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giovedì 12 marzo 2026

Capelli, lacrime e zanzare

Romanzo d'esordio della scrittrice zambiana Nawali Serpell, "Capelli, lacrime e zanzare", pubblicato da Fazi editore, era nella mia libreria con la sua imponente mole da oltre un anno, finché il gruppo di lettura legato al progetto #scaffaleafricano organizzato da @liseleggeliseviaggia mi è stato di stimolo.

Sin dall'inizio sono rimasta un po' disorientata: i primi capitoli risuonano di un'eco fenogliana riprendendo i ventitré giorni della città di Alba, dunque un'ambientazione piemontese che non mi aspettavo, per poi riportarsi in una direzione più prevedibile, ossia quella della storia dell'indipendenza dello Zambia, in un affresco di numerosissimi personaggi che si snodano su tre diverse generazioni dall'inizio del Novecento ai giorni nostri.

L'aspetto stilisticamente più interessante è la presenza di un coro, segnalato in corsivo, a separare i diversi capitoli: dà voce a nientemeno che alle zanzare, portatrici di malattie che hanno influenzato il corso della storia, e ricordano il proprio ruolo nella colonizzazione e sulle vicende umane. 

Oltre alle zanzare, come ci ricorda il titolo incontriamo molte donne in queste pagine, tra cui una i cui capelli non cessano mai di crescere e un'altra che non può fermare le sue lacrime. Sono donne che non si supportano, preda delle proprie fragilità e dei propri egoismi, e non è facile provare empatia per loro. L'evoluzione dello stato è tra gli elementi che più mi hanno incuriosita, ma ho trovato che il romanzo si perda troppo spesso per strada: dopo un inizio lento, una parte attorno alla metà da cui mi ero sentita coinvolta, di nuovo digrada in moltissime divagazioni, prendendo la direzione del virus endemico dell'HIV, fino ad una parte conclusiva sulle nuove tecnologie che non vedevo l'ora di terminare.

Ho affrontato questa lettura con apertura mentale e sperando di apprezzarla molto; purtroppo così non è stato, ma sono comunque contenta che abbia smesso di prendere polvere sui miei scaffali, e che abbia trovato già una nuova casa!

Qual è stato l'ultimo romanzo che vi ha delusi?


giovedì 24 ottobre 2024

Le cose che porta il cielo

Romanzo di esordio dello scrittore di origini etiope Dinaw Mengestu, "Le cose che porta il cielo" contiene nel titolo una citazione dal paradiso di Dante e una trama che mi aspettavo decisamente diversa. Possedevo questo libro dal 2008 (non scherzo, è quasi diventato maggiorenne nella mia libreria!) ma come sono profondamente convinta ogni libro ha il suo momento ed è finalmente giunto anche il suo! 

Credevo che avrei letto una storia ambientata prevalentemente in Etiopia, mentre invece ci troviamo a Washington DC, dove il protagonista Stephanos è emigrato giovanissimo dopo che il padre è rimasto vittima della guerra civile nel 1977, lasciando ad Addis Abeba sua madre e il fratellino.

Noi lo incontriamo 17 anni più tardi, nel mezzo di quello che si sarebbe tentati di definire un fallimento migratorio: è un uomo profondamente solo, legato soltanto ai suoi due storici amici (uno proveniente dal Kenya e l’altro dal Congo) con cui condividono il bizzarro passatempo di indovinare colpi di Stato e dittatori di paesi africani. Gestisce un minimarket nel quartiere della città piuttosto degradato dove abita, che mal tollera i tentativi di riqualificazione che portano agli sfratti della popolazione di ceto più fragile.

Stephanos cerca di vincere la propria solitudine grazie ad una nuova vicina di casa e alla sua figlia adolescente Naomi, che trascorre ore con lui nel negozio a leggere romanzi: una compagnia però che non dura, mentre la lotta di classe si oppone alla gentrificazione, mentre le ingiunzioni di pagamento si accumulano e con loro le riflessioni sull’essersi sempre sentito diviso a metà, seppure consapevole che in Etiopia non avrebbe mai fatto ritorno.

È la condizione delle classi sociali più povere e dei migranti che non hanno raggiunto la stabilità economica l’oggetto principale di questo romanzo: l’Etiopia compare in svariati flashback ma non è mai al centro della narrazione in prima persona di questo romanzo d’esordio che ho trovato molto convincente.

Ho lasciato aspettare questo titolo più anni di quelli che si sarebbe meritato: oggi l’ho aperto aspettandomi qualcosa di diverso, più legato all’ambientazione del corno d’Africa e vi ho trovato però una storia molto nelle mie corde, non edulcorata né ricca di speranza ma al tempo stesso nemmeno rassegnata.

L’ho trovato un testo molto interessante che vi consiglio di recuperare se riuscite ancora a reperirlo, e non escludo che in futuro leggerò opere successive di questo autore già così promettente alla sua prima pubblicazione.

Qual è l’ultimo romanzo che avete riscoperto nei meandri delle vostre librerie?

Sulla riva del mare

 Il mio secondo incontro con la produzione del premio Nobel Abdulrazak Gurnah è stato "Sulla riva del mare", sempre pubblicato in Italia da La nave di Teseo, e mi è piaciuto più di "Paradiso" che avevo letto in precedenza.

Se "Paradiso" è un testo più letterario, una vera e propria rivisitazione del "Cuore di tenebra" di Conrad in chiave post coloniale, un'epopea e una storia di viaggio dove l'approfondimento psicologico è molto poco, mi sono trovata più a mio agio qui, dove abbiamo due protagonisti maschili ben costruiti nel presente e nel passato attraverso i flashback.

All'inizio della nostra storia sia Latif sia Rajab si trovano in Inghilterra; nessuno dei due si fa chiamare con il nome con il quale è nato, in Tanzania, sull'isola di Zanzibar. Sono uomini adulti ora, Rajab è anziano e a dispetto di ogni logica ha deciso di emigrare e chiedere asilo; Latif si trova sul territorio da molto, è un accademico affermato, che viene messo in contatto con Rajab perché si spera possa fargli da interprete.

Così nell'Inghilterra degli anni Novanta si riannodano due esistenze che già si erano incontrate a Zanzibar, rivali nell'appropriarsi di una casa, usurpata da Rajab quando Latif era soltanto un bambino. Attraverso l'incontro con questo uomo di cui conserva un ricordo tanto amaro, Latif riprende le fila di ciò che è stato della sua famiglia, del fratello emigrato in segreto con un probabile amante più maturo, la morte del padre, quando lui giovanissimo era andato nella DDR a studiare e da lì era fuggito in Europa, credendo di far perdere le proprie tracce. Anche le memorie di Rajab vengono rievocate, prima il successo nei commerci, ma poi l'arresto, la deportazione, la perdita della moglie e della figlia, che lo hanno reso un anziano solo e malinconico, che rifiuta ciò che gli viene proposto citando il Bartleby di Melville -racconto che ora sento assolutamente l'esigenza di leggere.

Gurnah è anche qui letterario e ricco di riferimenti, ma soprattutto racconta il colonialismo in Tanzania, la lotta per l'indipendenza, il legame con l'Oman di cui non sapevo nulla, il senso di identità così difficile da costruire per chi è sempre stato oppresso da un'autorità straniera percepita come inevitabile. Vi ho ritrovato dunque i temi chiave di "Paradiso", ma li ho sentiti più vicini nelle storie di due protagonisti a cui si ha il tempo di affezionarsi, che questa volta si prende il tempo per caratterizzare con le loro voci e i loro ricordi, in un romanzo che ho trovato decisamente più affine ai miei gusti.

Qual è l'ultimo romanzo africano che avete letto?

[Ho condiviso questa lettura con il gruppo organizzato da Liselegge Liseviaggia per il suo progetto Scaffale Africano, ed è stata la mia seconda tappa del Booksafari organizzato da Laviaggialettrice!]

mercoledì 16 ottobre 2024

Le pietre degli avi

Per il mio primo viaggio in Sierra Leone attraverso i libri non avrei potuto scegliere titolo migliore di "Le pietre degli avi" di Aminatta Forna, pubblicato da Feltrinelli editore. Avevo scoperto quest'autrice leggendo un suo racconto sulla rivista "Freeman's" pubblicata da Black Coffee editore, e recuperare una sua prova più lunga è stata una conferma dell'impressione positiva che ne avevo avuta.

In questo romanzo polifonico l'autrice dà la parola a quattro donne della stessa famiglia, con il pretesto del viaggio di Abie, una nipote che dagli Stati Uniti fa ritorno alla terra d'origine raccogliendo le memorie delle zie, figlie delle numerose mogli di un antenato.

Conosciamo così Asana, figlia della prima moglie, Mariama, Hawa e Serah con i loro percorsi di vita, i matrimoni per lo più infelici, i tentativi migratori delle due minori, i figli, le relazioni con la comunità. Le loro esistenze si inscrivono nella storia della Sierra Leone: l'epoca coloniale, le elezioni politiche, la guerra civile. 

Forna costruisce protagoniste riconoscibili, che seguiamo nei decenni attraverso le varie parti in cui il libro è suddiviso: origini, sogni, segreti e conseguenze. Molto utile è l'albero genealogico che io ho trovato allegato al volume, perché le donne della storia sono molte e all'inizio è facile confondersi un po'.

Ho apprezzato moltissimo questa lettura, che mi ha anche permesso di visitare un nuovo paese nel mio giro del mondo con i libri! Ve lo consiglio se siete alla ricerca di una storia al femminile che attraversa quasi un secolo e sia ricca di descrizioni e donne forti e indipendenti.

Qual è l'ultimo titolo di letteratura africana che avete letto?

mercoledì 18 ottobre 2023

Eva dalle sue rovine

Il primo aspetto davvero degno di nota di “Eva dalle sue rovine” di Ananda Devi, titolo pubblicato da Utopia editore e purtroppo al momento fuori catalogo (ma spero che sia prevista una ristampa!), è la scrittura: l’autrice, mauriziana di origini indiane che scrive in francese, sa essere poetica, evocativa e al tempo stesso cruda e diretta, dando voci riconoscibili ai suoi personaggi.

Siamo a Mauritius, nel quartiere malfamato di Troumaron nella capitale Port Louis. Qui vivono la Eva del titolo, Saddiq che scrive ispirandosi a Rimbaud ed è perdutamente innamorato della ragazza, l’amica Savita, l’arrabbiato Clélio che ha precedenti minorili ed è ormai considerato un irrecuperabile delinquente.

Sono vite complicate le loro, dove Eva scambia il proprio corpo con qualche favore col quale allontanarsi dalla povertà, dove Clélio pensa al fratello, emigrato in Francia, che finge un successo che non ha raggiunto. La violenza serpeggia per il quartiere e quando colpisce una di loro [Savita, vittima innocente dell’aver scoperto Eva insieme a un professore, che non accetta di essere stato scoperto ed elimina l’unica testimone dell’illecito] è difficile distinguere i colpevoli, gli innocenti, chi ha ancora qualche possibilità per il futuro e chi invece è stato condannato dall’ambiente in cui è cresciuto.

“Eva dalle sue rovine” è un romanzo breve e denso, che alterna in capitoli di poche pagine i punti di vista dei suoi protagonisti. Racconta la rabbia dell’adolescenza, i carboni ardenti sotto la cenere della miseria, di un mondo ai margini dove le fabbriche chiudono, le produzioni delocalizzate in Cina, e i tifoni distruggono case acquistate con enormi sacrifici da una generazione di genitori che non hanno più la forza di difendere i propri figli. 

In poche pagine Ananda Devi scrive un romanzo memorabile, in uno stile che ho amato dalla prima all’ultima riga: spero proprio che saranno pubblicate in Italia altre sue opere in futuro!

Qual è l’ultimo romanzo africano che avete letto?

mercoledì 13 luglio 2022

Fratellino

Come alcuni di voi sanno lavoro come educatrice e mi è capitato qualche anno fa di occuparmi di insegnamento di italiano L2, cioè italiano per stranieri. Un giorno ero insieme ad un ragazzo residente in una comunità per minori e in una conversazione gli venne domandato se fosse arrivato in Italia da solo quando parlando di mezzi di trasporto raccontò di essere arrivato "con la barca". Rispose: "No, con mio fratello" e all'ingenua domanda "Ora tuo fratello dov’è?" lui rispose: "Nel mare".

"Fratellino" è la storia di uno di questi ragazzi che attraversano il mare, subiscono torture e quando arrivano hanno davanti anni di attesa, di esclusione, circondati da persone che credono che stiano ricevendo troppo dai servizi di accoglienza e che ritengono incomprensibili e pericolosi i loro disturbi mentali. 


Titolo: Fratellino
Autori: Amets Arzallus Antia e Ibrahima Balde
Anno della prima edizione:
Titolo originale: 
Miñan
Casa editrice: Feltrinelli
Traduttrice: Roberta Gozzi
Pagine: 128

È il racconto autobiografico di Ibrahima Balde, che inizia in Guinea e termina in Europa: appena bambino deve rinunciare all’innocenza dell’infanzia per aiutare il padre nel suo lavoro e la sua situazione peggiora ulteriormente alla morte dell’uomo. Rimasto ad essere il figlio maggiore e dunque il capofamiglia è costretto a farsi carico della madre, delle sorelle e del fratellino allontanandosi da casa per guadagnare. Della famiglia non ha più notizie o quasi e così scopre in ritardo che il suo fratellino (da qui il titolo) se n'è andato di casa deciso a migrare verso l’Europa: e così Ibrahima parte, a cercarlo.

Ibrahima è molto bravo a spiegare la sensazione di impazzire che prende quando non sai cosa fare della tua vita, quando ti hanno torturato, quando hai dormito nelle jungles, nei cartoni nel bosco sotto la pioggia, sdraiato sul cemento nei cantieri dove hai lavorato come uno schiavo. Ci racconta cosa si prova ad essere venduti e rinchiusi in un pollaio, quando la tua vita vale meno di quella delle galline. 

Non usa neanche una parola di troppo questo libro, scritto nel linguaggio semplice di chi non ha mai imparato a leggere e scrivere, troppo impegnato a sopravvivere com’era. Il poeta basco Amets Antia Arzallus non ne altera l'essenzialità e ci ricorda quanto sia importante tenere presente che dietro ai ragazzi che incontriamo quotidianamente nella nostra città c’è una storia personale, un vissuto fatto di traumi, di perdita e di fatiche che non possiamo nemmeno immaginare.

Qual è l'ultima storia vera che avete letto?

lunedì 31 maggio 2021

Una così lunga lettera

Un libro ricevuto in regalo, acquistato da un venditore ambulante su una spiaggia, si è rivelato una vera e propria sorpresa!


Titolo: Una così lunga lettera
Autrice: Mariama Ba
Anno della prima edizione: 1979
Titolo originale: Une si longue lettre
Casa editrice: Giovane Africa Edizioni
Traduttrice: Antonella Beri
Pagine: 95


LA STORIA

"Una così lunga lettera" è un racconto della vita in Senegal ed in particolare della vita di una donna di nome Ramatoulaye il cui marito Modou è appena morto, dopo aver concepito con lei 12 figli ed aver però abbandonato la famiglia una volta presa in moglie una giovanissima ragazza. 

“Tamsir, vomita pure dalla tua bocca i sogni da conquistatore. Sono durati quaranta giorni. Ma io non sarò mai tua moglie”. L’Imam chiamava Dio a testimone: “Quali parole profane, in abiti da lutto!” Senza proferir parola, Tamsir si alzò. Aveva compreso chiaramente la sua disfatta. Ed io mi prendevo così la rivincita sul giorno in cui, tutti e tre, con disinvoltura, mi avevano annunciato il matrimonio tra Modou Fall e Binetou.

COSA NE PENSO

Proprio di poligamia parla "Una così lunga lettera" e lo fa dando voce a due punti di vista: quello della protagonista, che sceglie nonostante tutto di non lasciare il proprio marito e gli rimane fedele fino alla morte, e quello della sua migliore amica Aissatou alla quale rivolge la propria lunga lettera, che invece al secondo matrimonio del marito ha deciso di lasciarlo. Questa donna coraggiosa decide di andarsene con i suoi figli nonostante all’uomo fosse stata imposta la seconda moglie dalla propria famiglia, a differenza di quanto è capitato all’autrice della lettera, il cui marito ha scelto di prendere una nuova moglie di sua spontanea volontà, solo perché se ne era invaghito. 

Il mio dramma giunse tre anni dopo il tuo. Ma contrariamente alla tua situazione, il punto di partenza non fu la famiglia dello sposo. Il dramma mise radici in Modou stesso, mio marito. 

L’autrice di questo breve romanzo è stata molto popolare in Senegal, a quanto riporta la quarta di copertina, e non fatico a crederlo perché il suo stile è molto piacevole da leggere e rende facile immedesimarsi nelle vicende della protagonista e della sua famiglia, con gli inevitabili problemi che un nucleo familiare tanto numeroso comporta. "Una così lunga lettera" è un interessante ritratto della vita matrimoniale in Senegal e di una pratica come la poligamia, che a noi donne occidentali appare in accettabile -o almeno è questo l’effetto che ha su di me. 

Ho apprezzato molto il fatto che nonostante la sua scelta forse difficile da condividere (quella di rimanere fedele e leale ad un marito che l’ha abbandonata) la protagonista sia tutt’altro che una donna fragile o ignorante:  è anzi una donna colta, che crede nell’istruzione dei propri figli e nell’emancipazione femminile, ed è pronta a venire a patti con le proprie convinzioni purché le sue figlie abbiano la felicità che augura loro. 

E dopotutto, si è madri per comprendere l’indefinibile. Si è madri per illuminare le tenebre. Si è madri per proteggere, quando i lampi irrompono nella notte, quando i tuoni percuotono la terra, quando il fango fa sprofondare. Si è madri per amare, senza inizio e senza fine.

Trovo che in questo brevissimo libro vi sia un ritratto molto intenso della condizione femminile e l’autrice abbia molto da raccontare su un intero paese a proposito del quale, lo ammetto, non mi era mai capitato di leggere nulla. Temo sia difficile reperire questo libro poiché non è venduto attraverso i canali ufficiali: le edizioni "Giovane Africa" infatti operano attraverso i venditori ambulanti che si incontrano per le strade delle nostre città, talvolta fuori dalle librerie, oppure nelle località di vacanza. Personalmente spero di poterne incontrare uno nei prossimi tempi, per cercare anche l’altra opera scritta da questa autrice senegalese che ho tanto apprezzato; vi consiglio frattempo nel caso veniate avvicinati da uno di quei ragazzi con i libri in mano di dare un’occhiata ai titoli che vi offre, perché possono rivelarsi delle vere e proprie chicche sottovalutate!