Finalista all’International Booker Prize del 2020, “L’illuminazione del susino selvatico” di Shokoofeh Azar, pubblicato da Edizioni E/O, era nella mia libreria da oltre cinque anni e più volte avevo preso in considerazione l’idea di cominciarlo, dando poi sempre la precedenza ad altri titoli. Finalmente è arrivato il suo momento, anche se dopo tanta attesa avrei sperato in una folgorazione maggiore!
I protagonisti sono i membri di una famiglia che seguiamo da prima della rivoluzione del 1979 e nei successivi decenni. Si tratta di una famiglia iraniana che vivrà numerosissimi lutti e difficoltà, dal primogenito che sarà vittima di un’esecuzione politica, la figlia che sarà data per errore alle fiamme insieme agli strumenti musicali del padre e all’unica superstite, che subirà una metamorfosi difficile da comprendere, trasformandosi in una creatura acquatica mentre la madre -colei che vive l’illuminazione sul susino della casa- si allontanerà per lungo tempo da quell’abitazione, dove i fantasmi convivono con i vivi, per poi farvi ritorno al termine della sua esistenza.
L’elemento chiave è proprio questo realismo magico in cui le anime di coloro che hanno perso la vita rimangono costante in costante dialogo e contatto con i sopravvissuti e dove è del tutto plausibile che i jinn abbiano conseguenze sulla vita delle persone: il confine tra realtà e fantasia è per il lettore quasi indistinguibile.
C’è dunque moltissima creatività in questo romanzo, c’è tutta la tradizione del folclore orientale, ma ci sono anche dolorose prese di coscienza sulle atrocità del regime e sulla mancanza di libertà dello stato iraniano.
“L’illuminazione del susino selvatico” è un testo senz’altro interessante e originale, che l’autrice non ha avuto la possibilità di scrivere in patria -è infatti rifugiata in Australia. Al tempo stesso devo dire che non ha fatto del tutto al caso mio dal momento che mi trovo più a mio agio con le narrazioni aderenti alla realtà e avrei preferito un maggiore bilanciamento tra gli elementi fantastici e quelli più concreti.
Sono comunque contenta di aver finalmente dato a questo romanzo la sua possibilità che meritava dopo tanto tempo e mi auguro che prima o poi tutti i lungo soggiornanti sui miei scaffali abbiano la stessa occasione. Ora mi piacerebbe leggere a breve “Nel cuore del gatto”, dove gli argomenti sulla dittatura in Iran che qui sono soltanto accennati credo trovino spazio in una maniera a me più congeniale.
Qual è l’ultimo testo di letteratura iraniana che avete letto?

Nessun commento:
Posta un commento