Visualizzazione post con etichetta biografie. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta biografie. Mostra tutti i post

martedì 14 aprile 2026

Bright Young Women

Tra le letture più interessanti degli ultimi mesi rientra Bright Young Women della casa editrice Ubago, che leggevo per la prima volta. Secondo romanzo dell’autrice Jessica Knoll, si tratta di uno stravolgimento del genere true crime, lontanissimo dalle narrazioni sensazionalistiche che lasciano il ruolo di primo piano ai serial killer trasformandoli i personaggi mitologici.

Ambientato tra gli anni '70 e gli anni '20 del 2000, si ispira a fatti reali e ai delitti di un serial killer statunitense realmente esistito che non viene mai chiamato per nome, bensì "l’imputato" proprio per relegarlo in un ruolo di secondo piano. Dà voce alle sue vittime e a coloro che le hanno conosciute, in particolare a Pamela, la cui migliore amica Denise è stata una delle vittime durante le aggressioni alla sede di una confraternita di Tallahassee in Florida, e a Ruth, una delle vittime il cui corpo non è mai stato ritrovato, ma che ritorna in vita nelle pagine dell’autrice rivendicando la propria dignità di donna che ha duramente lottato e dovuto sacrificare molto per ottenere la vita che voleva e che a causa dell’assassino non ha mai avuto la possibilità di godersi come avrebbe meritato.

Quello di Knoll è un romanzo su come le donne diventino troppo spesso agite invece che agenti, di come i loro sentimenti vengano sminuiti, le loro testimonianze ridicolizzate mentre è fin troppo facile rendere un eroe dotato di capacità straordinarie colui che invece è soltanto un colpevole preda dei propri istinti che ritiene le donne oggetti o spazzatura, per coprire gli errori di chi avrebbe dovuto fermarlo.

Un punto di vista femminista dunque che attualizza il discorso sui serial killer e lo mette al centro del problema, ricordandoci che queste storie non devono diventare biografie incensanti, bensì ci devono ricordare le responsabilità le colpe ed è sempre più necessario non tralasciare sullo sfondo le vittime alle quali va riconosciuto il vero centro della scena.

Ho trovato il testo di Knoll molto stimolante; in più la costruzione delle sue protagoniste è approfondita e permette di affezionarsi loro e provare empatia nel corso della lettura, che non è mai un testo freddo e didascalico nonostante l’enorme lavoro di documentazione che ha richiesto all’autrice per la stesura.

Lo consiglio a tutti gli appassionati di true crime per allontanarsi dagli stereotipi e dalle narrazioni maschiliste e apprezzare un punto di vista molto raro su un genere narrativo famoso per ben altri romanzi.

Qual è l’ultimo testo true crime che avete apprezzato?

domenica 15 marzo 2026

Maledetti uomini

Novità del catalogo Iperborea, "Maledetti uomini" è il romanzo d'esordio di Andrev Walden, giornalista svedese che per questo romanzo ha ricevuto il Premio August (nel cui albo d'oro troviamo anche autori come Jonas Hassen Khemiri, Kerstin Ekman e Majgull Axelsson). 

Considerato dunque in Svezia adatto anche alla lettura da parte di un pubblico piuttosto giovane, Andrev ci racconta la propria infanzia e adolescenza dall'interno, con il proprio punto di vista di ragazzo arricchito da qualche anticipazione sul futuro sguardo da adulto consapevole che acquisirà nel tempo, rendendosi conto di molti particolari che non si riescono a mettere a fuoco prima dell'età adulta.

"Maledetti uomini" è il racconto di sette padri, o meglio di sette fidanzati che hanno ricoperto un ruolo nella vita della madre di Andrev, di lui e dei suoi fratelli, nell'arco di sette anni. Solo uno è il suo padre biologico, ovviamente, ed è il più evanescente, il più idealizzato, quello immaginato come un indiano su un foglio di carta, quello che diventerà reale troppo tardi, quando dell'innocenza di Andrev resterà ben poco.

A questo disincanto contribuiscono tutti questi sette padri: l'Indiano, ma anche il Mago delle Piante, il Ladro, l'Assassino e tutti gli altri, con i nomi ben rappresentativi che Andrev assegna loro, con il disordine e anche la violenza che portano nella sua vita, con la disillusione che lo accompagna ad ogni scenata, ad ogni trasloco. 

La voce narrante però rimane ironica nell'amarezza, pronta ad accogliere con ottimismo e meraviglia ciò che gli accade, i primi amori, i grandi amici sempre presenti, i cambiamenti e le scoperte -e questa è la principale risorsa del libro, che si legge volentieri, affezionandosi ad Andrev pagina dopo pagina, mentre diventa un uomo per bene nonostante i pessimi esempi che ne accompagnano la crescita. 

Qual è l'ultima storia di formazione che avete letto?

giovedì 5 marzo 2026

Lacrime di sale

Dopo la lettura di "Perché ero ragazzo" di Alaa Faraj, un testo importante di cui vi ho parlato pochi giorni fa, diversi titoli della mia libreria mi sono venuti in mente e anche qualche titolo che ancora non c’era, ma che volevo recuperare o farmi prestare.

Il primo che ho ripescato da un acquisto di oltre cinque anni fa, preso con un’offerta alle casse del supermercato, è "Lacrime di sale" di Pietro Bartolo, scritto con Lidia Tilotta: un testo breve e autobiografico che dà voce all’esperienza del medico di Lampedusa, che di questi tempi non riceve più tanta attenzione. Eravamo di certo più abituati a vederlo tra telegiornali, televisione e anche cinema, pensando a "Fuocoammare" ormai una decina di anni fa, quando per i naufragi nel Mediterraneo sembrava ancora indignarsi qualcuno: ora non si può purtroppo dire lo stesso e delle centinaia di vittime che spariscono ogni settimana nel fondo del mare non importa più a nessuno e anzi sembra un vanto di molti governi, poter parlare di riduzione del numero degli sbarchi, senza che questo venga in alcun modo collegato all’aumentare delle morti in mare.

Bartolo, figlio di un pescatore di Lampedusa, unico di sette figli ad essere andato all’università e laureatosi in medicina, parla molto del mare in quest’opera: racconta il suo rapporto con il Mediterraneo che a volte gli ha fatto paura, ma sempre lo ha tratto sulle sue rive con quell’insegnamento, sempre meno ricordato: che non si lascia in mare morire nessuno da solo.

Bartolo ripercorre la sua giovinezza e la sua vita familiare: la nascita dei figli, la difficoltà delle separazioni che la distanza di Lampedusa dal resto dell’Italia e da tutti i servizi comporta e soprattutto il suo mestiere di medico in un luogo di approdi. Racconta i salvataggi ma anche le troppe volte in cui i naufraghi non si possono più salvare; racconta i sacchi verdi e neri, pieni di corpi e i tanti incontri che gli sono rimasti nel cuore, dai bambini che si emozionano per un giocattolo ai pazienti che hanno condiviso con loro i ricordi di torture, privazioni e viaggi difficilissimi.

La voce di Bartolo è una di quelle che di questi tempi non si ascoltano più, perché si sono tutti commossi davanti alla foto del piccolo Alan Kurdi sulla spiaggia di Bodrum, ma altrettanto velocemente hanno distolto il pensiero perché è scomodo, perché è fastidioso pensare che così vicino nel nostro stesso paese si continua a morire ogni giorno nella totale indifferenza di chi potrebbe intervenire.

Leggo il libro di Bartolo oggi, momento in cui di Lampedusa si parla sempre meno, in cui le leggi sull’immigrazione si inaspriscono sempre di più e mi ricorda soprattutto la necessità di non distogliere lo sguardo, di non farci manipolare e di ricordare che nel silenzio si continua a morire sui nostri metri di costa e di questa tragedia non dovremmo smettere di parlare.

Qual è l'ultima biografia che avete apprezzato?

lunedì 23 febbraio 2026

Perché ero ragazzo

Quest’anno più che nei precedenti ho deciso che a guidare la scelta delle mie letture deve essere il desiderio del momento. Certo continuo a stilare liste e programmi, perché è un’attività che mi diverte molto, ma non voglio che queste condizionino davvero la mia scelta e anzi, lascio che siano i titoli a chiamarsi l’un l’altro attraverso dei collegamenti spontanei per autore, argomento e così via. Ho già letto un fumetto qualche tempo fa scritto da Francesca Mannocchi che raccontava la situazione libica, e inevitabilmente toccava l’argomento del traffico di esseri umani; ora con "Perché ero ragazzo" di Alaa Faraj sono tornata alla questione -e a questo seguiranno altri titoli in qualche modo connessi.

Testo autobiografico scritto direttamente in italiano da Faraj dopo una decina di anni in Italia e pubblicato da Sellerio senza che la lingua fosse stata più di tanto rimaneggiata, "Perché ero ragazzo" racconta la decisione di Faraj 19enne che davanti alla difficoltà di trasferirsi in Europa per avviare una carriera da calciatore e intraprendere lo studio dell’ingegneria decide di seguire due amici e partire in barca nel Mediterraneo alla volta dell’Europa. Unici passeggeri libici a bordo di quella che diventerà tristemente famosa come la nave di Fuocoammare, sulla quale morirono quasi 50 persone asfissiate all’interno della stiva, una volta arrivati in Italia Faraj e i suoi amici furono tradotti in carcere con l’accusa di immigrazione clandestina e omicidio colposo e condannati a trent’anni prima che avessero quasi il tempo di rendersene conto, in un processo pieno di difetti a dir poco frettoloso, nella spasmodica ricerca di un colpevole.

Da allora ha sempre protestato per la propria innocenza, ha richiesto la revisione del processo senza che questa gli venisse concessa e recentemente ha ottenuto la grazia parziale dal presidente della Repubblica, mentre già presentava in diverse località d’Italia il suo titolo composto dalla narrazione che vi dicevo e dalle lettere scritte alla professoressa di filosofia del diritto Alessandra Sciurba, conosciuta in un laboratorio in carcere, che lo ha convinto proprio a dedicarsi a quest’opera.

Non vi consiglio l’opera di Faraj per il suo valore letterario, sebbene trovi ammirevole come abbia realizzato un simile apprendimento dell’italiano in una decina scarsa di anni e senza mai uscire da un penitenziario -all’interno del quale invece di farsi divorare dalla rabbia si è dedicato allo studio e a tutte le attività a cui ha avuto la possibilità di partecipare.

Quello di Farage è un libro importante perché ci parla della giustizia e di come troppo spesso essa venga messa da parte quando la migrazione è di per sé un fatto criminalizzato, e ci fa riflettere su quante persone potrebbero affollare le carceri italiane in circostanze simili a quelle del protagonista e autore. Ho trovato coraggiosa la scelta della casa editrice di dare alle stampe questo libro, che spero otterrà una crescente visibilità perché è una lettura che ha molto da dirci, tanti elementi per farci pensare, specialmente in questo buio momento storico in cui le morti in mare non fanno più notizia, e chi lo attraversa è indesiderato quando approda.

Qual è l’ultima storia vera che avete letto?

venerdì 16 gennaio 2026

Un uomo di poche parole

Come sapete, in questa pagina appaiono molto raramente testi che non siano di narrativa. Leggo Primo Levi dagli anni della scuola, e nel tempo ho ripreso in mano diverse volte la sua trilogia ideale composta da Se questo è un uomo, La tregua e I sommersi e i salvati. Tra i passaggi che del primo più mi sono rimasti impressi ci sono sempre stati quelli dedicati alla figura di Lorenzo, operaio libero, che lavorava in lager e gli salvò la vita, portandogli ogni giorno una porzione di zuppa che condivideva con l'amico Alberto -Lorenzo, il cui nome fa parte di quello di entrambi i figli di Levi, Renzo e Lucia Lorenza, simbolo dell'importanza che ebbe quell'uomo piemontese per il padre.

Non ho quindi esitato a recuperare "Un uomo di poche parole", la biografia di Lorenzo Perrone (all'anagrafe Perone, con una R sola) pubblicata da Laterza editore che lo storico Carlo Greppi ha messo insieme con ogni fonte che ha trovato, dagli archivi comunali di Fossano, alla vasta bibliografia di Levi, alle interviste con i nipoti di Lorenzo ancora in vita. 

Lorenzo, Giusto tra le Nazioni, un uomo onesto, buono di cuore, che l'esperienza del lager aveva spezzato, togliendo la voglia di vivere da quel lavoratore che camminava per chilometri e chilometri al confine francese, che da "Suiss" tornò sulle sue gambe senza accettare passaggi, che da Suiss inviò cartoline per dare notizie della vita di Primo alla famiglia nascosta -Lorenzo che in queste pagine torna in vita e si rivela, ricordandoci come qualcuno all'orrore si oppose, perché non poteva fare altro, persistenza dell'umanità.

Greppi racconta tanto di Primo Levi in questo testo, che invoglia ad approfondire le sue tante opere, ma anche altri testi citati lungo il percorso (tra quelli che già possiedo ho preso nota de "I giusti" di Jan Brokken), e racconta Lorenzo a cui prima d'ora non era stato dato tanto spazio autonomo -e di certo lo ha sempre meritato. 

Oggi nel Giorno della Memoria ho voluto ricordarlo con questo consiglio di lettura, perché i lager ci sono ancora seppure in altre forme, e di esseri umani come Lorenzo abbiamo ancora un estremo bisogno.

Quale titolo consigliereste per la giornata di oggi?

giovedì 1 maggio 2025

L'altra figlia

Quarto incontro con Annie Ernaux, autrice francese vincitrice del Premio Nobel, di cui vorrei recuperare l'intera produzione. Lo sto facendo in modo disordinato, in base ai titoli che richiamano di più la mia attenzione o a quelli che trovo ai mercatini dell'usato; leggendo "L'altra figlia", sempre pubblicato da L'Orma editore ho trovato numerosi riferimenti a "Il posto", che mi riprometto di cercare presto in libreria.

Brevissimo e come sempre potente, "L'altra figlia" è una sorta di lettera indirizzata alla sorella Ginette che Annie non ha mai conosciuto, in quanto morì di difterite appena iniziate le scuole elementari anni prima che lei venisse alla luce. Non volendo caricarla di quel peso, i genitori non vollero mai parlarle della sua esistenza, che così lei venne a scoprire da una conversazione ascoltata per caso e da documenti e fotografie riscoperti una volta cresciuta.

C'è un passaggio in particolare di questo testo che colpisce il lettore: la presa di coscienza dell'autrice che, potendo i genitori permettersi di garantire il tenore di vita che desideravano soltanto ad un figlio, lei non sarebbe mai venuta al mondo se la tragica morte della sorella maggiore non si fosse mai verificata. 

Estremamente personale, piuttosto che intenzionato a collegare l'esperienza del singolo a quella della società come nei tre precedenti titoli che avevo affrontato, ho terminato "L'altra figlia" in un'unica sessione di lettura e non ha fatto altro che confermare il mio apprezzamento per stile e temi trattati da Annie Ernaux.

Qual è il titolo dell'autrice che avete preferito?

martedì 11 marzo 2025

Triste tigre

Mi è servito tempo per trovare il coraggio di leggere "Triste tigre" di Neige Sinno, pubblicato da Neri Pozza, vincitore del Premio Strega europeo del 2024: si tratta di un’opera autobiografica in cui la scrittrice trova il coraggio di ripercorrere gli anni di abusi sessuali subiti dal proprio patrigno da quando era bambina.

L’argomento è così duro da risultare insopportabile: premetto per chi è particolarmente sensibile all’argomento che le pagine che contengono descrizioni esplicite sono poche, di certo non sono il centro della narrazione, ma inevitabilmente ci sono e sono difficilissime da digerire.

Questa lettura mi ha ricordato i testi del premio Nobel Annie Ernaux, a cui la stessa Sinno fa riferimento in modo esplicito in almeno un’occasione: ne condivide la prospettiva esterna su una questione estremamente personale, uno sguardo lucido, analitico, pronto a prendere in esame statistiche e opere letterarie, senza lasciarsi sopraffare dalla propria esperienza.

"Triste tigre" è dunque una riflessione collettiva sulla sopravvivenza agli abusi subiti nell’infanzia, che prende in considerazione il ruolo della vittima ma anche quello dell’aggressore, che si interroga sulle punizioni e sul ruolo della famiglia e della società senza mai scagliarsi armata di certezze, ma sempre valutando e confrontando più punti di vista.

È un lavoro coraggioso quello dell’autrice, che riesce ad evitare la trasformazione in vittima compatita, ma si riappropria della propria narrazione, artefice del proprio destino così come lo è stata quando ho trovato il coraggio di sporgere denuncia.

Non si valuta una lettura come questa in termini di gradimento, o perlomeno per quanto mi riguarda ritengo che la sua importanza tra valichi il gusto personale. La consiglio a tutti coloro che si sentano pronti ad avvicinarsi a un tema così doloroso, che non so quando troverò il coraggio di approfondire nuovamente.

Qual è l'ultima storia vera che avete letto?

giovedì 9 gennaio 2025

Le chiavi di casa

Ormai più di quindici mesi fa è iniziato il genocidio della popolazione della Striscia di Gaza: non mi nascondo chiamandolo in altro modo, non fingiamo di chiamarla guerra quando lo sterminio è a senso unico -e dopo tutto questo tempo, questa distruzione, queste morti, non c'è più spazio per attribuirne ad Hamas la responsabilità.

In "Le chiavi di casa" (che io ho acquistato in edicola, ma che trovate in libreria nella collana Strade Blu di Mondadori) il giornalista Sami Al-Ajrami scrive un diario dei primi sei mesi a Gaza dopo il sette ottobre 2023: gli ordini arbitrari di evacuazione, le bombe che distruggono le case, l'essere tagliati fuori dalle comunicazioni, privati del carburante necessario per far circolare le ambulanze, per estrarre i feriti dalle macerie, per alimentare i generatori degli ospedali, le terapie intensive, le incubatrici dei neonati prematuri.

Racconta la separazione dai propri familiari bloccati in altre zone della Striscia rimaste ancora più isolate, il peregrinare da un luogo all'altro sperando che possa essere considerato sicuro (e scoprendo ogni volta che no, non lo era), la perdita degli amici, dei parenti, il terrore delle proprie figlie che non riescono più a dormire, la fame, quando i camion degli aiuti umanitari non vengono lasciati transitare dal valico di Rafah, quando il poco cibo prodotto non basta più, quando per accaparrarsi una cassa paracadutata dalla Giordania o dall'Egitto si è disposti a uccidere.

Al-Ajrami ora vive in Egitto, grazie ad un crowdfunding è riuscito a far uscire prima di sé le sue due ragazze, ora rifugiate all'estero. Cinquemila dollari per salvarsi la vita, per una popolazione in larghissima parte disoccupata, per una popolazione allo stremo, che non possiede più nulla, che non ha da tempo accesso al contante: nel silenzio della comunità internazionale, che acconsente a un genocidio, che non mette fine a questo orrore.

Non si giudica un'opera quando si legge il diario di Al-Ajrami, che è necessario, perché la verità è sotto i nostri occhi, e non abbiamo scuse, non potremo dire che ne siamo stati all'oscuro. Ho dovuto prendermi diverse pause nel corso di questa lettura, che è straziante, dolorosissima, a volte insopportabile, eppure non mi viene in mente un altro titolo che vorrei altrettanto che in questo momento leggessero tutti. 

Avete già scelto il primo testo palestinese del 2025?

mercoledì 27 novembre 2024

Non dirmi che hai paura

Qualche tempo fa, al cinema, ho visto il trailer di un film in uscita dal titolo "Non dirmi che hai paura" tratto dal romanzo omonimo di Giuseppe Catozzella, pubblicato da Feltrinelli editore. Dal momento che la trama mi è sembrata proprio nelle mie corde -la storia vera dell’atleta somala Samia Yusuf Omar, che partecipò alle olimpiadi di Pechino del 2008 nonostante le difficoltà economiche e politiche nelle quali era cresciuta, ho deciso di farmi prestare il libro e leggere quello per poi recarmi in sala e fare il confronto.

A quanto sapevo il testo è piuttosto famoso e anche proposto come lettura nelle scuole medie inferiori e superiori per l’importanza dell’argomento tratto, perciò mi ci sono avvicinata con aspettative piuttosto alte: purtroppo, sono rimasta abbastanza delusa.

Intendiamoci, il problema ovviamente non è l’argomento, e la storia di Samia merita senza dubbio di essere raccontata e conosciuta da lettori più e meno giovani per ricordarci l’importanza di un’educazione alla pace e informarci su un paese che riceve davvero poca visibilità nelle notizie.

Il problema però in questo libro c’è, ed è rappresentato dallo sguardo dell’autore, ingombrante e permeato della cultura occidentale nella quale è cresciuto, nonostante la narrazione sia in prima persona i racconti dunque dall’interno la vita, la crescita e la passione sportiva di Samia. Ciononostante troviamo imprecisioni terminologiche (ad esempio "il burqa che non copre gli occhi" e che pertanto non è un burqa, ma un niqab; le donne che professano la religione islamica definite islamiche a loro volta, quando l’aggettivo corretto per le persone è musulmano; per terminare con lo stereotipo di veli e trasparenze indossati dalle donne per l’appunto musulmane sotto gli abiti più coprenti -il punto dove mi sono arrabbiata di più). 

Non sarà il primo e non sarà l’ultimo, Catozzella, a scrivere con una certa leggerezza di argomenti importanti, nascosto dietro il messaggio significativo e all’ispirazione reale della sua storia raccontatagli per di più in prima persona dalla sorella stessa di Samia -il materiale su cui ha lavorato quindi è indiscutibile. Tuttavia, quando un testo viene messo nelle mani di un pubblico di lettori giovani, trovo ancora più importante che i suoi contenuti siano inattaccabili e non portino avanti in alcun modo stereotipi culturali da evitare.

Come avrete capito questi elementi hanno danneggiato la mia esperienza di lettura, anche perché la scrittura è estremamente semplice e nonostante rappresenti il punto di vista di una ragazza molto giovane non cresce con lei nel tempo, rimanendo quindi ad un’espressività quasi infantile. Ho apprezzato l’averne raccontata la vita, e mi è piaciuta anche la conclusione, che ha una forma un po’ più ricercata e onirica del resto del romanzo -che è ricchissimo di descrizioni della povertà che difficilmente sarebbero riportate in questo modo da una ragazza che vi è cresciuta, bensì piuttosto da un turista occidentale uscito per sbaglio dal resort di un villaggio vacanze.

Mi dispiace molto criticare così aspramente un testo che so essere molto apprezzato, ma ormai avrete capito che non mi piace mancare di sincerità nelle mie opinioni. In ogni caso credo che andrò al cinema a vedere il film che ne è stato tratto e spero di apprezzare quest’opera di più sul grande schermo.

Voi lo avete letto? Cosa ne pensate?

giovedì 7 novembre 2024

Patrimonio

Il mio primo incontro consapevole con Philip Roth è avvenuto grazie al gruppo di lettura #gliambasciatorideilibri ed è stato "Patrimonio - Una storia vera", pubblicato da Einaudi editore. 

Specifico "incontro consapevole" perché molti anni fa, all'inizio dell'università, avevo letto "L'animale morente" senza saperne nulla, e oggi ne ricordo ben poco; avevo poi iniziato "Pastorale americana", ma non ero riuscita ad andare avanti.

Oggi dunque incontro Roth con un testo forse poco rappresentativo, breve e autobiografico, dedicato alla malattia e alla perdita del proprio padre anziano, che porta con sé inevitabilmente un carico di ricordi dell'infanzia e della vita adulta dell'autore, e soprattutto il riconoscimento di quella figura genitoriale così solida che comincia ad andare in pezzi.

Roth si interroga sul patrimonio, come dice il titolo, o per meglio dire sull'eredità che il padre potrà trasmettergli, avendo lui rinunciato a quella finanziaria. Lo fa accompagnando il padre in un percorso doloroso e difficile per entrambi, nell'accettazione di ciò a cui rassegnarsi è impossibile, ma che gli consente anche di percepire la ricchezza che gli resterà, ben maggiore di quella materiale.

"Patrimonio" è un testo intimo e personale, che toccherà inevitabilmente corde molto delicate per chi ha familiarità con i temi che contiene; è un libro toccante, che mi ha anche lasciato una grande curiosità di approfondire le opere letterarie dello scrittore che qui compare soprattutto come uomo e come figlio, ed in futuro ho intenzione di recuperare altri suoi libri.

Quali opere di Roth mi consigliate di leggere?

mercoledì 9 ottobre 2024

Sylvia Beach

Non è un mistero che uno dei miei luoghi preferiti in assoluto nella città di paesi sia la libreria Shakespeare and Company sulla Rive Gauche, un luogo che sono sicura fa innamorare tutti i lettori che vi mettono piede! Non potevo quindi non recuperare il fumetto "Sylvia Beach"  scritto da Emilia Cinzia Perri e illustrato da Silvia Vanni, pubblicato da Bao Publishing, che racconta la storia della fondatrice dell’originaria Shakespeare and Company: si trovava in Rue de l’Odeon e fu in attività dagli anni '20 al 1941 quando fu costretta a chiudere perché la sua titolare in quanto cittadina americana fu confinata in un campo di prigionia.

Questo fumetto è una vera e propria biografia narrata in prima persona da Sylvia Beach, che racconta la propria ad un’aspirante collaboratrice. Ripercorriamo così tutte le tappe dalla fondazione della libreria, dai ritrovi di scrittori famosi o sul punto di diventarlo, come Paul Valery, Andre Gide, Hemingway, il tormentato momento della pubblicazione dell’Ulisse di Joyce che Silvia sostenne con moltissimo impegno ricavandone però non poche difficoltà, e poi l’avvento della seconda guerra mondiale che stravolse le sorti della libreria, la cui eredità sarà raccolta negli anni '50 da George Whitman che riporterà il nome nella sua attività a pochi passi da Notre Dame.

È un fumetto pieno di eventi appassionanti, che tengono incollati alle pagine soprattutto chi è incuriosito dalla storia alla base di un luogo ancora oggi così magico. Colorato in tinte piuttosto cupe, dove predominano i marroni e i grigi, trasmette comunque una grande forza e perseveranza; in alcuni momenti il realismo lascia spazio a piccoli tocchi di fantasia, come Sylvia capace di volare quando si emoziona per qualcosa, o gli abbonati soprannominati "bunnies" rappresentati come deliziosi coniglietti. Ho apprezzato molto queste particolarità che interrompono il radicamento nella storia di questo fumetto, la cui lettura è stata per me una bellissima esperienza .

Avete mai visitato la libreria Shakespeare and Company?

mercoledì 29 maggio 2024

Isidor

Shelly Kupferberg in "Isidor", recente pubblicazione di Keller editore, ricostruisce una parte della storia della sua famiglia, concentrandosi in particolare sullo zio che dà il nome al testo, a dire il vero nato Israel, a Leopoli, oggi in Ucraina e all'epoca parte dell'Impero Austroungarico.

Nella seconda metà dell'Ottocento Israel nasce in una numerosa famiglia ebraica ortodossa, ma come i suoi fratelli si stanca presto dell'osservanza del padre, delle sue preghiere e della modestia nella quale crescono, desideroso di vedere il mondo e fare fortuna altrove. La città che sentirà come la propria patria, dove avrà successo negli affari e nelle relazioni così come i suoi familiari: un'esistenza invidiabile, che si protrarrà fino all'avvento del Nazismo, all'annessione dell'Austria e alle leggi razziali. 

Il testo di Sally Kupferberg è più di una biografia, più di una storia familiare: è la ricostruzione di come un regime mise fuori legge una parte consistente dei suoi cittadini, privandoli dei loro beni, dei loro diritti, della loro posizione in società, fino a torturarli, deportarli, ucciderli, fino a rendere quelle che consideravano le proprie città dei luoghi di violenza e di terrore.

"Isidor" è una storia individuale che diviene collettiva, una narrazione breve e diretta, che ci trascina tra le pagine della storia mondiale in un percorso dapprima di crescita e poi di annientamento. Per l'ennesima volta il catalogo di questa casa editrice mi riserva una gradita sorpresa, e un testo che consiglio a tutti gli amanti dei romanzi storici!

Qual è un testo biografico che vi ha colpiti?

mercoledì 20 marzo 2024

I miei sette figli

Pubblicato per la prima volta nel 1955, "I miei sette figli" (che ora trovate in libreria nell'edizione Einaudi) scritto da Renato Nicolai si basa sulla testimonianza di Alcide Cervi, il capofamiglia, e il suo tono informale da contadino di romagna formatosi sui libri e soprattutto sull'esperienza.

In poco più di cento pagine Alcide racconta la sua vita, dalla giovinezza al ruolo di padre di quei sette maschi che gli furono strappati dai fascisti. Racconta il lavoro dei campi, dapprima a mezzadria e poi su terreni propri; le modifiche sul terreno che lo resero sempre più fertile, le migliorie all'allevamento e alla produzione del latte, la coscienza politica sempre più consapevole grazie a quei figli che leggono e si informano e si avvicinano sempre di più al socialismo e al sogno della Russia.

E poi, naturalmente, racconta la Resistenza: i sabotaggi ai fascisti, la diffusione dell'Unità, la stampa clandestina nell'ambiente domestico, le pressioni sempre più forti, gli arresti, infine la fucilazione di quei ragazzi così forti, così coraggiosi da non mostrare mai la loro paura né alle mogli, né ai figli, né ai genitori. 

Altrettanto coraggioso emerge Alcide, rimasto con le nuore e undici nipoti, il più grande di appena dieci anni e il minore ancora sul punto di nascere: Alcide che crede alla forza del raccolto che verrà, della prossima generazione pronta a crescere con gli ideali dei padri.

È un testo prezioso, intriso di un territorio e di una sapienza contadina; con la coscienza di oggi lo si troverà un romanzo molto maschile, in cui le due figlie femmine non compaiono mai (probabilmente spose e uscite di casa a differenza dei fratelli che vi hanno condotto le mogli). Rappresenta una generazione e un ideale, nel clima politico di oggi sempre fondamentale e necessario.

Qual è il testo sulla Resistenza che vi ha segnati maggiormente?

mercoledì 10 gennaio 2024

La vita di chi resta

Dopo il post dedicato a "L'estate in cui imparammo a volare", questo sarà il più personale scritto per questo spazio virtuale, dove i libri continuano a salvarmi, giorno dopo giorno, e non è una metafora. 

Matteo B. Bianchi scrive, vent'anni dopo la perdita del suo compagno da cui si era da poco separato, "La vita di chi resta", pubblicato da Mondadori. Ne aveva scritto in "Generations of Love", dedicandoglielo (solo oggi comprendo quella dedica in apertura, e sento l'impellente necessità di rileggerlo). S. ha scelto di rinunciare a vivere, in un momento di estrema difficoltà, e lascia la sua ex moglie, il figlio, il compagno, la sorella, gli amici a fare i conti con il suo suicidio: una parola che fa paura, ma che Bianchi non teme di rivendicare tra queste pagine, così come strenuamente difende i sopravvissuti, come lui, che sono rimasti.

"La vita di chi resta" è un testo autobiografico e feroce sull'elaborazione del lutto. Io non ho perso un compagno, ma la mia migliore amica; non è stato un suicidio, ma una malattia, contornata però di una serie di rinunce e decisioni sulle quali ancora mi trovo a tormentarmi quotidianamente per non averla costretta, per non averla salvata. Le cose sarebbero potute andare diversamente? I sopravvissuti non lo sapranno mai.

Bianchi ha compiuto un lungo processo di riflessione, di attraversamento del proprio dolore, di accettazione e di scelta, la scelta di continuare a vivere. In queste pagine, che sono difficili e piene di sofferenza nonostante i paragrafi brevi, i margini ampi, lo stile diretto, c'è la speranza, c'è un punto di vista consapevole e risolto che sento ancora anni luce lontano da me, che mi sento ancora in quel vortice in cui la realtà non sembra reale, in cui ogni giorno stai per comporre quel messaggio, ma la persona che dovrebbe riceverlo non c'è più.

"La vita di chi resta" è per chi rimane. Certo, soprattutto è l'elaborazione di un suicidio, ma chiunque abbia subito una perdita lo sentirà in profondità; è un promemoria sulle sfide quotidiane, un tramite in un processo faticoso, insormontabile, raccontato da chi è arrivato sulla cima di quella vetta, e quando si guarda indietro può farlo con tenerezza, oltre che con rabbia e dolore. 

È stata una lettura che mi ha fatto male, e al tempo stesso mi ha trasmesso forza. È ora un volume pieno di adesivi tra le pagine, che riporrò su uno scaffale accessibile, per poterlo consultare al bisogno. Per lei ho messo un biglietto, fucsia come il suo colore preferito, dopo la metà: ed è stata una condivisione che ha oltrepassato i confini e i limiti, e per un attimo sono stata serena. 

Per chi sta passando questo, per i sopravvissuti: "La vita di chi resta" potrei definirlo anche nostro, e consigliarvelo. Spero che il mio parere, a caldo, completamente d'istinto, sia un ponte per qualcuno che può averne bisogno, così come questo libro lo è stato per me, che lo terrò caro. 

domenica 19 novembre 2023

Apeirogon

Credo che il post dedicato ad Apeirogon di Colum McCann, pubblicato da Feltrinelli, potrebbe essere uno dei più difficili mai scritti per la stratificazione di questo romanzo, costruito in frammenti di numeri dapprima crescenti e poi calanti (1001 secondo la tradizione araba delle Mille e una notte). 

Ruota attorno al concetto di un poligono dagli infiniti lati che rende ogni cosa possibile, sfaccettato come la Palestina, complesso come la storia di un territorio occupato, depredato, vessato, dove vive Bassam, il padre di Abir, uccisa a dieci anni nel 2007 da un proiettile di gomma dopo aver comprato un braccialetto di caramelle. Dieci anni prima era stata uccisa Smadar, la figlia dell'israeliano Rami, vittima di un attentato suicida a Gerusalemme.

Questi due padri uniscono le loro vite nella battaglia per la pace, per la non violenza, per la lotta contro l’occupazione: condividono valori e obiettivi e li portano in giro per il mondo in un’impresa coraggiosa che l’autore irlandese, che ha viaggiato più volte in Palestina, decide di raccontare in questo libro.

Non lo fa in modo semplice e lineare, ma mescolandolo alla storia del mondo, alla religione, alla natura degli uccelli migratori e alle biografie di questi due uomini: specialmente la prigionia di Bassam, arrestato a 17 anni per presunti atti terroristici, Bassam che è sopravvissuto allo sciopero della fame e porta nel mondo la lotta per la giustizia di sua figlia in cambio della vita della quale gli è stato offerto un risarcimento che non potrà mai che essere ridicolo.

"Apeirogon" è un testo articolato in cui ci si immerge e si impara moltissimo, tra personaggi storici realmente esistiti e altri invece creati dalla penna dell’autore che mescola la realtà e la finzione trasmettendo quanto sia difficile raccontare in modo lineare ciò che subisce un popolo e che in un certo modo rende vittima anche un altro -il ragazzo che sparò ad Abir aveva appena diciott’anni ed era vittima anche lui a sua volta, di una dittatura che lo aveva reso assassino .

In questo periodo trovo più che mai necessario leggere, cercare di comprendere, informarsi attraverso certo i testimoni ma perché no anche la letteratura. È difficile descrivervi questo romanzo, che a volte è straziante, quasi sempre poetico, estremamente letterario e ricercato: questo lo rende molto più di un’opera politica e storica e anche una lettura che vi consiglio profondamente.

Quali romanzi sul tema avete letto?

giovedì 13 ottobre 2022

Ragazzo negro

Ho acquistato la mia copia di "Ragazzo negro" di Richard Wright ad un mercatino al prezzo di un euro soltanto, in un’edizione economica Mondadori degli anni 60 che si è rivelata poi contenere una storia davvero interessante.


Titolo: Ragazzo negro
Autore: Richard Wright
Anno della prima edizione: 1945
Titolo originale: Black Boy
Casa editrice: Mondadori
Traduttore: Bruno Fonzi
Pagine: 328


Si tratta non di un romanzo, bensì dell’autobiografia dell’autore, nato nel Sud degli Stati Uniti all’inizio del '900. Da bambino si scontra dunque con la segregazione razziale, il razzismo e la povertà, accompagnata da una fame che lo perseguiterà per decenni. Seguiamo la formazione di Richard, inevitabilmente frammentaria per via dei problemi familiari che lo trascinano da uno stato all’altro, senza permettergli di frequentare mai un anno intero di scuola mentre cerca di guadagnarsi da vivere sin da giovanissimo, con un lavoro spesso degradante dopo l’altro. 

Lo seguiamo qui fino alla fine degli anni '20, quando, giovane uomo, riesce finalmente a mettere da parte abbastanza denaro per trasferirsi a Chicago, verso quel Nord dove crede e spera i neri avranno maggiori possibilità e godranno di maggior rispetto. 

I rapporti razziali sono senza dubbio l’argomento più interessante di quest’opera, che racconta gli Stati Uniti di circa un secolo fa dove il colore della pelle condannava all’emarginazione e all’essere vittime di ogni genere di sorprese di sopruso e violenza. Richard, che ha sempre dato la propria condizione per scontata, prende a poco a poco coscienza di quanto sia ingiusta, e anche attraverso la lettura comprende l’importanza della dignità che i bianchi non sono disposti a riconoscergli. 

Siamo negli Stati Uniti del Sud, dei linciaggi, del Ku Kux Klan, della polizia che non interviene quando è una donna nera a venire violentata o picchiata, il Sud dove ribellarsi è impossibile perché ogni rivolta sarebbe pagata con la vita. 

L'opera di Wright, non recentissima, ha il grande pregio di farci riflettere sulle somiglianze tra la società statunitense dell'epoca e quella di oggi -dove sarebbe ingiustificabile negare che il razzismo sia ancora un grave problema per gli afroamericani. Di qualche decennio precedente all'opera della mia amata Toni Morrison, Wright è uno scrittore che mi ha molto incuriosita, e la cui attualità si denota anche nel fatto che di recente dal suo primo romanzo "Native Son" sia stato tratto un film distribuito anche in Italia.

La scrittura di Wright è lucida e analitica, solo in qualche passaggio si permette un tono più poetico;  il racconto di molti episodi quotidiani talvolta rallenta il ritmo di lettura, ma le sue riflessioni sono davvero molto stimolanti.

In conclusione credo proprio di aver scoperto un autore del Novecento che merita di essere recuperato, e che vi consiglio! 
Qual è l'ultimo testo di letteratura afroamericana che avete letto?

mercoledì 13 luglio 2022

Fratellino

Come alcuni di voi sanno lavoro come educatrice e mi è capitato qualche anno fa di occuparmi di insegnamento di italiano L2, cioè italiano per stranieri. Un giorno ero insieme ad un ragazzo residente in una comunità per minori e in una conversazione gli venne domandato se fosse arrivato in Italia da solo quando parlando di mezzi di trasporto raccontò di essere arrivato "con la barca". Rispose: "No, con mio fratello" e all'ingenua domanda "Ora tuo fratello dov’è?" lui rispose: "Nel mare".

"Fratellino" è la storia di uno di questi ragazzi che attraversano il mare, subiscono torture e quando arrivano hanno davanti anni di attesa, di esclusione, circondati da persone che credono che stiano ricevendo troppo dai servizi di accoglienza e che ritengono incomprensibili e pericolosi i loro disturbi mentali. 


Titolo: Fratellino
Autori: Amets Arzallus Antia e Ibrahima Balde
Anno della prima edizione:
Titolo originale: 
Miñan
Casa editrice: Feltrinelli
Traduttrice: Roberta Gozzi
Pagine: 128

È il racconto autobiografico di Ibrahima Balde, che inizia in Guinea e termina in Europa: appena bambino deve rinunciare all’innocenza dell’infanzia per aiutare il padre nel suo lavoro e la sua situazione peggiora ulteriormente alla morte dell’uomo. Rimasto ad essere il figlio maggiore e dunque il capofamiglia è costretto a farsi carico della madre, delle sorelle e del fratellino allontanandosi da casa per guadagnare. Della famiglia non ha più notizie o quasi e così scopre in ritardo che il suo fratellino (da qui il titolo) se n'è andato di casa deciso a migrare verso l’Europa: e così Ibrahima parte, a cercarlo.

Ibrahima è molto bravo a spiegare la sensazione di impazzire che prende quando non sai cosa fare della tua vita, quando ti hanno torturato, quando hai dormito nelle jungles, nei cartoni nel bosco sotto la pioggia, sdraiato sul cemento nei cantieri dove hai lavorato come uno schiavo. Ci racconta cosa si prova ad essere venduti e rinchiusi in un pollaio, quando la tua vita vale meno di quella delle galline. 

Non usa neanche una parola di troppo questo libro, scritto nel linguaggio semplice di chi non ha mai imparato a leggere e scrivere, troppo impegnato a sopravvivere com’era. Il poeta basco Amets Antia Arzallus non ne altera l'essenzialità e ci ricorda quanto sia importante tenere presente che dietro ai ragazzi che incontriamo quotidianamente nella nostra città c’è una storia personale, un vissuto fatto di traumi, di perdita e di fatiche che non possiamo nemmeno immaginare.

Qual è l'ultima storia vera che avete letto?

giovedì 24 marzo 2022

Per questo ho vissuto

Acquistato in edicola in occasione della giornata della memoria 2021, "Per questo ho vissuto" di Sami Modiano è rimasto nella mia libreria per oltre un anno prima che sentissi che era arrivato il momento di leggerlo.


Titolo: Per questo ho vissuto
Autore: Sami Modiano
Anno della prima edizione: 2013
Casa editrice: Rizzoli
Pagine: 206


È stata una lettura intensa e dolorosa, come è inevitabile quando si parla di sopravvissuti ai campi di concentramento, ma questo libro presenta anche delle particolarità per le quali sono stata davvero molto contenta di averlo letto: la deportazione di Sami infatti avviene dall’isola di Rodi, che nel 1944 era una colonia italiana, fatto del quale non sapevo nulla. Sull’isola viveva una numerosa e molto unita comunità ebraica, di cui la famiglia Modiano faceva parte, e che venne crudelmente espropriata di tutto ciò che aveva e poi imbarcata su battelli che servivano per il trasporto del bestiame in un’estenuante viaggio durato mesi alla volta di Auschwitz.

Qui Sami arriva insieme a suo padre e a sua sorella Lucia: hanno perso da tempo la mamma, a cui è stato risparmiato però un simile orrore. Sami è un ragazzino, non ha nemmeno raggiunto la maggiore età religiosa e il suo bar mitzva avverrà proprio nel campo, dove perderà ciò che gli resta della sua famiglia e dove gli uomini di Rodi verranno sterminati dalle terribili condizioni climatiche e di lavoro.

Quella di Modiano è una testimonianza estremamente preziosa. L’uomo racconta la sua vita, ma soprattutto racconta di come all’inizio degli anni 2000 in occasione del suo primo viaggio per tornare ad Auschwitz come accompagnatore e testimone si sia reso conto della ragione per la quale era sopravvissuto: la ragione che aveva cercato per tutti gli anni precedenti, ovvero portare la propria testimonianza di ciò che era stato costretto a vivere in modo che non fosse dimenticata o che si potesse sostenere che non fosse mai avvenuto. Da allora numerosi sono stati i viaggi compiuti da Modiano verso Auschwitz, ad accompagnare centinaia studenti delle scuole italiane. 

Italiano si è sempre sentito Modiano nonostante sia nato in quella che oggi è Grecia, e italiano ha scelto di essere al ritorno dal campo, dopo peripezie che lo hanno portato tra Roma e l’attuale Zaire. Anche il racconto della parentesi coloniale è di estremo interesse dal punto di vista storico, e nuovamente lo costringe ad un esilio quando il Congo belga ottiene l’indipendenza e si libera dallo strapotere coloniale, rifiutandosi di lasciare le ricchezze anche duramente conquistate ai bianchi che vi vivevano. 

Modiano non ha potuto studiare, è stato poco più di un bambino costretto a lavorare in tenerissima età. Dopo il lavoro forzato nel lager, ha lavorato per i russi che liberarono Auschwitz e poi da uomo libero per guadagnarsi giorno dopo giorno il pane da mangiare, un posto dove dormire. Non ha studiato e il suo linguaggio è semplice e diretto, a volte molto tenero come quando rievoca la propria infanzia felice sull’isola di Rodi, a volte straziante come quando rievoca gli incontri divisi dal filo spinato con l’amatissima sorella Lucia nel campo di concentramento. 

"Per questo ho vissuto" è la testimonianza di un uomo che ha avuto una vita intensa e travagliata, che non è soltanto un sopravvissuto ma anche un uomo che ha saputo vivere una vita piena, nel tentativo di dimenticare ciò che aveva subito, e poi ha ricucito il legame con il passato rielaborandolo, portandone la testimonianza al mondo. Per questo la lettura di questo testo è prezioso e mi sentirei di consigliarla anche ad un pubblico di lettori giovani, già dall’età alla quale Modiano è stato deportato. 

Ho scoperto che sulla vita di Sami sono stati inoltre realizzati due documentari: "Il viaggio più lungo" del 2013 e "Tutto davanti a questi occhi" del 2018, che ho intenzione di recuperare prossimamente.

Avete letto questo libro qual è una testimonianza che vi ha particolarmente toccati?

giovedì 17 febbraio 2022

La profezia dell'armadillo

Negli ultimi anni Zerocalcare è diventato senza dubbio uno dei più famosi fumettisti italiani, se non il più popolare in assoluto, grazie alle sue strisce, ai suoi libri pubblicati da Bao Publishing ma anche, di recente, alla serie televisiva distribuita da Netflix. Non sapevo molto della sua produzione, per quanto mi capiti spesso di leggere le sue tavole pubblicate sulla rivista "Internazionale", ma sono stata molto incuriosita dal successo che ha riscosso e così ho deciso di cominciare a leggere la sua produzione in ordine cronologico. 


Titolo: La profezia dell'armadillo
Autore: Zerocalcare
Anno della prima edizione: 2012
Casa editrice: Bao Publishing
Pagine: 160

Ho acquistato per questo "La profezia dell’armadillo", pubblicato per la prima volta nel 2012 e ristampato numerose volte -nel caso della mia edizione anche con una prefazione a distanza di nove anni. Nel 2018 ne è anche stato tratto un film, diretto da Emanuele Scaringi. 

Non si tratta di un'unica storia, bensì di una raccolta di tavole in bianco e nero che raccontano episodi diversi legati da un filo comune: la notizia che raggiunge l’autore della morte di Camilla, che quando era adolescente aveva frequentato il suo stesso liceo e per la quale aveva anche avuto una cotta mai confessata. 

Elemento distintivo del suo fumetto sono le creature che personificano i suoi pensieri, primo tra tutti l’Armadillo, una sorta di coscienza che l’incarna i dubbi e le preoccupazioni. C’è anche il Guardiano del Tempo, i cui messaggi non sono per Zerocalcare affatto semplici da interpretare. 

Ho trovato questo fumetto molto ben fatto e, trattandosi dell’opera d’esordio  dell'autore, credo di potermi aspettare anche un’evoluzione e un miglioramento nelle prossime letture che affronterò.

Il maggior pregio che vi ho riscontrato è stata la capacità di dosare gli aspetti tragici dell’esistenza e un umorismo tagliente, che sa ironizzare anche sulle più profonde paure e paranoie in un mondo spesso ostile e incomprensibile per la generazione della quale anch’io faccio parte, tra colloqui andati male, affitti di appartamenti ai limiti del concepibile e amici che abbiamo perduto troppo presto, per un motivo o per l’altro. 


Il talento di Zerocalcare nel raccontare la nostra generazione è evidente nelle moltissime tavole nelle quali mi sono riconosciuta e che mi hanno fatto genuinamente sorridere. Io e lui infatti abbiamo pochi anni di differenza d’età e inevitabilmente i nostri riferimenti culturali sono gli stessi per quanto riguarda la musica, l’abbigliamento, le serie televisive e così via. 

Mi sono sentita rappresentata e compresa da "La profezia dell’armadillo", che è una lettura che consiglio a tutti quelli che come me sono stati adolescenti tra gli anni '90 e i primi 2000, e che oggi dovrebbero sentirsi adulti mentre cercano ancora il proprio posto nel mondo. Zerocalcare, la nostra avventura è appena cominciata!

Quali altri titoli dell'autore mi consigliate?

mercoledì 16 febbraio 2022

Le ceneri di Angela

Tra i titoli che ho fatto stagionare per più tempo sugli scaffali della mia libreria c'è "Le ceneri di Angela", dell’autore statunitense di origini irlandesi Frank McCourt, che racconta in questa opera autobiografica premiata con il Pulitzer nel 1997 la propria vita dalla prima infanzia sino al compimento dei 19 anni. 


Titolo: Le ceneri di Angela
Autore: Frank McCourt
Anno della prima edizione: 1996
Titolo originale: Angela's Ashes
Casa editrice: Adelphi
Traduttrice: Claudia Valeria Letizia
Pagine: 378


Nato in America ma poi ritornato con la sua famiglia in Irlanda alla fine degli anni '30, la sua è stata un’infanzia di privazioni e di perdite, di povertà e di fame, che però racconta in questo libro con ammirevoli ironia e spirito di osservazione. Vediamo crescere Frank tra le pagine, tutte raccontate in prima persona, e ne seguiamo le avventure e le disavventure. Figlio di un padre alcolizzato che finisce per perdere un lavoro dietro l’altro e per sperperare immancabilmente al pub i pochi soldi che guadagna mentre la fame e le malattie gli uccideranno ben tre figli bambini, in questo libro ci si commuove non poco, ma al tempo stesso si sorride molto perché il tono irriverente di Frank osserva tutto con gli occhi di un bambino che ben poco si spiega e che trova sempre le risorse per affrontare una nuova giornata, anche quando non ha scarpe con la suola né lenzuola per il letto o una giacca per coprirsi, quando piove e nella pancia puoi mettere soltanto bicchieri di tè e una fetta di pane. 


L’autore racconta l'Irlanda dei vicoli, dei poveri, delle madri che si mettono in coda per l’assistenza sociale e dei troppi religiosi cattolici che fanno la morale invece di aiutare davvero chi ha bisogno. Non per questo perde la fede Frank, che crede all’angelo del settimo gradino incaricato di consegnargli un fratello dopo l’altro, e che si confessa a San Francesco di cui porta il nome nonostante fin troppi tra preti e frati gli abbiano sbattuto la porta in faccia. Il ritratto che l’autore fa di Limerick, la città dove cresce, è impietoso e tenero, così come i suoi ricordi d’infanzia fatti dei profumi del cibo che ha desiderato, del freddo e della pioggia che si è sentito nelle ossa e della sporcizia, del degrado e della povertà dei quartieri a cui è stato a modo suo profondamente affezionato.

Seguiamo crescere Frank nella sua carriera scolastica e poi in un lavoretto dopo l’altro per portare a casa qualche soldo da mettere in tavola. Lo vediamo poi partire per l’America realizzando il suo sogno, accompagnato però da una certa paura. 

Non affezionarsi al nostro protagonista e narratore è assolutamente impossibile, e la tenerezza che ho provato nei suoi confronti sin dalle prime pagine è difficile da descrivere: avrei voluto proteggere lui e i fratellini dalle tante difficoltà e sofferenze, perché nemmeno per un momento il romanzo ci lascia la sensazione  di artificiosità o distacco. 

"Le ceneri di Angela" (che, ci tengo a specificarlo, non sono le ceneri di un'urna bensì quelle che bruciano nei caminetti il carbone, sempre così difficile procurarsi) ha un seguito, anzi due: il secondo volume dell’autobiografia di McCourt si intitola "Che paese, l’America!" e prosegue da dove lasciamo Frank ne "Le ceneri di Angela". Vi confesso che mi è venuto immediatamente voglia di acquistarlo per leggerlo, ma per il momento ho deciso di trattenermi per non fargli la fine di questo volume che era diventato quasi maggiorenne sui miei scaffali...

Qual è l’ultima opera autobiografica che avete letto?