lunedì 26 agosto 2019

Le nostre anime di notte

La Trilogia della pianura è stata, l'anno scorso, l'inizio di un grande amore. Non essendoci molte altre opere di Haruf, ho deciso di centellinarle; ma con questo volumetto a richiamare l'attenzione dallo scaffale da mesi, non ho saputo resistere oltre!



Titolo: Le nostre anime di notte
Autore: Kent Haruf
Anno della prima edizione: 2015
Titolo originale: Our Souls at Night
Casa editrice: NN Editore
Traduttore: Fabio Cremonesi
Pagine: 162



LA STORIA

Addie e Louis sono vicini di casa; entrambi vedovi, entrambi con i figli ormai adulti e lontani. Entrambi sono poco soddisfatti delle loro vite, finché una sera Addie decide di cambiarle: offre a Louis di trascorrere la notte nel suo stesso letto, a parlare, a tenersi compagnia. Quella che inizia come un'amicizia improbabile ben presto si trasforma in un fortissimo legame... peccato che i benpensanti della cittadina di Holt non sappiano tenere per sé i propri giudizi.


COSA NE PENSO

"Le nostre anime di notte" è stato scritto da Haruf per sua moglie nell'arco di un'estate: nonostante la scrittura fosse stata fino a quel momento un processo che gli aveva richiesto anni interi per concludere un romanzo, in questa ultima opera c'è l'urgenza di un uomo che non sa quanto gli resti da vivere.
Ne "Le nostre anime di notte" c'è un universo racchiuso nei due protagonisti. In dialoghi semplici, privi di maiuscole e di virgolette tipiche del discorso diretto, Addie e Louis si raccontano le proprie vite: il loro matrimonio, il rapporto con i figli, i lutti che li hanno colpiti e le rare soddisfazioni.
Quindi sì, mi sono presa cura di lui. Non so cos'altro avrei potuto fare. Anche se non è stato un bene per nessuno dei due, abbiamo passato tutto quel tempo insieme. È stata la nostra vita.
È un'età piuttosto avanzata quella di Louis e di Addie; lei è nonna di un bambino di sei anni, ha un figlio poco realizzato ed insicuro, e decide che la sua esistenza non le basta. Il rapporto tra Addie e Louis è per entrambi una sfida, una rivalsa, una rivendicazione della felicità che si sono negati per troppo tempo; a beneficiarne è lo stesso Jamie, il nipotino di Addie, mentre le altre persone attorno non sembrano in grado di comprenderlo.
E così, la vita non è andata bene per nessuno dei due, quantomeno non come ce la aspettavamo, disse Louis. Anche se adesso, in questo momento, mi sta piacendo molto. A me sta piacendo più di quanto io pensi di meritare, disse lui.
L'avversione di chi li circonda per il loro sentimento (è difficile definirlo, e lo stesso Haruf non gli dà mai un nome: non lo chiama amicizia, né amore, ma senza ombra di dubbio di un profondissimo affetto si tratta) è stata per me impossibile da comprendere. Va osservata attraverso la lente di una piccola città di provincia, perché è a Holt, Colorado, che è ambientato: sì, la stessa Holt dei fratelli McPheron, di Veronica e tutti gli altri; ed è proprio Haruf ad autocitarsi per ricordarcelo.
Hai visto che danno uno spettacolo tratto dall'ultimo di quei libri sulla contea di Holt? Quello con il vecchio che sta morendo e il predicatore. Come hanno fatto i primi due, suppongo possano fare anche questo, disse Louis. Gli altri li hai visti? Li ho visti. Ma non riesco proprio a immaginare due vecchi allevatori che accolgono in casa loro una ragazza incinta.
Nella storia avversata di Addie e Louis c'è una struggente malinconia, quella di chi coglie ogni attimo della propria vita per non sprecarlo, nonostante il peso dei giudizi altrui, nonostante i benpensanti abbiano sempre gravato su di loro. C'è un'enorme tenerezza nella relazione tra questi due anziani, che viene voglia di abbracciare, che sembra pagina dopo pagina di conoscere sempre meglio. Si è spettatori delle loro notti senza sentirsi di troppo, si partecipa ai loro giochi estivi, all'adozione di Bonny, alle paure notturne di Jamie che vengono fugate dal loro affetto sincero. 
C'è molto di Haruf in questo libro: in un'intervista rilasciata a Radio 3 la moglie racconta come il momento della giornata che lo scrittore preferiva era quello in cui nel loro letto si tenevano per mano e, come Addie e Louis, si confrontavano sulle loro giornate e su quanto faceva parte delle loro vite. 
Quella di Addie e Louis è una storia che scalda il cuore, poi lo manda in pezzi; ma lascia al lettore un senso di speranza, una dolceamara sensazione di aver letto qualcosa di profondamente vero e puro
Non mi importa. Mi sento troppo sola. Mi manchi troppo. Non ti va di parlare con me? Anche tu mi manchi, rispose lui. Dove sei? Intendi in che punto della casa? Sei in camera da letto? Sì, stavo leggendo. È un po' come fare sesso telefonico? Siamo soltanto due vecchi che parlano al buio, rispose Addie.
Sul fatto che Haruf fosse stato uno scrittore incredibile non avevo alcun dubbio prima di leggere "Le nostre anime di notte"; ora posso solo affermare di apprezzarlo ancora di più.

lunedì 19 agosto 2019

I segreti di Brokeback Mountain

Ormai più di dieci anni fa guardai per caso "I segreti di Brokeback Mountain" un sabato sera. Lo ricordo come se fosse successo ieri: ero un'adolescente, in un momento in cui i sentimenti mi rimanevano chiusi sotto chiave, in profondità, e stavo ben attenta a non mostrarmi mai fragile. Quella sera però, grazie alla visione del film, riscoprii ciò che poi non ho più dimenticato: ero capace di piangere, e non era per forza un fatto negativo.
Così quando ho trovato questo libriccino nel mio negozio dell'usato preferito non ho saputo resistere, e me lo sono portato a casa.



Titolo: I segreti di Brokeback Mountain
Autrice: Annie Proulx
Anno della prima edizione: 1998
Titolo originale: Brokeback Mountain
Casa editrice: Baldini Castoldi Dalai
Traduttrice: Mariapaola Dettore
Pagine: 52



LA STORIA

Nell'estate del 1963, Jack Twist ed Ennis del Mar sono due ragazzi del Wyoming che non hanno ancora vent'anni. Provengono da famiglie modeste, Ennis è orfano, e per racimolare qualche soldo accettano un lavoro estivo come guardiani di greggi al pascolo di Brokeback Mountain. Quello che di certo non si aspettano è il legame che si crea tra loro nel corso di quell'estate, un amore assolutamente impossibile negli Stati Uniti rurali degli anni '60 e '70, ma che li accompagnerà per molti anni a venire...
Durante il giorno Ennis lasciava occhiate attraverso quell'ampia distanza e a volte scorgeva Jack, un puntolino che si muoveva attraverso un prato su in alto, come un insetto su una tovaglia; Jack, nella sua tenda buia, individuava Ennis come un fuoco nella notte, una favilla rossa sull'enome ombra nera della montagna.

COSA NE PENSO

La lettura di questa storia per me è stata accompagnata dalle immagini che ricordavo perfettamente dalla visione del film: è stata quindi quasi un modo per rivedere la pellicola. La trasposizione dei dialoghi e degli avvenimenti è infatti estremamente fedele.
La brevità del libro è però estrema, si tratta di un racconto più che di un romanzo; quasi non lascia il tempo di passare da un anno all'altro, da un incontro all'altro tra i due giovani che nel corso della vita diventano mariti, padri, ma non dimenticano mai l'estate che ha sconvolto le loro vite. 
"I segreti di Brokeback Mountain" è una storia d'amore intensa e sofferta, che ci ricorda quanto sia importante riconoscere il diritto di innamorarsi e costruire una vita insieme alle persone: a causa dell'omofobia dell'epoca, per Jack ed Ennis condurre un'esistenza soddisfacente si rivela impossibile, e li costringe ad aspettare incontri di pochi giorni per lunghi mesi o anni.
Restava uno spazio vuoto tra ciò che sapeva e ciò che voleva credere, ma non ci poteva far niente, e se non la puoi risolverla devi prenderla com'è.
Il linguaggio dell'autrice è colorito, adatto a dei giovani non molto istruiti, provenienti da ambienti rurali dove hanno sempre dovuto dedicarsi al lavoro manuale. Non è dunque una scrittura particolarmente piacevole da leggere, ma raggiunge il suo scopo nel conferire realismo alla storia.

Confesso che forse per la prima volta ho trovato il libro una lettura piuttosto evitabile. Non intendo si tratti di un brutto racconto, anzi; il capolavoro di Ang Lee però ha dato a Jack ed Ennis il volto di Jake Gyllenhaal e Heath Ledger, ha arricchito la storia di ulteriori particolari, ha accompagnato il tutto con una magnifica colonna sonora. La trasposizione cinematografica ha quindi superato la fonte cartacea da cui è tratta, dando vita ad un'opera a cui vi consiglio di dedicare un paio delle vostre ore: saranno sufficienti, anche senza passare prima per la lettura.

lunedì 12 agosto 2019

Ottanta rose mezz'ora

Tra i miei amici, pochi sono assidui lettori, ma per fortuna qualcuno c'è. Uno di questi apprezza particolarmente Cristiano Cavina e da tempo mi consiglia i suoi libri; proprio da lui viene questo prestito, che purtroppo però non ha fatto nascere in me l'intenzione di recuperare i titoli precedenti...



Titolo: Ottanta rose mezz'ora
Autore: Cristiano Cavina
Anno della prima edizione: 2019
Casa editrice: Marcos y Marcos
Pagine: 197





LA STORIA

Lui è uno scrittore, vive in Emilia Romagna e più che pubblicare libri passa il tempo tra una presentazione e l'altra. Lei è un'insegnante di danza, oppressa dal mutuo e dagli iscritti ai corsi che calano anno dopo anno. Si incontrano per caso, si innamorano; tutto sembra andar bene finché i conti davvero non quadrano più, e l'unica scelta possibile sembra la strada della prostituzione. Che però non può essere intrapresa senza conseguenze...

COSA NE PENSO

La prima metà del romanzo di Cristiano Cavina è una sorta di romanzo erotico a tinte piuttosto ironiche e divertenti. Dopo un colpo di fulmine non troppo originale, i due protagonisti trascorrono il proprio tempo ad accoppiarsi nei vicoli bui e a condividere le proprie fantasie sessuali (in realtà soprattutto quelle del personaggio maschile). 
Aveva una tale aria da causa persa che le avrei proposto su due piedi di sposarmi, inondandola di promesse che non sarei mai riuscito a mantenere, se non mi avessero chiamato al piano di sopra.
Alla metà, quando l'effetto noia comincia a prendere il sopravvento sul lettore, Cavina introduce un punto di svolta: l'annuncio che introduce la ragazza, Sammi, alla sua nuova vita da Commessa Birichinia sui siti di incontri.
Da qui in poi ci tocca una sfilza di clienti più o meno anonimi, tutti osservati dallo sguardo del fidanzato guardone -ruolo che non lo turba affatto, sorprendentemente, anzi pare aumentare il reciproco desiderio sessuale di entrambi, che non smettono di avere rapporti neanche tra un cliente e l'altro mentre lui annulla tutto il resto della propria vita, compresi gli impegni professionali.
Con l'andare dei giorni, la mia vita si annullò nella sua e a fine giornata non rimanevano che il godimento e le ginocchia doloranti dal tanto stare accovacciato sotto la finestra. Il falso gelsomino mi aveva contagiato e anche io odoravo di cose morenti.
Il tutto è pervaso da una cappa di opprimente tristezza, dall'incombere delle ingiunzioni di pagamento e dal fastidio che perlomeno lei sente crescente nei confronti degli uomini che si avvicendano nel suo letto. 
Il loro bisogno di parlare, di conoscerla, quegli impacciati tentativi di farsi voler bene, di attirare la sua attenzione, non erano che il riverbero di una disperazione a bassa intensità, che le restava addosso, di cui doveva farsi carico per mezz'ora, un'ora, ogni giorno, anche due o tre volte, una solitudine densa e appiccicosa che la ricopriva, come i loro umori, ma più difficile da togliere. Una sporcizia che nessuna doccia può lavare.
Quest'alone di angoscia culmina in una conclusione che non definirei affatto imprevedibile, anzi a mio parere annunciata sin dalle prime battute del rapporto tra i due -che non finge mai di essere una relazione con qualche speranza per il futuro.
Entravo e uscivo dalle stazioni, mi mettevo in fila al check-in degli aeroporti. Sempre con il sapore metallico del panico sotto la lingua e la difficoltà di prendere un respiro in un mondo che improvvisamente pareva essersi svuotato di aria per riempirsi di acqua.
Il pregio di questo romanzo è quello di affrontare senza moralismo alcuno tematiche che potrebbero essere definite scottanti, e di presentare anzi la prostituzione in un modo piuttosto scanzonato, come una delle tante vie d'uscita possibili ad un momento di grande difficoltà. Non è detto che si tratti di un punto di vista condivisibile, ma il fatto che l'autore non si erga a giudice è stato l'aspetto che ho maggiormente apprezzato. 
Il punto di vista è quello del personaggio maschile, e lo è volutamente. Non conosciamo le intenzioni di lei, non ne conosciamo le emozioni e i sentimenti; osserviamo tutto attraverso la lente del narratore, attraverso il suo pressante desiderio e il suo sguardo sul mondo che essendo io una donna sono spesso riusciti ad infastidirmi.
L'altro elemento positivo che mi sento in dovere di menzionare è senz'altro la scorrevolezza del romanzo: non soltanto si tratta di un'opera davvero breve, ma catapulta il lettore stesso nella posizione di voyeur, che si trova a spiare una relazione di coppia nella sua intimità. Così le pagine scorrono una dopo l'altra, impossibile fermarsi; che poi il tempo sia stato ben speso, beh, questo non lo affermerei con sicurezza.

lunedì 5 agosto 2019

Carnet di viaggio

Dopo la pubblicazione di "Blankets" (fumetto del quale vi ho parlato qui) avvenuta negli Stati Uniti nel 2003, il disegnatore Craig Thompson ha compiuto un viaggio nell'anno successivo per presentare la sua opera all'estero: in Francia, in Spagna, in Germania. Si è anche recato in Marocco, alla ricerca dell'ispirazione per quella che sarebbe diventato il suo successivo fumetto, "Habibi", ed ha documentato il suo percorso in un volumetto che il suo editore è stato sin dall'inizio intenzionato a pubblicare.



Titolo: Carnet di viaggio
Autore: Craig Thompson
Anno della prima edizione: 2004
Titolo originale: Carnet de voyage
Casa editrice: Coconino Press
Traduttrice: Veronica Raimo
Pagine: 222



Questo fumetto è il diario di un paio di mesi del suo percorso, documentati giorno dopo giorno: Thompson illustra le persone che incontra, le cene alle quali partecipa, le presentazioni di "Blankets" dove disegna su innumerevoli copie, i luoghi che visita. 
È necessario premettere che questi due mesi hanno rappresentato per l'autore un periodo piuttosto difficile. Profondamente triste per la fine della sua storia d'amore con Reina (la ragazza che abbiamo imparato a conoscere tra le pagine di "Blankets"), tormentato da una precoce artrite alle mani e in un momento della sua esistenza a dir poco instabile, Craig Thompson affronta il viaggio con una mente non propriamente aperta
Questo appare evidente in modo particolare nel periodo trascorso in Marocco: mentre infatti gli chalet nella neve francese e la città di Barcellona soddisfano l'occhio e lo spirito dell'autore, una volta immerso nella confusione di Marrakech, Fez e dintorni Thompson sembra chiudersi, trincerarsi nel suo punto di vista di cittadino statunitense disgustato dalla sporcizia, dalla povertà, dagli espedienti dei locali al punto di ritrarre il paese nordafricano in modo assai poco attraente.

Inutile dire quanto i disegni di Craig Thompson mi siano piaciuti anche questa volta: in un semplice bianco e nero riesce a rendere pieno di vita tutto ciò che rappresenta sulla pagina, che sia un gattino sulle strade di Marrakech, un corpo femminile, un albero o un dettaglio delle architetture di Gaudì. 


La mia motivazione alla lettura di "Carnet di viaggio" è stata l'intenzione di leggere prossimamente "Habibi" e quindi di scoprire come la sua ambientazione sia stata ispirata dai viaggi compiuti dall'autore. Trattandosi di un diario a fumetti (e i diari, si sa, si scrivono per se stessi) non vi sono narrazioni per un pubblico, ma una raccolta di attimi rilevanti più per chi vuole conservarne memoria che per coloro che li osservano. 
Non definirei quindi "Carnet di viaggio" un'opera memorabile, ma per gli amanti di Craig Thompson sarà in ogni caso una lettura piacevole e un'occasione per viaggiare un po' tra le sue tavole!

lunedì 29 luglio 2019

Nove racconti

Il mio ultimo incontro con J.D. Salinger risaliva agli anni dell'adolescenza, quando "Il giovane Holden" mi ha accompagnata e cambiata in modi che non saprei definire a parole. Temendo di andare a scoperchiare vasi di Pandora di fasi della vita che tendo a preferire sigillati non avevo mai letto altro, nonostante la forte fascinazione per questo autore. 
Ho deciso che era giunto il momento di superare questo blocco autoimposto, e così eccoci qui.



Titolo: Nove racconti
Autore: J.D. Salinger
Anno della prima edizione: 1948-1953
Casa editrice: Einaudi
Traduttore: Carlo Fruttero
Pagine: 230




In questa raccolta compaiono per la prima volta alcuni membri della famiglia Glass, che sarà al centro poi del romanzo breve "Franny e Zooey" e dell'ultimo libro pubblicato da Salinger, "Alzate l'architrave, carpentieri e Seymour. Un'introduzione" -anch'esso composto da due racconti.
Incontriamo infatti Seymour in "Un giorno speciale per i pescibanana", folgorante storia di un reduce di guerra che soffre di stress post-traumatico e che dialoga con una bambina in una località di villeggiatura; vi è poi un riferimento in "zio Wiggily nel Connecticut" ad un uomo che in guerra ha perso la vita, ma prima era stato amato da una delle due amiche protagoniste di un dialogo altrimenti piuttosto frivolo.
Ci sono poi Boo Boo e Lionel, protagonisti di "Giù al Dinghy": una madre e un figlio e la ribellione di quest'ultimo davanti all'ingiustizia del mondo, in particolare agli insulti antisemiti che sono stati rivolti a suo padre.

Illustrazione di Jonny Ruzzo, "A Perfect Day for Bananfish"
Il tema della guerra ricorre all'interno dei nove racconti: è necessario tenere presente l'esperienza vissuta dall'autore, che ha combattuto sul fronte europeo nella Seconda Guerra Mondiale.
La guerra ritorna dunque anche in "Per Esme: con amore e squallore" (il mio preferito tra tutti), dove Salinger racconta l'incontro tra un soldato americano e una ragazzina inglese, a cui basta una mezz'ora per creare un istintivo legame e dare vita ad una corrispondenza che seguirà il militare anche quando dovrà fare i conti con le battaglie che lo hanno segnato.

C'è spazio anche per l'amore in questi racconti, ma non aspettatevi toni da romanzo rosa. Ci sono infatti fidanzate angosciate (Muriel ne "Un giorno speciale per i pescibanana"), le mogli insoddisfatte ne "Lo zio Wiggily nel Connecticut", ma soprattutto un brillante dialogo telefonico tra due amici in "Bella bocca e occhi miei verdi" , dove Arthur è l'emblema degli sbalzi d'umore degli innamorati ansiosi che si raccontano che la propria storia d'amore stia ancora funzionando anche davanti ad ogni evidenza del contrario. 
Io sono troppo debole, per lei. L'avevo capito già prima di sposarla... ti giuro che l'avevo già capito. Tu queste cose non le sai, sei un dritto, tu, non ti sei mai sposato, ma di tanto in tanto, prima di sposarsi, capita che uno vede cosa gli succederà dopo che sarà sposato, come al cinema, quando danno il prossimamente. Io ho chiuso gli occhi. Ho fatto finta di non vederlo, il mio prossimamente.
In questa tematica potrebbe in qualche modo rientrare anche "Il periodo blu di De Daumier-Smith", il più ironico e divertente dei racconti, dove un diciannovenne nel corso di una breve esperienza lavorativa per una scuola d'arte per corrispondenza si infatua della suora di cui ha ricevuto i disegni.
(Credo di avergli detto che detestavo addirittura le sedie. Mi sentivo talmente sulle spine che se mi avesse avvertito che la stanza di suo figlio era allagata, giorno e notte, da trenta centimetri d'acqua, io avrei probabilmente gettato un gridolino di piacere. Gli avrei probabilmente detto che soffrivo di un rarissimo inconveniente ai piedi, una malattia che mi obbligava a tenere i piedi a mollo otto ore al giorno).
Un altro elemento cardine è quello dell'infanzia, dell'innocenza: sono i bambini in Salinger gli unici ad avere uno sguardo puro sul mondo, addirittura gli unici a riuscire a comprenderlo. Vale per Boo Boo, ma vale anche per il bambino di nove anni che racconta in prima persona ne "L'Uomo Ghignante" la perdita dell'innocenza quando il ragazzo a capo del campeggio, per una delusione d'amore, mette fine alla storia che raccontava in pullman: la morte del personaggio rappresenta in qualche modo la fine dell'infanzia stessa.
Un altro bambino protagonista è "Teddy", un piccolo prodigio capace di riflessioni filosofiche di incredibile profondità durante un viaggio in crociera con i suoi non propriamente entusiasmanti genitori; il suo racconto è l'ultimo della raccolta  e lascia il lettore alle prese con una conclusione tutta da interpretare, e forse anche qualche domanda sul senso della vita.
Illustrazione di Jonny Ruzzo, "The Laughing Man"
Lo stile di Salinger è quello che ricordavo a distanza di anni dalla lettura de "Il giovane Holden": capace di caratterizzare un personaggio in pochissime parole, di tratteggiare figure vivide ed indelebili nella memoria in una manciata di frasi. Nei "Nove racconti" Salinger ci regala storie brevi e coinvolgenti, spesso lasciandoci un margine di interpretazione sulle vicende che le rende ancora più intriganti.
Era una ragazza sui venticinque anni, minuta, coi fianchi stretti e dei capelli disordinati, incolori e fragili ricacciati dietro le orecchie, che erano molto grandi. Indossava dei pantaloni al ginocchio, di tela, un pullover nero col collo rovesciato, calze corte e scarpe basse. Ridicolo soprannome a parte, non-bellezza d'insieme a parte, era senza alcun dubbio - nella categoria dei faccini permanentemente memorabili, prodigiosamente intensi -, una ragazza sconvolgente e definitiva.
Commentare i racconti è sempre un'ardua impresa, ed in questo caso lo è ancora di più, perché prevederebbero una conoscenza davvero ampia dell'opera di Salinger e con ogni probabilità anche della sua biografia. Posso affermare con sicurezza che questo sia stato per me soltanto l'inizio di una riscoperta che proseguirà nel tempo, e nella quale vi consiglio di accompagnarmi!

lunedì 22 luglio 2019

E Baboucar guidava la fila

Giovanni Dozzini si mette alla prova in una sfida piuttosto complicata: mettersi nei panni di un gruppo di richiedenti asilo provenienti da diversi stati dell’Africa (Mali, Gambia, Nigeria) che sono rientrati nel sistema di accoglienza di Perugia.




Titolo: E Baboucar guidava la fila
Autore: Giovanni Dozzini
Anno della prima edizione: 2018
Casa editrice: Minimum Fax
Pagine: 142




LA STORIA
I protagonisti di “E Baboucar guidava la fila” sono Baboucar, appunto, e poi Yaya, Ousman e Robert. Quest’ultimo è il più defilato della compagnia, conosce poche parole di italiano e quasi sempre ha bisogno di una seconda spiegazione in inglese, è l’unico cristiano dei quattro ed è il più giovane, il più fragile, quello che nel sonno viene preso alla sprovvista dagli incubi.
Yaya invece è il più intraprendente; quello che fa da interprete per gli altri, sicuro di sé e della propria padronanza linguistica, sicuro anche della propria avvenenza: facilmente infatti avvicina una donna attratta dal suo corpo giovane e forte, facilmente si concede un’avventura.
Ousman è il più preciso e timoroso dei quattro. La sua richiesta di protezione internazionale è l’unica ad essere stata rifiutata (Robert deve ancora incontrare la commissione, gli altri invece l’hanno ottenuta al primo tentativo) e l’idea di violare qualsiasi regola lo terrorizza, essendo in attesa dell’esito del ricorso.
Di Baboucar sappiamo che apre la fila, quando il gruppo cammina; la sua mente è sempre rivolta a Miriam, ragazza che gli ha rubato il cuore, alla quale manda messaggini e fotografie sperando in una sua risposta che non sempre arriva. È Baboucar che propone al gruppo di andare al mare: ed è questa l’impresa attorno alla quale il racconto di Dozzini si sviluppa.
Nigeriano, gambiano, maliano. Aveva visto gente di ogni tipo e di ogni dove cavarsela molto bene, e altra finire nei guai con estrema facilità. Non c’era una regola, non c’era un senso. Yaya parlava bene, perché la protezione sussidiaria ce l’aveva, e Baboucar lo stesso. Per tutti gli altri era più difficile. Però adesso erano al mare, e questo era un fatto. In qualche modo c’erano riusciti davvero, Perugia era lontana e il mare si trovava a pochi metri da loro […].

COSA NE PENSO

Dozzini si cimenta nella difficile impresa del rappresentare il dopo: quel momento della vita dei migranti in cui sono sopravvissuti al deserto, sono sopravvissuti alle carceri libiche, sono sopravvissuti persino alla traversata del Mediterraneo: e si trovano in un tempo sospeso, ad attendere verdetti inappellabili, a fronteggiare gli sguardi talvolta ostili talvolta curiosi di chi li circonda, a mostrare i documenti ai carabinieri e ai poliziotti che sono gentili solo certe volte. 
Pensò al Gambia lontano, allora, pensò a sua madre, ai suoi fratelli e alle sue sorelle, a suo padre morto in Sudan, pensò a suo zio, ai suoi zii, al compound e alla scuola di polizia. Tutto in una volta. Non devi farlo, si disse. Non devi farlo, Ousman, perché mai dovresti farlo? Erano ricordi da scansare, pensieri da dimenticare. Pensieri inutili, gli aveva detto il dottore, se diventano dolore. Coltiva solo la gioia delle memorie, Ousman, lascia perdere il dolore, e se non saprai lasciar perdere allora versa una lacrima o quelle che servono, e poi ricomincia da zero. 
Quello che ne esce è un romanzo avvincente in cui saliamo sui regionali cercando di sfuggire ai controllori, in cui facciamo il bagno tra le onde salate di un mare non troppo pulito, in cui cerchiamo un bar dove guardare una partita e un posto dove passare la notte. In cui la rabbia non sempre rimane sottopelle, in cui i fantasmi del passato certe volte ci perseguitano e ci portano in un crescendo di tensione a compiere gesti dei quali non andiamo fieri -nei confronti delle stesse persone che chiamiamo amici, gli unici che possono capirci
Si prova anche grande tenerezza in questa storia, a leggere di Robert che abbraccia Yaya mentre dorme, di Ousman che si invaghisce di una cantante folk di una certa età ascoltata in una sagra di paese. Si prova un istintivo affetto per questi ragazzi non ancora adulti, che rischiano di perdere appuntamenti importanti per una giornata di mare, che gioiscono per un cuoricino rosso ricevuto su Whatsapp.
Dozzini li rende umani, li racconta in modo credibile e convincente, ma soprattutto li rende vicini.
In quel momento Robert cominciò a parlare nel sonno. Farfugliò qualcosa di incomprensibile, poi afferrò il braccio di Yaya e gli si accoccolò con la faccia affondata nel bicipite. “Hey”, disse Yaya, e lo abbracciò per tranquillizzarlo. Baboucar gli disse di non svegliarlo, semmai solo di parlargli piano nell’orecchio. Ma Robert era già calmo, stretto addosso a Yaya come fosse un padre, o una madre. 
Certo per giudicare in modo davvero competente quest’opera bisognerebbe essere qualcun altro: uno di loro, di quei ragazzi sopravvissuti a tanto e ora fermi qui, in una sorta di limbo. Credo che però il romanzo di Dozzini abbia un innegabile pregio: quello di far immedesimare il lettore nei panni dei personaggi, di vedere i fatti attraverso il loro punto di vista. Permette di osservare, invece di giudicare; di fare da spettatori e non da arbitri. E in questo la sua narrazione ha senza ombra di dubbio fatto centro.

lunedì 15 luglio 2019

L'educazione

Nell'ultimo periodo ho sentito molto parlare di un memoir di un'autrice esordiente statunitense che ha per tema l'importanza dell'istruzione come mezzo di emancipazione dalle proprie condizioni di nascita, qualunque esse siano. Dal momento che il tema dell'apprendimento e della sua centralità mi è molto caro, non ho esitato e me lo sono procurato appena ho potuto.



Titolo: L'educazione
Autrice: Tara Westover
Anno della prima edizione: 2018
Titolo originale: Educated. A memoir
Casa editrice: Feltrinelli
Traduttrice: Silvia Rota Sperta
Pagine: 380



LA STORIA

Tara nasce in Idaho, in una famiglia di credo mormone. Cresce a Buck Peak, dove suo padre ha una discarica nella quale recupera rottami e vende metalli a peso, mentre sua madre fa la levatrice presso le case delle donne che scelgono di non partorire in ospedale. 
Tara non frequenta la scuola, non ha un certificato di nascita e se si ammala o si infortuna non viene portata dal medico; ha numerosi fratelli e sorelle, impegnati a sopravvivere ai frequenti incidenti che avvengono in discarica e alle violenze a cui li sottopone Shawn, uno di loro. L'opinione del padre di Tara sembra essere l'unica a contare, almeno fino a che, raggiunti i sedici anni, Tara decide di impegnarsi per entrare al college e riesce a superare l'esame di ammissione...
Le voci le chiedevano sempre di restare in linea quando ammetteva di non sapere quand’ero nata, poi le passavano i loro superiori, come se non conoscere la mia data di nascita delegittimasse il concetto stesso della mia identità. Non puoi essere una persona se non hai un giorno di nascita, sembravano dire quelle voci. Non capivo perché. Fino a quando la mamma non aveva deciso di chiedere il certificato, non sapere quando compivo gli anni non era mai stato un problema. Sapevo di essere nata verso la fine di settembre e ogni anno sceglievo un giorno per il mio compleanno, facendo in modo che non cadesse di domenica perché non è divertente festeggiare in chiesa.

COSA NE PENSO

Tara Westover ha senza dubbio una storia da raccontare: una storia fatta di abusi che non riusciva, da bambina, a chiamare con il loro nome, una storia di privazioni e di ignoranza. Tara ha avuto un fratello violento -i suoi comportamenti sembrano un manuale della violenza sulle donne, un padre dai numerosi problemi psichici (manie di persecuzione, di grandezza, teorie in quantità sull'imminente fine del mondo), una madre fragile e vessata incapace di ribellarsi.
Faccio fatica a credere che il giovane spensierato in quella fotografia sia mio padre. Se penso a lui vedo un uomo stanco di mezza età, spaventato e ansioso, che accumula cibo e munizioni. Non so quando l’uomo nella fotografia sia diventato l’uomo che conosco come mio padre. Forse non c’è stato un momento preciso.
La storia di Tara è una storia di rinascita, attraverso i luoghi di studio nei quali apprende e lentamente si allontana dall'ambiente opprimente nel quale è cresciuta.
“Di tutti i miei figli,” disse, “credevo saresti stata tu la prima a filare via. Non me l’aspettavo da Tyler – è stata una sorpresa – ma da te. Non restare. Vai. Non farti fermare da niente e da nessuno.”
"L'educazione" però non è un libro privo di difetti, anzi. 
Tara ci tiene a raccontare nei dettagli numerosi incidenti avvenuti ai suoi familiari: due incidenti stradali, un incidente in cantiere, diversi altri nella discarica del padre. Ci sono traumi cranici, ferite, fratture, ustioni gravissime; in un solo caso si fa ricorso alle cure mediche. Come dunque i protagonisti di questi episodi -appassionanti perché macabri- riescano ogni volta a sopravvivere solo spalmandosi qualche olio addosso, e a proseguire con le loro vite nonostante la gravità delle lesioni riportate appare piuttosto inverosimile
L’incidente lo trasformò da oratore a osservatore. Faceva fatica a parlare per via del dolore costante, ma anche perché aveva la gola ustionata.
Un altro punto debole di questo memoir è l'effetto noia: specialmente dal momento in cui l'autrice si allontana dalla casa di Buck Peak, la narrazione si trasforma in una sorta di elenco di avvenimenti e di incontri, di frasi riportate da conversazioni e di viaggi; non posso certo definire questi capitoli conclusivi coinvolgenti, anzi l'impressione che ne ho ricavato è stata una certa fretta di terminare lo scritto. 
Nel complesso si tratta di un libro che ho trovato parzialmente interessante, ma che credo avrebbe potuto essere sviluppato meglio
Ne scaturisce infatti un ritratto impietoso di una famiglia giustificata per anche troppo tempo, la consapevolezza di una donna che trova se stessa a poco a poco, ma anche una serie di aneddoti rilevanti soltanto per la protagonista in questione. 
In tutta onestà non me la sento di consigliarvelo, a meno che non siate appassionati di storie ambientate in comunità di fondamentalisti religiosi che si preparano all'Apocalisse... In questo caso, "L'educazione" potrebbe essere un'ottima lettura per voi!