mercoledì 6 marzo 2019

Il mondo di Aisha

Di Ugo Bertotti ho letto, qualche mese fa, la più recente delle opere: "Vivere", un ambizioso romanzo grafico che oltre al tema dell'immigrazione tratta quello, più raro, della donazione degli organi. Mi era piaciuto, pur non trovandolo straordinario, e così ho deciso di recuperare l'opera prima dell'autore -che, ve lo dico subito, è diventata tra le due la mia preferita.





Titolo: Il mondo di Aisha
Autore: Ugo Bertotti
Anno della prima edizione: 2013
Casa editrice: Coconino Press
Pagine: 139



LA STORIA
Tre sono le storie in cui è suddiviso questo libro, anche se molte di più fanno capolino tra le sue pagine. Sono storie di donne, donne che vivono nello Yemen: un Paese lontano dall'Europa e quasi dimenticato, che raramente trova spazio sulle pagine dei giornali o tra le notizie della sera.
Lo Yemen è un Paese poverissimo, dilaniato da una guerra civile scoppiata nel 2015 (dunque non presente nell'opera di Bertotti, che ritrae ancora un Paese in condizioni di pace) ancora in corso che ne sta decimando la popolazione, ormai ridotta allo stremo. Lo Yemen è anche un Paese dove la condizione della donna non è delle migliori, il tasso di analfabetismo è altissimo ed estremamente frequenti sono i matrimoni precoci. Obbligatorio è inoltre per le donne indossare il niqab, cioè un velo di colore nero che lascia scoperti soltanto i loro occhi.

Tre, dicevamo, sono le protagoniste di questa graphic novel -e con le loro esperienze diventano simbolo delle donne di tutto il Paese. La prima è la vicenda più tragica: una giovane moglie ricoverata in un ospedale di Medici senza frontiere perché colpita da una pallottola alla schiena, sparata dal marito per l'unica colpa di Sabiha di aver guardato dalla finestra senza essersi coperta con il niqab.
Più d'ispirazione è invece il percorso di Hamedda, che dal vendere pani trasportati sul dorso di un asino è diventata un'affermata ristoratrice, proprietaria di alberghi e piani d'investimento; dopo anni in cui è stata giudicata una poco di buono per la propria emancipazione, oggi ha cinquanta nipoti ed è presa ad esempio -qui trovate anche le recensioni su Tripadvisor del suo locale!
L'ultima storia è quella dedicata ad una giovane donna, laureata in informatica, l'unica delle tre protagoniste ad aver scampato grazie alla lungimiranza di sua madre un matrimonio combinato e precoce; Aisha ha un lavoro, una propria indipendenza economica, ma è ancora lontana dall'emanciparsi dai costumi del proprio Paese e si chiede anche lei:
Ma senza marito cosa siamo in questo Paese?

COSA NE PENSO
Le storie illustrate da Ugo Bertotti sono state ispirate dal reportage della fotografa Agnes Montanari, che ha raccolto le testimonianze di numerose donne yemenite; le fotografie integrano le tavole in bianco e nero del fumettista, creando tra le pagine un effetto sorpresa particolarmente riuscito.
Quella che di certo rimane più impressa è la fotografia che ritrae Sabiha, nel letto di ospedale, che essendo tra le prime a comparire nel romanzo è inaspettata; lo sguardo della donna inoltre colpisce come uno schiaffo in pieno viso e ricorda al lettore che non sta affatto leggendo un'opera di fantasia.
Di certo questo testo a fumetti fa riflettere su un Paese di cui sappiamo assai poco, e sulla condizione femminile; oltre agli insopportabili abusi e prevaricazioni subiti da quelle che sono di fatto ancora bambine, trovo che sia molto emblematica la condizione della figlia di Hamedda: mentre la madre dichiara, quando le si domanda se abbia mai indossato il niqab (Hamedda è infatti ritratta senza, anche in fotografia)
Mai portato, sarebbe stato di impedimento per il mio lavoro… Come fai a respirare, col niqab, se devi trasportare un sacco pesante?
vediamo poche tavole dopo una delle figlie, Arwa, quella che più si occupa degli affari insieme alla madre, completamente velata. Nonostante sia andata a scuola, parli inglese e sappia gestire i conti del ristorante, e soprattutto nonostante il coraggioso esempio della madre, ha scelto di rispettare la tradizione.
Arwa, come Aisha, mi è parsa il simbolo di donne in cambiamento, ma circondate da un sistema patriarcale così antico da essere difficile da abbattere; ed anche se le donne dello Yemen sono state indubbiamente sulla buona strada, temo che anni di guerra civile abbiano ormai ridotto allo stremo anche le loro ammirevoli forze, e mi chiedo a distanza di tanti chilometri cosa possa essere rimasto per, un giorno, ricominciare.

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