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martedì 2 luglio 2024

Dove si nasconde il lupo

Divorato in meno di due giorni con l’urgenza di riprendere la lettura come di rado mi capita, "Dove si nasconde il lupo" di Ayelet Gundar-Goshen (pubblicato da Neri Pozza) è uno dei miei acquisti più recenti e si è rivelato davvero un’ottima scelta. 

Dell’autrice israeliana avevo già letto "Svegliare i leoni", ma ho preferito questa seconda esperienza di lettura, che ha per protagonista Adam, il figlio di una coppia di israeliani emigrati in California. Il padre è un uomo di successo che lavora nell’informatica, la madre fa la volontaria in una casa di riposo e sono indubbiamente brave persone; Adam è un ragazzo fragile, timido, poco inserito nei gruppi di pari, vittima di un bullismo che non confessa ai genitori.

L’equilibrio si rompe quando ad una festa Jamal, un ragazzo nero, muore per l’assunzione di una sostanza fabbricata in casa e Adam, che era la sua vittima preferita, viene sospettato dell’omicidio.

La narrazione avviene attraverso gli occhi di sua madre, che mette insieme a un tassello dopo l’altro,  ogni rivelazione in contrasto con tutto quello che non aveva visto fino a quel momento. Altra figura fondamentale di questa storia è Uri, un ex soldato israeliano emigrato anche lui, che a seguito dell’attentato in una sinagoga si incarica di formare giovani ebrei all’autodifesa e Adam per la prima volta sembra inserito in un gruppo, fare affidamento su una figura autorevole, un uomo che ammira, ma non è tutto oro quello che luccica  e mentre si fa strada in famiglia ci sono molti segreti che Uri non rivela di sé.

Questo romanzo si può definire un thriller, perché ne ha il ritmo e la struttura che procede per un disvelamento dopo l’altro in modo estremamente coinvolgente. Un paio di pagine metteranno a dura prova chi come me è sensibile all’argomento animali, ma sono così inserite nel contesto che non sono stranamente per me una ragione per non consigliarvene la lettura.

Sono rimasta estremamente soddisfatta da "Dove si nasconde il lupo", che è un libro di sfumature di grigio, dove non esistono bianchi e neri, dove nessuno è certo delle proprie posizioni né di chi si trova di fronte. È un romanzo di domande molto più che di risposte, e si può dire questo anche della sua conclusione che lascia molto spazio di riflessione al lettore sul ruolo della vittima e del carnefice, e sui delicati equilibri all’interno di una comunità anche privilegiata come questa. Insomma è stata davvero un’ottima lettura!

Qual è l’ultimo libro che avete letto e ci tenete a consigliarmi?

domenica 19 novembre 2023

Apeirogon

Credo che il post dedicato ad Apeirogon di Colum McCann, pubblicato da Feltrinelli, potrebbe essere uno dei più difficili mai scritti per la stratificazione di questo romanzo, costruito in frammenti di numeri dapprima crescenti e poi calanti (1001 secondo la tradizione araba delle Mille e una notte). 

Ruota attorno al concetto di un poligono dagli infiniti lati che rende ogni cosa possibile, sfaccettato come la Palestina, complesso come la storia di un territorio occupato, depredato, vessato, dove vive Bassam, il padre di Abir, uccisa a dieci anni nel 2007 da un proiettile di gomma dopo aver comprato un braccialetto di caramelle. Dieci anni prima era stata uccisa Smadar, la figlia dell'israeliano Rami, vittima di un attentato suicida a Gerusalemme.

Questi due padri uniscono le loro vite nella battaglia per la pace, per la non violenza, per la lotta contro l’occupazione: condividono valori e obiettivi e li portano in giro per il mondo in un’impresa coraggiosa che l’autore irlandese, che ha viaggiato più volte in Palestina, decide di raccontare in questo libro.

Non lo fa in modo semplice e lineare, ma mescolandolo alla storia del mondo, alla religione, alla natura degli uccelli migratori e alle biografie di questi due uomini: specialmente la prigionia di Bassam, arrestato a 17 anni per presunti atti terroristici, Bassam che è sopravvissuto allo sciopero della fame e porta nel mondo la lotta per la giustizia di sua figlia in cambio della vita della quale gli è stato offerto un risarcimento che non potrà mai che essere ridicolo.

"Apeirogon" è un testo articolato in cui ci si immerge e si impara moltissimo, tra personaggi storici realmente esistiti e altri invece creati dalla penna dell’autore che mescola la realtà e la finzione trasmettendo quanto sia difficile raccontare in modo lineare ciò che subisce un popolo e che in un certo modo rende vittima anche un altro -il ragazzo che sparò ad Abir aveva appena diciott’anni ed era vittima anche lui a sua volta, di una dittatura che lo aveva reso assassino .

In questo periodo trovo più che mai necessario leggere, cercare di comprendere, informarsi attraverso certo i testimoni ma perché no anche la letteratura. È difficile descrivervi questo romanzo, che a volte è straziante, quasi sempre poetico, estremamente letterario e ricercato: questo lo rende molto più di un’opera politica e storica e anche una lettura che vi consiglio profondamente.

Quali romanzi sul tema avete letto?

mercoledì 1 novembre 2023

Cronache di Gerusalemme

Nel 2011 il fumettista canadese Guy Delisle trascorre un anno a Beit Hanina, a Gerusalemme est, nella parte araba della città: lo fa per accompagnare la propria moglie che lavora per Medici Senza Frontiere in missione tra Gaza e la Cisgiordania, e lo racconta in "Cronache di Gerusalemme", portato in Italia da Rizzoli Lizard.

Con il suo tratto pulito e semplice nelle sfumature del grigio, dai pochissimi accenni di colore in alcuni punti salienti, Delisle documenta dodici mesi in un territorio estremamente complesso: visita Israele e i Territori Palestinesi, numerose città oltre a Gerusalemme come Tel Aviv, Ramallah, Hebron, Nablus, numerosi santuari e luoghi di culto, la spianata delle moschee, vive le festività locali. 

Ma soprattutto si scontra con un’articolazione difficile da comprendere, tra territori occupati, coloni intransigenti, studenti di arti visive, attivisti per i diritti del popolo palestinese, arabi scacciati dalle proprie case, i muri, i posti di blocco, i giovanissimi soldati israeliani armati fino ai denti.

"Cronache di Gerusalemme" è un punto di vista esterno sulla questione palestinese, e proprio perché l’autore non è palestinese, non è israeliano né un colono il suo punto di vista è onesto, diretto e mette in luce le immense, intollerabili contraddizioni di uno Stato che espropria strade e case ai suoi abitanti nel silenzio della comunità internazionale, in un’escalation di violenze e violazioni dei diritti. Le critiche di Delisle sono implicite, mostra e non dice, ma si fa capire con grande trasparenza.

Sono trascorsi ormai più di dieci anni dalla stesura di questo fumetto che tuttavia è ancora oggi di grande interesse per farsi un’idea sulla questione. Oggi assistiamo ai bombardamenti su Gaza e i bombardamenti su gazza ci sono anche in quest'opera: quelli dell'Operazione Piombo Fuso, che ci ricorda come la storia non faccia altro che ripetersi senza lasciare scampo alle popolazioni dei vinti, non sostenute dai più potenti governi.

"Cronache di Gerusalemme" è un ottimo modo per leggere dell’attualità ma anche della storia, per comprendere le divisioni progressive e sempre più invadenti di un territorio attraverso le tavole di dell’autore che ce le mostra in modo chiaro e comprensibile. È stata per me un’ottima lettura, una dimostrazione di quanto il fumetto possa raccontare e, inutile dirvelo, anche la fortissima tentazione di appropriarmi di tutte le altre cronache disegnate dall’autore in giro per il mondo, perché sono sicura a questo punto che meritino di essere lette! 

Avete intrapreso delle letture ambientate in Palestina in questo periodo?

mercoledì 26 luglio 2023

Svegliare i leoni

"Svegliare i leoni" di Ayelet Gundar-Goshen, pubblicato da Feltrinelli, è un altro dei titoli che inserisco nella categoria di quelli acquistati per caso all’usato e che hanno finito per sorprendermi moltissimo.


Ambientato in Israele (questa è una premessa necessaria perché non è del tutto esente da stereotipi quali una generalizzazione sugli immigrati eritrei e sugli arabi israeliani, descritti quasi sempre come impegnati in attività criminali) ha per protagonista Eitan, un medico ricco, bianco, ebreo e privilegiato, sposato con un'investigatrice della polizia, che ha una bella vita anche se è stato trasferito in un ospedale meno prestigioso del precedente e padre di due adorabili bambini. 

Una notte, mentre sfoga le sue piccole, meschine frustrazioni guidando a tutta velocità la sua Jeep nuova di zecca, investe un uomo eritreo nel buio; lo uccide, ma decide di scappare senza denunciare il crimine. L’indomani però si trova davanti una donna eritrea, la moglie della vittima dell’incidente, con in mano il suo portafoglio e da qui verrà risucchiato in un vortice di ricatti, che lo porterà a curare profughi in un garage, a mentire ripetutamente a sua moglie e a finire invischiato nel traffico di droga locale [per poi terminare però facendola franca proprio grazie alla stessa donna che lo aveva trascinato in quei guai]. 

"Svegliare i leoni" è un romanzo sulle conseguenze delle nostre azioni, su come un errore si possa pagare più caro del previsto e come le situazioni possano sfuggirci di mano in un piano inclinato del quale non abbiamo alcun controllo. Se la caratterizzazione di Sirkit, la donna eritrea non è esattamente approfondita anzi è condita di violenze subite dal marito, un’infanzia in povertà, il trauma della migrazione, nulla di veramente personale, Eitan che è sempre in primo piano è molto convincente: se ne sviluppa la gelosia verso il fratello che però è morto soldato, le affinità che rivede nel figlio minore con lo zio scomparso mentre lui si riconosce nel più timido primogenito. 

È un uomo che non desidera davvero curare quei profughi, che non ha provato un vero dispiacere per l’uomo che ha investito e che si trova a salvare le vite di altri soltanto perché è ricattato a farlo, diversamente da quando svolge la sua professione in lucide sale operatorie. È un personaggio per cui non si prova granché empatia, anzi ogni tanto arriva ad infastidire profondamente e proprio per questo è così riuscito, perché è tutt’altro che un eroe ma è un uomo profondamente realistico. 

Certo l’autrice fa un largo uso di facili coincidenze [una tra tutte l'auto che è Eitan vede dirigersi al garage prima della resa dei conti, oppure la svolta in toni del romance che ad un certo punto il romanzo sembra imboccare, e anche la moglie investigatrice non sembra davvero particolarmente promettente nello svolgimento del suo lavoro almeno quando si tratta di suo marito], tuttavia è un romanzo dal ritmo serrato e dai colpi di scena ben dosati che sono particolarmente efficaci nella prima parte, ma restano comunque appassionanti anche andando avanti. 

Se cercate un romanzo dalle vibrazioni thriller ma anche ricco di scavo psicologico questo potrebbe davvero fare al caso vostro! 

Qual è l’ultimo titolo che vi ha sorpresi?

lunedì 18 ottobre 2021

Ci sono bambini a zigzag

David Grossman è, se non il mio autore del cuore in assoluto, sicuramente uno di quelli che preferisco. Come mi capita sempre quando apprezzo particolarmente uno scrittore o una scrittrice, il mio obiettivo è quello di recuperarne l’intera bibliografia o perlomeno quella di narrativa; tra i suoi me ne mancano ancora diversi, e così eccoci qui.


Titolo: Ci sono bambini a zig zag

Autore: David Grossman
Anno della prima edizione: 1994
Titolo originale: Yesh yeladim zigzag
Casa editrice: Mondadori
Traduttrici: Sarah Kaminski e Elena Loewenthal
Pagine: 336


Il protagonista di "Ci sono bambini a zig zag", titolo pubblicato per la prima volta nel 1994, è Nono, che sta per compiere 13 anni. Nono vive a Gerusalemme con il padre poliziotto, e della madre, scomparsa quando era piccolissimo, in casa è assolutamente vietato parlare. Pochi giorni prima del suo bar mitzva, il padre e la sua segretaria (che di lui è perdutamente innamorata) organizzano per Nono una grande avventura, che si rivelerà in realtà molto diversa da quella che avevano programmato. 

"Ci sono bambini a zig zag" è un romanzo ricco di avventura e di azione, raccontato dal punto di vista dell’innocente Nono alla scoperta di se stesso e dei tanti segreti della sua famiglia: Grossman è come sempre bravissimo a caratterizzare i suoi personaggi e la voce di questo preadolescente è credibile dall’inizio alla fine del racconto. Ci troviamo davanti ad un romanzo immaginifico e sorprendente, pieno di bizzarri avvenimenti (mucche coinvolte loro malgrado in una corrida, locomotive guidate da un bambino, auto rubate, attrici e truffatori che si rivelano più di quello che pensano gli altri): è una lettura trascinante, che mi ha coinvolta e mi è piaciuta, ma che non è riuscita a toccare corde che altri romanzi Grossman hanno colpito in profondità. 

Non vi consiglierei di cominciare da questo se non avete letto nulla dell’autore: ritengo che "Qualcuno con cui correre" o "La vita gioca con me" siano romanzi più adatti per innamorarsi della sua scrittura e delle sue storie, ma se come me siete appassionati della sua produzione non potete farvi scappare nemmeno questo romanzo di formazione, che vi farà compagnia per qualche ora allegra e piena di sorprese.

Qual è il vostro romanzo preferito di David Grossman?

lunedì 3 agosto 2020

Caduto fuori dal tempo

David Grossman è uno dei miei autori del cuore, forse il mio preferito in assoluto. Ho letto gran parte della sua produzione -del più recente romanzo vi ho parlato qui; ho intenzione di recuperare anche i pochi volumi che ancora mi mancano, e anche di rileggerne alcuni altri.



Titolo: Caduto fuori dal tempo
Autore: David Grossman
Anno della prima edizione: 2012
Titolo originale: Nofel michutz lezman
Casa editrice: Mondadori
Traduttrice: Alessandra Shomroni
Pagine: 183



Dieci personaggi popolano queste pagine, nessuno di loro ha un nome proprio: tutti hanno perso i propri figli, bambini di pochi mesi, di pochi anni oppure giovani adulti. Ci sono un Centauro che si ostina a scrivere ed è impossibilitato ad allontanarsi dalla sua scrivania, il Duca del paese e sua moglie, una donna in cima ad una torre campanaria ed una avviluppata da reti da pesca, una levatrice, un ciabattino, un maestro di matematica, e il protagonista, l’uomo che cammina.
È lui che un giorno decide di lasciare la sua casa e mettersi in marcia finché non raggiungerà un luogo dove incontrare suo figlio, che è morto ragazzo, da soldato in un conflitto armato.
chi muore in guerra è chiamato “caduto”. E tu sei così: sei caduto fuori dal tempo, il tempo in cui mi trovo io ti scorre davanti.
In ognuno dei personaggi, le cui voci sembrano comporre il coro di una tragedia classica, c’è qualcosa di David Grossman. La somiglianza più evidente è senz’altro quella tra l’autore e l’uomo che cammina, perché il figlio dell’autore, come il figlio del personaggio, è morto in guerra: nel 2006, nel conflitto israeliano-libanese. 


È per elaborare questo lutto che Grossman scrive “Caduto fuori dal tempo”, e lo scrive alternando alla prosa la poesia: perché “la poesia è la lingua del mio dolore”, come ha dichiarato in numerose interviste. E gli riesce benissimo, la poesia come la prosa: con pochissime parole, con frasi spezzate, tutto il significato arriva dritto al cuore, asciutto e privo di abbellimenti come si addice al contenuto di quest’opera. 
In capo al mondo andrei con te, lo lo sai. Ma tu non vai da lui, tu vai altrove, e laggiù non verrò, non posso. Non verrò. È più facile andare che restare.
“Caduto fuori dal tempo” è un romanzo doloroso, uno tra i più dolorosi che abbia mai letto. È intriso di sofferenza, pagina dopo pagina la si respira, al punto che nonostante la sua brevità questa lettura mi ha richiesto diverso tempo per essere portata a termine. L’uomo che cammina e gli uomini e le donne che si uniscono al suo cammino soffrono terribilmente, intrappolati nel loro lutto, nella perdita che ha segnato per sempre le loro vite. Nonostante quel percorso serva proprio per elaborare quel dramma, per poter tornare con la mente ai ricordi senza sentirsi andare in pezzi e poter continuare a vivere in qualche modo, non è sollievo quello che trasmettono, né leggerezza: è dolore nella sua forma più pura, per me inimmaginabile. 
Gemono, cadono, si rialzano, si aggrappano gli uni agli altri, sostengono i dormienti, cadono loro stessi in preda al sonno, di notte, di giorno, girano intorno alla città, infaticabili, con la pioggia e il freddo o sotto un sole rovente. Chissà fino a quando cammineranno e cosa accadrà quando si riscuoteranno dalla loro follia. 
Non vi consiglio di avvicinarvi a “Caduto fuori dal tempo” a cuor leggero, improvvisando: forse è un romanzo che saprà essere di grande aiuto nel superare una tragedia come la perdita di un figlio, ma al tempo stesso è anche una lettura intensa, emotivamente molto impegnativa, che mette il lettore a dura prova. 


È stata una lettura difficile, sì: ma anche bellissima, e terribile, e significativa. È stato un incontro faccia a faccia con gli aspetti più dolorosi dell’esistenza, ma anche con un’opera che mette a nudo il suo autore come mai prima (ce n’era un accenno ne “A un cerbiatto somiglia il mio amore”, dove per esorcizzare la paura di perdere Uri partito nell’esercito faceva compiere un viaggio ad una madre, per evitarle di apprendere della morte del figlio): quel soprannome, quell’Ui bambino che viene ricordato tra le pagine, quei mucchi di giocattoli e vestiti e zainetti e ricordi, è stato un po’ come entrare nella sua casa, nella sua mente. 
Sappiate a cosa andate incontro prima di leggere “Caduto fuori dal tempo”, dunque: ma una volta che vi sentirete pronti, leggetelo: perché è un’opera letteraria ed umana di enorme valore. 

lunedì 18 maggio 2020

La vita gioca con me

Grossman è stato, e non esagero, l’autore che ho amato più intensamente. È l’autore che sa scrivere dei sentimenti nello stesso modo in cui li provo, che sa dare voce alle emozioni che un attimo prima non mi rendo conto di aver avvertito. Ho amato Grossman dal primo libro che ho letto, “Qualcuno con cui correre”, e non ho mai smesso; tuttavia mi sono presa una lunga pausa dall’ultima, spettacolare lettura (“A un cerbiatto somiglia il mio amore”) e questa, perché temevo una delusione, temevo di non apprezzare più il suo stile quanto in passato.
Così questo romanzo è stata molto più di una semplice lettura: è stata un ritorno a casa, una riscoperta, è stata pagine sfogliate con il cuore in gola.



Titolo: La vita gioca con me
Autore: David Grossman
Anno della prima edizione: 2019
Titolo originale: Iti hachaiim mesachek harbe
Casa editrice: Mondadori
Traduttrice: Alessandra Shomroni
Pagine: 293



LA STORIA

Vera compie novant’anni in Israele e attorno a lei c’è l’immensa famiglia del kibbutz, ci sono i parenti venuti apposta dall’estero, ci sono il figlio Rafi e la nipote Ghili, ma soprattutto c’è Nina, sua figlia, arrivata da molto lontano. 
E Nina porta con sé una rivelazione, e una richiesta: quella di conoscere finalmente la verità su se stessa, sul passato ingombrante di Vera, su ciò che le è capitato nell’infanzia e che da adulta non è mai stata capace di superare. E così il video sul quale vuole imprimere l’intera storia diventa il pretesto per un’avventura di famiglia… 
“Tua madre non ti ha abbandonata.” Rafael ha recitato la sua parte. “Anche lei è stata data in pasto ai cani. È stata buttata in un campo di prigionia, condannata ai lavori forzati. Non aveva scelta.” “Vai a spiegarlo a una bambina di sei anni e mezzo” ha ribattuto Nina, interpretando il proprio ruolo. “Non hai più sei anni e mezzo” ha obiettato Rafael. “E invece sì” ha sentenziato lei.

Eva Panic Nahir con il marito e la figlia (1946)

COSA NE PENSO

Per raccontare “La vita gioca con me” è necessario premettere che la figura di Vera si ispira a quella di Eva Panic Nahir, una donna jugoslava che era stata internata sull’isola di Goli Otok, campo di rieducazione voluto dal maresciallo Tito. David Grossman e Eva sono stati amici ed è stata proprio lei ad incaricarlo di trasformare in romanzo la storia della sua vita e dare voce a quella di sua figlia Tiana. Ispirandosi alle loro esperienze, da Eva è nata Vera, e da Tiana Nina.

“La vita gioca con me” è un romanzo familiare, più di tutto. È un romanzo di madri e di figlie, di un amore che non è mai stato compreso né espresso come avrebbe dovuto. 
“La vita gioca con me” è un romanzo di donne, perché i personaggi maschili sono un contorno, un supporto alle vicende delle protagoniste femminili: Rafi, devoto, solido ma dipendente; Meir, lontano, forse prossimo ad uscire di scena; Miloš, che ha avuto un’importanza cruciale ma è morto a poco più di trent’anni. 
Io dovevo farlo per far sapere a tutti che c’è stato Miloš a questo mondo, uomo come lui, magro, malato, non tanto forte fisicamente, ma eroe e idealista in anima, e persona più pura e profonda, e mio amico e mio amore...
Il fulcro del romanzo intero è Vera: una novantenne che non ha perso l’energia della giovinezza, né la forza morale che l’ha sempre contraddistinta. Vera è rimasta se stessa negli anni, sempre fedele a ciò che è stata e all’amore per Miloš, quel giovane colonnello serbo che le rubò il cuore al ballo del liceo e la sposò incurante del fatto che fosse ebrea, quell’uomo integerrimo e coraggioso che non ha mai tradito né smesso di amare, anche dopo sessant’anni. 
Nina, sua figlia, è una donna molto diversa: una donna spezzata, che non ha mai smesso di sentirsi la bambina perduta e ferita che è stata, della quale non ha mai rimesso insieme i pezzi. Così come è stata una figlia smarrita è stata una madre distante per Ghili, che non ne ha mai compreso l’amore, che non le ha mai perdonato le distanze. 
La legge non scritta delle loro torture reciproche stabiliva che l’assioma dell’amore assoluto e caparbio di mio padre fosse tra le poche cose stabili della vita di Nina, e benché lo avesse respinto, lei aveva molto bisogno di quell’amore.
È Ghili la voce narrante di “La vita gioca con me”, e Ghili è una ragazza fragile, intenta al prendere le distanze dalla propria madre quanto più possibile, al difendere a tutti i costi la nonna Vera che si è presa cura di lei al punto di averle salvato la vita: ma non esistono persone senza colpe, sembra dirci Grossman nel suo coraggioso ritratto di Vera.  
«Ti hanno permesso di spiegare, di difenderti? Avevi un avvocato?» «Avvocato? Sei impazzita? Hanno buttato cinquantamila prigionieri in campi di concentramento di Tito come cani, senza processo. Solo qui, a Goli, sono morti forse in cinquemila, ammazzati o suicidati. E tu parli di avvocato?»

Non solo di famiglie, di passato e di traumi racconta Grossman ne “La vita gioca con me”: il suo è un romanzo che racconta anche la guerra in Jugoslavia, i gulag di Tito, e racconta una delle storie d’amore più intense che abbia mai incontrato. 
Dopo ora forse da quando eravamo partiti, mia suocera dice: “Di cosa sei fatta, Vera, di ferro o di pietra?”. E io, in cuor mio, ho pensato, di amore per Miloš. E non abbiamo più detto niente finché non siamo arrivati e lo abbiamo messo in terra di suo villaggio. Dovevo farlo. Non potevo lasciarlo sotto numero. E sapevo anche che nessuno lo tirava fuori da lì tranne me.
“La vita gioca con me” si svolge principalmente nel presente, ad eccezione di alcuni passaggi in cui si dà voce al passato di Vera a Goli Otok, e lo si fa in terza persona, come osservando dall’esterno le sofferenze a cui è sottoposta -non che questo le renda meno toccanti. Goli Otok la vediamo dunque nel passato, ma anche nel presente, attraverso il viaggio in Croazia, nei luoghi dove Vera è cresciuta, ha amato, ha vissuto prima dell’emigrazione in Israele. 
Israele resta invece in disparte, come l’ebraismo che ha un ruolo assai limitato:  si fa riferimento alla deportazione ad Auschwitz dei genitori di Vera, sorte che non è toccata però a lei e alle sue sorelle; la religione non ha importanza per lei, che è socialista, e neanche Nina o Ghili si sentono ebree se non per la lingua che parlano -mentre l’ebraico di Vera è rimasto imperfetto, contaminato dall’ungherese anche dopo più di mezzo secolo.
Tuo padre aveva motto: “Ognuno ha unico turno per giocare”. E così ha vissuto. Tante volte è stato in pericolo, in guerra. Anche vita era guerra, tutto seguiva logica di guerra. Così lui, inconsciamente, sapeva che doveva preparare sua figlia. Programmava tutto, anche che forse doveva suicidarsi prima o poi, da un momento all’altro. Vivevamo su filo di rasoio. […] Con me vita gioca tanto’ dice Vera sottovoce, come a se stessa.
I romanzi di Grossman sono densi: colmi di sentimenti, di dolori, di umanità. Non è stata una sorpresa per me, bensì una conferma: dopo aver amato profondamente i suoi romanzi passati è stato magnifico ritrovare la stessa penna, la stessa capacità di dare voce ad un personaggio femminile assolutamente credibile, di tirare i fili dei suoi personaggi in modo che si sfiorino senza annodarsi. 
È difficile trovare le parole per consigliarvi questo libro quanto vorrei: sappiate che saprà rubarvi il cuore, emozionarvi, farvi soffrire con Vera, con Nina, con Ghili e con Rafael al punto che vi sembrerà di conoscerli e che probabilmente sarà anche l’occasione per imparare qualcosa su un conflitto di cui non si parla molto spesso. Spero che siano ragioni sufficienti per farvi correre a procurarvelo! 

lunedì 30 marzo 2020

Uri e Sami

Quest'anno mi sto dedicando alla lettura dei numerosissimi libri che ho acquistato nel tempo, e poi ho lasciato a prendere polvere sugli scaffali per mesi che mi vergogno anche a tentare di contare. Uno di questi è "Uri e Sami", acquistato al mercatino dell'usato non ricordo nemmeno più quando. 



Titolo: Uri e Sami
Autrice: Dalia B.Y. Cohen
Anno della prima edizione: 1995
Titolo originale: Uri and Sami
Casa editrice: Giunti
Traduttore: Daniele Liberanome
Pagine: 152



LA STORIA


Uri è un dodicenne israeliano in gita nei boschi della Galilea con i suoi compagni di scuola, che si ferma per sistemare il suo zaino e non trova più traccia del gruppo. Sami invece è palestinese, è emigrato in Libano con la famiglia ma per una missione misteriosa si trova nello stesso giorno in Israele, e incontra Uri nella notte, in una grotta. Ha inizio così un'avventura... e una sintonia che gli stessi due protagonisti faticano ad accettare.


COSA NE PENSO


Il conflitto israeliano-palestinese e la tragedia della Nakba (che nel 1948 costrinse i palestinesi all'esodo) sono un tema tutt'altro che facile. Israele è uno stato recente, la cui nascita fu unilateralmente proclamata nel 1948, dopo che gli ebrei d'Europa erano stati sterminati nei campi di concentramento nazisti. Da ben prima l'Occidente, la Gran Bretagna in particolare, aveva manifestato l'intenzione di suddividere il territorio della Palestina tra la popolazione araba e quella ebraica, anche a causa dei crescenti flussi migratori di ebrei -comunità che da sempre rivendica il territorio come promessogli da Dio. 
La creazione di Israele e la sottrazione delle case ai palestinesi ha portato a numerosi conflitti armati (tre sono state le guerre arabo-israeliane) e ad un forte movimento di resistenza arabo; moltissimi arabi palestinesi sono stati costretti ad emigrare per esempio in Libano o in Giordania, dove vivono tutt'ora in giganteschi campi profughi, e sono vittime di violenze ed arresti arbitrari da parte dell'esercito israeliano -a cui armi e risorse non mancano affatto.

Questa lunga introduzione è necessaria per parlare di "Uri e Sami" e del perché, data la mia posizione antisionista, mi è sembrato un libro fin troppo politicamente corretto. Certo, può essere un'opera introduttiva al tema per lettori davvero molto giovani, per esempio studenti delle scuole medie inferiori; è necessario però sapere prima di consigliarlo che la posizione mantenuta dall'autrice è volutamente neutrale. 
Sami è presentato come il più impulsivo dei due ragazzi, quello che mostra una maggiore ostilità; accusa ripetutamente Uri di far parte di un popolo di invasori, che hanno cacciato lui e la sua famiglia dalla propria casa (che è stata distrutta perché, nonostante suo padre fosse un insegnante pacifista, il fratello maggiore di Sami partecipa alla resistenza). 
"Non avrei mai creduto che gli ebrei in Israele avessero bambini come noi, che pensano e hanno un cuore" mormorò.

Uri ribatte sempre pacatamente, mantenendo il controllo e ricordandogli come gli ebrei siano sempre stati in Palestina -in alcuni passaggi sembra quasi sottintendere un "c'eravamo prima noi" che mi ha fatto storcere il naso quanto l'antitetica caratterizzazione dei due protagonisti. 



Nonostante ciò nel corso del libro, mentre i due ragazzi vivono un'esperienza di campeggio e indipendenza nella natura, scoprendo le proprie somiglianze nelle differenze che a Sami sembrano all'inizio insormontabili, qualche assunzione di responsabilità anche da parte di Uri compare.
“Sami, ti sbagli” spiegò Uri con voce tranquilla. “Molti sono davvero arrivati qui dall’Europa, ma la maggior parte degli ebrei che vivono in Israele sono nati qui e in paesi arabi, e anche loro non vogliono essere “arabi ebrei”. Vogliono essere ebrei in uno stato ebraico”. “Non mi piace quello che hai detto” disse Sami con collera. “Non siete stati qui per molto tempo, poi venite, prendete delle terre che una volta erano per la maggior parte nostre, e non volete dividerle! Non volete stare insieme con noi ma solo per conto vostro, e accettate soltanto un governo ebraico. Non è una bella cosa!”
"Uri e Sami" è senza dubbio un romanzo scorrevole, un racconto di formazione che dietro all'incontro con un cucciolo di lupo, alla costruzione di una zattera e al mettersi alla prova per sopravvivere in assenza di adulti dà voce al conflitto che dilania un paese e mette da una parte o dall'altra anche i nuovi nati, che non possono restare neutrali -nonostante la soluzione del compromesso pacifico sia quella che l'autrice fa intraprendere ai suoi due giovani protagonisti, nel tentativo di dare un messaggio morale ai suoi lettori. 
La semplificazione a cui Dalia Cohen ha fatto ricorso per raccontare Israele e la Palestina a dei preadolescenti fatica a convincere i più cresciuti e chiunque sia un minimo informato sulla politica della regione; tuttavia potrebbe essere comunque una lettura utile per introdurre un argomento molto delicato ed evitare che, come troppo spesso capita, rimanga del tutto sconosciuto ai ragazzi.