lunedì 18 novembre 2019

Vita

Il romanzo di oggi non è soltanto un romanzo: è piuttosto un percorso, romanzato, che l’autrice compie nella memoria della propria famiglia. Questo percorso viene intrapreso dalla scrittrice quando è già una donna adulta e il suo antenato -padre di suo padre, che è uno dei due protagonisti del libro che si appresta a scrivere- è ormai già morto, quindi non c’è per lei un modo di raccogliere una sua testimonianza diretta. Nasce così, tra queste pagine, la storia di Vita e di Diamante.


 

Titolo: Vita
Autrice: Melania Mazzucco
Anno della prima edizione: 2003
Casa editrice: Einaudi
Pagine:462




LA STORIA 

La storia inizia nel 1903, con una nave inglese che salpa dall'italia diretta New York. Su questa nave sono molti i membri della famiglia Mazzucco: tra loro c’è Diamante, che è un ragazzino di undici anni, accompagnato da Vita, che di anni ne ha soltanto nove. Sbarcare a Ellis Island sarà l'inizio della loro infanzia americana, e la base su cui costruiranno le loro esistenze di adulti emigrati in un paese molto lontano dal "sogno americano" nel quale riponevano le loro speranze di bambini.

COSA NE PENSO

All’epoca in cui il romanzo ha inizio, avere undici anni in Italia era molto diverso da oggi: Diamante infatti è già considerato un uomo, che può andare in America a trovare un lavoro con cui aiutare la sua famiglia che è estremamente povera - i suoi fratelli addirittura muoiono di fame. Ci ricorda forse i tanti minori non accompagnati che arrivano oggi con un barcone sulle nostre coste, sperando di diventare una risorsa per le famiglie nei loro paesi d'origine?
Ovviamente per Diamante, come oggigiorno per questi ragazzi, non sarà così facile trovare il lavoro che la sua famiglia si aspetta, anzi tutt'altro: all'inizio sarà pressoché impossibile e anche quando dopo un paio di anni in America troverà un impiego nelle ferrovie, questo sarà un lavoro fisicamente devastante, che lo lascerà con una malattia cronica e tutt’altro che ricco. Per questo nel cuore di Diamante resta soprattutto l’Italia, non tanto il sogno americano; dell’America, Diamante conserverà più che altro una grande delusione.
Poi si fece triste e disse in tono malinconico che non sarebbero mai dovuti venire. Questo era un posto bruttissimo, non era vero niente di quello che si raccontava dall'altra parte. L'unica differenza fra l'America e l'Italia erano i soldi: i soldi qui c'erano, ma non erano destinati a loro. Anzi, loro servivano proprio per farli fare a qualcun altro. Dovevano tornare subito in Italia. Lui, se avesse potuto, sarebbe partito anche adesso. Solo che non poteva. A volte è difficile tornare indietro. Dall'altra parte, tutti credevano che fosse diventato ricco.




Molto diverso è il personaggio di Vita -che, incontrato dopo la lettura della saga della Ferrante, ricorda inevitabilmente il personaggio di Lila. Entrambe le due ragazze sono di estrazione estremamente umile, ma dotate di un grande ingegno e di una grande vitalità; sebbene Vita non abbia alcuna fascinazione verso l'istruzione (a differenza di Lila), è una ragazza capace di cavarsela in ogni situazione e che incarna il sogno americano perché in America trova se stessa e trova la libertà che non avrebbe mai potuto avere nel minuscolo paesino della Sicilia dal quale proviene. 
Mentre Diamanti quindi allo scoppiare della prima guerra mondiale sta ancora sognando l’Italia, deluso dall’America dove è cresciuto, Vita si sente appartenere all’America e sarà qui che poi si realizzerà come donna.

Il romanzo della Mazzucco non è affatto lineare: abbiamo infatti dei grossi salti temporali, che a partire dal 1903 ci fanno incontrare i protagonisti una volta adulti, una volta ragazzi e poi infine di nuovo bambini, nella notte dell’inizio del viaggio verso l’America. 

Questo in qualche modo ci fa seguire il loro percorso nell'arco di un’intera vita, ma lo fa in modo discontinuo,  tanto che la più recente informazione su ciò che è stato di Vita e di Diamante il lettore la ricava più o meno verso la metà del libro. Questo andamento non è sempre semplice da seguire, e in più vi si aggiungono delle intromissioni dell’autrice che non ho trovato sempre piacevoli. Mentre infatti seguivo le vicende dei personaggi, l’intervento della scrittrice con fonti documentarie, statistiche oppure citazioni di articoli di giornali dell’epoc,a in qualche modo mi interrompeva e disturbava nella lettura, nonostante ne abbia apprezzato la capacità di conferire un maggiore realismo ai fatti raccontati.
Negli anni Quaranta, mi spiegò un giovane dottore, la maggior parte dei ricoverati erano italiani. Gli italiani erano la minoranza etnica più miserabile della città. Più miserabili degli ebrei, dei polacchi, dei rumeni e perfino dei negri. Erano negri -mi disse - che non parlavano nemmeno l'inglese.
Oltre alle vicende di Diamante, di Vita, di Agnello -che è il padre della ragazza, dei loro numerosi i cugini che si trovano come loro a New York e di altre persone che incrociano il loro cammino, all’interno del libro della Mazzucco troviamo anche la storia degli emigrati italiani negli Stati Uniti all’inizio del Novecento.
Per un'intera generazione di ragazzi l'America non fosse una meta né un sogno. Era un luogo favoloso e insieme familiare - dove si compiva, con il consenso degli adulti, un rito di passaggio, un rito di iniziazione. Altre generazioni ebbero il servizio militare, la guerra in trincea, le bande partigiane, la contestazione. I ragazzi nati negli ultimi decenni dell'Ottocento ebbero l'America.
Vi troviamo gli appartamenti fatiscenti e sovraffollati, vi troviamo la criminalità organizzata -questa mano nera di cui molto si racconta soprattutto nella prima parte del libro, che fa brillare bombe, esplodere esercizi commerciali, che giustizia le persone per strada e colpisce specialmente appunto gli emigrati italiani, gli stessi che la gestiscono. 
Troviamo anche il pregiudizio che all’epoca colpiva i nostri connazionali emigrati, come oggi le vittime sono altri emigrati in Occidente: all'epoca nessuno desiderava affittare abitazioni agli italiani, nessuno aveva fiducia nelle loro capacità e quando possibile si cercava di sfruttarli al massimo e discriminarli. Questo aspetto è estremamente interessante, proprio perché reso molto umano dalle storie vissute in prima persona da Diamante e dagli altri membri della famiglia.

Nel complesso, "Vita" è un romanzo che mi è piaciuto, sebbene abbia trovato la sua struttura qualche volta un po’ dispersiva: i salti temporali non mi sono sembrati sempre costruiti nel modo migliore e talvolta si resta disorientati. 
Rimangono inoltre nel lettore numerose curiosità riguardo le esistenze di Vita e Diamante una volta cresciuti. Veniamo a conoscenza di alcuni avvenimenti, ad esempio scopriamo che entrambi si sono sposati, che entrambi hanno dato il nome dell’altro ai loro primogeniti, ma sappiamo anche che Vita ha sposato il cugino Geremia: come questo sia successo non riusciamo ad immaginarcelo per quanto ci è stato raccontato.
Sulla porta d'ingresso c'era la targhetta con inciso il suo - il loro nome. Le venne in mente che una delle ragioni per cui aveva sposato Geremia era perché portava in dote il loro duro nome - una sorta di sasso scagliato da una fionda.
Confesso che avrei desiderato qualche risposta in più, ma considerando i tanti buchi nella ricostruzione fatta dall'autrice è accettabile che non ogni particolare sia stato raccontato. Suo padre Roberto infatti è stato un uomo piuttosto silenzioso, di conseguenza ricostruire i percorsi di vita del padre di lui, Diamante, è stata un'impresa molto difficile, che ha richiesto all’autrice anche diversi viaggi negli Stati Uniti alla ricerca di prove documentali tutt’altro che semplici da reperire.

Una perplessità mi è nata dopo aver letto che questo romanzo è stato accusato di plagio: la Mazzucco infatti avrebbe copiato interi brani da un'edizione di "Guerra e pace" di Tolstoj. Non avendo io mai letto questo classico non sono stata in grado di accorgermene, ma non sarebbe certo un punto a suo vantaggio. 
Nonostante ciò il libro è stato molto apprezzato ed ha anche vinto il Premio Strega nel 2003; anche a me è piaciuto, e lo consiglio se siete interessati al tema dell'emigrazione italiana del secolo scorso: un argomento che io trovo molto stimolante ma del quale ho letto, finora, assai poco. "Vita" è comunque un ottimo punto di partenza!

lunedì 11 novembre 2019

Canta, spirito, canta

Jesmyn Ward è un'autrice pluripremiata: unica donna ad aver vinto per due volte il National Book Award, racconta gli Stati Uniti del Sud (in particolare il Mississippi di cui è originaria), l'uragano Katrina e le sue conseguenze; i suoi protagonisti sono afroamericani che non se la passano troppo bene. Quella ambientata a Bois Savage è una trilogia che inizia con "Salvare le ossa", romanzo molto crudo che ho letto e apprezzato nel 2018 -ne trovate qui la recensione.



Titolo: Canta, spirito, canta
Autrice: Jesmyn Ward
Anno della prima edizione: 2017
Titolo originale: Sing, Unburied, Sing
Traduttrice: Monica Pareschi
Casa editrice: NN Editore
Pagine: 266



LA STORIA

Jojo ha tredici anni. I suoi punti di riferimento sono i suoi nonni materni, Mam e Pop; lei sta morendo, divorata dal cancro, mentre lui è l'unico a poter dare un esempio da seguire al nipote. Leonie, la madre di Jojo, infatti ha problemi di droga e di dipendenza affettiva da Michael, padre di Jojo e della piccola Kayla -che nel fratello maggiore e nei nonni trova il suo universo.
All'inizio del romanzo Michael sta per uscire dal carcere; Leonie carica allora in auto Jojo e Kayla per un rocambolesco viaggio dove emergono i problemi del presente, ma anche i fantasmi del passato.

Illustrazione di Tomer Hanuka
COSA NE PENSO

La scrittura di Jesmyn Ward è potente; l'autrice delinea personaggi che spezzano il cuore, Esch in "Salvare le ossa" lo era stata ma il protagonista di questo romanzo lo è ancora di più: impossibile non provare tenerezza per Jojo, padre bambino della sua sorellina, figlio trascurato da una madre troppo giovane ed instabile, profondamente amato dal nonno Pop che vorrebbe poterlo difendere da tutto.
Mi racconta le storie. Le storie di quando mangiavano le radici di tifa che il loro papà andava a raccogliere dalla palude. Le storie di quando sua mamma e la sua famiglia usavano il muschio spagnolo per i materassi. A volte mi racconta la stessa storia anche tre o quattro volte. Quando racconta, la sua voce è come una mano tesa che mi accarezza la schiena, e posso schivare la paura di non riuscire mai a stare a testa alta come lui, a essere sicuro di me come Pop lo è di se stesso.
Jojo è sensibile, talmente sensibile che i capitoli raccontati dalla sua voce sono toccanti e dolorosi, mentre confesso di aver provato un certo fastidio leggendo il punto di vista di Leonie, egoista, incapace di crescere ed assumersi le proprie responsabilità di madre -anche se proprio questo la rende un personaggio credibile e ben costruito.
"Sono stufa di questa merda" dico io. Non so perché lo dico. Forse perché sono stufa di guidare, stufa della strada che si allunga davanti a me all'infinita, con Michael sempre all'estremità opposta, non importa quanti chilometri faccio, quanto mi spingo lontano. [...] Forse perché vorrei che venisse a rannicchiarsi contro di me, che si facesse proteggere da me invece che da suo fratello. Forse perché Jojo nemmeno mi guarda, tutta la sua attenzione è per il corpo che ha tra le braccia, quel piccolo essere che sta cercando di consolare, mentre la mia è altrove. Il mio amore materno: incostante, come sempre.
La terza voce narrante è poi quella di Richie, che insieme a River (il fratello defunto di Leonie) è l'elemento di rivoluzione nel nuovo volume della trilogia di Bois Savage: mentre "Salvare le ossa" è un romanzo intriso di verità, con l'incombente uragano Katrina e la concretezza della terra, dell'acqua e del sangue, qui ritroviamo gli stessi elementi mescolati con una particolare percezione dei personaggi che li mette in comunicazione con gli spiriti di chi non c'è più, in un realismo magico che mi ha ricordato molto "Amatissima" di Toni Morrison.
Abbraccio Pop come abbraccio Kayla. Lui affonda la testa tra le ginocchia, gli trema la schiena. Rimaniamo chini l'uno sull'altro, mentre Richie diventa sempre più scuro, finché non è che un buco nero in mezzo al prato, come se avesse assorbito tutta la luce e tutto il buio di quei chilometri, di quegli anni, finché non è altro che nero combusto, e poi non è più. Al suo posto c'è un'aria soave e sole giallo e polline portato dal vento, e io e Pop abbracciati nell'erba. Tra i brontolii, gli sbuffi, i guaiti, gli animali si stanno calmando. Grazie, dicono. Grazie grazie grazie, cantano. 
Come nel capolavoro dell'autrice premio Nobel, c'è anche in "Canta, spirito, canta" il passato di soprusi a cui i neri sono stati sottoposti negli Stati Uniti, in particolare negli stati del Sud; c'è la violenza dei bianchi che non fa distinzioni tra adulti e bambini quando la loro pelle è del colore sbagliato, e spinge a commettere azioni che non si sapranno mai perdonare a se stessi.
Rispetto a "Salvare le ossa", questo secondo volume della trilogia potrà piacere ad un pubblico più ampio: rispetto a Esch, Skeetah e gli altri (che qui appaiono, per un attimo, strizzando l'occhio a chi ha già letto Jesmyn Ward) è più immediato provare empatia per Jojo, affezionarsi a Mam e Pop, sentirsi parte della loro famiglia.
"Mi odia" dico. "No, ti vuole bene. Solo non sa dimostrarlo. E il suo amore per se stessa e il suo amore per Michael... be', è ingombrante. La confonde". [...] Mam mi guarda dritto in faccia."Tu non avrai mai quel problema".
Confesso di aver preferito "Canta, spirito, canta" anche perché l'ho trovato, seppure intenso ed emotivamente impegnativo, meno disturbante; ne sono stata rapita senza provare la repulsione che avevo avvertito tra le pagine del volume precedente. 
Vi consiglio dunque questo titolo anche come romanzo singolo, dal momento che la continuità con il precedente non è necessaria, e le tematiche del secondo potrebbere esservi, come a me, più congeniali. 

lunedì 4 novembre 2019

Amatissima

Terza lettura per la sfida dello scaffale strabordante a cui partecipo nel disperato tentativo di ridurre la quantità di libri non ancora letti che invadono ogni centimetro delle mie librerie. Da molto avevo acquistato questo titolo, che avevo affrontato su consiglio della professoressa di Antropologia ai tempi dell'università; mi aveva colpita come uno schiaffo in pieno viso, e a distanza di anni sentivo di doverlo rileggere. Finalmente mi sono decisa a farlo.



Titolo: Amatissima
Autrice: Toni Morrison
Anno della prima edizione: 1987
Titolo originale: Beloved
Casa editrice: Frassinelli
Traduttore: Giuseppe Natale
Pagine: 410



LA STORIA

Le protagoniste di questo romanzo sono madre e figlia, Sethe e Denver. Vivono nel diciannovesimo secolo negli Stati Uniti; Sethe è stata una schiava per più di metà della sua vita ed è riuscita a sfuggire ai suoi padroni solo dopo aver subito atroci sofferenze; ha portato con sé i propri figli sino a Cincinnati, ma non è riuscita a sfuggire ai fantasmi del suo passato, che non hanno mai smesso di perseguitarla.
«Quando le cose morte tornano in vita, fanno sempre male.»
COSA NE PENSO

Il romanzo "Amatissima" vinse il Premio Pulitzer nel 1988, e la sua autrice, purtroppo recentemente scomparsa, fu insignita del Premio Nobel per la Letteratura nel 1993. Già da queste due informazioni è evidente come la qualità della scrittura in "Amatissima" sia eccellente, e che difficilmente deluderà i lettori.

Si parla di schiavitù, in "Amatissima", e si parla di libertà. Si parla di quanto gli schiavi abbiano dovuto subire negli Stati Uniti dell'800, senza risparmiare al lettore alcun dettaglio delle atrocità a cui sono stati sottoposti: frustate, strumenti di tortura, roghi, stupri, gabbie sotterranee solo per citarne qualcuno. 
Due o tre mesi. Era più o meno quello il periodo massimo che resisteva in un posto. Dopo l’esperienza del Delaware e, ancora prima, ad Alfred, in Georgia, dove dormiva sottoterra e scivolava fuori, alla luce del sole, al solo scopo di spaccar pietre, andarsene quando gli pareva era l’unico modo per convincersi che non doveva più starsene sempre incatenato a dormire, pisciare, mangiare o pestare con la mazza.
Alla protagonista Sethe nulla è stato risparmiato: sulla sua schiena c'è un albero, l'insieme delle cicatrici lasciatele da una frusta; degli otto figli che ha partorito, soltanto Denver è ancora accanto a lei nel tempo della libertà -ed è una ragazza insicura, che vive rinchiusa nella casa al 124, in funzione della madre e del suo ingombrante passato.
«Scusa tanto, ma non sopporto nemmeno una parola contro di lei. Ci penso io a punirla. Tu lasciala stare.» Rischioso, pensò Paul D, molto rischioso. Per una ex schiava, amare a quel modo era pericoloso, soprattutto se l’oggetto dell’amore erano i suoi figli. La cosa migliore da farsi, lo sapeva, era amare un pochino, amare tutto, però solo un pochino, così quando gli spezzavano la schiena, o lo ficcavano in un sacco di iuta, be’, forse restava un po’ d’amore per chi veniva dopo.
Il romanzo di Toni Morrison è infatti una storia familiare, dove tre generazioni condividono una casa, dopo aver ottenuto a caro prezzo la libertà. Al 124 infatti hanno vissuto Baby Suggs (la madre dell'unico uomo che Sethe abbia amato, e da cui sia stata amata), Sethe e Denver; è qui che il passato di Sethe torna a bussare alla porta e la obbliga a confrontarsi con ciò che si è lasciata alle spalle per poter sopravvivere.

«L’ho fatta io, quella canzone», disse Sethe. «L’ho fatta io e la cantavo ai miei bambini. Quella canzone non la conosce nessun altro, solo io e i miei bambini.» Amata si voltò a guardarla. «Io la conosco», disse.
Sethe è una donna spezzata da ciò che ha subito, da tutto ciò che le è stato portato via: l'amore, i suoi figli, la sua integrità fisica e morale. Sethe è il simbolo dell'orrore della schiavitù, di ciò che i bianchi hanno inflitto ai neri pensando che fosse un loro diritto, credendosi superiori. Sethe rappresenta una pagina di storia che è necessario ricordare, che è necessario raccontare -anche perché i tempi delle battaglie per i diritti civili non sono affatto trascorsi da molto. 
ogni accenno alla sua vita passata le faceva male: in quella vita tutto dava dolore o era andato perduto. Lei e Baby Suggs, senza neppure avere bisogno di parlarne, si erano trovate d’accordo sul fatto che non c’erano parole per descriverlo. Alle domande di Denver, Sethe dava sempre delle risposte brevi, oppure divagava fornendo delle fantasticherie incomplete. Perfino con Paul D, con cui aveva condiviso in parte quello stesso passato e con cui poteva parlarne perlomeno con una certa tranquillità, il dolore era sempre lì – come all’angolo della bocca, tutto piagato, nel punto in cui prima c’era il morso.
Toni Morrison costruisce un romanzo attorno a Sethe, anche se si è ispirata ad un terribile fatto di cronaca, in cui una donna di nome Margaret Gardner, in fuga dalla schiavitù, aveva compiuto la stessa dolorosissima scelta che in "Amatissima" compie la sua protagonista. Difficile non rimanere sconvolti, una volta intrapresa la lettura di questo romanzo; impossibile restare indifferenti a ciò che ci racconta un'opera di finzione, ma è stato del tutto reale.
"Amatissima" è un romanzo duro, che ripercorre passi tra i più oscuri della storia americana, le peggiori violazioni dei diritti umani; è un romanzo che contiene grandi, terribili verità ma le mescola al realismo magico dando vita ad un insieme perfettamente calibrato, poetico ed appassionante.
Ho iniziato a scoprire questa scrittrice da quella che è probabilmente la sua opera più famosa, ma di una cosa sono certa: è stato solo l'inizio, e se il buon giorno si vede dal mattino... mi aspettano molte altre ottime letture.

lunedì 28 ottobre 2019

Le risposte

Le storie d'amore non sono la mia prima scelta quando si tratta di decidere la prossima lettura, anche se poi quando ne seleziono una di solito il mio responso è piuttosto positivo -non parliamo di harmony, naturalmente. Quando ho sentito parlare di questo romanzo mi è sembrata una storia d'amore abbastanza atipica da potermi piacere, e così non ho esitato a leggerla.



Titolo: Le risposte
Autrice: Catherine Lacey
Anno della prima edizione: 2017
Titolo originale: The Answers
Casa editrice: SUR
Traduttrice: Teresa Ciuffoletti
Pagine: 329



LA STORIA

Mary è una giovane ragazza statunitense che soffre di diversi disturbi per cui ricorre ad una terapia complessa e costosa che agisce sul suo corpo quanto sulla sua anima; è sommersa dai debiti, ed è proprio durante la ricerca di un nuovo lavoro che possa risolvere la situazione che viene assunta per partecipare all'EF: Esperimento Fidanzata.
Esso è un progetto segretissimo che ruota attorno ad un famoso attore, Kurt Sky, per il quale le ragazze selezionate interpreteranno il ruolo di fidanzate -sì, fidanzate al plurale.
La Fidanzata Sentimentale dovrà anche astenersi da attività di tipo materno come fare la spesa, preparare i pasti, fare pulizie in casa, offrire consigli di arredamento o anche solo annaffiare le piante -anche se ce n’è una che sembra averne bisogno. Questi e altri compiti sono stati assegnati alla Fidanzata Materna, al fine di mantenere il rapporto tra Kurt e la Fidanzata Sentimentale il più puro possibile. Tra l’altro abbiamo appena assunto la Fidanzata Collerica, che sarà responsabile dei litigi, delle molestie e della manipolazione, quindi il rapporto tra Kurt e la Fidanzata Sentimentale dovrà essere unicamente piacevole, dato che lui sperimenterà le emozioni più violente con la FC. Pertanto la Fidanzata Sentimentale non dovrà mai essere in disaccordo con Kurt, metterlo in difficoltà o lamentarsi.
L'EF si rivelerà un esperimento tutt'altro che semplice e lineare, scatenando infatti nei partecipanti ogni sorta di emozione -perché forse recitare l'amore non è semplice come sostenuto dal contratto.


COSA NE PENSO

Il romanzo di Catherine Lacey non è affatto lineare nella sua narrazione, e come alla protagonista anche al lettore non vengono fornite tutte le risposte che si desidererebbero. 
Qual è il modo migliore di amare? Come si fa a sapere per certo qualcosa che sta nel cuore di un altro? È una cosa così seria, questa cosa qui, e nessuno sa come farla per bene.
Il tema attorno al quale il romanzo ruota è senza dubbio quello dei sentimenti, in particolare l'amore: cosa significa essere innamorati? Ci si può innamorare seguendo un copione, è possibile controllare ciò che si prova in base ad un incarico per il quale si viene retribuiti, o si tratta di un sentimento del tutto fuori dal nostro controllo?
Al di là delle opinioni personali dei singoli lettori, e per quanto l'Esperimento Fidanzata possa apparire straniante, è innegabile che gli spunti di riflessione riguardo le relazioni amorose che il romanzo di Catherine Lacey fornisce sono innumerevoli; numerose sono anche le citazioni che ho riportato per poterle rileggere con calma in futuro, poiché si sono avvicinate molto al mio personale modo di vivere l'innamoramento. 
Non condividevano la stessa lingua materna e Ashley si chiedeva ancora, perfino a distanza di decenni, se fosse quello il motivo per cui il loro amore sembrava aver retto parecchio più a lungo della media, perché avere una barriera linguistica significava partire da un’aspettativa realistica, dal presupposto che non si sarebbero mai capiti del tutto. Era stato quello che non potevano sapere l’uno dell’altra, forse, a tenerli insieme.
Il personaggio di Mary è sin dall'inizio davvero interessante: il suo vero nome è infatti Junia, anche se nessuno lo sa; ha avuto un'infanzia complessa ed atipica per via delle teorie di suo padre, che chiama rigorosamente per nome, finché una zia non l'ha allontanata dalle credenze religiose dei genitori per regalarle una vita normale. Del passato di Mary avrei sperato, pagina dopo pagina, di scoprire molto di più; purtroppo non è successo ed anzi nella seconda parte del libro il punto di vista da interno diventa esterno, in terza persona, e avviene nel lettore un progressivo distacco da Mary che si percepisce più lontana e più sconosciuta. 
Sono forse il genere di persona che si rende la vita più difficile del necessario? Sono stata io a invitare attivamente tutto questo casino nella mia vita o stavo solo facendo del mio meglio? Ma è terribile e altrettanto vero: ciascuno si porta dentro qualcosa che ancora non riesce a vedere.
Anche il personaggio di Kurt rimane piuttosto sfocato. Anche della sua giovinezza si scopre qualcosa, la morte di sua madre, un'infanzia di trascuratezza, poche storie d'amore vere e proprie una volta cresciuto. Si rivelano in lui alcuni lati detestabili, lo si vede costantemente accompagnato da un manager solerte e pazzo di lui, ma non si arriva mai in profondità -ed anche le vere intenzioni che hanno dato vita all'EF rimangono oscure.
L’idea gli era venuta in sogno: un esperimento sul dare buca a qualcuno, far sì che una donna del Team Intimità lo aspettasse in un luogo pubblico, un qualche posto abbastanza frequentato da metterla in imbarazzo, mentre il ritardo si trasformava in assenza totale, i messaggi e le chiamate venivano ignorati, l’attesa diventava sempre più patetica, una supplica. c’era qualcosa da imparare – Kurt non ne aveva dubbi- da quel miscuglio di senso di colpa e potere che si prova nel far aspettare qualcuno, dalla mortificazione che accompagna l’abbandono.
In conclusione ho trovato la prima parte del romanzo di Catherine Lacey più appassionante della seconda; la mia curiosità infatti non è stata del tutto soddisfatta andando avanti nella lettura. Tuttavia si tratta di un libro che mi ha fatta pensare molto al concetto di amore e di identità, di stare bene con se stessi ed insieme agli altri.
Nonostante i difetti che non posso negare (non sto nemmeno a nominarvi i personaggi della migliore amica e del terapista di Mary, a dir poco confusi e mal costruiti), non è un romanzo che vi sconsiglio, anche se vi suggerisco di leggerlo senza aspettarvi un capolavoro.

lunedì 21 ottobre 2019

L'ombra del vento

Per la prima volta ho letto questo libro molti anni fa, ormai più di dieci, quando era la novità del momento e non riuscii a resistere alla sua copertina negli espositori del supermercato. Oggi non compro più libri quando faccio la spesa e sono molto restia al leggere il best-seller del mese. Questo libro nella sua copertina (che ancora oggi mi piace moltissimo) si era ritagliato quindi da oltre un decennio il suo posto sui miei scaffali colorati, e non pensavo a lui da molto tempo; poi, complice un meraviglioso viaggio a Barcellona, l'ho riscoperto. E Daniel Sempere ha reso la mia vacanza ancora più magica.


Titolo: L'ombra del vento
Autore: Carlos Ruiz Zafòn
Anno della prima edizione: 2001
Titolo originale: La sombra del viento
Casa editrice: Mondadori
Traduttrice: Lia Sezzi
Pagine: 439


LA STORIA
Daniel Sempere è appena un bambino quando suo padre, libraio di Barcellona, gli rivela l'esistenza del Cimitero dei libri dimenticati: un luogo colmo di volumi sconosciuti al grande pubblico, dove chiunque venga ammesso tra gli scaffali ha il compito di adottare un libro e tenerlo con sé. È qui che Daniel incontra "L'ombra del vento", romanzo di Julian Carax, scrittore del quale si sono perse le tracce e la cui opera omnia è stata quasi completamente data alle fiamme da un personaggio che pare essere un demonio uscito dai suoi libri. 

COSA NE PENSO
L'ombra del vento è un romanzo che contiene in sé diversi generi letterari. È innanzitutto un romanzo di formazione, che vede crescere Daniel, passare da un adolescente infatuato di una donna che non lo ricambia ad un giovane uomo che scopre cosa significa innamorarsi davvero. 
C'è molta famiglia dentro questo libro: la mancanza della madre di Daniel, prematuramente scomparsa, e la sua stretta relazione con il padre che lo ama moltissimo; e poi c'è Fermìn, che pur non avendo con i Sempere un legame biologico diventa in breve tempo uno di loro.
La passione infantile è un'amante infedele e capricciosa, e ben presto nel mio cuore ci fu posto solo per le costruzioni e le barchette a molla. Smisi di chiedere a mio padre di portarmi a vedere la penna di Victor Hugo, e lui smise di menzionarla. Ma di quel periodo mi è rimasta impressa un'immagine di mio padre: un uomo magro, con un vecchio vestito troppo largo e un cappello usato comprato in calle Condal per sette pesetas, che non poteva permettersi di regalare a suo figlio una penna tanto portentosa quanto inutile.
È anche un romanzo ricco di misteri, che copre un arco temporale lungo oltre vent'anni (dall'immediato dopoguerra all'epilogo nella metà degli anni Sessanta) e affronta tematiche storiche come la guerra civile spagnola, l'epoca durante la quale il castello di Monjuic era una prigione ed un luogo di tortura.
È impossibile descrivere quei primi giorni di guerra a Barcellona, Daniel. Negli sguardi della gente c'erano odio e paura e nelle strade regnava un silenzio che prendeva allo stomaco. Di giorno in giorno, di ora in ora, arrivavano notizie allarmanti. Ricordo una sera in cui Miquel e io camminavamo lungo le ramblas diretti a casa. In giro non c'era anima viva. Osservando le facciate delle case, le imposte che occultavano sguardi sospettosi, Miquel disse che si sentiva il rumore dei coltelli che venivano affilati.

Lo stile di Zafòn è semplice, ricco di descrizioni capaci di trasportare il lettore in una Barcellona molto meno assolata di quella che ho avuto il piacere di visitare; spesso piove su Daniel, su Fermin e sugli altri personaggi che percorrono le strade della città, si fermano nelle sue piazze, viaggiano sui suoi treni. Barcellona è uno sfondo ma anche un elemento cardine nel romanzo di Zafon: è infatti proprio la città a creare l'atmosfera, ad aggiungere un tratto distintivo.
Ci incamminammo in direzione della Barceloneta e, passo dopo passo, arrivammo fino al frangiflutti. La città, avvolta nel silenzio, si offriva al nostro sguardo emergendo dalle acque calme del porto come un miraggio. Ci sedemmo sul molo per contemplare lo spettacolo. A una ventina di metri da noi si snodava un'immobile processione di automobili con i vetri dei finestrini appannati o coperti da fogli di giornale. «Questa città è magica, Daniel. Ti entra nel sangue e ti ruba l'anima.»
Va detto che non tutte le storie contenute ne "L'ombra del vento" sono incredibilmente originali, ad esempio è innegabile quanto la storia d'amore tra Julian e Penelope sia debitrice alla tragedia di Giulietta e Romeo (con Miquel Moliner nei panni del Frate Lorenzo e Jacinta in quelli della nutrice). 
Di notte Julián scriveva racconti in cui dava voce al suo amore per Penélope. Poi, con una scusa qualunque, si recava nella casa dell'avenida del Tibidabo e attendeva l'occasione per sgattaiolare nella stanza di Jacinta e affidarle le pagine scritte da consegnare alla ragazza. Ogni tanto la governante gli dava un biglietto di Penélope che Julián leggeva e rileggeva all'infinito.
Tuttavia a mio parere l'opera nel complesso non ne risente: Zafon è abilissimo nel mantenere sempre viva nel lettore la curiosità nei confronti del destino di Julian Carax, dell'identità del misterioso uomo sfigurato che si fa chiamare Lain Coubert, ed anche del passato di personaggi comprimari come Fermin -che è senza dubbio uno dei più riusciti, grazie alla sua pungente ironia ed al fatto che incarni una parte della storia spagnola con il proprio vissuto precedente all'impiego presso i Sempere.

Un altro grande pregio dello scrittore spagnolo è l'abilità di dosare gli elementi all'interno del suo corposo romanzo: esso è infatti ricco di drammi (pensiamo alla triste vicenda di Penelope Aldaya, allo stesso padre di Daniel che non ci appare mai come un uomo soddisfatto, a Fermin prigioniero dei propri rimorsi, e naturalmente a Julian…) ma non eccede mai nei toni tragici, che vengono abilmente smorzati attraverso la divertente voce di Fermin e gli aneddoti della giovinezza di Daniel, che spesso riescono a farci sorridere.
"L'ombra del vento" è una lunga ricerca che si sviluppa lungo due binari paralleli: Daniel cerca Julian, e Julian cerca dapprima Penelope, poi lo stesso Daniel senza che egli se ne renda conto. Si tratta di un'avventura ricca di misteri da svelare, di enigmi a cui trovare risposta, dalla quale è impossibile non farsi coinvolgere; i lettori poi saranno deliziati dal ruolo da protagonisti che viene affidato ai libri e alle librerie.
«I libri?» «Libri maledetti, l'uomo che li ha scritti, un misterioso personaggio fuggito dalle pagine di un romanzo per poterlo bruciare, un tradimento e un'amicizia perduta. È una storia d'amore, di odio e di sogni vissuti all'ombra del vento.» «Sembra il risvolto di copertina di un romanzetto, Daniel.» «Non per niente lavoro in una libreria. Ma questa è una storia vera. Vera come il fatto che questo pane è vecchio almeno di tre giorni. E come tutte le storie vere comincia e finisce in un cimitero, anche se molto particolare.»
Anche affezionarsi ai protagonisti è istintivo, al punto che una volta terminata la lettura se ne sente immediatamente la mancanza.
Ecco il motivo per cui ho iniziato la lettura de "Il gioco dell'angelo" non appena terminato questo tomo...

lunedì 14 ottobre 2019

Destinatario sconosciuto

Regalo ricevuto ormai un paio di anni fa, questo libriccino aveva trovato posto sugli scaffali della mia libreria e da lì non si era più mosso. Poi, come sempre mi capita con i numerosi volumi accumulati, è arrivato il suo momento con una sorta di irresistibile richiamo: e ho scoperto una vera perla!



Titolo: Destinatario sconosciuto
Autrice: Katherine Kressmann Taylor
Anno della prima edizione: 1938
Titolo originale: Adress unknown
Casa editrice: Rizzoli
Traduttrice: Ada Arduini
Pagine: 77



LA STORIA

All’interno di questo brevissimo romanzo epistolare due uomini, due amici di lunga data -Max, ebreo residente gli Stati Uniti e Martin, tedesco da poco rientrato in patria- si scambiano lettere nelle quali gestiscono la comune attività e si raccontano a vicenda la propria quotidianità. Lettera dopo lettera, appare evidente l’ascesa al potere del nazismo in Germania: e si sa cosa ciò comporterà per gli appartenenti alla religione ebraica...  


COSA NE PENSO

"Destinatario sconosciuto" è una storia folgorante, che non fa sconti. 
La sua autrice, statunitense, la pubblicò su una rivista nel 1938; ebbe un grande successo oltreoceano, ma in Europa, dove la Seconda guerra mondiale era sul nascere e l'antisemitismo era divenuto legge in molti stati, la sua pubblicazione fu immediatamente vietata.
Ricominciò a circolare solo negli anni '90, e da allora la sua popolarità non è mai venuta meno: numerosissime sono le trasposizioni teatrali del romanzo in tutto il mondo. La sua importanza oggi è più che mai fondamentale, perché nonostante sia stato scritto oltre settanta anni fa "Destinatario sconosciuto" sa parlare al presente; come Max vede, a distanza, il lato più oscuro e reale di quanto sta accadendo in Germania mentre lui scrive le sue lettere a Martin, il lettore oggi potrà scorgere parallelismi tra i due periodi storici -e si spera, ricavarne spunti per cambiare il presente in modo da non ripetere gli orrori del passato.
La gente non si nasconde più dietro la vergogna; ha ricominciato a sperare. Forse questa povertà avrà fine. Accadrà qualcosa, anche se non so che cosa. Abbiamo trovato una guida! Eppure, a volte esito e mi chiedo: una guida che ci condurrà dove? Spesso l'eccessiva disperazione può spingere a imboccare la strada della follia.
La struttura epistolare del romanzo è particolarmente adatta alla narrazione: in ogni lettera vi è infatti il punto di vista di uno solo dei suoi protagonisti, la sua sola opinione su quanto gli avviene attorno; mentre Martin appare sordo alle affermazioni con cui Max lo incalza, allo stesso modo Max sembra impossibilitato ad intervenire sulla realtà che circonda Martin -e nella quale, suo malgrado, anche sua sorella viene a trovarsi. In un'amicizia che all'inizio era salda e duratura si intromette il regime, e Max non è per Martin più soltanto il suo socio e amico, bensì soprattutto un ebreo che in quanto tale si merita l'antisemitismo dilagante.
Tu vedrai soltanto che la tua gente sta patendo. Non puoi capire che per salvarne milioni, alcuni devono soffrire. Tu sei soprattutto un ebreo e piangerai per il tuo popolo. Lo capisco. Gli ebrei sono fatti così. Vi lamentate ma non siete mai abbastanza audaci da combattere. Ecco perché ci sono i pogrom.
"Destinatario sconosciuto" non è però soltanto un'opera di carattere storico, che immortala un momento cruciale per il ventesimo secolo: è anche un racconto completo, in cui la tensione cresce fino ad un epilogo a sorpresa che lascia a dir poco allibiti -e che naturalmente non posso svelare! 
Sono rimasta davvero stupita da questa lettura, che non mi sarei aspettata così appassionante. Considerando che richiederà una mezz'ora del vostro tempo, vi consiglio di recuperarlo e trovare l'occasione di leggerlo: sarà di certo un momento ben speso.

lunedì 7 ottobre 2019

Le nozze di Al-Zain

Come ormai avrete capito, la mia ricerca di autori esce spesso dai confini dell'Europa ed in particolare arriva all'altra sponda del Mediterraneo, alla scoperta di nuovi autori arabi e mediorientali che ancora non conosco.



Titolo: Le nozze di Al-Zain
Autore: Tayeb Saleh
Anno della prima edizione: 1969
Titolo originale: 'Urs al-Zayn
Casa editrice: Sellerio
Traduttori: Lorenzo Declich, Daniele Mascitelli
Pagine: 122



LA STORIA

Il protagonista di questo romanzo breve è Al-Zain, un uomo facile all'innamoramento e molto noto nel piccolo paesino del Sudan dove ha sempre vissuto. Ma così come si innamora facilmente, altrettanto in fretta i suoi sentimenti si rivolgono altrove.
Al-Zain usciva da ogni storia d'amore così come ci era entrato, su di lui non appariva alcun cambiamento. Anche la sua risata non cambiava, la sua frivolezza non diminuiva punto, le sue gambe non si stancavano di portare il corpo da un'estremità all'altra del paese. 
Proprio per questo l'intera comunità è a dir poco sorpresa alla notizia delle sue imminenti nozze con una delle ragazze più attraenti del paese...


COSA NE PENSO

Autore sudanese di fama internazionale, Tayeb Saleh ha esordito con questa novella nel 1966. La sua opera più nota è però successiva e si intitola "La stagione della migrazione a nord" -lettura che affronterò prossimamente.

Il matrimonio di Ni'ma e Al-Zain è qui il pretesto attraverso il quale Saleh ritrae un gruppo di persone, la loro identità e il loro carattere. Ci sono infatti Musa, servitore ingiustamente allontanato dal figlio del suo datore di lavoro, il pio Al-Hunain la cui integerrima morale è sopravvissuta anche alla sua morte, Saif-al-Din che dopo una vita di dissoluzione si ravvede... 
Il risultato è una rappresentazione evocativa di un luogo sul maestoso fiume Nilo che sembra essere sospeso nel tempo, lontano dalla frenesia di qualsiasi città, e che racconta la quotidianità di individui dai caratteri universali.
Gli anni si susseguono, uno dopo l'altro, il petto del Nilo si gonfia così come il petto dell'uomo si riempie di collera. L'acqua scorre sulle due sponde e ricopre la terra arata fino ad arrivare ai bordi del deserto, fin alla base delle case, le rane gracidano nel Nilo e da nord soffia un vento umido impregnato di rugiada che porta un profumo che è un misto della fragranza dei fiori dell'acacia, l'odore della legna bagnata, l'odore della terra fertile riarsa quando si disseta d'acqua [...].
Alla conclusione della novella c'è poi una sorpresa per il lettore: due brevi racconti di Saleh.
"Una manciata di datteri" è infatti una storia sulla perdita dell'innocenza: un nipote scopre che il suo amatissimo nonno è diverso da ciò che pensava, ed è in realtà un uomo avido e privo di scrupoli; "Il dum di Wad Hamid" è invece un racconto evidentemente politico, su come una comunità difende un albero che sembra racchiuderne l'essenza, disposta ad aspettare per decenni il progresso a patto che il dum (e dunque l'identità, la tradizione) non venga da esso sradicato. 

Nel complesso questo primo incontro con la produzione di Saleh non mi è dispiaciuto; confesso di aver preferito i due racconti brevi conclusivi a quello principale, che per quanto vivido e di grande intrattenimento non mi ha particolarmente colpita.
Ora sono davvero curiosa di leggere l'opera che viene considerata il suo capolavoro!