martedì 18 agosto 2026

Il cuoco giapponese

Quando assisto alla presentazione di un libro, quasi inevitabilmente mi viene voglia di leggerlo, ed è successo proprio questo con "Il cuoco giapponese" di Lucia Visonà: lo avevo regalato a mia madre per il suo compleanno, ma che dopo aver assistito alla presentazione con l’autrice nella libreria Baak me lo sono fatta prestare e alla fine l'ho letto per prima.

Pubblicato da Einaudi, si tratta di un libro breve e dalla copertina irresistibile, ambientato in una Parigi così presente che diventa un terzo protagonista -l’autrice ci abita e la conosce molto bene.

'Gli altri due personaggi principali sono Hugo, che giapponese non è e all’inizio di questa storia non è ancora nemmeno un cuoco, ma che finita la scuola si trasferisce in città e comincia a lavorare nella ristorazione, e madame Lavalle, Margot, un’anziana ed eccentrica signora che sembra non raccontare mai tutta la verità sul proprio passato. Sappiamo che ha dei figli che non le rivolgono la parola, moltissime conoscenze apparentemente altolocate, ma in realtà trova sempre un sistema per non pagare il conto e una volta diventata amica di Hugo il confine sottile tra aiutare il ragazzo e approfittarsi di lui è molto difficile da distinguere.

C’è moltissima cucina in questo libro, per via del mestiere di Hugo e delle ricette che Margot gli fa preparare per i suoi improbabili ospiti; c’è anche un’amicizia che si fa via via sempre più tenera e malinconica con il passare degli anni e che ci lascia con un sorriso triste una volta terminata questa lettura.

Possiamo definire il libro di Visonà un "comfort book": non vi sorprenderà in modo particolare, di storie come questa ne abbiamo già incontrate nel cinema o nella letteratura, ma non per questo sarà meno piacevole trascorrere qualche ora in compagnia dei suoi personaggi che cercano di sfuggire alle proprie solitudini, e perdervi tra le vie di una delle città più magiche di tutte.

Qual è l’ultimo libro ambientato a Parigi che avete letto?

Il miraggio

"Il miraggio" di Camilla Lackberg e Henrik Fexeus, pubblicato da Marsilio, chiude la Trilogia del mentalista, con protagonisti Mina Dabiri e Vincent Walder. Lo fa con un romanzo voluminoso e avvincente, ma che non ho trovato purtroppo privo di difetti.

Molto appassionante è il caso d'indagine, che ruota attorno a un tumulo di ossa rinvenuto nei sotterranei della metropolitana di Stoccolma: una sepoltura rituale, che ci introduce nel mondo di coloro che vivono, invisibili, nascosti nel sottosuolo. Qui, nelle pagine in corsivo caratteristiche della giallista svedese, incontriamo un Re dalla corona dorata e dalle molte incertezze, pieno d'amore per il suo piccolo principe che vorrebbe proteggere da tutto [ma una volta diventato grande il principe, dopo il suicidio di suo padre, si fa raggirare dal ricco cugino divenendo un omicida], mentre nel presente il ministro della giustizia, nonché ex marito di Mina, sparisce senza lasciare traccia.

[Era stato rapito dal suo portavoce, nonché cugino del principe di cui sopra, che con il nome di Loke si era messo a collaborare da infiltrato con la polizia perché il cugino lo aveva convinto che il suo piano di far esplodere la metropolitana fosse l'inizio di un nuovo ordine mondiale. Nel frattempo avevano ucciso diverse persone, che oltre dieci anni prima avevano salvato da un tentativo di suicidio, per poi far loro cambiare idea offrendo denaro per ottenere il successo ma poi riprendersi come monito quella vita a cui prima avevano voluto rinunciare.]

Anche Vincent non se la passa granché bene, mentre la sua famiglia viene minacciata in prima persona [scopriremo alla fine che era tutta una sua allucinazione e in realtà non è mai esistita, perché dopo il trauma della madre nella cassa magica di quando era bambino la sua personalità si è dissociata per sempre.]

Come sempre in questi thriller si divora una pagina dopo l'altra, ma sarò onesta: i colpevoli di questo caso sono davvero troppo semplici da individuare, anche io che non mi sforzo mai di scoprirli per godermi la lettura li avevo indovinati non appena comparsi in scena. Non ho poi affatto apprezzato l'epilogo dato alla linea narrativa dedicata a Vincent, anche qui in parte prevedibile, d'altro canto fin troppo scontato come escamotage. Insomma avrei preferito che i due autori ci avessero regalato una storia conclusiva un po' più originale, ma ora che ho terminato questa trilogia sono pronta per scegliere la prossima serie di genere a cui dedicarmi, e spero di trovarla altrettanto appassionante!

Quale serie di romanzi state portando avanti?