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martedì 26 maggio 2026

Acqua sporca

Seconda lettura nella dozzina del Premio Strega di quest’anno, "Acqua sporca" di Nadeesha Uyangoda, pubblicato da Einaudi, si è rivelato molto più nelle mie corde rispetto a "I convitati di pietra" di Michele Mari.

Ambientato tra lo Sri Lanka e l’Italia, racconta la storia di diverse generazioni di donne della stessa famiglia, tra chi è nata e cresciuta in Sri Lanka, chi ha lasciato il paese da adulta per emigrare e vivere una vita di lavoro duro e di sacrifici scegliendo poi di ritornare in patria una volta raggiunta l’età della pensione, e chi invece era molto piccolo quando è arrivato in Italia e non ha un vero rapporto con il proprio paese d’origine, ma sente la propria identità sempre in qualche modo divisa.

Il primo è il caso delle sorelle di Neela, che possiamo considerare la protagonista e di alcune delle sue nipoti. Lei invece ricopre il secondo ruolo e sua figlia Ayesha, l’altra protagonista di questo romanzo anche se le voci narranti sono più numerose, si trova nella terza posizione.

Moltissimi sono gli argomenti interessanti e fonti di riflessione in questo romanzo, dove si percepisce immediatamente quanto l’autrice sia informata e consapevole sui temi del lavoro, della migrazione e la questione razziale. Si parla del lavoro di cura, delle donne che scompaiono nelle case dove svolgono un lavoro al limite della schiavitù, annullandosi in una dimensione domestica che coincide con quella lavorativa. Si racconta la difficoltà dei migranti alienati dalla stanchezza e dallo sfruttamento che spesso per questo ricorrono alle dipendenze, come nel caso del marito di Neela; infine si riflette su come la propria origine spesso sovrasti qualunque altro aspetto del sé, generando nel prossimo aspettative riguardo chi dobbiamo essere - come nel caso del lavoro creativo di Ayesha, che in qualche modo deve sempre rifarsi al paese natale.

Elemento di grande interesse è anche la cultura dello Sri Lanka, paese di cui non avevo mai letto, con le sue numerosissime leggende e tradizioni che danno un tocco di realismo magico a questa narrazione che per il resto è estremamente ancorata alla concretezza.

Se ho trovato un difetto in questo libro, di cui però ho amato molto i contenuti e la scrittura, è l’abbondanza: di temi, di voci e di personaggi che in un numero contenuto di pagine sono così tanti da non essere tutti approfonditi come avrebbero meritato, e forse per questo avrebbero potuto essere un pochino ridotti.

La voce di Uyangoda è stata comunque un’ottima scoperta: questo è il suo primo lavoro di narrativa, ma ha scritto testi di non fiction prima di questo, che leggerò prossimamente.

Quali candidati al Premio Strega di quest’anno avete letto o vorreste recuperare?

giovedì 14 settembre 2023

Vite che non sono la mia

Non ero pronta per leggere "Vite che non sono la mia" di Emmanuel Carrère, autore che mi aveva già colpita e turbata con "La settimana bianca", "L'avversario" e il magnifico "V13", ma che qui ha toccato corde che non mi aspettavo e mi ha lasciata, alla fine, a dir poco esausta. 

Definito il testo più doloroso dello scrittore, lo è senz'altro tra quelli che ho letto fino ad oggi, e ruota attorno a due decessi, entrambi di persone chiamate Juliette: la prima è una bambina figlia di turisti che si trovano in  Sri Lanka all'avvento dello tsunami del 2004 nella stessa località in cui sono Carrère e la compagna, la seconda è la cognata dello scrittore, uccisa a trentatré anni da una malattia.

È la seconda biografia quella che ho trovato devastante: perché ripercorre la vita di Juliette, il suo percorso professionale come giudice d'istanza schierata contro il sovraindebitamento, ma soprattutto il suo tumore, le cure, il rivelarsi vano di quest'ultime: e negli ultimi anni la mia personale esperienza ha toccato così da vicino questo decorso, conclusosi allo stesso modo per la mia migliore amica, che riviverlo è stato quanto di più doloroso avrei potuto trovare tra le pagine. 

Carrère è lucido, come sempre analitico, senza remore nello svelare i meno onorevoli sentimenti umani. Segue le vite dei genitori della piccola Juliette, che misteriosamente trovano la forza di continuare a vivere; racconta lo Sri Lanka devastato dal maremoto nel primo terzo del libro. Poi segue Etienne, collega della Juliette adulta, anche lui sopravvissuto ad un tumore in giovane età e rimasto con una disabilità in seguito ad esso, un professionista instancabile e motivato, un uomo onesto, trasparente anche nel rivelarsi all'autore, nel confessargli particolari di cui non si parla (come la prima notte da solo, in ospedale, a confrontarsi con la realtà della propria malattia). È Etienne ad accendere la miccia per questa scrittura, che mette in discussione l'uomo dietro lo scrittore, i suoi fantasmi nascosti sotto la superficie.

Ripensa a "L'avversario" Carrère tra queste pagine, alla malattia che Jean Claude Romande fingeva e che è la tragica realtà di Juliette; si prende anni di tempo per tornare a questo testo (nel mezzo pubblica "Un romanzo russo", che sarà il mio prossimo recupero) e poi lo dedica alle figlie della cognata, cercando di rendere giustizia alla memoria della madre, di tenerla in vita tra le pagine. 

È un testo intenso, faticoso, in cui si sente il bisogno di prendere fiato, in cui si incontrano esempi di lucente umanità e forza d'animo (i genitori della piccola Delphine e Jerome, Tom che sopravvive all'onda, Patrice il marito di Juliette), ma che non si legge a cuor leggero, che non si legge senza restarne colpiti e affondati. Se non ve la sentite di affrontare l'argomento della malattia scritto nero su bianco, vi consiglio caldamente di rimandare. Io forse avrei dovuto, ma una volta iniziato non sono più riuscita a fermarmi.

Qual è il vostro Carrère preferito?