martedì 9 aprile 2024
L'occhio del male
venerdì 5 aprile 2024
Squali al tempo dei salvatori
Non è un segreto che le saghe familiari siano il mio genere di romanzo preferito, quindi ero piuttosto fiduciosa quando ho iniziato "Squali al tempo dei salvatori" di Kawai Strong Washburn, pubblicato da Edizioni E/O.
Si tratta di una storia familiare dalla struttura circolare, che inizia e si conclude alle Hawaii, ed è intrisa della spiritualità delle isole: sia il principio sia la conclusione infatti rappresentano la marcia degli spiriti, che sfilano sulla montagna portando in mano le fiaccole, in presenza di Augie e Malia, che i genitori dei tre protagonisti di questa storia, Dean, Nainoa e Kaui.
Nainoa è il bambino speciale, il figlio nel quale riporre aspettative, dotato di una sensibilità particolare e in contatto in modo speciale con il mondo delle anime; sembra anche avere in sé poteri taumaturgici, ma essi oltre che un valore costituiscono un fardello davvero pesante da portare sulle sue giovani spalle. Al confronto con lui, Dean e Kaui si sentono in costante inferiorità, cercano di primeggiare sulla terraferma, il primo nella pallacanestro e la seconda negli studi di ingegneria, ma i loro percorsi non saranno lineari, e soprattutto saranno interrotti dall'improvvisa scomparsa di Nainoa, ritornato alle Hawaii in loro assenza [e che ha perso la vita in una frana].
"Squali al tempo dei salvatori" è un romanzo in contatto con gli spiriti ma anche profondamente inserito nella realtà più concreta, fatta di conti da pagare, di insuccessi, di droghe che allettano, di permanenze in carcere e di allontanamenti, perché ritornare a casa può essere troppo doloroso. È un romanzo amaro, molto più di quanto mi aspettassi al suo inizio, ma anche ricco di descrizioni di ambienti e di suggestioni, di una scrittura evocativa e talentuosa nel dare ad ogni personaggio la propria voce peculiare e riconoscibile nei capitoli dedicati a ciascuno.
Ho trovato il romanzo di Washburn originale e ben costruito, capace di incantare il lettore e di immergerlo nella cultura delle Hawaii, oltre a farlo entrare in questa famiglia in difficoltà ma piena di risorse. Mi è piaciuto molto e non posso che consigliarvelo!
Qual è una saga familiare che mi consigliate?
Cani neri
Dalla lettura di “Cani neri”, sempre pubblicato da Einaudi, esco ancor più convinta della fondatezza del mio proposito di lettura (o rilettura) delle opere di Ian McEwan in ordine cronologico di pubblicazione: ne si colgono così al meglio l’evoluzione e i punti comuni.
“Cani neri” è un romanzo diviso in quattro parti: in quella introduttiva conosciamo Jeremy, rimasto orfano da bambino (in un rovesciamento della situazione di perdita che avevamo incontrato in “Bambini nel tempo”), che si è profondamente legato da adulti ai genitori della moglie, June e Bernard, e decide di scriverne.
Abbiamo dunque June, in punto di morte nel 1987, e poi Bernard, con il quale Jeremy assiste al crollo del muro di Berlino nel 1989 -riportandoci all’ambientazione di “Lettera a Berlino”, dove il muro era ancora in piedi.
Infine torniamo al 1946, alla giovane coppia di sposi che erano June e Bernard, all’incontro della donna con quei cani neri nella campagna francese, che la segneranno per sempre facendosi percepire da lei come l’incarnazione del male -episodio realmente accaduto all’autore e a un amico, ed elemento da cui l’intero romanzo scaturisce.
Pubblicato nel 1992, “Cani neri” è il più metaforico tra i primi romanzi dell’autore, che racconta il male nella storia d’Europa (la seconda guerra mondiale, l’Olocausto, la guerra fredda e ciò che ne seguirà nell’ex unione sovietica) ma anche l’incomunicabilità di due coniugi innamorati, ma incapaci di far coesistere le proprie visioni del mondo -in qualche modo questo elemento tornerà poi in “Chesil Beach”.
Non lo consiglierei come romanzo per approcciarsi a McEwan perché non è il più diretto, il più immediato e accessibile, anzi sento di averlo apprezzato anche grazie all’inserimento nella cornice della sua intera produzione. Tuttavia la ritengo come sempre una lettura originale e scritta in modo impeccabile, un’ennesima conferma di quanto non mi stanchi l’approfondimento di questo autore.
Qual è il vostro McEwan preferito?
mercoledì 20 marzo 2024
L'anno che bruciammo i fantasmi
La mia conoscenza con Louise Erdrich, autrice nativoamericana che negli anni è stata premiata con il Pulitzer e il National Book Award, inizia con un titolo minore: "L'anno che bruciammo i fantasmi", pubblicato da Feltrinelli editore.
Questo romanzo, dalla struttura a frammenti, si svolge nell'arco di un anno ed è fortemente influenzato dall'attualità: l'assassinio di George Floyd a Minneapolis e l'epidemia di coronavirus. È anche però permeato dalla spiritualità indigena, dai rituali fatti di preghiere, salvia e incensi, sepolture e fuochi, con i quali la protagonista Tookie è solo parzialmente a proprio agio: infatti non crede agli spiriti, ma deve scontrarsi con la presenza del fantasma della cliente Flora, che si rifiuta di lasciare la libreria dove Tookie lavora.
Attorno a questa donna, dal passato irrisolto e segnato da un'incarcerazione ingiusta, ruotano il marito Pollux, ex poliziotto molto vicino alla propria appartenenza culturale, la nipote che ha appena dato alla luce un bambino e i colleghi della libreria. Così, mentre Tookie affronta la propria identità rimossa e il fantasma di Flora, Pollux contrae il virus e lotta per la guarigione, mentre Minneapolis si ribella alla violenza delle forze armate e manifesta per i diritti civili.
Nel complesso il romanzo non è particolarmente pieno di eventi, ma è disseminato di riferimenti letterari che renderanno felici molti tra i lettori, pronti a prendere nota ad ogni pagina (Louise Erdrich è proprietaria in prima persona di una libreria indipendente, e questo si percepisce molto bene, anche grazie al cameo con cui compare nel testo). Lo definirei "un libro per gli amanti dei libri", sicuramente non il più significativo di questa scrittrice di cui ho intenzione di leggere altro, ma comunque molto godibile. Ve lo consiglio però soltanto se siete pronti ad incontrare in un libro il periodo della pandemia, ancora così vicino!
Avete letto qualcuno dei suoi libri?
I miei sette figli
Pubblicato per la prima volta nel 1955, "I miei sette figli" (che ora trovate in libreria nell'edizione Einaudi) scritto da Renato Nicolai si basa sulla testimonianza di Alcide Cervi, il capofamiglia, e il suo tono informale da contadino di romagna formatosi sui libri e soprattutto sull'esperienza.
In poco più di cento pagine Alcide racconta la sua vita, dalla giovinezza al ruolo di padre di quei sette maschi che gli furono strappati dai fascisti. Racconta il lavoro dei campi, dapprima a mezzadria e poi su terreni propri; le modifiche sul terreno che lo resero sempre più fertile, le migliorie all'allevamento e alla produzione del latte, la coscienza politica sempre più consapevole grazie a quei figli che leggono e si informano e si avvicinano sempre di più al socialismo e al sogno della Russia.
E poi, naturalmente, racconta la Resistenza: i sabotaggi ai fascisti, la diffusione dell'Unità, la stampa clandestina nell'ambiente domestico, le pressioni sempre più forti, gli arresti, infine la fucilazione di quei ragazzi così forti, così coraggiosi da non mostrare mai la loro paura né alle mogli, né ai figli, né ai genitori.
Altrettanto coraggioso emerge Alcide, rimasto con le nuore e undici nipoti, il più grande di appena dieci anni e il minore ancora sul punto di nascere: Alcide che crede alla forza del raccolto che verrà, della prossima generazione pronta a crescere con gli ideali dei padri.
È un testo prezioso, intriso di un territorio e di una sapienza contadina; con la coscienza di oggi lo si troverà un romanzo molto maschile, in cui le due figlie femmine non compaiono mai (probabilmente spose e uscite di casa a differenza dei fratelli che vi hanno condotto le mogli). Rappresenta una generazione e un ideale, nel clima politico di oggi sempre fondamentale e necessario.
Qual è il testo sulla Resistenza che vi ha segnati maggiormente?
Nuotare, fluttuare, volare
Di Daniel Glattauer ho letto negli anni diversi titoli, alcuni dei quali ancora in lingua originale quando studiavo a Berlino. La sua ultima uscita "Nuotare, fluttuare, volare", come sempre pubblicata da Feltrinelli, mi sembrava decisamente un titolo nelle mie corde e ho deciso di leggerlo appena scovato tra le novità della biblioteca. Non mi sbagliavo!
Quanto vale una vita umana, soprattutto quando non è europea? Quanto si è disposti a nascondere la verità per salvaguardare la propria rispettabilità e il proprio mestiere? Con queste domande si scontra la politica Elisa, madre di Sophie Louise, la compagna di scuola che ha invitato Ayaana in Toscana, e si scontrerà anche con l'elaborazione del trauma da parte dell'adolescente, che online entrerà in contatto anche con le sostanze stupefacenti e un'altra vittima della tragedia [Abdulaziz, il fratello di Ayaana, che sotto falso nome la farà innamorare di lui ma la trascinerà anche nella spirale della dipendenza].
Sebbene la trama di per sé sia piuttosto lineare, ho trovato il testo di Glattauer convincente: lo arricchisce anche dei potenziali commenti sui social network con i quali i cittadini austriaci reagiscono alle notizie sulla disgrazia e sul processo, mettendo in luce i punti di vista spesso razzisti e astiosi nei quali ci imbattiamo quotidianamente.
Per di più l'autore non cade nel facile tranello di voler esprimere troppo nel dettaglio il punto di vista della famiglia somala: sottolinea sì la necessità di dar voce agli inascoltati, a coloro che restano nell'ombra della società dopo aver subito innumerevoli traumi legati alla migrazione forzata (e li riporta sulle pagine), ma si concentra soprattutto sul punto di vista dei personaggi austriaci che meglio conosce ed evita stereotipi e gratuito buonismo.
Nel complesso è stata una lettura molto scorrevole e coinvolgente, più focalizzata sull'opinione pubblica e sui dilemmi morali che sul tema dell'emigrazione, che mi sento di consigliarvi.
Avete mai letto questo scrittore?
mercoledì 13 marzo 2024
Tanto poco
"Tanto poco" di Marco Lodoli, pubblicato da Einaudi, è un regalo che ho ricevuto all'inizio dell'anno, e uno dei tanti titoli che sono stati proposti per entrare nella dozzina del Premio Strega. Non conoscevo affatto l'autore, ma la trama e la copertina mi hanno incuriosita; purtroppo, il contenuto non mi ha convinta altrettanto.
In una prospettiva che mi ha ricordato all'inizio le atmosfere de "L'eleganza del riccio", il punto di vista della protagonista è quello di una collaboratrice scolastica di Roma, che nasconde i libri che legge sotto alle riviste rosa per essere sottovalutata da chi la circonda. Quando nell'istituto arriva Matteo, un nuovo, giovane professore con l'ambizione della scrittura, per la donna scatta un colpo di fulmine che ne condizionerà tutta l'esistenza, trasformandosi in una vera e propria ossessione -in certi momenti anche allucinatoria in questa commedia nera.
La protagonista è un personaggio interessante, che rimuove i traumi subiti liquidandoli in poche parole (una violenza sessuale, un aborto) e che nasconde in cespugli di rose e margherite una crudeltà intollerabile (mi sarei volentieri risparmiata una scena di violenza sugli animali davvero molto esplicita). Questo la rende originale, tuttavia le neanche 90 pagine del racconto, dove la vediamo sprofondare sempre di più nelle sue fantasie mentre anche Matteo non se la passa granché bene, non mi sono bastate per definirla una storia particolarmente memorabile.
Insomma una lettura per me senza infamia e senza lode, mi ha tenuto compagnia per un pomeriggio ma non posso dire di averne tratto molto di più!
-
Ho sentito il richiamo del romanzo “La nipote” di Bernhard Schlink, pubblicato da Neri Pozza, dal giorno della sua uscita. Dello scrittore a...
-
"Fervore" di Toby Lloyd, pubblicato da Neri Pozza, è un romanzo che vi consiglio se avete qualche conoscenza di base della religi...
-
Quest’anno più che nei precedenti ho deciso che a guidare la scelta delle mie letture deve essere il desiderio del momento. Certo continuo a...






