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mercoledì 27 aprile 2022

Il dottor Zivago

Parlare dei classici che leggo non è il mio forte: mi sento sempre schiacciata dall’importanza e dalla fama delle opere, il mio parere mi appare superfluo e proveniente da qualcuno di non abbastanza colto e informato. Necessaria premessa per poter scrivere qualche riga su "Il dottor Zivago" di Boris Pasternak, che ho terminato di recente. 


Titolo: Il dottor Zivago
Autore: Boris Pasternak
Anno della prima edizione: 1957
Titolo originale: До́ктор Жива́го
Casa editrice: Feltrinelli
Traduttore: Pietro Zveteremich
Pagine: 632

Come credo la maggior parte dei lettori avevo visto il film che ne è stato tratto e mi aspettavo soprattutto una storia d’amore: quella tra Yuri e Lara. In verità "Il dottor Zivago" è molto di più, ed è soprattutto un ritratto della Russia dalla Rivoluzione d’ottobre al secondo dopoguerra, il tutto è visto dagli occhi di Yuri Zivago, un medico rimasto orfano da giovanissimo che viene trascinato dagli eventi della storia. 
Forzatamente arruolato con i bianchi, costretto ad abbandonare più volte tutto quello che ha: la sua casa, la sua professione, la sua stessa famiglia, la donna di cui si innamora. 

I tumulti che agitano la Russia sono sempre presenti in questa storia: lo scontro tra bolscevichi e menscevichi, le esecuzioni sommarie, le deportazioni, la guerra che distrugge villaggi e città. Zivago sopravvive in qualche modo ogni volta, si reinventa e vive un nuovo grande amore proprio con Lara, in una condizione di precarietà estrema ma animati da sentimenti che nessuno dei due può soffocare. Il romanzo però non finisce qui e seguiamo Zivago per la sua intera vita, fino a concludere il volume con le poesie che lui stesso avrebbe lasciato in eredità.

Il romanzo di Pasternak fu censurato in patria perché considerato anticomunista, ed arrivò in Italia nel 1957: proprio quella di Feltrinelli fu la sua prima pubblicazione da cui poi si diffuse in Occidente, fino a far vincere nel 1958 il premio Nobel al suo autore, che però fu costretto a rinunciarvi per le pressioni dell’Unione Sovietica -solo alla fine degli anni '80 il romanzo sarà finalmente diffuso in Russia.

Per un lettore non russofono la prima parte non è di agevolissima lettura: si rimane confusi dai moltissimi nomi e personaggi (di cui per fortuna c’è un elenco all’inizio del testo). Dopodiché però le vicende di Zivago e del suo paese sconvolto ci appassionano e ci lasciamo trasportare in una Russia nevosa, di slitte trainati da cavalli e di grandi addii, di combattimenti e di precipitose fughe. Lo stile dell’autore è scorrevole e spesso poetico anche nella sua prosa; in conclusione sono contenta di aver letto quest’opera e mi sento di consigliarvela se siete interessati alla letteratura russa del '900!

Qual è l’ultimo classico che avete letto?

mercoledì 23 marzo 2022

Quaderni russi

Di Russia si parla molto in questi mesi: si parla di Ucraina, di Putin, dell’ex Unione Sovietica e mi sono accorta che nonostante qualche corso negli anni dell’università conosco ben poco della materia di discussione. Come sempre la lettura diventa per me anche il mezzo per imparare qualcosa di nuovo; non me la sentivo di iniziare con saggi o testi storici e così ho acquistato "Quaderni russi" di Igort.


Titolo: Quaderni russi
Autore: Igort
Anno della prima edizione:
Casa editrice: Oblomov
Pagine: 176

In questo fumetto l'autore, che ha viaggiato per oltre due anni negli stati che hanno fatto parte dell'URSS, ripercorre il coraggioso operato della giornalista Anna Politovskaja, assassinata per le sue inchieste sulla seconda guerra in Cecenia nell’ottobre del 2006. La ricostruzione avviene anche attraverso numerose testimonianze di chi ha vissuto il conflitto, da una parte e dall'altra: assistiamo alle brutalità, alle torture, agli stermini di massa condotti sul territorio da un esercito russo determinato a non concedere alcuna indipendenza, soprattutto per via dell’importanza economica della regione, e vediamo anche la resistenza che si mescola alla disperazione. Tra le pagine ritroviamo due eventi che sono stati di grande impatto anche nelle notizie in Occidente: il massacro di Beslan nel 2004 e quello del teatro di Mosca nel 2002. 

I fatti di cronaca e la lotta per l’autonomia del popolo ceceno, represso sin dai tempi degli zar di Russia, si intrecciano agli scritti di Anna Politovskaja, ma anche a Tolstoj e Dostoevskij, la cui produzione letteraria è strettamente connessa con le loro vicissitudini di cittadini della Russia.

I disegni di Igort sono semplici e molto efficaci: passano dal bianco e nero a colori cupi, che ricordano quelli del sangue, dei bombardamenti, dell’oscurità in cui dimorano i prigionieri. Quest’opera è una sorta di quaderno come dice il titolo ed alterna ai disegni e alle vignette pagine di testo, citazioni dirette di Anna Politovskaja, tavole mute dedicate ai paesaggi, numerose didascalie esplicative, un'efficacissima riattualizzazione del dipinto Guernica in ambito ceceno. Vi è anche una parentesi sulla Siberia e sulla deportazione dei kulaki negli anni '30 del Novecento, che ha ben poco da invidiare agli stermini di massa messi in atto dai nazisti appena un decennio più tardi, pur essendo per noi evidentemente meno noti.

Ritengo questa lettura in qualche modo introduttiva al tema, perché nel suo essere molto comunicativa richiede di certo un approfondimento dei fatti storici e dei personaggi rappresentati da parte del lettore. Fornisce comunque uno spunto da cui partire e personalmente mi sento di consigliarla anche a chi come me non è affatto un esperto in materia, perché vi verrà spontaneo documentarvi una volta terminato questo fumetto. Per quanto mi riguarda mi sono già procurata anche quaderni ucraini!

Avete scelto di affrontare delle letture sul momento storico che stiamo vivendo?

giovedì 28 ottobre 2021

L'idiota

Nonostante talvolta ci accostiamo ad una lettura con le migliori intenzioni e un grande quantità di entusiasmo ed interesse, non sempre tale romanzo si rivela semplice da affrontare. Non mi nascondo: io con Dostoevskij fatico. Ma non per questo mi arrendo!


Titolo: L'idiota
Autore: Fedor Dostoevskij
Anno della prima edizione: 1869
Titolo originale: Idiot
Casa editrice: Feltrinelli
Traduttore: Gianlorenzo Pacini
Pagine: 755


Il protagonista de "L'idiota" è il principe Myskin, un giovane uomo che rappresenta i valori dell’assoluta innocenza e bontà, in contrasto con la società nella quale si trova a vivere. Myskin è ritenuto da chi lo circonda "un idiota" proprio per la sua bontà e per la sincerità con la quale comunica i propri sentimenti, desideroso di non ferire e non deludere nessuno. Si trova così diviso tra due donne, Nastasja ritenuta poco rispettabile in società e Aglaja figlia di un generale.  

Dostoevskij cominciò a scrivere "L'idiota" in Svizzera, che è proprio il paese dal quale Myskin fa ritorno in Russia all'inizio della storia. In una lettera alla nipote nel 1868 scrisse che aveva iniziato il romanzo, ma poi aveva buttato via tutto perché insoddisfatto: il suo intento era quello di rappresentare un personaggio bellissimo, che ricordasse Cristo, ma si era rivelato un compito difficilissimo. 

Ci sono elementi autobiografici, ne "L'idiota" come nella maggior parte delle opere di Dostoevksij: l'epilessia in primo luogo, di cui soffriva l'autore e di cui soffre anche Myskin. C'è poi un episodio traumatico per lo scrittore che viene riportato nel romanzo: la condanna a morte annullata all'ultimo momento, proprio sul patibolo, così com'era capitato a lui. 

Le gerarchie e i valori morali non vanno di pari passo in questo romanzo, e chi ricopre ruoli di rilievo non per forza è rappresentato come una persona rispettabile. Il più ridicolo dei personaggi è infatti un generale, mentre la maggiore forza d'animo e la personalità che più rimane impressa, oltre alla perfezione di Myskin, è quella di Nastasja.

Tornano temi che avevo già incontrato in "Memorie dal sottosuolo": la ribellione al proprio destino per esempio, che qui emerge nel lungo monologo di Ippolit, un ragazzo di meno di vent'anni che sa di non poter sopravvivere alla tubercolosi, e medita il suicidio perché è l'unico modo in cui può ribellarsi al decadimento che lo aspetta. 

"L'idiota" ha un impianto quasi teatrale, con numerose scene che riportano lunghe conversazioni ed incontri tra molti personaggi, che mi hanno messa a dura prova! Per fortuna ero spronata da "Sanguina ancora" di Paolo Nori, che mi aveva fatto innamorare del romanzo ancor prima di leggerlo. Non è stata una lettura semplice, ma anche per me che sono una lettrice inesperta in letteratura russa la bellezza e la poesia dello stile di Dostoevskij sono stati evidenti. Ora il prossimo obiettivo sono "I fratelli Karamazov"...

Qual è il vostro Dostoevskij preferito?

venerdì 16 luglio 2021

Resurrezione

Quando si tratta di classici sono sempre intimidita all'idea di dare la mia opinione, sapendo di essere molto ignorante in materia e di non avere nulla da aggiungere a quello che critici ed esperti di sorta hanno di certo già detto. Tuttavia questo posto virtuale è un diario delle mie letture, dove mi piace tenerne traccia soprattutto per me, e dunque eccoci qui.


Titolo: Resurrezione
Autore: Lev Tolstoj
Anno della prima edizione: 1899
Titolo originale: Воскресение
Casa editrice: BUR
Traduttrice: Emanuela Guercetti
Pagine: 477


LA STORIA

Il protagonista di Resurrezione è Nechlijudov, un giovane della ricca San Pietroburgo che ha sempre vissuto tra agi, salotti e comodità. In gioventù, nell'onnipotenza conferitagli dal suo status, si è approfittato dell'altrettanto giovane Maslova, che ha sedotto e abbandonato, rovinandole l'esistenza. I due si reincontrano anni dopo, in tribunale: Nechlijudov è un giurato, Maslova invece un'imputata, che sarà ingiustamente condannata ai lavori forzati. Proprio quest'ingiusta condanna è per Nechlijudov l'evento che lo spingerà a cambiare radicalmente la propria vita.

COSA NE PENSO

Tolstoj è di certo più famoso per altri romanzi: "Anna Karenina" e "Guerra e pace". C'è molto però dell'autore in questo romanzo, scritto in dieci anni ed ispirato a diversi casi di cronaca realmente accaduti: anche Tolstoj infatti ha per tutta la sua vita provato interesse per le classi operaie e per i contadini, disprezzando in qualche modo la propria ricchezza (e finendo poi, in effetti, per trascorrere in miseria gli ultimi anni della propria vita). Nel 1901 l'autore fu anche scomunicato per via della filosofia anarco-cristiana di cui era il fondatore -e le cui idee sono decisamente percepibili in questo romanzo.

A nessuno dei presenti passava per la mente che quanto s'era fatto lì costituiva il sacrilegio e la beffa più solenne verso quel Cristo in nome del quale si faceva. Nessuno pensava che la croce dorata coi piccoli medaglioni di smalto che il prete aveva portato in mezzo alla chiesa e fatto baciare alla gente, non era altro che l'immagine di quel patibolo su cui Cristo era stato suppliziato, proprio per aver proibito tutte quelle cose che ora in nome suo lì si compivano.

Nechlijudov è, come Tolstoj, un uomo ricco. È anche una sorta di opposto della più famosa protagonista dello scrittore russo, Anna Karenina: una donna agiata, che ha tutto, e che non desidera nulla per noia e depressione. Nechlijudov invece decide di rifiutare ciò che possiede, distribuendo la terra ai contadini e dedicandosi alla beneficienza, per ben altre ragioni: seppure ciò che lo spinge inizialmente sono ragioni egoistiche, personali (il senso di colpa per ciò che si rende conto di aver fatto a Maslova), mette poi gradualmente radici in lui un'esigenza spirituale profonda, e soprattutto una consapevolezza ragionata della società che lo circonda e delle ingiustizie che la caratterizzano.

"Possibile che anch'io fossi così?", pensò Necliudov, proseguendo verso la casa dell'avvocato. "Se non proprio così, facevo però di tutto per esserlo e pensavo che quella fosse la mia vita.

"Resurrezione" infatti è un duplice viaggio: da un lato nell'animo del suo protagonista e nei miglioramenti che esso attraversa, sempre più altruista e disinteressato; dall'altro nell'orrore del sistema carcerario russo di fine '800, fatto di processi sommari e distratti, condanne comminate superficialmente e pene severe e spesso crudeli. In "Resurrezione" Tolstoj descrive, attraverso Nechlijudov che ne prende coscienza e tutti i detenuti che incontra e che lo aiutano a maturare le sue nuove convinzioni, l'ingiustizia di uomini deputati a giudicare e punire altri uomini, dando vita ad un sistema che non può che condurre ad un aumento del crimine, invece che alla sua diminuzione come sarebbe auspicato. È più ingiusto il sistema del crimine stesso commesso dai condannati, arriva a pensare Tolstoj per bocca di Nechlijudov -e molte sono le testimonianze a sostegno di questa tesi, che ci arrivano attraverso i personaggi che circondano il nostro protagonista e Maslova.

Con chiarezza, straordinaria capì che tutte quelle persone erano state imprigionate e deportate non perché avessero commesso un reato contro la giustizia o la legalità, ma solo perché volevano impedire ai funzionari e ai ricchi di godersi i beni che avevano tolto al popolo.

Maslova, la protagonista femminile, non ha in effetti molto spazio in questa storia: ma è degno di nota come Tolstoj dipinga lei e le altre detenute femminili non come fanciulle in pericolo pronte a farsi salvare dal principe di turno (Nechlijudov infatti fa una missione del supportarla finanziariamente e dal punto di vista giudiziario, arrivando a prometterle di sposarla per espiare il proprio peccato), bensì come donne determinate, capaci di offrirsi in sacrificio per altri, e di prendere per sé le proprie decisioni -non è Nechlijudov infatti che Maslova sceglierà come compagno con cui condividere la vita, ma un detenuto politico incontrato durante la deportazione in Siberia. 

"Sì, l'unico posto decente per un galantuomo, in questo momento in Russia, è la prigione", pensava. E lo sentiva con immediatezza, mentre s'avvicinava alle mura della prigione e ne varcava la soglia.

"Resurrezione" è un romanzo ricco di riflessioni interessanti sul tema del crimine e della punizione, sul tema dei diritti degli individui e anche sulle lotte politiche dei cittadini comuni, pronti ad impegnarsi per i loro ideali. Tolstoj è un maestro delle caratterizzazioni, e attorno ai detenuti e al sistema carcerario trova spazio anche per chi lo dirige, in modo spesso privo di scrupoli, senza provare alcuna pietà per i condannati. In una scena, due bambini assistono al passare della fila dei condannati ai lavori forzati: mentre la bambina volge lo sguardo altrove, giudicandoli di certo dei miserabili colpevoli come le hanno insegnato, il fratello si impietosisce, commosso davanti a quella che percepisce come un'intollerabile crudeltà -e in due bambini, in poche righe, Tolstoj ha dato voce alla popolazione intera, divisa secondo la propria coscienza.

Non leggo spesso classici o almeno non l'ho mai fatto finora, ormai lo sapete; con Dostoevskij e il suo "Memorie del sottosuolo" ho faticato non poco, nonostante la sua brevità. Con "Resurrezione" invece, nella mia edizione degli anni '60 che contiene ancora testimonianze dei bombardamenti sulla città grazie ai ritagli del mio bisnonno a cui è appartenuta, sono stata assorbita da una storia appassionante e scorrevole, ricca di spunti di riflessione e di vividi ritratti che sembrano uscire dalle pagine per mostrarsi al lettore. Posso affermare quindi che questa esperienza di lettura sia stata un vero successo, che spero di ripetere con l'autore prossimamente!

martedì 1 giugno 2021

Sanguina ancora

Di libri che si avvicinino alla critica letteraria e che raccontino i classici della letteratura ne ho letti ben pochi. È un genere infatti che ho scoperto di recente, con "Cercando Emma" di Dacia Maraini dedicato a "Madame Bovary"; ho scoperto che questo tipo di letture mi piace molto e mi arricchisce, ed ecco spiegato il motivo di questa ultima lettura.



Titolo: Sanguina ancora
Autore: Paolo Nori
Anno della prima edizione: 2021
Casa editrice: Mondadori
Pagine: 288



In "Sanguina ancora" Paolo Nori (che ho scoperto abitare nello stesso paesino della provincia bolognese in cui sono cresciuta!) racconta il proprio amore per i romanzi russi ed in particolare per quelli di Dostoevskij. Lo fa mescolando le informazioni sui momenti fondamentali della vita dell’autore, le trame delle sue opere principali e quello che hanno significato nella sua vita, sin da quando quindicenne si innamorò di "Delitto e castigo".

Per me, che di Dostoevskij ho detto soltanto "Memorie del sottosuolo", questa lettura è stata estremamente interessante. Innanzitutto perché la vita di Dostoevskij è un romanzo essa stessa, dalla condanna a morte (per un’opinione espressa sulle opere di Gogol’, potete crederci?) commutata in lavori forzati a pochi minuti dall’esecuzione, già sul patibolo, al denaro, gli abiti, i gioielli persino della sua seconda moglie persi nei casinò tedeschi, e naturalmente i suoi processi creativi, che lo hanno fatto sentire per tutta la vita un grande autore, spesso fin troppo pieno di sé.

Nori racconta l’uomo Dostoevskij, il padre innamorato della sua prima bambina (che purtroppo perderà troppo presto), il marito infelice con la sua prima consorte e poi compreso ed amato dalla seconda, che talvolta ci sembra fin troppo disponibile nei suoi confronti; racconta l’uomo che tanto ha amato suo fratello e si dispera alla sua morte, l’uomo dipendente dal gioco d’azzardo che roulette dopo roulette lo rovina. Ci parla anche del Dostoevskij autore, apprezzato e riconosciuto sin dalla sua prima opera "Povera gente", che non risparmia i giudizi negativi nei confronti degli altri scrittori -Gogol' per esempio, che gli costerà caro, ma anche Turgenev. Scopriamo attraverso Nori lo scrittore ricattato a causa dei propri debiti, che deve affrettarsi a terminare "Il giocatore" e che ripaga la propria situazione finanziaria ogni volta con un nuovo capolavoro.

Come vi dicevo ho letto soltanto il breve "Memorie del sottosuolo" di Dostoevskij, con il quale ho anche faticato non poco e che l’opera di Nori mi ha comunque permesso in parte di rivalutare. "Sanguina ancora" ha avuto per me l’enorme pregio di interessarmi e incuriosirmi dalla prima all’ultima pagina: l’ho trattato come un testo di studio, nonostante sia divertente e scorrevole grazie alla penna dell’autore, sempre ironica, ricca di aneddoti personali. Ho preso numerosi appunti, spesso anche soltanto i titoli delle opere a margine di pagina, in modo da poter ritornare sull’opera di Nori quando mi avvicinerò ai romanzi analizzati e potrò rileggere quanto scritto più consapevole delle storie prese in esame.

Credo basandomi sulla mia esperienza che "Sanguina ancora" sia assolutamente godibile per tutti gli interessati ai romanzi russi, anche se come me siete molto ignoranti in materia. L’unico elemento necessario è la curiosità, e questo libro non farà che accrescerla: infatti una volta terminata la lettura posso dire di non vedere l’ora di dedicarmi alle opere, di Dostoevskij ma non soltanto, citate in questo libro e per questo ritengo che per i neofiti l’opera di Nori sia estremamente stimolante.

Credo che la lettura possa essere comunque di grande interesse anche per chi tutti romanzi citati o quasi li ha già letti... Ma per poter affermare questo mi servirebbe il vostro parere di esperti di letteratura russa!

lunedì 24 maggio 2021

Memorie dal sottosuolo

Impossibile per me non sentirmi inadeguata quando mi trovo a raccogliere i pensieri a proposito di classici della letteratura. Uno dei miei progetti per il 2021 è quello di accostarmi finalmente alla produzione di Dostoevskij, autore russo che mi intimorisce dai tempi della scuola in cui non sono mai riuscita a portare a termine nulla di suo tranne il brevissimo "Le notti bianche". 
Grazie ad un gruppo di lettura provvidenziale ho iniziato a farne la conoscenza da un punto di vista più maturo iniziando da "Memorie del sottosuolo", romanzo a quanto pare emblematico dello stile e dei personaggi dell’autore che caratterizzeranno i titoli più importanti e famosi della sua successiva produzione. 


Titolo: Memorie dal sottosuolo
Autore: Fedor Dostoevskij
Anno della prima edizione: 1864
Titolo originale:  Zapiski iz podpol´ja
Casa editrice: Einaudi
Traduttore: Alfredo Polledro
Pagine: 132


Il protagonista di "Memorie del sottosuolo" è un cosiddetto "uomo topo", ipocondriaco e rancoroso, che intrattiene il lettore con un complesso monologo nella prima parte del testo. In esso riflette sui vizi propri e degli altri uomini, sulle debolezze e sull’indulgere in esse, sul sottosuolo che alberga in ognuno di noi: devo confessarvi che questa prima parte mi ha messa a dura prova, se non addirittura scoraggiata, per l’assenza effettiva di avvenimenti e caratterizzata da un susseguirsi di riflessioni in ordine piuttosto casuale. 

Per fortuna la seconda parte di questo breve ma complesso romanzo torna a rassicurare il lettore con dei veri e propri avvenimenti, che risalgono in realtà a vent’anni prima del monologo tenuto dall’uomo del sottosuolo. Inizia con il rievocare una cena per salutare un vecchio compagno di scuola in partenza, con il quale in realtà non ha alcun rapporto vero e proprio; all'evento presenzia per un desiderio di riscatto sociale, finendo però per umiliarsi ripetutamente e vergognarsi di se stesso. Trova poi una sorta di vendetta per l’umiliazione subita nell’incontro con una giovane ed inesperta prostituta, alla quale riempie la testa di chiacchiere fingendo di provare interesse per lei ed in realtà offendendola poi in maniera brutale ed insensibile.

In primo luogo, amarla non potevo più, perché, lo ripeto, amare per me ha sempre voluto dire tiranneggiare e avere una superiorità morale. In tutta la mia vita non ho mai potuto immaginarmi un amore diverso, e sono giunto al punto che ora penso a volte che l’amore consista appunto nel diritto volontariamente concesso dall’oggetto amato di tiranneggiarlo. 

L’uomo topo del sottosuolo è un vero e proprio antieroe, ed anticipa una serie di personaggi che Dostoevskij svilupperà poi nelle proprie opere successive. In questo libro sono numerose le citazioni, e devo ammettere che è stato molto piacevole riconoscerne alcune -in particolare quelle legate ai "Racconti di Pietroburgo" di Gogol', che ho molto apprezzato qualche tempo fa. Non è Gogol' l’unico autore che mi è venuto in mente leggendo quest’opera: credo che da Dostoevskij e dalle sue atmosfere Arthur Schnitzler abbia preso una certa ispirazione.

"Memorie del sottosuolo" è stata per me una lettura piuttosto complessa che, lo ammetto, mi ha un po’ spaventata. Non per questo però ho intenzione di demordere, e anzi mi ritrovo oggi con ancora maggior desiderio di proseguire nella scoperta di questo fondamentale autore della letteratura russa!

lunedì 10 maggio 2021

Il Maestro e Margherita

Per leggere i classici ho poco coraggio, e questa non è una novità. Moltissimi sono i titoli che ho accumulato in casa, in parte ereditati da precedenti generazioni, in parte acquistati in collane di cui non ho saltato un numero in edicola. Fa parte di quest’ultima categoria "Il Maestro e Margherita", opera della letteratura russa che se avessi dovuto leggere da sola probabilmente avrei rimandato per altri dieci anni almeno: per fortuna però esistono i gruppi di lettura!


Titolo: Il Maestro e Margherita
Autore: Michail Bulgakov
Anno della prima edizione: 1967
Titolo originale: Master i Margarita
Traduttrice: Vera Drisdo
Pagine: 447



Siamo a Mosca, nel periodo dell’unione Sovietica: sono infatti gli anni '30 del Novecento quando l’autore scrive questo romanzo che definisce il suo "romanzo sul diavolo" molto prima di attribuirgli il titolo definitivo. Il suo "romanzo sul diavolo" parla in effetti del Diavolo, ma non soltanto: parla della scrittura e di come i manoscritti non brucino, nonostante lo stesso Bulgakov abbia dato alle fiamme il suo "romanzo sul diavolo" proprio come il suo protagonista, il Maestro. 

“Faccia un po’ vedere” E Woland tese la mano con la palma all’insù. “Io, purtroppo, non posso farlo” rispose il Maestro, “perché l’ho bruciato nella stufa”. “Scusi, non ci credo,” replicò Woland, “non può essere, i manoscritti non bruciano”.

Per essere un protagonista il Maestro occupa poco spazio nel romanzo: compare infatti dopo più di una decina di capitoli e appare sporadicamente, mentre la storia vera e propria viene interrotta da quella di Ponzio Pilato -e questo è il romanzo del Maestro, quello che ha cercato di dare alle fiamme: un romanzo su Ponzio Pilato. 

C’è il Diavolo ne "Il Maestro e Margherita" e insieme a lui una combriccola di bizzarri, inquietanti e divertenti personaggi (un gatto parlante, un assassino, una donna bellissima dai capelli di fiamma e il segno di una corda al collo...), che fanno accadere eventi altrettanto assurdi ed inspiegabili. 

“I calzoni non si addicono a un gatto, Messere,” rispose il gatto con gran sussiego. “Non pretenderà mica che mi metta anche gli stivali? Soltanto nelle fiabe s’incontra un gatto con gli stivali, Messere. Ma ha mai visto a un ballo qualcuno senza cravatta? Non intendo trovarmi in una situazione comica e correre il rischio d’esser messo alla porta!”

E poi c’è Margherita: una donna profondamente innamorata del Maestro ed inserita nel romanzo sul diavolo di Bulgakov solo quando l’autore aveva sposato la propria terza moglie -e, pare, dimenticate le precedenti due. Margherita è una donna innamorata, disposta a fare il patto con il Diavolo, diversamente dalla Margherita del Faust di Goethe, che aveva nel romanzo che ha ispirato Bulgakov un ruolo soltanto passivo. Qui è Margherita che diviene una strega, ed è Margherita che fa il patto col Diavolo proprio per amore.

L’amore ci si parò dinanzi come un assassino sbuca fuori in un vicolo, quasi uscisse dalla terra, e ci colpì subito entrambi. Così colpisce il fulmine, così colpisce un coltello a serramanico! 

È dunque un romanzo d’amore "Il Maestro e Margherita", ed è un romanzo sul Diavolo, e un romanzo sulla religione nonostante Bulgakov fosse dichiaratamente ateo, ed è un romanzo sul potere della scrittura, dei romanzi che non bruciano e non muoiono, così come "Il Maestro e Margherita" trovò la propria fama quando il suo autore era già morto. Quello di Bulgakov è un romanzo complesso e stratificato, pieno di simboli, di scene che spiazzano il lettore e lo confondono, ed è un romanzo satirico, divertente a tratti, però profondamente emozionante. 

È un romanzo al quale bisogna arrivare bendisposti, aperti, pronti ad un’esperienza di lettura diversa da quelle convenzionali a cui siamo abituati, perché da un capitolo all’altro sembra di passare da una storia ad una nuova storia, i personaggi cambiano continuamente e moltissime sono le sottotrame introdotte dall’autore. Da sola credo che non avrai trovato la motivazione per portare a termine "Il Maestro e Margherita": grazie però ad un gruppo di lettura all’interno del quale mi è stata consigliata l’eccezionale conferenza del professor Barbero posso dire di essere arrivata alla fine soddisfatta di questa esperienza. Addirittura mi sento di consigliare la lettura de "Il Maestro e Margherita" nel momento in cui vi sentirete pronti ad essere trasportati in una dimensione soprannaturale e sorprendente, nel momento in cui avrete voglia di una storia d’amore ma anche di un gran ballo con i dannati, e soprattutto di un romanzo sul Diavolo che non potrà bruciare.

venerdì 26 marzo 2021

Bianco su nero

Sui miei scaffali da oltre un decennio, ricevuto in regalo e mai letto, finalmente ne ho sentito il richiamo! Sono riuscita a farne ingiallire le pagine...


Titolo: Bianco su nero
Autore: Rubén Gallego
Anno della prima edizione: 2002
Titolo originale: Белое на чёрном
Casa editrice: Adelphi
Traduttrice: Elena Gori Corti
Pagine: 187


"Bianco su nero" è un’autobiografia russa, nonostante il nome dell’autore: le origini di Ruben sono infatti spagnole. Spagnola è sua madre che, figlia del dirigente del Partito Comunista spagnolo, dà alla luce a Mosca due bambini, entrambi con delle gravi disabilità; il primo infatti morirà poco dopo la nascita, mentre Ruben, il secondo, sopravvivrà seppure affetto da una paralisi cerebrale che gli rende impossibile camminare o utilizzare le mani come vorrebbe. Poco dopo la nascita Ruben viene tolto alla madre e cresce quindi in orfanotrofio, passando da un istituto all’altro, all’interno di strutture che fino alla maggiore età si occupano di bambini disabili e danno loro un’istruzione, ma poi una volta terminata questa e raggiunti i 18 anni li trasferisce in ospizi dove sono destinati a morire in brevissimo tempo. Ruben scamperà a questo destino infausto grazie alla Perestrojka, che gli consentirà di allontanarsi dal sistema della reclusione dei disabili, di riunirsi poi a sua madre e divenire uno scrittore. 

Certi libri ti fanno cambiare il modo in cui vedi il mondo, dopo certi libri vorresti morire, oppure vivere diversamente. Se vuoi capire qualcosa, o chiedi a qualcuno, o chiedi a un libro. Anche i libri sono uomini. E come gli uomini, anche i libri ti possono aiutare; e come gli uomini, anche i libri mentono.

In "Bianco su nero" Ruben raccoglie dei pensieri sparsi e racconta la sua vita all’interno degli orfanotrofi. Racconta i suoi compagni, i suoi coetanei; racconta le tante persone che hai incontrato nel suo percorso di istituzionalizzazione. Molto interessante in questa autobiografia frammentata è l’introduzione, all’interno della quale lo scrittore sottolinea come abbia scelto di vedere il bello nel mondo e nelle persone e di dare voce alla forza di tutti coloro che hanno incontrato i suoi passi -forza che talvolta è difficile da riconoscere in gesti estremi, per esempio nella decisione di persone che mettono fine alle loro esistenze, ma proprio la forza che consente loro di trovare il coraggio per scegliere per se stessi e per le proprie vita è l’aspetto che Ruben sottolinea maggiormente.

Si tratta di un’opera degna di attenzione perché costituisce un ritratto dell’Unione Sovietica da un punto di vista poco narrato, che lascia il lettore spesso sconvolto all’idea di questi individui abbandonati a morire in un letto senza alcuna cura. Gallego ci fa sorridere amaramente quando ripercorre come venisse dipinto il mondo capitalista nell’educazione di questi bambini, che dovevano idolatrare l’Unione Sovietica e i valori del comunismo: quello che emerge è un ritratto molto vivido, molto colorito, che non lascia indifferenti. 

La responsabile di classe ci tiene l'ennesima lezione di educazione politica. Ci parla degli orrori della vita in Occidente. Ormai ci siamo abituati e non c'è niente che ci sorprenda. Sono fermamente convinto che in America la maggioranza della gente viva per strada, in scatole di cartone, che tutti quanti gli americani si costruiscano rifugi antiaerei e che il paese attraversi l'ennesima crisi economica.

Anche in patria quest’opera, che è stata pubblicata nei primi anni 2000 ha suscitato un grande dibattito perché ha portato alla luce le condizioni di vita all’interno degli istituti in un modo inedito e naturalmente disturbante, per niente lusinghiero nei confronti del governo di Mosca. 

Ero finito in quel reparto per puro caso. Quando arrivai, era appena morto un ragazzino. Stava nel letto numero 3, un letto che portava male. I tre che l'avevano occupato prima del mio arrivo erano morti uno dopo l'altro. 

Personalmente devo dire che la struttura mi ha lasciata un po’ perplessa: la frammentarietà dei brani raccolti talvolta rende difficile orientarsi tra nomi e situazioni che non vengono in alcun modo introdotti o presentati. Per esempio nell’ultima parte di di racconti di frammenti Ruben si trova negli Stati Uniti, ma non sappiamo né come né perché; devo dire che qualche collegamento in più lo avrei apprezzato. Avrei apprezzato anche qualche accenno ad una cronologia, a quanti anni abbia Ruben nei vari momenti, perché ricostruire quanto sta succedendo non è sempre semplice. Si tratta quindi di una raccolta  di esperienze di testimonianze che risulta però un po’ disordinata. 

Nel complesso "Bianco su nero" è un libro che sono contenta di aver letto, perché affronta l'importante argomento della disabilità dando voce ad un uomo che pur avendo un corpo in grossa difficoltà trova in se stesso una grande forza e riesce a mettere in luce quella di chi lo circonda. Va sicuramente considerato in quanto autobiografia e non un romanzo, altrimenti si potrebbe rimanere delusi dalla trama non sempre coerente; ve lo consiglio comunque se il sistema degli istituti, la storia dell'Unione Sovietica e il tema della disabilità vi interessano, perché di certo vi saprà fornire spunti di riflessione.

giovedì 12 aprile 2018

Come le mosche d'autunno

Una scrittrice che mi incuriosisce da molto tempo, grazie alla popolarità acquisita negli ultimi anni (purtroppo ad oltre sessanta dalla sua morte ad Auschwitz), e che finalmente sono riuscita ad incontrare con un racconto lungo o romanzo breve che dir si voglia.



Titolo: Come le mosche d'autunno
Autrice: Irène Némirovsky
Anno della prima edizione: 1931
Titolo originale: Les Mouches d'automne
Casa editrice: Garzanti
Traduttore: Lanfranco Binni
Pagine: 92



LA STORIA

Tatjana Ivanovna è una anziana nutrice che ha dedicato gli ultimi cinquantuno anni della propria vita a prendersi cura della famiglia Karin. Ha cresciuto Nikolaj Aleksandrovič, ne ha visto morire il padre nella guerra di Turchia nel 1877 ed al tempo in cui il racconto inizia ne vede partire gli amatissimi figli, Jurij e Kirill, per un'altra guerra: la prima guerra mondiale. 
Da qui in poi il tempo passa e la per la famiglia Kirin gli anni felici nella loro bella residenza di Karinova finiscono per sempre: costretti a spostarsi dapprima ad Odessa, poi ad imbarcarsi su un bastimento francese fino a Marsiglia, ed infine a Parigi. 
Tatjana rimane dapprima il più a lungo possibile a Karinova, incapace di separarsi dalla residenza che conserva i suoi tanti ricordi. Vede tornare Jurij, sfuggito ai combattimenti, ma lo vede morire davanti ai suoi occhi ed allora poco dopo raggiunge i Kirin e si sposta con loro, nonostante nessuno dei luoghi in cui si trovi le possa sembrare una casa, nonostante i suoi punti di riferimento siano andati persi e così vada perso, gradualmente, il senso stesso della sua esistenza.

Battaglia a palle di neve, Russia, 1900
(foto dal web)

COSA NE PENSO

Per comprendere appieno il significato di questo testo è necessario conoscere la biografia di Irène Nemirowsky, ma nonostante ciò come mi è già capitato (con "Uomini sotto il sole" di cui vi parlavo qui) mi trovo a mettervi in guardia dal leggere la prefazione prima della storia vera e propria, poiché ve ne svelerà il finale e vi guasterà quindi in qualche modo la lettura.
Il personaggio di Tatjana è ispirato ad una donna realmente esistita, che segnò profondamente dell'autrice poiché fu l'unica a rappresentare per lei una vera figura materna: Zézelle, governante di lingua francese, che mise fine alla propria vita in modo tragico. 
Un altro parallelismo è quello della fuga dalla Russia sovietica, che affrontano i Karin ma che anche l'autrice dovette vivere nel 1918, e che anche nel suo caso ebbe come tappa finale la Francia (dove tuttavia venne arrestata in quanto ebrea nel corso del secondo conflitto mondiale, e deportata ad Auschwitz Birkenau dove morì poco dopo).

Mentre leggevo questo libro mi sono sentita trasportata in una dimensione lontana, provando una sensazione simile a quella che mi aveva dato Tolstoj nelle descrizioni in Anna Karenina. La Russia dove vive Tatjana è innevata, fredda, ma al tempo stesso c'è calore, quello che prova verso i bambini Karin che cresce di generazione in generazione, che le spezzano il cuore ad ogni partenza. 
La Francia è invece estranea, inospitale, così diversa dalla residenza russa a cui era abituata, così diversi i costumi, così decaduta la famiglia Karin per via dell'emigrazione, al punto da divenire insopportabile. 
Nonostante la sua brevità, l'efficacia a quest'opera non manca affatto, ed è quanto mai rara la capacità dell'autrice di farci affezionare alla sua protagonista nel giro di una manciata di pagine. Tatjana infatti emoziona da subito i lettori, rappresenta il rimpianto, la perdita dei luoghi amati ed in qualche modo della propria identità, divenendo via via inutile il suo ruolo di nutrice. Le mosche invece, disorientate ed intente ad ignorare il proprio passato, sono i Karin: in una Francia dove non si sentono a casa, dove non hanno punti di riferimento e neanche i ricordi di chi sono stati sembrano avere più alcun significato. 
Difficile in un'opera così breve essere così incisivi e coinvolgenti, eppure la scrittrice ci riesce alla perfezione, alternando descrizioni ai pensieri ed ai dialoghi in uno spaccato dell'Europa nella prima metà del Novecento che non lascia certamente indifferenti i lettori di oggi.