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mercoledì 27 maggio 2026

Nirvana

Secondo romanzo che leggo dell’autore olandese Tommy Wieringa, "Nirvana" è decisamente più corposo del precedente, "La morte di Murat Idrissi" e contiene in sé molti elementi. Sempre pubblicato da Iperborea, si sviluppa a partire dal protagonista Hugo, un artista che soffre la recente separazione da quella che per 12 anni ha considerato la sua musa, ed incontra un bizzarro personaggio che condivide il nome con l’autore e che con Hugo la tata di quando era bambino. 

Questo incontro riallaccia per Hugo i fili di un passato che ha lungamente tenuto a distanza. Innanzitutto ritrova la tata Beth, anziana e malata che però in questo modo non trascorre in solitudine gli ultimi mesi della sua vita e poi rinasce in lui una curiosità verso suo nonno, magnate dell'offshore ormai centenario, con un passato tra le file delle SS, unitosi alla resistenza in circostanze poco chiare ed emigrato in Venezuela prima di rientrare una volta arricchito nei Paesi Bassi. Spinto da Wieringa si reca all’archivio di Stato e qui trova numerose menzioni dei diari perduti del nonno Willem -e proprio alla morte di Beth essi gli vengono affidati dalla donna, che li aveva avuti in circostanze misteriose.

Dunque la storia è composta dal tempo del racconto in cui Hugo legge i diari, ritrova la propria ispirazione artistica e scopre molto sul passato della sua famiglia, compresa una zia affetta da microcefalia che gli è sempre stata tenuta nascosta e che comincia ad andare a trovare nell’istituto dove vive da oltre cinquant’anni. Abbiamo poi i diari ritrovati di Willem, che sono narrati a differenza delle vicende di Hugo al tempo presente e ad esse si alternano, creando così un romanzo estremamente coinvolgente che si snoda tra la seconda guerra mondiale e il secondo decennio degli anni 2000 senza mai rallentare il ritmo o annoiare il lettore.

"Nirvana" è un romanzo ricco e stratificato, pieno di storia, di arte, di meditazione e di relazioni umane, che contiene passaggi di enorme tenerezza e nostalgia e altri che riportano alla luce orrori del passato. È una lettura perfetta per chi non si fa intimorire dalla mole e vuole anzi un volume in cui immergersi completamente; per me una delle letture più soddisfacenti dall'inizio dell'anno, e non vedo l'ora di approfondire l'autore!

Avete mai letto Wieringa?

domenica 2 luglio 2023

La casa del destino

Seguito de "Il miniaturista", "La casa del destino" pubblicato da La nave di Teseo (con una copertina bellissima, che ne racchiude i simboli!) è il secondo romanzo di Jessie Burton che leggo e che si rivela una bellissima esperienza: si tratta di un leggere per il gusto di godersi una storia, nell’ambientazione suggestiva l’Amsterdam del 1700, seguendo i passi di personaggi che avevamo già incontrato. 


Nella è rimasta nella casa di città insieme a Otto, a Cornelia e a quella Thea che avevamo lasciato neonata, Se "Il miniaturista" si tingeva spesso di tinte molto cupe e pagine anche drammatiche, ne "La casa del destino" l’atmosfera è meno opprimente, anche se i segreti e le malelingue continuano a gravare sulla famiglia Brandt.

Thea è ormai una diciottenne, ama gli spettacoli teatrali e si innamora dell’uomo sbagliato, mentre la zia Nella nel suo interesse cerca di combinarle un buon matrimonio, che l’aiuti ad affrancarsi dalla povertà in cui la famiglia sta rischiando di cadere. Ogni donna è però artefice del proprio destino, come leggiamo in quarta di copertina, e se le nostre protagoniste sembrano non ricordarselo ecco che le miniature misteriose tornano a farsi vive, per risvegliare il coraggio che alberga in ognuna di loro e far loro rivendicare il destino che ritengono giusto per se stesse. 

Anche questo volume è davvero appassionante, perché un segreto dopo l’altro la storia si svela, nonostante non tutto trovi risposte e la figura della miniaturista non venga mai davvero spiegata, facendole conservare così l’alone di mistero che tanto mi aveva colpito nel libro precedente. 

Avevo chiuso il primo romanzo con una sensazione di tristezza e di angoscia, mentre il cerchio che qui si chiude lascia davvero un altro stato d’animo: Nella si riconcilia con il proprio passato e Thea trova una dimensione più adatta a lei, lontana dalle convenzioni sociali e dal pregiudizio. 

Quelli di Jesse Burton non sono capolavori della letteratura, sono romanzi semplici, di narrativa pura, ma permettono di immergerci in una storia per il puro piacere di leggerla, dimenticando il presente che ci circonda e lasciandoci trasportare nelle ambientazioni evocative, tra canali, campagne, dimore signorili o decadute dove ci muoviamo insieme ai suoi personaggi. 

Ho davvero apprezzato questa prosecuzione alle vicende iniziate nel precedente romanzo; potrei dire che la parte centrale è leggermente più lenta e ripetitiva, ma si riprende così bene nell’ultimo terzo che non posso fare altro che consigliarvi questa coppia di libri, che trovo letture perfette per l’estate, non troppo impegnative ma al tempo stesso né banali né inconcludenti.

Qual è l’ultima serie di libri che avete terminato?

giovedì 6 aprile 2023

Il miniaturista

Una lettura recente che mi ha conquistata molto più di quanto mi sarei aspettata inizialmente è stata "Il miniaturista" di Jessie Burton, ambientato nell’Amsterdam del XVII secolo. 


Titolo: Il miniaturista
Autore: Jessie Burton
Anno della prima edizione: 2014
Titolo originale: The Miniaturist
Casa editrice: Bompiani
Traduttrice: Elena Malanga
Pagine: 464

Racconta la storia di Petronella, una giovane donna di umili origini che si sposa con Johannes, un ricco mercante, e che si trova però in in una situazione completamente diversa da quella che si sarebbe aspettata: il marito infatti non le dedica quasi nessuna attenzione, e su di lui circolano voci decisamente scomode per l’epoca, che si rivelano corrispondere a verità. 

Come se non bastasse si aggiunge l’elemento misterioso e molto suggestivo delle miniature, che la ragazza riceve per arredare la dimora giocattolo che dal marito ha ricevuto in dono e che sembrano mostrare in anticipo quello che accadrà alla vita dei personaggi raffigurati. 

L’atmosfera del romanzo è molto evocativa, a partire dagli elementi del commercio, le spezie, lo zucchero, i dolci e le pietanze fabbricate nelle case, la descrizione delle strade di Amsterdam, dei suoi canali, fino agli elementi storici, le corporazioni, i viaggi per mare per commerciare con altri stati d’Europa o dell’Asia. 

La scrittura dell’autrice è in grado di trascinare il lettore facendolo sentire parte delle scene descritte e crea per di più personaggi che riesce a sviluppare in modo tale da stravolgere l’aspettativa iniziale. In particolare mi ha colpito Marin, la sorella di Johannes, per la quale ho provato dapprima una forte avversione ma che si è rivelata nel corso della storia un personaggio del tutto diverso dalle premesse [basti pensare alla gravidanza e al concepimento insieme al servitore Otto liberato dal commercio degli schiavi e purtroppo alla triste fine che le è riservata nel romanzo, lasciando però aperta la porta alla speranza rappresentata dalla figlia appena nata]. 

Vi consiglio la lettura di questo romanzo se siete alla ricerca di una storia dalle atmosfere fiabesche, anche se "Il miniaturista" sa essere in certi passaggi molto duro e tragico. Di recente è stato anche pubblicato il seguito di questa storia, che mi fa ben sperare per il futuro di diversi dei suoi protagonisti -inutile dire che ho già provveduto all’acquisto e che sarà una delle mie prossime letture! 

Vi consiglio inoltre la visione della miniserie visibile su Sky che è stata tratta da questo romanzo e che è stata proprio la molla che ha scatenato la mia curiosità, e mi ha spinto a leggere il libro. 

Qual è l’ultimo romanzo ambientato in un lontano passato che avete letto?

lunedì 13 luglio 2020

La morte di Murat Idrissi

Mentre leggevo questo romanzo, acquistato principalmente per la potenza del suo titolo e perché come ormai avrete capito leggo spesso storie legate alle migrazioni, ero convinta che l’autore avesse origini marocchine o perlomeno nordafricane. Poi ho scoperto di no, e questo non ha fatto altro che convincermi ancor di più della sua bravura.



Titolo: La morte di Murat Idrissi
Autore: Tommy Wieringa
Anno della prima edizione: 2017
Titolo originale: De dood van Murat Idrissi
Casa editrice: Iperborea
Traduttrice: Elisabetta Svaluto Moreolo
Pagine: 124



LA STORIA

Durante un’improvvisata vacanza in Marocco, Ilham e Thouraya (due ragazze olandesi di origine marocchine) incontrano un loro conoscente, Saleh, uno di quelli che definiremmo un “trafficone”. È lui a presentare alle ragazze Murat, un giovane berbero che vive in estrema povertà ed è disposto a pagare pur di nascondersi nel loro bagagliaio ed essere portato in Europa. Come tuttavia il titolo ci ha già avvertito, il piano non andrà come previsto…


COSA NE PENSO

“La morte di Murat Idrissi” riesce a narrare due aspetti, e lo fa in modo convincente: una è la forza che spinge a migrare, a rischiare la propria vita per un viaggio che potrebbe avere successo, ma potrebbe anche avere conseguenze tragiche. L’altra è la duplice appartenenza delle seconde generazioni di immigrati in Europa, che non si sentono europei ma nemmeno nel paese di origine dei loro genitori sono considerati degli autoctoni.

Nonostante fossero nel paese dei loro genitori, alloggiassero da parenti e si riconoscessero nella gente del posto, non erano marocchini. Era questo ad accomunarli. L’essere considerati dei turisti. Che pagavano i prezzi dei turisti. Erano figli di due regni, avevano il passaporto verde del Royaume du Maroc e quello color minio del Regno dei Paesi Bassi, ma in entrambi gli stati erano prima di tutto e soprattutto stranieri.
Lo sfondo è il Marocco, quello lontano dalle zone turistiche, quello della sabbia fitta alzata dal vento e delle lunghe strade che attraversano il nulla; il Marocco e poi la Spagna meridionale accompagnano il viaggio on the road di Ilham e di Thouraya, due protagoniste femminili per un’avventura solitamente narrata al maschile o vissuta da folkloristiche famiglie occidentali. Il confine tra le due nazioni, quello Stretto di Gibilterra da attraversare in traghetto, è ciò che divide i mondi a cui le protagoniste appartengono -perché sì, in realtà dentro di loro ci sono entrambe, l’Africa e l’Europa. L’energia della giovinezza però non dà loro il tempo di rendersene conto, di considerare questa duplicità come ricchezza.


Ilham e Thouraya sono due personaggi ben costruiti. Pur essendo amiche non sono una fotocopia l’una dell’altra, anzi in qualche modo si compensano. Ilham tra le due è la “brava ragazza”, quella che ha scelto la strada dell’assimilazione, della formazione e del successo lavorativo per sentirsi riconoscere come olandese a tutti gli effetti. Ha così spostato in secondo piano la propria identità etnica e familiare, e questo la fa sentire fragile, costantemente sul punto di arrendersi ai piani dei suoi genitori.

C’erano giorni in cui non era molto lontana dalla resa – le bastava un cenno d’assenso e la sua vita avrebbe preso forma. Prima ancora di rendersene conto si sarebbe ritrovata con un marocchino-olandese accanto, avrebbe avuto le mani coperte di tatuaggi all’henné e sarebbe diventata un pancione ambulante. E per quanto suo marito avrebbe spergiurato di essere un uomo moderno, non ci sarebbe voluto molto prima che scoppiasse una discussione sull’hijab. Quella sarebbe stata la sua ultima battaglia. Poi avrebbe conosciuto ancora momenti di rabbia e disperazione, ma in generale sarebbe stato meglio così, più tranquillo e senza problemi. Allo stesso modo era andata anche a sua madre e sua nonna, e a tutte le donne prima di loro i cui scheletri erano ormai parte del fondo roccioso del Rif.
Thouraya è la più impulsiva delle due, quella che ha scelto la via della ribellione, della fuga da casa e della realizzazione di se stessa -realizzazione che considera però da un punto di vista prettamente materiale. È Thouraya ad aver improvvisato quel viaggio on the road per il Marocco, per vivere un’avventura; è lei ad accettare in definitiva di nascondere Murat nel bagagliaio, sedotta dal denaro con cui Saleh la inganna. 

È questo che capisci subito quando la guardi, che è fiera di essere una berbera, dura e aspra come le montagne dei suoi antenati. Ma disprezza il padre. Il suo sopportare era quello di un animale che fa ciò che gli viene ordinato e resiste finché non stramazza al suolo.
Wieringa compie una trasformazione nel racconto, e lo fa sul personaggio di Murat. Murat che prima è una persona, un ragazzo magro, dai denti cariati, che sogna di tornare in Europa dopo essere stato rimpatriato dalla Francia. Murat che poi diventa un corpo nel bagagliaio, un corpo martoriato dal tentativo fallito di liberarsi, un corpo che si decompone e che opprime Ilham e Thouraya con il suo odore e la sua presenza, trasformandosi in un loro nemico, in un oggetto del quale liberarsi al più presto. Da morto, Murat assume una consistenza maggiore di quella che ha avuto da vivo: diventa una presenza più ingombrante, diventa il centro dei pensieri di Ilham e Thouraya, che fino a quel momento lo avevano accantonato in un angolo della loro mente. 

Chi lui fosse – un figlio, un fratello, un ragazzo dalle lunghe ciglia e dalle dita sottili – non aveva più alcuna importanza. Ormai era solo un corpo di cui bisognava disfarsi. Un corpo morto che con il suo odore trascinava anche loro per metà nel regno dei morti. Dovevano farlo, dovevano liberarsi di lui perché il suo posto era già là mentre il loro era ancora qui. Era stato l’odore, si rese conto Ilham, che alla fine gliel’aveva reso un estraneo.

Wieringa racconta un aspetto violento e drammatico della migrazione, e per certi versi ricorda il potentissimo “Uomini sotto il sole” di Kanafani. Come Kanafani, che raccontava l’esodo verso il Qatar di un gruppo di migranti palestinesi dall’ottica dell’autotrasportatore che li nascondeva nella cisterna del suo mezzo, anche Wieringa lo fa da un punto di vista insolito: non è dagli occhi di Murat che viviamo la sua asfissia, la sua disperata ricerca di ossigeno in quel bagagliaio, ma dallo sguardo sconvolto di Ilham e di Thouraya che prendono coscienza delle conseguenze del loro superficiale aver ceduto a Saleh -Ilham e Thouraya, che prima di allora non avevano preso in considerazione cosa avrebbe potuto andare storto in quel piano messo in piedi tanto in fretta.

Non ci sono colpi di scena ne “La morte di Murat Idrissi”: avrebbero potuto esserci, ma Wieringa ci rende chiaro sin dal titolo che non è il “cosa” che dovremo scoprire, ma sarà il “come” ad esserci raccontato. Questa singolare scelta è, a lettura conclusa, uno degli aspetti più convincenti del romanzo intero: leggiamo della migrazione senza mai nutrire false speranze, guardando in faccia la più cruda realtà, quella di tanti viaggi che sono andati storti e non hanno avuto alcun lieto fine a concluderli, nessuna umanità nemmeno nella morte. 
Per questo, e per lo stile di Wieringa che è asciutto e privo di orpelli, vi consiglio assolutamente la lettura di questo romanzo: vi richiederà poco più di un’ora, e sarà memorabile. 

lunedì 22 gennaio 2018

Il viaggio delle bottiglie vuote

Di Kader Abdolah ho letto, quasi un anno fa, “Un pappagallo volò sull’Ijssel”. Era un periodo difficile della mia vita lavorativa, l’unico momento tollerabile della giornata era l’ora esatta di pausa pranzo che passavo in un parco, in compagnia del libro che leggevo in quei giorni. Uno di quei libri è stato appunto “Un pappagallo volò sull’Ijssel”, che mi è piaciuto molto e mi ha lasciato il desiderio di approfondirne l’autore. Proposito che ho iniziato a mettere in pratica!



Titolo: Il viaggio delle bottiglie vuote
Autore: Kader Abdolah
Anno della prima edizione: 1997
Titolo originale: De reis van de lege flessen
Casa editrice: Iperborea
Pagine: 176




“Il viaggio delle bottiglie vuote” è il primo romanzo di Abdolah (pseudonimo di Hossein Sadjadi Ghaemmaghami Farahani) e mi ha ricordato molto i temi della mia precedente lettura.
Il protagonista di questa storia è Bolfazl, emigrato dall’Iran in Olanda; qui, sulle rive dell’Ijssel, crea un rapporto con Renè, il proprio vicino. Due solitudini si incontrano grazie ai giardini confinanti: Bolfazl porta con sé la solitudine dell’esule, dell’emigrato che non tornerà indietro (è infatti un rifugiato politico in Olanda), mentre René ha alle spalle un matrimonio terminato a casa della sua omosessualità. Entrambi sono personaggi isolati, che si sentono incompresi, che faticano a trovare il proprio posto nel mondo.
Quella di Bolfazl è la storia di un emigrato in esilio, che fonde il proprio passato ed i ricordi della sua terra natale con un presente che non riesce a capire del tutto. Fatica ad imparare la lingua olandese, a trovare un impiego; gli olandesi sono così diversi dagli iraniani, esibiscono in pubblico la propria nudità, possono dichiararsi apertamente omosessuali e due uomini possono condividere il letto. Bolfazl è smarrito davanti alle enormi differenze culturali, anche davanti alla progressiva emancipazione di sua moglie che non cerca più la sua approvazione, e davanti alla sparizione di René che era l’unico con il quale avesse formato un legame.

Dettaglio dalla copertina dell'edizione olandese

Siamo davanti ad un romanzo di evidente ispirazione autobiografica che fonde le narrazioni persiane che Bolfazl ricorda ai dilemmi degli immigrati, contesi tra la memoria e l’integrazione, tra il luogo dal quale sono partiti e quello dove si trovano a vivere. Non può essere definito un testo ricco di avvenimenti, siamo davanti ad una storia piuttosto semplice, i cui elementi di ricchezza sono dati proprio dai ricordi iraniani del protagonista ed i parallelismi tra essi e le situazioni che affronta in Olanda; un romanzo senza dubbio interessante per gli amanti della letteratura della migrazione ed un autore che approfondirò ulteriormente, perché il suo stile pulito e ricco di immagini mi piace molto.