giovedì 4 ottobre 2018

Vox

Uno dei rari casi in cui non ho saputo attendere prima di leggere il caso editoriale del momento: dopo i paragoni con Il racconto dell'ancella, romanzo che come ormai sapete ho amato, ho deciso di procurarmelo subito sperando che non mi deludesse come Ragazze elettriche.
 
 
 
Titolo: Vox
Autrice: Christina Dalcher
Anno della prima edizione: 2018
Casa editrice: Nord
Traduttrice: Barbara Ronca
Pagine:
 
 
 
 
LA STORIA
 
In Stati Uniti distopici ma fin troppo simili a quelli della presidenza Trump, un dispositivo da polso consente a tutte le appartenenti al sesso femminile di pronunciare cento parole al giorno, non una di più.
Jean McClellan era una neurolinguista, prima che la misura del governo diventasse operativa e fosse costretta ad abbandonare la propria professione. Dopo un anno trascorso ad occuparsi -naturalmente in silenzio- dei propri figli maschi e della taciturna Sonia, abituatasi troppo presto al regime che la vuole muta e analfabeta, alcuni funzionari governativi contattano Jean perché si rimetta al lavoro sugli studi sull'area di Wernicke, perseguendo suo malgrado i loro meschini scopi… ed è inutile dire che non le lasciano alcuna possibilità di rifiutarsi.

 
 
COSA NE PENSO
 
Lo spunto narrativo di questo romanzo è estremamente potente. Per qualunque donna, all'inizio di questa lettura, sarà impossibile evitare di riflettere su quante siano in effetti le parole che pronunciamo ogni giorno, su quanto la nostra esistenza si basi sulla comunicazione con gli altri.
L'inizio della narrazione è quindi magnetico, e la costruzione degli Stati Uniti distopici molto riuscita.
Numerosi sono i punti in comune con la Repubblica di Galaad che aveva creato Margaret Atwood: il ruolo della religione cattolica è anche qui predominante, nella sua interpretazione più bigotta e maschilista secondo la quale le donne possono ricoprire unicamente due ruoli -quello di madre o quello di prostituta. I bordelli infatti non hanno smesso di esistere, ed anche in questi Stati Uniti le punizioni ai disobbedienti si concretizzano sotto forma di lavori forzati o di esecuzioni -e naturalmente, il silenzio. 
Anche qui inoltre scopriamo a poco a poco l'esistere di un movimento di resistenza: e lo scopriamo con sollievo. Questa sensazione fornisce un altro spunto di riflessione: quante volte si rimane in silenzio davanti all'ingiustizia? È esattamente quanto hanno fatto i cittadini statunitensi in questo libro, non volendo credere a ciò che si prospettava per loro, e in fondo è quanto facciamo troppo spesso noi tutti, nella quotidianità.
"C'è una resistenza?" Che suono dolce che ha, questa parola. "Bellezza, c'è sempre una resistenza. Non sei andata al college?" Mentre torniamo verso casa, la donna accanto a me comincia a somigliare sempre di più a Jackie.
Lo stile dell'autrice è funzionale, descrittivo quanto basta, senza eccessi. La narrazione è condotta al presente, in prima persona, dal punto di vista della protagonista; nel romanzo cogliamo gradite citazioni letterarie, dal ricordo della lettura di Shakespeare ai confronti tra il presente dei protagonisti e quello dell'orwelliano Winston.
Non siamo certo messi male come Winston Smith, che deve accucciarsi nell'unico angolo cieco del suo monolocale perché il Grande Fratello non l'osservi attraverso uno schermo, ma abbiamo telecamere anche noi.
Per quanto riguarda i personaggi, degna di nota è senz'altro Jackie, l'amica dei tempi dell'università di Jean: come difred ne "Il racconto dell'ancella" non aveva compreso l'importanza delle conquiste del femminismo per cui sua madre aveva tanto lottato, qui è la protagonista a snobbare per anni l'impegno in prima linea dell'amica, e a rimpiangere la propria passività solo quando si rivela essere troppo tardi.
Se c'è una cosa che ho imparato da lei è che non puoi protestare contro qualcosa che non ti aspetti. Ho imparato anche altro, un anno fa. Ho imparato quanto sia difficile scrivere una lettera ai membri del Congresso senza una penna, o spedirla senza un francobollo. Ho imparato quanto sia facile per i commessi dei negozi di cancelleria dire: "Mi spiace, signora. Non posso vendergliela".
Finora quindi tutto bene. Ma non vi nascondo che sono in arrivo diverse ragioni per le quali il romanzo non mi ha convinta, nonostante ne fossi entusiasta all'inizio.
Il ritmo si mantiene infatti incalzante finché non si arriva alla parte centrale della storia, quella ambientata nei laboratori dove Jean partecipa al progetto scientifico. Qui numerosi sono a mio parere i punti deboli: cominciamo dai cliché visti e rivisti sull'italianità dei personaggi (dalla moka e la qualità del caffè, fino alla focosa intraprendenza del dottor Lorenzo -in un'intervista l'autrice ha dichiarato di conservare un ricordo vivido di un suo amante italiano…), proseguiamo con questa relazione extraconiugale non proprio necessaria allo sviluppo della trama -se non per mettere in luce il personaggio del marito, Patrick, che si scopre più sfaccettato e coraggioso di quanto sembri all'inizio.
Jean mi ha convinta sempre meno con l'andare avanti della narrazione. Il suo pensiero fisso sembra essere infatti il suo amante piuttosto che la propria condizione di donna oppressa da un regime, al punto da pianificare una fuga nel corso della quale abbandonerebbe la sua stessa figlia femmina ad un destino sempre più tremendo. Tra i suoi figli, l'unico ad essere caratterizzato in qualche modo è Steven, il maggiore: esempio perfetto dell'indottrinamento sui giovani e delle sue tragiche conseguenze, il rapporto con la madre rimane comunque appena accennato ed è ancor peggio per i due maschi gemelli, praticamente incolori e privi di una qualunque personalità.
Per farla breve, il difetto principale di questo romanzo è il fatto che sposti il centro dell'attenzione dalla distopia e le condizioni in cui il Maryland e tutti gli Stati Uniti si trovano alle vicende private di Jean, che sono più che altro concentrate sulla relazione proibita con il collega -personaggio stereotipato, integerrimo e coraggiosissimo.
Avrei preferito che la narrazione continuasse a svilupparsi come da premesse, avvincenti ed angoscianti, mentre purtroppo così non è stato. Quanto si augura però l'autrice nei ringraziamenti è in effetti avvenuto, quindi non mi sento di affermare che lo scopo che si era prefissata sia stato mancato del tutto; e spero ci sia riuscita anche con voi.
Spero che [questa storia] ti sia piaciuta, e soprattutto spero che ti abbia fatto arrabbiare un po'. E che ti abbia fatto riflettere.

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