lunedì 15 luglio 2019

L'educazione

Nell'ultimo periodo ho sentito molto parlare di un memoir di un'autrice esordiente statunitense che ha per tema l'importanza dell'istruzione come mezzo di emancipazione dalle proprie condizioni di nascita, qualunque esse siano. Dal momento che il tema dell'apprendimento e della sua centralità mi è molto caro, non ho esitato e me lo sono procurato appena ho potuto.



Titolo: L'educazione
Autrice: Tara Westover
Anno della prima edizione: 2018
Titolo originale: Educated. A memoir
Casa editrice: Feltrinelli
Traduttrice: Silvia Rota Sperta
Pagine: 380



LA STORIA

Tara nasce in Idaho, in una famiglia di credo mormone. Cresce a Buck Peak, dove suo padre ha una discarica nella quale recupera rottami e vende metalli a peso, mentre sua madre fa la levatrice presso le case delle donne che scelgono di non partorire in ospedale. 
Tara non frequenta la scuola, non ha un certificato di nascita e se si ammala o si infortuna non viene portata dal medico; ha numerosi fratelli e sorelle, impegnati a sopravvivere ai frequenti incidenti che avvengono in discarica e alle violenze a cui li sottopone Shawn, uno di loro. L'opinione del padre di Tara sembra essere l'unica a contare, almeno fino a che, raggiunti i sedici anni, Tara decide di impegnarsi per entrare al college e riesce a superare l'esame di ammissione...
Le voci le chiedevano sempre di restare in linea quando ammetteva di non sapere quand’ero nata, poi le passavano i loro superiori, come se non conoscere la mia data di nascita delegittimasse il concetto stesso della mia identità. Non puoi essere una persona se non hai un giorno di nascita, sembravano dire quelle voci. Non capivo perché. Fino a quando la mamma non aveva deciso di chiedere il certificato, non sapere quando compivo gli anni non era mai stato un problema. Sapevo di essere nata verso la fine di settembre e ogni anno sceglievo un giorno per il mio compleanno, facendo in modo che non cadesse di domenica perché non è divertente festeggiare in chiesa.

COSA NE PENSO

Tara Westover ha senza dubbio una storia da raccontare: una storia fatta di abusi che non riusciva, da bambina, a chiamare con il loro nome, una storia di privazioni e di ignoranza. Tara ha avuto un fratello violento -i suoi comportamenti sembrano un manuale della violenza sulle donne, un padre dai numerosi problemi psichici (manie di persecuzione, di grandezza, teorie in quantità sull'imminente fine del mondo), una madre fragile e vessata incapace di ribellarsi.
Faccio fatica a credere che il giovane spensierato in quella fotografia sia mio padre. Se penso a lui vedo un uomo stanco di mezza età, spaventato e ansioso, che accumula cibo e munizioni. Non so quando l’uomo nella fotografia sia diventato l’uomo che conosco come mio padre. Forse non c’è stato un momento preciso.
La storia di Tara è una storia di rinascita, attraverso i luoghi di studio nei quali apprende e lentamente si allontana dall'ambiente opprimente nel quale è cresciuta.
“Di tutti i miei figli,” disse, “credevo saresti stata tu la prima a filare via. Non me l’aspettavo da Tyler – è stata una sorpresa – ma da te. Non restare. Vai. Non farti fermare da niente e da nessuno.”
"L'educazione" però non è un libro privo di difetti, anzi. 
Tara ci tiene a raccontare nei dettagli numerosi incidenti avvenuti ai suoi familiari: due incidenti stradali, un incidente in cantiere, diversi altri nella discarica del padre. Ci sono traumi cranici, ferite, fratture, ustioni gravissime; in un solo caso si fa ricorso alle cure mediche. Come dunque i protagonisti di questi episodi -appassionanti perché macabri- riescano ogni volta a sopravvivere solo spalmandosi qualche olio addosso, e a proseguire con le loro vite nonostante la gravità delle lesioni riportate appare piuttosto inverosimile
L’incidente lo trasformò da oratore a osservatore. Faceva fatica a parlare per via del dolore costante, ma anche perché aveva la gola ustionata.
Un altro punto debole di questo memoir è l'effetto noia: specialmente dal momento in cui l'autrice si allontana dalla casa di Buck Peak, la narrazione si trasforma in una sorta di elenco di avvenimenti e di incontri, di frasi riportate da conversazioni e di viaggi; non posso certo definire questi capitoli conclusivi coinvolgenti, anzi l'impressione che ne ho ricavato è stata una certa fretta di terminare lo scritto. 
Nel complesso si tratta di un libro che ho trovato parzialmente interessante, ma che credo avrebbe potuto essere sviluppato meglio
Ne scaturisce infatti un ritratto impietoso di una famiglia giustificata per anche troppo tempo, la consapevolezza di una donna che trova se stessa a poco a poco, ma anche una serie di aneddoti rilevanti soltanto per la protagonista in questione. 
In tutta onestà non me la sento di consigliarvelo, a meno che non siate appassionati di storie ambientate in comunità di fondamentalisti religiosi che si preparano all'Apocalisse... In questo caso, "L'educazione" potrebbe essere un'ottima lettura per voi! 

lunedì 8 luglio 2019

L'uomo seme


Molto spesso scopro per caso i titoli da leggere, negli espositori della biblioteca oppure grazie agli articoli di giornale. A volte però sono le recensioni di altri lettori ad incuriosirmi, ed è questo il caso di un libretto poco noto e piuttosto datato che altrimenti non credo avrebbe incrociato il mio percorso.



Titolo: L'uomo seme
Autrice: Violette Ailhaud
Anno della prima edizione: 1952
Titolo originale: L'homme semence
Casa editrice: Fandango
Traduttrice: Monica Capuani
Pagine: 56



LA STORIA

In un piccolo villaggio della Provenza, nel 1852, vive la sedicenne Violette. Di uomini al villaggio non ne sono rimasti: sono tutti morti o dispersi a causa delle truppe di Napoleone, che li hanno considerati dei nemici in quanto repubblicani. È successo a suo padre, è successo al suo giovane innamorato
Il primo maggio, alla fine di tanti mesi di attesa vana e soffocante, Rose, la figlia del panettiere, ha tirato fuori il suo abito da sposa. Quell'abito era semplicemente il suo abito più bello. Ricordo che era blu scuro e glielo invidiavo. Ci ha vestito uno spaventapasseri che ha conficcato nel terreno in fondo all'altopiano. Ricordo che piangeva di rabbia. [...] Noi altre non abbiamo cercato di impedirglielo, anzi, abbiamo condiviso le sue lacrime fino a bruciarci gli occhi e il viso. Rose si sarebbe dovuta sposare ad aprile. A quel punto, la madre del ragazzo che avrebbe dovuto sposare Rose è andata a cercare il vestito da matrimonio del figlio e ci ha vestito un secondo spaventapasseri infilando un braccio nella manica del primo. Da allora, il nostro paese di donne vive sotto lo sguardo di questa coppia che non è mai stata, le cui sagome immobili volgono la schiena alla vallata. È il nostro segnale per dire che qui c'è la vita.
Solo bambini e donne dunque popolano il paese, e sono proprio le donne a fare un patto: quando arriverà un uomo, dovranno condividerlo. Avrà la precedenza la prima che l’uomo toccherà, ma poi anche le altre avranno diritto al suo seme con cui ripopolare il villaggio; e la prima ad essere toccata dall’uomo che finalmente arriva è proprio Violette, che nel suo racconto rievoca la passione provata tra le braccia di lui.

L'attrice Sonia Bergamasco che ha portato in scena "L'uomo seme"
COSA NE PENSO

Scritto nel 1919 dalla stessa Violette, e sigillato in una busta acclusa al suo testamento -con l’espressa indicazione di essere affidato alla maggiore delle sue discendenti- “L’uomo seme” è un breve racconto che la nipote di Violette ha deciso di pubblicare nel 1952.
Nonostante siano trascorsi ormai cento anni dalla sua prima stesura, il contenuto delle sue parole è così universale da non aver perso affatto la sua attualità: Violette racconta l’amore, la passione, e li spoglia dell’egoismo e della gelosia in favore di un’ottica di condivisione in un microcosmo di donne sorelle, solidali, che cento anni più tardi continuano ad apparire rivoluzionarie.
“L’uomo seme” è un racconto breve e dal linguaggio semplice e delicato; la sua potenza sta però nel fatto che contiene in sé un messaggio molto più femminista di tanti romanzi contemporanei che vogliono essere definiti tali, e rappresenta un universo femminile che è un ideale al quale aspirare e non un passato retrogrado da seppellire. Per questo ve ne consiglio la lettura, che di certo vi fornirà un punto di vista inedito sui ruoli di genere!

mercoledì 3 luglio 2019

L'ultimo arrivato

Dopo aver amato moltissimo "Resto qui" ed essere invece rimasta piuttosto delusa da "Pronti a tutte le partenze", mi attendevano sullo scaffale ancora due titoli di Marco Balzano. Ho deciso di dare la precedenza a quello pubblicato più di recente, nella speranza di un costante miglioramento dell'autore... E le mie aspettative non sono state deluse!



Titolo: L'ultimo arrivato
Autore: Marco Balzano
Anno della prima edizione: 2014
Casa editrice: Sellerio
Pagine: 205





LA STORIA

Ninetto "Pelleossa" Giacalone è un bambino siciliano, che deve alla sua estrema magrezza il soprannome; vive in un piccolo paese in condizioni di povertà, e spesso non ha altro da mangiare che una manciata di acciughe. Ama i suoi amici, la sua mamma che però è malata, la scuola e in particolare il suo maestro che gli fa imparare le poesie, ma all'età di soli undici anni lascia tutto ciò che conosce e parte per Milano per guadagnarsi da vivere e non pesare più sul bilancio familiare.
Una volta adulto, Ninetto racconta la sua storia, un'infanzia abbandonata troppo in fretta per fare il fattorino, il muratore e poi appena raggiunti i quindici anni l'operaio in fabbrica, all'Alfa Romeo, dove ne trascorre trenta. Quando ripercorre il suo passato Ninetto è appena uscito dal carcere, per un reato che scopriremo soltanto alla fine del romanzo...

COSA NE PENSO

Balzano racconta il fenomeno dell'emigrazione minorile, realmente accaduto in Italia in particolare tra gli anni Cinquanta e Sessanta, quando le grandi città industriali del Nord offrivano opportunità occupazionali a grandi quantità di giovani e giovanissimi. 
Era la fine del ’59, avevo nove anni e uno a quell’età preferirebbe sempre il suo paese, anche se è un cesso di paese e niente affatto quello dei balocchi. Ma c’è un limite a tutto e quando la miseria ti sembra un cavallone che ti vuole ingoiare è meglio che fai fagotto e te ne parti, punto e basta.
Come in "Resto qui", attraverso il suo protagonista dà voce alla storia del Paese e lo fa in maniera convincente e mai noiosa.
Dopo dieci anni di carcere Ninetto scopre una Milano diversa, un'immigrazione che non proviene più dal Sud d'Italia ma arriva da paesi lontani, il mercato del lavoro che basa la selezione del personale sul curriculum in formato europeo e sull'uso del computer che lui non conosce. 
«Non ho messo che sono stato in prigione» gli confesso guardandomi i piedi. Ma questo mi sa che è Gesù Cristo in giacca e cravatta perché non si scandalizza minimamente né fa lo sguardo giudicante. Dice soltanto: «In effetti nessuna voce lo chiedeva».
Ninetto è un narratore in prima persona, dal linguaggio molto semplice e ricco di espressioni dialettali; certo la semplicità riflette il basso livello di scolarizzazione dell'uomo, talvolta però scivola in un eccessivo infantilismo, non adatto ad un uomo della sua età.
Gli altri personaggi -la moglie di Ninetto, sua figlia, la psicologa...- restano sullo sfondo, al centro della narrazione c'è sempre quest'uomo fragile, che commette errori per via del suo carattere impulsivo, al quale non sa porre rimedio.
Non ci sono storie, a rovinarmi è sempre stata la gelosia. Fin da picciriddu.
Ninetto è stato un bambino diventato uomo troppo presto, che ha sperimentato subito il lavoro, la fatica, le responsabilità. Balzano dà voce all'uomo che è diventato, e costruisce un personaggio molto lontano dall'eroismo e per questo molto realistico, molto vero
Il maggior pregio de "L'ultimo arrivato" -che ha meritatamente vinto il Premio Campiello nel 2015- è il racconto che fa dell'Italia, della storia di una migrazione interna che non viene spesso raccontata (quella con protagonisti appena ragazzini già avviati al mondo del lavoro), dei cambiamenti che hanno attraversato il nostro territorio.
Lo sguardo puro di Ninetto osserva senza pregiudizi ciò che lo circonda, e dà vita sotto gli occhi del lettore ad un mondo che era reale pochi decenni fa e non ho trovato spesso raccontato in un romanzo. 

Quello scritto da Balzano è un buon romanzo di formazione, adatto per la sua semplicità anche ad un pubblico di lettori piuttosto giovani o non avvezzi alle letture dallo stile ricercato. Rispetto a "Pronti a tutte le partenze" l'ho trovato decisamente superiore; non ha però superato "Resto qui" tra le mie preferenze!

lunedì 17 giugno 2019

A modo nostro

Non so quasi nulla di letteratura cinese; finora mi è capitato di leggere solamente un paio di romanzi e nessuno dei due ha lasciato in me ricordi particolarmente vividi. Ci sono però autori che ho intenzione di leggere prima o poi, e trame a cui non so resistere -l'ultimo è proprio il caso del romanzo di cui sto per scrivere.



Titolo: A modo nostro
Autore: Chen He
Anno della prima edizione: 2011
Titolo originale: Hong bai hei
Casa editrice: Sellerio
Traduttore: Paolo Magagnin
Pagine: 345



LA STORIA

Il protagonista di questo romanzo è Xie Qing, un uomo cinese della zona di Wenzhou. Xie Qing è separato da anni quando riceve dalla Francia una telefonata che lo avverte del decesso della sua ex moglie, Yang Hong, in circostanze a dir poco incomprensibili. L’uomo decide allora di recarsi a Parigi per scoprire la verità sulla morte della donna, e dall’arrivo nella capitale francese hanno inizio una serie di avventure in terra europea che coinvolgono Xie Qing in ogni sorta di affari non sempre leciti e che si intrecciano ai ricordi del misterioso passato di Yang Hong, del quale il marito non aveva mai saputo nulla.
Qualche giorno prima delle nozze Xie Qing sognò Dio: stava facendo un gioco di prestigio, aveva messo due persone completamente diverse dentro una casa che sembrava una scatola magica per ricoprirla teatralmente con un telo rosso. Poi aveva riso di nascosto.
Non passò molto tempo prima che Dio sentisse risuonare da quella scatola gli strilli e le grida delle sue creature.

COSA NE PENSO  

Chen He è un autore cinese emigrato in Albania all’età di quarant’anni. Qui è stato vittima di rapimento a scopo di estorsione, e successivamente si è trasferito in Canada dove ora vive e lavora.
È evidente leggendo questi brevi cenni biografici quanto alcuni elementi contenuti in “A modo nostro” abbiano avuto origine dalle esperienze personali dell’autore: mi riferisco alla parentesi albanese vissuta dal protagonista, nel corso della quale si trova coinvolto nei traffici dell’immigrazione clandestina ed a sua volta in un rapimento -parte del romanzo che, devo dire, non mi ha entusiasmata.
Molto più riusciti sono i capitoli dedicati alla giovinezza di Xie Qing e di Yang Hong, così come alla ricerca che la donna (figlia di un ufficiale morto suicida) compie per scoprire di più sulla morte inspiegabile di suo padre, figura alla quale è rimasta profondamente legata e a cui non ha mai smesso di pensare.
La suite aveva una grande porta-finestra che guardava sull’oceano, mentre la fresca brezza marina scuoteva leggermente la tenda. A dispetto della stanchezza provava ancora un’eccitazione che le impedì di prendere sonno. Così, dopo la doccia, rimase seduta di fronte al mare avvolto nell’oscurità, lasciando che il vento le asciugasse i capelli ancora umidi. In quel momento, in lontananza, scorse un faro che si illuminava. Non poté fare a meno di ripensare all’isola di Gushan, nel Mar Cinese Orientale, a quel faro che le era sembrato così familiare. Ebbe quasi l’impressione di scorgere il padre. “Papà”, disse a se stessa. Era in ogni luogo, pensò, a mostrarle la strada, a illuminarla con la sua luce.
Il personaggio di Yang Hong è caratterizzato benissimo attraverso flashback che ricostruiscono la vita della donna dalla giovinezza in Cina sino al trasferimento in Francia, dove troverà la morte -di cui siamo a conoscenza sin dall'inizio del romanzo. Per questa donna che incontra per caso l'amore, ma non la fortuna, è impossibile evitare di provare empatia; mi sono affezionata a lei nel corso delle pagine e senza dubbio è il personaggio che ho preferito.
“È quasi un anno che se n’è andato. Avrei davvero tanta voglia di vederlo”.
“A dire il vero anche lui ha una gran voglia di vedere te e il bambino. La colpa è tutta di quel suo suocero odioso, nemmeno fosse la Regina Madre dell’Ovest che con i suoi poteri soprannaturali ha tracciato in mezzo a voi la Via Lattea, separandovi come il Mandriano e la Tessitrice”.
Il Mandriano e la Tessitrice si riuniscono soltanto una volta l’anno, nel giorno di Qixi, la festa degli innamorati della tradizione cinese. E così, finalmente, anche per Yang Hong arrivò l’occasione di incontrare nuovamente Jiang Xiaojun.
Chen He fornisce un punto di vista raro da trovare in letteratura, quella dell’immigrato in Europa dalla Cina. Molti sono infatti i cinesi in Europa, ma raramente si conosce da vicino il loro pensiero sul contesto in cui si trovano a vivere; nel romanzo di Chen He incontriamo un protagonista stupito dalle vetrine dei quartieri a luci rosse di Parigi, disgustato dall’odore del formaggio albanese, che velocemente si inserisce in una rete imprenditoriale di connazionali tutt’altro che legale e compie un'ascesa dalle sue origini umili ad un grande successo.
“Ma ora sei a Parigi”, disse Wenchun.
“E a cosa mi serve?”, protestò Xie Qing voltandosi verso di lui.
“Non saprei. Dipende se saprai cogliere l’occasione”.
Un altro personaggio interessante è Qiumei, benefattrice di Xie Qing al suo arrivo in Francia e durante le sue peripezie europee; il suo destino però non è lo stesso riservato al protagonista, e fornisce un altro punto di vista su come il governo cinese non smetta mai di influire sulle vite dei suoi cittadini, anche dopo decenni di emigrazione -prospettiva rappresentata anche dalle vicissitudini dell'innamorato di Yang Hong. 

Lo stile di Chen He sa essere molto descrittivo, evocativo di paesaggi del suo paese d’origine; è Yang Hong ad esserne immersa nei flashback rurali o immersi nella natura disseminati nel romanzo, mentre le metropoli in cui si trova catapultato Xie Qing sono decisamente più frenetiche.
"A modo nostro" rappresenta un collage di personaggi di origine cinese che affrontano situazioni molto diverse tra loro una volta allontanatisi dalla propria patria, e lo fa con un ritmo non sempre incalzante. Nonostante questo si tratta di un romanzo che ho apprezzato molto, che ho sentito piuttosto lontano dalla narrativa alla quale sono abituata e proprio per questo mi ha interessata profondamente. Ne consiglio la lettura a chiunque sia alla ricerca di un romanzo ben scritto e ben costruito, che procede lentamente aggiungendo un dettaglio dopo l'altro e componendo alla fine un mosaico davvero riuscito.

martedì 11 giugno 2019

Cielo di sabbia

Quante volte ho già scritto che gli espositori della biblioteca sono per me dispensatori di tesori che altrimenti dubito potrei scoprire in altro modo? Immagino che questa sia l'ennesima, ma non posso trattenermi!



Titolo: Cielo di sabbia
Autrice: Sudabeh Mohafez
Anno della prima edizione: 2004
Titolo originale: Wuestenhimmel Sternenland
Casa editrice: Keller editore
Traduttrice: Anna Ruchat
Pagine: 112



I racconti contenuti in questa raccolta dell'autrice iraniana (emigrata giovanissima in Germania) sono stati scritti originariamente in tedesco. La duplice appartenenza della scrittrice si riflette nelle ambientazioni delle sue storie, che si dividono tra l'Iran e la Germania, dando voce a personaggi immigrati in entrambi i paesi.
Della mia Berlino non parlavamo mai, a Mira non interessava, e io potevo capirlo, perché la mia Berlino era qualcosa di vago. Una cosa che non si riusciva mai a vedere bene, che si sottraeva continuamente agli sguardi, che rimaneva nebulosa. Era simile a me: poco socievole, un po' persa, bruttina, contraddittoria e piena di cicatrici.
Illustrazione di Detlef Surrey
Sono racconti di diversa lunghezza; in particolare "Davanti al trono di Allah" che apre la raccolta è piuttosto lungo ed è anche uno dei più efficaci e coinvolgenti. Esso racconta l'Iran negli anni '70 e dà voce ad una donna iraniana di umile estrazione, che nella propria povertà possiede molto più di quanto abbiano i ricchi immigrati tedeschi ai quali pulisce la casa. Il coraggio di questa donna che corre enormi rischi per proteggere un bambino innocente mi ha sinceramente spezzato il cuore.
Nahid ha smesso da tempo di intromettersi nelle faccende dei suoi due figli più grandi. Hanno quindici e sedici anni, sono adulti. A volte si portano via del cibo, a volte un po' di soldi. A volte stanno via per qualche giorno. Nahid non ha la forza di preoccuparsi anche per loro. Quando il cibo c'è, ognuno ne riceve una parte. Quando non ce n'è ognuno riceve la sua parte di fame. È una cosa che vale per i grandi come per i piccoli, per le donne delle pulizie come per i rivoluzionari. 
Gli uomini in questi racconti sono quasi sempre violenti, viscidi e molto lontani dal punto di riferimento che dovrebbero essere all'interno dei nuclei familiari. La descrizione dei rapporti tra padri e figli che l'autrice fa all'interno de "L'unica prospettiva valida" è così disturbante da avermi nauseata.
C'è spazio per molti traumi, per l'abbandono e per le sofferenze in questi racconti; c'è però anche spazio per la rinascita, per la speranza, per l'autentico amore delle protagoniste -donne forti, coraggiose nel loro fiero silenzio- per il mondo che le circonda.
Là, dove le meravigliose montagne sono così vicine che manca il respiro a guardarle, dove se ne sente a tal punto la forza che Nahid vorrebbe inchinarsi ogni volta di fronte a loro, buttarsi a terra e baciare la terra sulla quale il mattino presto gettano la loro sontuosa ombra. Se Allah avesse un trono, pensa tutte le volte, sono certa che il suo trono sarebbero queste montagne.
Keller è una casa editrice che ho già apprezzato in passato per un romanzo breve dall'accattivante titolo "L'ultimo amore di Baba Dunja", della scrittrice tedesca di origini russe Alina Bronsky; ora anche questa raccolta di racconti è un'opera che mi sento assolutamente di consigliarvi!

lunedì 3 giugno 2019

Scheletrina Cicciabomba

Di disturbi alimentari si può parlare in molti modi. Su questo blog ha già trovato spazio il mio parere sul libro autobiografico "Giorni senza fame" dell'autrice francese Delphine De Vigan, che vi ha raccolto la sua esperienza di malata di anoressia.
Di recente, mentre andavo alla ricerca dei libri di un'autrice che amo particolarmente e che ancora non avevo letto, ho scoperto un testo indirizzato all'infanzia che si occupa proprio di questo tema spinoso.



Titolo: Scheletrina Cicciabomba
Autrice: Simona Vinci
Illustratrice: Raffaella Ligi
Anno della prima edizione: 2012
Casa editrice: Salani
Pagine: 96




Questo albo illustrato racconta due storie, una per ciascun lato: racconta la storia di una bimba che tutti chiamano Cicciabomba per via del suo sovrappeso, e che ama tutti i tipi di cibo, al punto di procurarseli di nascosto quando gli adulti cercano di sottrarglieli. Dall'altro lato del libro incontriamo un'altra bimba della stessa età, soprannominata Scheletrina a causa della sua magrezza: lei invece non sopporta alcun cibo, e per farle finire un pasto gli adulti ricorrono a suppliche e minacce.


Sebbene i presupposti delle storie di Scheletrina e di Cicciabomba siano differenti, entrambe rappresentano la stessa bambina -molto sola- di nome Olivia e la radice delle prese in giro a cui sono sottoposte è sempre la stessa: un rapporto poco sano con l'alimentazione, con le diverse conseguenze a cui può portare. 
La stessa è anche la soluzione al problema: la costruzione di una familiarità con gli ingredienti, la sperimentazione in cucina e la condivisione dei pasti e della loro preparazione come momenti felici. Olivia impara ad amare il cibo in questo albo illustrato, e impara ad amare e rispettare se stessa e il proprio corpo


SImona Vinci sa parlare ai bambini presi in giro dai compagni di scuola per il loro peso, ma sa parlare anche a tutti gli adulti che lo sono stati e ne portano le cicatrici. A questi ultimi fornisce senza dubbio un testo utile per affrontare l'argomento, che sia dalla prospettiva di genitori o da quella di educatori, rispettando la sensibilità dei più piccoli e parlando loro in modo credibile e convincente. 
Ve ne consiglio la lettura se siete alla ricerca di una lettura sull'argomento dei disturbi alimentari, che possa esservi anche di ispirazione. Se state invece cercando un libro che vi racconti una storia, che evochi atmosfere come Simona Vinci sa fare nella sua produzione per adulti... in questo caso vi suggerisco di rivolgervi altrove!

lunedì 20 maggio 2019

Pronti a tutte le partenze

Ho scoperto Marco Balzano con il romanzo "Resto qui", vincitore di numerosi premi letterari (e noto anche per essersi classificato secondo allo Strega 2018). Di "Resto qui" vi ho già parlato sul blog: si tratta di un romanzo che mi è piaciuto moltissimo, e da quel momento ho deciso di leggere il resto della produzione di narrativa dell'autore.




Titolo: Pronti a tutte le partenze
Autore: Marco Balzano
Anno della prima edizione: 2013
Casa editrice: Sellerio
Pagine: 209




LA STORIA

Giuseppe è un insegnante di lettere precario della provincia di Napoli che ha superato la trentina; sta andando a convivere con la sua fidanzata e attende l'assegnazione della cattedra per il nuovo anno scolastico. Tuttavia nulla andrà secondo i suoi piani: la fidanzata infatti gli confesserà di essere innamorata di un altro uomo, e nessuna cattedra resterà disponibile per lui. Offertagli allora la possibilità di una supplenza di qualche mese a Milano, Giuseppe lascia il paese natale e si trasferisce al Nord, ospite prima di un'anziana zia e poi in un appartamento condiviso con tre ragazzi di diverse nazionalità ed occupazioni.



COSA NE PENSO

Rispetto alla voce narrante di Trina in "Resto qui", il racconto in prima persona di Giuseppe è molto meno coinvolgente. Si tratta di un'opera ancora acerba, dove non mancano gli elementi di ispirazione autobiografica: Balzano è infatti oltre che scrittore insegnante di Lettere, e dunque conoscerà assai bene il mondo del precariato -ed è molto capace nel riportarlo sulla pagina.
Lei, come dice Ungaretti, sia «pronto a tutte le partenze». E si ricordi che l’unica cosa che non ci si può permettere in questa situazione è perdere il buon umore.
Oltre al mondo della docenza Balzano racconta la vita difficile dei ricercatori, delle tesi di dottorato e degli assegni così rari e preziosi, del mondo accademico dove la competizione è spietata e i rapporti non sempre trasparenti.
Provaci e vendi sempre cara la pelle. Se fai un compito eccellente e se i membri della commissione avranno ognuno il proprio protetto e non riusciranno a mettersi d’accordo può anche scattare la legge che passa lo sconosciuto... – disse col suo riso misurato e amarognolo.
Il protagonista del romanzo, Giuseppe, è un ragazzo giovane e non molto fortunato; ha origini modeste, genitori che non hanno studiato e non hanno mai lasciato Calvanico, che quando vanno a trovarlo a Milano trovano incomprensibile la grande città. 
Io mi sono laureato, Antonio invece è andato a lavorare dopo il diploma. Oggi hanno quasi settant’anni. Due persone all’antica, niente di speciale. Una vita all’autolavaggio mio padre, che poi quindici anni fa si è riuscito a comprare perché il proprietario era pieno di debiti e gliel’ha venduto per quattro soldi. Da qualche anno lo aiuta Aziz, un turco con la moglie rom («Aziz, com’è che tutti tu li tieni gli impiastri della razza?» gli dice per sfottere). E mamma Rosalia, una casalinga che ha visto poco, quasi niente del mondo. Però due persone solari, capaci di fare sacrifici con una scrollata di spalle.
Anche i processi migratori sono per loro difficili da capire, così come lo sono per un personaggio più giovane che sembra somigliare loro, Tarzan -un vicino di casa di Giuseppe che sembra essersi rassegnato alla costante ricerca di lavoro, ma che si dimosterà capace di farsi valere più di quanto non lo sia Giuseppe per tutto il romanzo.
Gli altri personaggi del romanzo (l'anziana zia che ama la canasta e si addormenta davanti alla TV, il marocchino Mohamed che sente la mancanza della moglie, non ha il permesso di soggiorno e lavora in nero in un ristorante, il cinese in carriera Ye) non restano a dire il vero molto impressi, anche se le loro interazioni sono piacevoli da leggere, talvolta riescono a toccare il tema del razzismo ma molte altre si limitano a far sorridere il lettore.
La letteratura stessa ha però un ruolo da protagonista in "Pronti a tutte le partenze": ogni capitolo infatti ha per titolo una citazione dantesca, e i riferimenti letterari abbondano in ogni capitolo; la passione per la letteratura sembra l'unica costante nella vita di Giuseppe, l'unico appiglio a cui un giovane precario, sballottato in qua e in là dagli incontrollabili avvenimenti della vita, sembra potersi aggrappare.
Sì, perché quando studiavo Dante mi sentivo una persona migliore. Più vivo e intelligente. Come se un riflesso di quella luce che lui riusciva a descrivere e vivificare arrivasse fino al mio silenzio e alle mie scontentezze.
Nel complesso ho trovato "Pronti a tutte le partenze" una lettura scorrevole, un buon ritratto di una parte di giovani italiani alla ricerca del proprio posto nel mondo del lavoro; la storia di Giuseppe però, le sue vicende amorose, le sue amicizie, non sono riuscite davvero a colpirmi. Per questo se doveste scegliere un unico libro di Balzano da leggere subito, continuerei a consigliarvi senza ombra di dubbio "Resto qui" -che mi è parsa oggi una dimostrazione dell'enorme crescita delle capacità dello scrittore!