista di "Solo per sempre tua", sia Emma O'Donovan sono ragazze convincenti e caratterizzate piuttosto bene. Entrambe sono circondate da altre giovani donne, in un ruolo meno di primo piano, e da maschi che non si possono certo definire memorabili: gli Eredi in "Solo per sempre tua" sono irrispettosi e prevaricatori quanto i ragazzi che abusano di Emma per poi postare online le foto della violenza perpetrata.
I parallelismi però si fermano qui: mentre infatti era immediato empatizzare con freida e la condizione femminile in quel mondo distopico, è molto difficile provare la stessa empatia per Emma, che non si trattiene mai dal dire cattiverie a quelle che dovrebbero essere sue amiche, né dal sedurne i fidanzati solo per mettere alla prova il proprio potere.
Mi chino in avanti per togliere un pelucco dalla spalla di Eli ignorando l’occhiata torva che mi lancia Maggie. Non farei mai niente con Eli, ovvio che no, è il ragazzo della mia migliore amica, però è sempre bello verificare se potrei farlo.
È innegabile che sia più facile accusare Emma piuttosto che comprenderla; inutile cercare di convincere qualcuno che non si sia già tutti, chi più chi meno, imbottiti della retorica della colpa, della minigonna troppo corta, dell'aver esagerato con gli alcolici, dell'essersi messe consapevolmente in una situazione di pericolo. A quale ragazzo (maschio) viene infatti contestato l'abbigliamento un attimo prima che esca di casa? Quale viene accusato di eccedere nei rapporti con le ragazze? Piuttosto lo si ritiene un seduttore, ed i suoi pari proveranno invidia nei suoi confronti; l'equivalente femminile invece scoprirà scritte nei bagni della scuola, voci di corridoio che ne insultano la moralità, segreti da nascondere ai propri genitori -che, come nel caso degli O'Donovan, sarebbero delusi e profondamente segnati davanti ad un lato delle proprie figlie che preferiscono fingere di non vedere. 
«Sei in ritardo per la scuola.» Mia madre si stringe la vestaglia attorno al corpo, le strisce bianche ingiallite, sul bavero una macchia di tè. «Non ci vado.» «Ieri sera mi hai promesso che oggi ci saresti andata, Emma. Dai, ormai manca solo un mese agli esami.» «Forse domani.» È un gioco che facciamo. Io fingo che potrei tornare a scuola. Lei finge di credermi. Tutte e due fingiamo che a giugno affronterò gli esami. Siamo diventate brave a fingere.
Questo romanzo di Louise O'Neill è coraggioso: nonostante sia pensato per un pubblico di lettori molto giovani, non fa sconti nella forma e nella sostanza. Il linguaggio è estremamente esplicito, non ci resta alcun dubbio su quanto capitato ad Emma -nonostante nella sua memoria non ve ne sia traccia, le foto sono più che sufficienti a ricostruire la nottata e le umiliazioni subite, e l'autrice le descrive nel dettaglio. 
Nonostante questo elemento molto d'impatto, o forse anche proprio per questo, consiglierei "Te la sei cercata" innanzitutto ad un pubblico di lettori giovani, ma non soltanto. La retorica dello slut shaming, del victim blaming (ovvero dell'umiliare chi si ritiene una ragazza "facile", di incolpare la vittima, perché appunto si sarebbe andata a cercare e dunque meritata quanto le è capitato) è sin troppo diffusa tra i giovanissimi, ed il fenomeno delle foto in rete è tutt'altro che raro; comprendere questo è dunque di estrema importanza anche per chi con i giovani lavora a stretto contatto, e se un libro può essere non un semplice intrattenimento, bensì un mezzo di informazione che attira l'attenzione e sensibilizza su un problema attuale, ritengo che questo sia un merito. Come scrive la stessa autrice nella postfazione alla storia di Emma, infatti,
Dobbiamo parlare dello stupro. Dobbiamo parlare del consenso. Dobbiamo parlare del senso di colpa che imputiamo alle vittime e dello slut-shaming e dei doppi standard che applichiamo a ragazzi e ragazze. Dobbiamo parlarne e parlarne e ancora parlarne finché tutte le Emma di questo mondo si sentiranno sostenute e comprese. Finché si sentiranno credute.

giovedì 1 marzo 2018

Kant e il vestitino rosso

Lamia Berrada-Berca, l'autrice, è figlia di una donna francese ed un uomo marocchino, è nata in Francia ma attualmente risiede in Marocco. Si suppone quindi che conosca bene la realtà delle comunità immigrate in Francia, a cui appartiene la protagonista di questo romanzo, Aminata.


Titolo: Kant e il vestitino rosso
Autrice: Lamia Berrada-Berca
Anno della prima edizione: 2011
Titolo originale: Kant et la petite robe rouge
Traduttrice: Silvia Manfredo
Casa editrice: Edizioni E/O
Pagine: 160



Analfabeta ed orfana, Aminata è giunta a Parigi al seguito del marito, a cui ha dato finora solo una figlia femmina. La realtà della donna è assai deprimente e singolare, molto diversa da quella della maggioranza degli immigrati (presumibilmente nordafricani) presenti nelle città d'Europa: indossa infatti il burqa e della città dove vive conosce in pratica solo i luoghi in cui acquista il cibo e la scuola che frequenta la figlia. Suo marito si aspetta da lei il cibo in tavola, la casa pulita, un corpo con cui soddisfare il proprio desiderio; Aminata non si fa domande, accetta in modo passivo la propria condizione, guarda il mondo da dietro la griglia della sua veste.
Questo accade per anni, finché un giorno nella vetrina di un negozio Aminata vede un abito rosso per il quale prova un desiderio immediato e fortissimo.
Pochi giorni dopo poi, sullo zerbino di un vicino di casa, Aminata trova un libro che parla di Kant, della sua filosofia e delle idee illuministe. Naturalmente Aminata non può leggerlo, ma sua figlia ci prova per lei; bastano quelle poche frasi incomprensibili per entrambe (insieme al pensiero del vestito rosso e la volontà di acquistarlo) a sconvolgere la vita di Aminata e far nascere in lei il bisogno di cambiare la propria esistenza.

Quello di Lamia Berrada-Berca è un racconto che parla di emancipazione e libertà. La condizione di Aminata appare un po' estrema (il burqa, l'analfabetismo, il marito che ritiene i film un insieme di immagini sataniche...) ma offre comunque parecchi spunti di riflessione: un abito, un libro, elementi per me e per molte di noi così scontati, possono essere la miccia per una vera ed auspicabile esplosione.
Un valore aggiunto al racconto è costituito dall'appendice: testi dello stesso Kant, di Voltaire, Montesquieu, George Sand ed altri autori ed autrici sulla tolleranza, il pluralismo religioso e l'emancipazione femminile.

giovedì 12 ottobre 2017

Il racconto dell'ancella

Qualche tempo fa ho letto "Solo per sempre tua" di Louise O'Neill. Mi aveva spiazzata, talmente tanto da non riuscire a dire se mi fosse piaciuto o meno: un mondo distopico nel quale il ruolo femminile fosse così degradato e irregimentato mi aveva turbata. L'avevo trovato, nella mia ignoranza, un libro estremamente originale (ve ne ho di recente parlato qui). Poi ho scoperto l'esistenza del romanzo di cui scrivo oggi, e ho capito che la O'Neill ha decisamente attinto alla farina del sacco di qualcun'altra.




Titolo: Il racconto dell'ancella
Autrice: Margaret Atwood
Anno della prima edizione: 1985
Titolo originale: The Handmaid's Tale
Casa editrice: Ponte alle Grazie
Pagine: 400



La protagonista di questo romanzo distopico e profondamente disturbante, coraggioso e impressionante è Difred. Nel mondo di Difred, in Nord America, le donne sono state obbligate a rinunciare alla propria identità: dapprima licenziate dai posti di lavoro, poi private della propria famiglia (svanita senza che ne sappiano più nulla).
Le guerre, le armi chimiche e le radiazioni che devastano il mondo da decenni hanno portato alla sterilità della maggior parte degli abitanti di quelli che dovevano essere in passato gli Stati Uniti e sono, all'epoca di Difred, la Repubblica di Galaad. Le donne sono state assegnate a nuovi ruoli, spogliate di tutto ciò che le aveva caratterizzate: le poche ancora fertili sono le Ancelle, come Difred. Vestono completamente di rosso, ed il loro compito è quello di concepire figli per le Mogli (sterili) di uomini abbienti.
Si ritiene che ci si debba mostrare rispetto, a causa della natura del nostro servizio.

Difred ricorda bene la sua vita precedente l'avvento della teocrazia: la sua relazione con Luke, la sua bambina. Si chiede dove si trovino, ma al tempo stesso deve concentrare ogni sua energia nella sopravvivenza, nonostante la sua vita presente non abbia per lei più alcun valore; non sono rari, infatti, gli episodi di ancelle che si sono tolte la vita. Anche per questo sono costantemente sorvegliate dalle Marte e dagli Occhi, le prime addette ai lavori domestici e i secondi spie presenti ovunque.
Si ammalano molto, queste Mogli di Comandanti. Aggiunge interesse alla loro vita. Noi invece, Ancelle e Marte, cerchiamo di non ammalarci. Le Marte non vogliono essere costrette a ritirarsi, perché non sanno dove andrebbero a finire. Non si vedono più tante vecchie in giro. E per noi, qualsiasi vera malattia, spossatezza, debolezza, perdita di peso o di appetito, una caduta di capelli, uno scompenso delle ghiandole, significherebbe la fine.


Difred vive a casa del Comandante, ed il suo nome denota proprio l'appartenenza a quest'ultimo, la sua trasformazione da donna a semplice proprietà. I rapporti tra il Comandante e Difred dovrebbero limitarsi al semplice atto sessuale (da consumarsi in presenza della Moglie di lui), eppure egli cerca con Difred un'ulteriore intimità, fatta di partite a Scarabeo, crema idratante e riviste conservate da un passato che nel giro di pochi anni è divenuto remoto. Nonostante Difred non desideri affatto questi incontri, vi si presta, non avendo nei fatti alcuna alternativa ed essendo terrorizzata dalle punizioni (e le pubbliche esecuzioni) che spettano ai disobbedienti nella teocrazia.
L'unica fuga dall'opprimente realtà sono gli incontri, anch'essi naturalmente clandestini, con il guardiano del Comandante, Nick: rapporti sessuali nel corso dei quali Difred si sente per un attimo di nuovo donna, di nuovo proprietaria di se stessa, senza un padrone o un dittatore sopra di sé.


La storia di Difred, ci racconta l'epilogo, viene raccontata da audiocassette sulle quali lei stessa l'ha registrata. L'ultimo episodio è ambientato nella casa del Comandante, alla quale arriva un furgone che Difred teme essere carico di Occhi pronti a punirla per le sue disobbedienze; invece appartiene ad un movimento di resistenza alla Repubblica di Galaad, della quale Nick fa parte, che ha il compito di farla scappare.

Nonostante questo "lieto fine", che ci preannuncia anche come il regime stesso sia destinato al fallimento, non è sollievo la sensazione che pervade alla fine di questo romanzo -attualissimo, dallo stile estremamente scorrevole e preciso, ricco di descrizioni senza mai diventare prolisso.
L'angoscia che Difred vive quotidianamente entra sottopelle pagina dopo pagina; la sua paura delle punizioni, la sua costante diffidenza, l'impossibilità di confidarsi con qualcuno per il timore che possa tradirla. I sogni che la perseguitano di notte, le domande sul destino che ha atteso Luke e la sua bambina -ed anche le speranze, probabilmente vane, che le accompagnano- sono così realistici che mi sembrava di averli vissuti io stessa la notte.
Erano pronti, ci aspettavano. Il momento del tradimento è il peggiore, il momento in cui sai senza alcun dubbio che sei stato tradito, che qualche altro essere umano ti ha augurato un male così grande. Era come trovarsi in un ascensore che si è staccato dall'alto. Si precipita, e non si sa quando, con un urto, si toccherà il fondo.

Si tratta di un romanzo profondo e doloroso, soprattutto per una donna: le violenze fisiche e psicologiche subite da Difred, la privazione della propria identità, la gabbia di regole e di divieti che la riducono ad essere un oggetto, una merce, preziosa solo in virtù del proprio utero, della propria fertilità.
Impossibile non pensare alle attuali condizioni di donne vittime della tratta non per la prostituzione, ma per il concepimento di bambini da destinare ad un mercato nero di adozioni: ben diversa, naturalmente, dalla pratica di grande generosità di chi offre il proprio utero "in affitto" per aiutare un'altra coppia a concepire.


Ho sofferto per Difred; ho creduto, o meglio ho voluto credere, alle sue flebili speranze che il suo amato Luke fosse ancora vivo, da qualche parte. Ho riflettuto, inoltre, sull'attualità del femminismo e sull'importanza delle lotte delle donne venute prima di noi: la stessa protagonista aveva sottovalutato la militanza materna nelle rivendicazioni degli anni '60, per comprenderne l'importanza solo quando dei diritti delle donne non era rimasto più nulla. Questo tema, che mi è molto caro (ne ho scritto di recente a proposito del breve saggio di Chimamanda Ngozi Adichie "Dovremmo essere tutti femministi", qui), è centrale nel romanzo della Atwood, e ci ricorda come nessuna conquista deve essere data per scontata, perché fa parte della nostra identità e del nostro essere donne, con la nostra libertà, della quale Difred e le sue compagne di sventura sono state private.
Tutte quelle donne che lavoravano... difficile immaginarle adesso, ma ce n'erano migliaia, milioni. Era ritenuta una cosa normale. Adesso è come ricordarsi di quando ancora esistevano i soldi di carta. Mia madre ne conservava un po', incollati nel suo album di ritagli insieme a delle vecchie fotografie.

Vi consiglio di cuore anche la serie TV tratta da questo romanzo. Nonostante temessi che mi avrebbe in qualche modo rovinato l'esperienza di lettura, l'ha invece arricchita: la prima stagione infatti è la trasposizione del romanzo "Il racconto dell'ancella", con l'aggiunta di alcuni personaggi approfonditi in parallelo a June, mentre le due stagioni successive portano avanti la storia in modo coerente! Assolutamente consigliata.

giovedì 28 settembre 2017

Solo per sempre tua

Questa lettura risale a qualche mese fa, ma ho preferito riportare a freddo le mie impressioni. Più di recente, tuttavia, ho portato a termine un'altra lettura, "Il racconto dell'ancella" (di cui vi parlerò tra pochi giorni): ho capito quindi che la mia opinione sul romanzo della O'Neill sono state largamente falsate dal non aver conosciuto prima il testo alla quale certamente si è ispirata, ed oggi il suo infatti mi pare molto meno originale. Tenete conto, quindi, che questa recensione è stata scritta prima!
 
 
Titolo: Solo per sempre tua
Autrice: Louise O'Neill
Anno della prima edizione: 2014
Titolo originale: Only Ever Yours
Casa editrice: HotSpot
Pagine: 367
 
 

In un futuro imprecisato, dei Continenti sono rimaste le Zone (Eurozona, le Americhe e la Cindia). Impossibile non pensare ai tre Continenti orwelliani perennemente in guerra tra loro: naturalmente anche in questo caso ci troviamo per le mani un romanzo distopico, ma il tema centrale non saranno i regimi dittatoriali, bensì il rapporto tra i sessi.

Il sesso dei bambini concepiti infatti si può scegliere in questo futuro, così vengono messi al mondo solo maschi e le femmine vengono progettate in laboratorio e cresciute fino ai 17 anni dentro le Scuole. In tali luoghi le eve vengono addestrate alla femminilità perfetta, e dopo la Cerimonia si differenzieranno in compagne, concubine o caste, in base a quanto desiderate dai coetanei Eredi che andranno a sceglierle. Da allora, le donne non interagiranno più tra di loro, ma si dedicheranno unicamente al proprio ruolo.
La voce narrante è freida, l'eva #630. È circondata da coetanee la cui unica preoccupazione è essere più attraenti delle altre, vessata da megan, la prima in classifica, e abbandonata da isabel, che per anni era stata la sua unica amica. Isabel è l'unica fuori dal coro, per ribellione si abbuffa oppure rifiuta il cibo per martoriare l'unica cosa che può controllare, cioè il proprio corpo.
Quando gli Eredi arrivano in visita, freida viene scelta dal più ambito, Darwin, figlio di un Giudice. Tuttavia, come in effetti è prevedibile, a freida non spetta un lieto fine: la situazione precipita quando Darwin si rivela succube del padre, e freida incapace di controllarsi come una perfetta compagna dovrebbe saper fare. La conclusione è nera e catastrofica: isabel si ribella nell'unico modo possibile, mentre freida va incontro al suo destino di eva che non ha saputo conformarsi agli standard.


Illustrazione di Michael Marsicano
Premetto che io dico sì, senza se e senza ma, ai libri che disturbano, che fanno riflettere, che tolgono il sonno. Questo lo fa, senza dubbio, però non so dire se mi sia davvero piaciuto. Fin dall'inizio mi ha accompagnata nella lettura una certa repulsione, nonostante l'interesse per il tema affrontato, e verso la conclusione ero davvero nauseata e turbata da quest'opera prima dell'irlandese O'Neill. L'autrice ha già pubblicato un secondo libro, "Asking for it", sulla cultura dello stupro -in italiano però non è ancora disponibile.
Mi resta principalmente un interrogativo al termine di questa lettura: si può davvero promuovere come un testo femminista, per adolescenti o per adulti che sia? Proposto dalla casa editrice Il Castoro come un young adult, in realtà narra i personaggi maschili come passivi quando non violenti, prevaricatori e machisti. Non sono proposte alternative in questa società distopica dove a me pare che si rappresentino solo l'abbrutimento, la sessualizzazione e la reificazione della donna esasperata al massimo livello: non sono sicura che questa possa stimolare una riflessione sui ruoli di genere da parte di un lettore maschio.

Impossibile inoltre, come anticipavo in apertura, evitare un confronto con il testo di Margaret Atwood -un romanzo più maturo e complesso, che ho scoperto tardi per mia colpevole ignoranza, ed ho di gran lunga preferito anche alla luce del paragone tra i due. A venerdì, per la recensione de "Il racconto dell'ancella"!