giovedì 14 febbraio 2019

Non stancarti di andare

Questa graphic novel è una delle opere che più mi hanno attirata per mesi, e che ho inaspettatamente ricevuto in regalo. Ne ho sentito parlare in ogni dove, ne ho lette recensioni entusiaste pressoché ovunque, e così mi sono accostata alla lettura piena di entusiasmo: ma purtroppo le mie aspettative sono state molto deluse.
Titolo: Non stancarti di andare
Autori: Teresa Radice e Stefano Turconi
Anno della prima edizione: 2017
Casa editrice: Bao Publishing
Pagine: 320
LA STORIA
Al centro di quest'opera c'è una storia d'amore: quella tra Iris, disegnatrice timida e inesperta, e Ismail, giovane ed attraente professore siriano, specializzato in calligrafia araba. I due si incontrano durante un viaggio che Iris compie in Siria nei primi anni 2000 e si innamorano; lui continua per anni ad andare e venire dal proprio Paese, anche successivamente allo scoppio della guerra civile: ma questa volta fare ritorno non sarà così facile.
L'attesa è infatti il tema chiave di questa graphic novel: l'attesa del ritorno di Ismail da parte di Iris, l'attesa di trovare un modo per tornare in Italia da parte di Ismail, l'attesa del bambino che cresce nel ventre di Iris e del quale Ismail ancora non sa nulla.
COSA NE PENSO
Mentre l'aspetto grafico dell'opera è innegabilmente riuscitissimo -le tavole sono ricche, dettagliate, impreziosite dalla calligrafia araba che io amo tanto, hanno colori sfumati che rievocano le atmosfere dei numerosi luoghi di ambientazione- non mi sento purtroppo di dire lo stesso del contenuto.
Numerosi sono infatti i punti deboli che non mi hanno permesso di apprezzare "Non stancarti di andare" quanto avrei voluto.
Innanzitutto il linguaggio adoperato da tutti i personaggi, ed in particolare dai due protagonisti: le loro frasi abusano di aggettivi qualificativi e termini ricercati, con il risultato di far apparire voci narranti diverse come quasi identiche. Tenendo conto anche del fatto che l'italiano non è di certo la lingua madre di Ismail, i dialoghi perdono credibilità e tutto l'insieme risente di questa piattezza priva di caratterizzazioni personali. Per non parlare poi delle lettere in stampato maiuscolo che Iris scrive al figlio in arrivo, per i miei gusti talmente sdolcinate da diventare insostenibili…
In secondo luogo la carne al fuoco è davvero troppa: alla storia d'amore tra Iris e Ismail si aggiungono nonni desaparecidos, padri mai conosciuti, madri anaffettive e zie d'elezione -il tutto nell'universo di Iris, lasciando in ombra quello di Ismail- , oltre al religioso Padre Saul, ispirato ad una figura realmente esistita, Padre Paolo Dall'Oglio.
Per ultima, la critica forse meno oggettiva: i due protagonisti a me non sono piaciuti. Iris è passiva, certo non ha molte alternative all'attendere notizie di Ismail, non c'è nulla che possa concretamente fare: tuttavia la sua calma, il suo autocontrollo a mio parere non sono credibili. Così come non è realistico presentarla come del tutto all'oscuro dei pericoli e della guerra civile in Siria: chi, con un compagno che va e viene tra i due Paesi, non si informerebbe?
In conclusione, mi dispiace molto scriverlo per via delle altissime aspettative che avevo, ma "Non stancarti di andare" è stata per me una lettura molto deludente. Trovo che banalizzi tematiche come le coppie miste e le loro problematiche, ma soprattutto non mi ha trasmesso il sentimento di paralizzante terrore che io avrei provato al posto di Iris -come, credo, la maggior parte delle persone. Le paure di Ismail invece, bisogna ammetterlo, sono rese in modo migliore e più credibile.
Vi consiglio quindi questo romanzo grafico solo per la bellezza delle sue tavole, che è un piacere osservare in ogni loro particolare; se siete però alla ricerca di una storia ben costruita, potete orientare altrove la vostra scelta!

lunedì 11 febbraio 2019

L'ultimo amore di Baba Dunja

A volte a farci innamorare dei libri sono le loro copertine: nel mio caso è capitato con "L'ultimo amore di Baba Dunja", un romanzo dal formato piccolo e compatto, la copertina ruvida in un bel color mattone, ed un titolo irresistibile.


Titolo: L'ultimo amore di Baba Dunja
Autrice: Alina Bronsky
Anno della prima edizione: 2015
Titolo originale: Baba Dunjas letzte Liebe
Casa editrice: Keller
Traduttrice: Scilla Forti
Pagine: 165


LA STORIA
Baba Dunja è un'anziana signora che abita a Cernovo, un paesino ucraino nei dintorni di Cernobyl: si tratta di un luogo contaminato dalle radiazioni, ormai quasi spopolato. Soltanto alcuni dei residenti originali, ormai decisamente in là con gli anni, vi hanno fatto ritorno tempo dopo la catastrofe nucleare: la prima è stata proprio Baba Dunja. Vedova e madre di due figli emigrati (lui negli Stati Uniti, lei in Germania), la quotidianità di Baba Dunja procede tranquillamente tra i lavori nell'orto e quelli domestici, una lettera della figlia e una visita alla vicina; almeno fino a che la routine della piccola comunità di Cernovo viene sconvolta dall'arrivo di un uomo misterioso e della sua figlia adolescente.

COSA NE PENSO
Il punto di forza del romanzo di Alina Bronsky è senza dubbio la voce narrante di Baba Dunja che, in prima persona, descrive con la sua pungente ironia il mondo che la circonda.

Konstantin, il gallo di Marja, mi sveglia di nuovo durante la notte. Per Marja è una specie di surrogato. È stata lei ad allevarlo, coccolarlo e viziarlo fin da quando era un pulcino; ora è cresciuto e non serve a un bel niente. Si aggira impettito e dispotico per il cortile di lei e mi guarda di sbieco. Il suo orologio biologico è completamente sballato, è così da sempre, ma non credo che abbia a che fare con le radiazioni. Non possono certo essere ritenute responsabili di ogni forma di demenza che compare sulla terra.
Baba Dunja è una donna forte e decisa, che accetta il destino per quello che è e non si perde d'animo davanti alle difficoltà che aumentano con il passare degli anni.
Condivide la propria vita quotidiana con i personaggi del vicinato -una vicina che assume quantità industriali di medicine, uomini ormai centenari che hanno ancora le energie per corteggiarla ma non si preoccupano più di avere cibo a sufficienza da mettere in tavola- che si mescolano alle presenze di coloro che hanno vissuto a Cernovo per anni, ma ormai non fanno più parte del mondo dei vivi.
 I miei piedi non sono sempre stati così grossi. Un tempo erano graziosi e affusolati, ricoperti di fango secco, scalzi e meravigliosi. Jegor adorava i miei piedi. Mi aveva vietato di andare in giro a piedi nudi, perché gli uomini si infervoravano anche soltanto scorgendone le dita. Adesso, quando passa a trovarmi, gli mostro le protuberanze nei sandali da trekking e gli dico: Hai visto che fine ha fatto tutto quello splendore? Lui ride e dice che in fondo sono ancora carini. Da quando è morto è gentilissimo, bugiardo che non è altro.
Baba Dunja è una di quelle protagoniste che raramente si incontrano: una donna che non ha paura di nulla, che dedica i propri pensieri colmi d'affetto ad una nipote che non ha mai conosciuto (e che le scrive una lettera in una lingua per Baba Dunja incomprensibile) e che quando è necessario schierarsi sa benissimo da che parte stare, nonostante le conseguenze che le sue decisioni possono portare con sé conducendola perfino alla cella di un carcere.
Il libro di Alina Bronsky è un gioiellino, che contiene una storia sorprendente narrata in un linguaggio spontaneo e in grado di catturare l'attenzione del lettore per l'intera durata del racconto. Non mi pare sia un'opera molto conosciuta, ed è un peccato, perché vale davvero la pena reperirla!

lunedì 4 febbraio 2019

Le gambe di Alice

Di letteratura africana si discute ben poco; pochissimi gli autori noti al grande pubblico, mi viene in mente solo Chimamanda Ngozi Adichie, nigeriana. Di autori del Ciad non avevo mai sentito parlare finora, e così ho subito colto l'occasione quando ho scoperto questo libro tra gli scaffali della biblioteca.



Titolo: Le gambe di Alice
Autore: Nimrod
Anno della prima edizione: 2010
Titolo originale: Les jambes d'Alice
Casa editrice: Nottetempo
Traduttrice: Cinzia Poli
Pagine: 126


LA STORIA
Nel panorama della guerra civile in Ciad, un uomo fugge insieme alla sua giovane amante Alice, un’attraente giocatrice di basket. Nel viaggio lo guidano unicamente i suoi istinti, fino al momento in cui realizza l’impulsività della propria decisione è Alice a farne le spese, abbandonata come lo era stata anche la moglie dell’uomo nonostante anche lei sapesse renderlo felice.



COSA NE PENSO

In quarta di copertina, una citazione da Le Figaro definisce Alice una “Lolita africana”: il parallelismo non è in effetti del tutto fuori luogo, data sia la giovane età della ragazza (e la differenza da quella del suo amante) sia le caratteristiche che le vengono attribuite dall’autore, dipingendola come una giovane ed inesperta ma consapevole seduttrice:

Così, quando Alice posò lo sguardo su di me, vi lessi affetto, durezza e spavento. Erano tre momenti della fascinazione, tre tappe della catastrofe, tre strati di lava incandescenti. E li assaporavo quasi nella sua stessa bocca.
Detto questo, Nimrod non è Nabokov, e la scrittura di questo libro riesce ad annoiare nel giro di poche pagine, rendendo difficile terminare la lettura nonostante la sua brevità. Le premesse del romanzo, che si apre sulla guerra in Ciad e illude quindi di poterne approfondire l’argomento assai poco noto nel suo svolgimento, rimangono disattese:
Tre settimane di guerra civile hanno sconvolto le nostre vite. Gente fino a ieri notoriamente povera, oggi pare non esserlo più; esibisce astiosa le prove di una ricchezza usurpata. Ci sono ministri che attraversano la strada in pigiama, mentre le loro case sfarzose ardono tra le fiamme. N'Djamena è diventata una città pericolosa. Le banche sono chiuse, l'elettricità e il telefono tagliati; le relazioni d'affari, le reti di amicizia interrotte. Saccheggi, racket e omicidi prosperano. Tutti hanno dovuto cambiare posto, condizione, speranza. E per strada, ognuno, in silenzio, ripercorreva tra sé e sé le tappe di quest'odissea.

lunedì 28 gennaio 2019

Girl in Snow

Ogni anno mi ripropongo di non farmi attrarre su due piedi dalle copertine, per non correre il rischio di incappare in letture poco soddisfacenti ma ben pubblicizzate. Mi impegno molto... ma non sempre ci riesco! Questo è uno dei casi in cui il mio tentativo è miseramente fallito.




Titolo: Girl in Snow
Autrice: Danya Kukafka
Anno della prima edizione: 2017
Traduttrice: Berenice Capatti
Casa editrice: Bompiani
Pagine: 336




LA STORIA

La mattina di una giornata d'inverno, l'adolescente Lucinda viene ritrovata morta in un parco del Colorado, nell'area giochi per bambini. Lucinda era una ragazza attraente e benvoluta, che il suo coetaneo Cameron spiava per ore dalle finestre -e questo lo inserisce, com'è ovvio, nella lista dei sospettati. Gli altri personaggi che ruotano attorno al caso sono Jade, adolescente arrabbiata col mondo e vittima di una madre violenta, e Russ, un poliziotto i cui trascorsi non lo rendono esattamente imparziale.

COSA NE PENSO

La copertina di Girl in Snow fa pensare ad un thriller dall'ambientazione invernale. In realtà, dell'inverno c'è a malapena lo strato di neve ritrovato sul corpo della giovane vittima; ed anche gli elementi del thriller scarseggiano.
Non si può infatti affermare in piena sincerità che l'indagine sia molto avvincente: essa scade di frequente in una narrazione più adatta ad un libro per ragazzi, che alterna i punti di vista di Jade e di Cameron e ne analizza le problematiche tipiche della loro età. Oltre a loro nel romanzo ha un ruolo di primo piano Russ, un poliziotto che si scopre piano piano aver provato un sentimento di profondo amore nei confronti del padre di Cameron e per questo sembra intenzionato a difendere il ragazzo nonostante gli indizi sulla sua colpevolezza sembrino abbondare.
Il mignolo magro di Lee che avvolge quello di Russ. Il dito più piccolo sul dito più piccolo. E il desiderio familiare, vivo e prepotente, il desiderio di tenere più del mignolo -l'intero essere- di fasciare un corpo all'altro. Il desiderio di inghiottire qualcuno. Sentire, assaggiare, ingoiare. Riempire. Era paralizzante e perfetto, debilitante nella sua unicità. Ecco perché sono stato vivo per tutto questo tempo, pensò Russ. Per questo tocco.
La soluzione del mistero, quando arriva, sembra un po' caduta dal cielo anche se almeno in questo modo non è completamente prevedibile sin dall'inizio; il limite principale di questo romanzo è che dovrebbe essere un thriller, eppure di scoprire il colpevole non importa granché ai lettori.
Lo stile dell'autrice è molto semplice, fin troppo per un pubblico di lettori adulti; dar voce nella maggior parte dei capitoli ai personaggi più giovani della storia finisce per darle un tono da romanzo di formazione che affronta una quantità eccessiva di argomenti (l'emarginazione, la violenza domestica, gli innamoramenti giovanili) che sembrano portare fuori tema il racconto principale. 
È così che vanno le cose. La gente cambia, cresce, lo capisco. Ma a volte è come se sentissi ancora il suo calore, le nostre mani giovani e stupide che si cercano tremando in una specie d'amore sbigottito.
Anche per quanto riguarda la caratterizzazione dei personaggi ho qualcosa da ridire: Jade e Cameron sono adolescenti al limite, quasi dei casi sociali, incapaci di socializzare correttamente con i coetanei; ricadono in uno stereotipo di ragazzi problematici già visto e rivisto. L'unico personaggio che salverei è proprio Russ, i cui sentimenti nei confronti di Lee vengono svelati gradualmente ed in modo credibile -per quanto non inaspettato.
Nel complesso quindi vi consiglio di non farvi trarre in inganno dalla copertina di "Girl in Snow" come è capitato a me, e di privilegiare altri thriller di certo più convincenti ed appassionanti!

giovedì 24 gennaio 2019

Macaroni!

Di immigrazione ed emigrazione si parla molto, nei libri e nelle notizie: si parla di giovani laureati italiani che fuggono all'estero, di uomini donne e bambini in fuga dalla miseria e dai conflitti armati che sbarcano sulle nostre coste. Raramente ricordiamo però il secolo scorso, nel corso del quale i nostri antenati emigravano come manodopera non qualificata ed erano costretti ad adattarsi ai più umili e pericolosi mestieri negli altri Paesi d'Europa.
 
 
 
Titolo: Macaroni!
Autori: Thomas Campi e Vincent Zabus
Anno della prima edizione: 2016
Casa editrice: Coconino Press
Traduttrice: Emanuelle Caillat
Pagine: 143
 
 
 
 
LA STORIA
 
"Macaroni!" fornisce una prospettiva interessante sull’emigrazione degli italiani in Belgio attraverso l’incontro tra un nipote ragazzino e un nonno, anziano e provato dalle dolorose esperienze della vita. Il ragazzino viene lasciato a casa del nonno in un periodo di vacanza a causa del momento difficile che sta attraversando il matrimonio dei suoi genitori; non ne è per nulla felice, il nonno è scorbutico e non ha nemmeno la TV, ma in fondo è proprio quando ci si aspetta il peggio che le situazioni ci sorprendono in maniera positiva. 
 
 
 
COSA NE PENSO
 
È un uomo spezzato questo nonno, dalle miniere di carbone del Belgio dove pur di ottenere un risarcimento per curare il figlio malato si è tagliato un pollice, dalle menzogne che gli sono state raccontate, dal matrimonio che lo ha mai reso felice. È un uomo che sa cos’è la fame, e si affeziona ai propri maiali (che chiama tutti Mussolini) ma poi li macella e ne mangia le carni; è un uomo rude, di poche parole, poco incline ai gesti d’affetto e al parlare di sé. È un personaggio grandioso questo nonno, una ragione sufficiente per leggere quest’opera.
Non si tratta di un personaggio di fantasia, bensì è ispirato ad un uomo realmente esistito, di nome Ottavio Rossetto. Era nato nel 1915 a San Giovanni Ilarione, ed era il padre di un’amica del fumettista, Vincent Zabus. Era un uomo “inacidito, tormentato da un senso di fallimento per una vita sconvolta dagli imprevisti della storia, e dominato dalla rabbia”.
Quest’opera ha avuto diverse versioni prima di arrivare a quella definitiva, diversi sono i volti che ha avuto Ottavio nei disegni di Thomas Campi: la versione definitiva però è una vera gioia per gli occhi, oltre ad essere emozionante per il cuore.
Nelle tinte del rosso mattone, del terra di siena e dell’ocra, che danno una sensazione di calore e di accoglienza, Thomas Campi disegna la scoperta di un nonno e gli costruisce attorno un’aura di malinconia, nella quale appaiono spesso, sfumati in grigio e marrone, i fantasmi che ancora lo tormentano.

Quella che Vincent Zabus ci racconta è una storia dolceamara, che ci rammenta una parte importante del passato dei nostri antenati (quell’emigrazione da manodopera non qualificata che li costringeva a svolgere le mansioni più umili e pericolose, come oggi capita ad altri al posto loro) e mette in luce l’importanza della memoria familiare: quando i nostri antenati vengono a mancare, muoiono con loro troppi ricordi che non ci siamo dati la pena di scoprire e tramandare.
Ho amato questa graphic novel come pochissime altre, l’ho trovata commovente e formativa, adatta anche ad un pubblico di lettori giovani per toccare con loro un tema poco trattato sui libri di scuola. Per questo motivo la consiglio a tutti!

lunedì 21 gennaio 2019

Resto qui

Non leggo particolarmente spesso autori e autrici di nazionalità italiana, e così facendo a volte rischio di perdermi letture che varrebbe davvero la pena di fare, come questa -che ha fatto parte della cinquina del Premio Strega 2018, ma non è stato il vincitore.
 



Titolo: Resto qui
Autore: Marco Balzano
Anno della prima edizione: 2018
Casa editrice: Einaudi
Pagine: 192
 



LA STORIA
 
Trina scrive una lunga lettera alla figlia, che non incontra da decine di anni: quando ai tempi del fascismo la ragazzina preferì lasciare il Sudtirolo per trasferirsi in Austria con gli zii. Trina e suo marito Erich invece non hanno mai lasciato Curon, nonostante i fascisti abbiano provato a privarli della loro cultura -impedendo a Trina di svolgere la sua professione di maestra e sostituendola con insegnanti madrelingua italiani-, abbiano costretto Erich ad arruolarsi e poi, dopo l'armistizio, a nascondersi sulle montagne per evitare di combattere di nuovo. Trina ed Erich sono rimasti a Curon, hanno resistito, nonostante la minaccia della costruzione della diga sempre incombente sulla loro valle, pronta a sommergere i loro masi, i loro campi, i loro animali, facendo perdere loro ogni cosa.
 


COSA NE PENSO

La voce narrante di Balzano, autore che leggo per la prima volta, è estremamente convincente nel dare corpo ai pensieri di una donna non più giovane come la protagonista, che narra in prima persona la propria storia passata sotto forma di lettera alla figlia. Trina ricorda i giorni della sua gioventù, ricorda il marito, uomo integro e testardo, i giorni di paura e di coraggio sulle montagne a sfuggire alla morte; ricorda il pensiero della figlia, che non li ha mai abbandonati seppure in modo diverso.
A vederlo sempre solo, sempre su quello sgabello, non mi sentivo sola neanch’io. Non può essere un modo di amarsi pure questo? Restare a guardarlo di nascosto, senza per forza mettere su il solito teatrino di matrimonio e figli?
In questo romanzo, che coinvolge e talvolta commuove, che fa ad ogni pagina parteggiare per la sua protagonista, c'è la storia della Val Venosta: del campanile che svetta dal lago di Resia e rappresenta una storia che si conosce assai poco quando si visita il luogo durante le vacanze, e si scatta una foto ricordo senza domandarsi che cosa abbia comportato la sommersione di quel campanile.
Nel giro di pochi anni il campanile che svetta sull’acqua morta è diventato un’attrazione turistica. I villeggianti ci passano all’inizio stupiti e dopo poco distratti. Si scattano le foto con il campanile della chiesa alle spalle e fanno tutti lo stesso sorriso deficiente. Come se sotto l’acqua non ci fossero le radici dei vecchi larici, le fondamenta delle nostre case, la piazza dove ci radunavamo. Come se la storia non fosse esistita.
Il libro di Balzano fa riflettere sui concetti di cultura e di appartenenza; la popolazione del Sudtirolo, prima del Ventennio, non si pone domande: parla tedesco, professa la religione cristiana. Impossibile per loro sentirsi poi italiani d'un tratto, mediante un'imposizione prima di tutto linguistica, che li allontana dai posti di lavoro e li rimpiazza con sostituti ritenuti più adatti. Più facile forse sentirsi austriaci, proprio per via della lingua; ma il trasferimento in Austria vorrebbe dire lasciare il proprio universo e c'è chi, come Trina, invece resta.
Mussolini ha fatto ribattezzare strade, ruscelli, montagne… sono andati a molestare anche i morti, quegli assassini, cambiando le scritte sulle lapidi. Hanno italianizzato i nostri nomi, sostituito le insegne dei negozi. Ci hanno proibito di indossare i nostri vestiti. Da un giorno all’altro in classe ci siamo ritrovati insegnanti veneti, lombardi, siciliani. Loro non ci capivano, noi non capivamo loro.
Mi voltavo e guardavo il paese, piccolo su in alto, e mi invadevano gli stessi sentimenti di Erich: che era mia quella terra, che nessuno mi poteva cacciare, che non potevo rimanere inerte a guardare. E sentivo che i fascisti erano bastardi perché volevano annegarci, ci avevano trascinato in guerra e avevano portato via Barbara. E i nazisti erano bastardi uguale perché ci avevano messi gli uni contro gli altri e volevano i nostri uomini solo per farne carne da cannone. 
Quella di Erich e Trina è una scelta, non certo dettata dalla convenienza. Balzano caratterizza i (pochi) personaggi che animano la lunga lettera di Trina in maniera impeccabile, talmente vivida da farli percepire al lettore come persone reali, attraverso le loro decisioni e i loro sentimenti. Li descrive immersi in un contesto che prende vita nelle parole di Trina, diviene tridimensionale, addirittura percettibile attraverso i sensi: percepiamo l'odore delle stalle e delle bestie, il freddo delle notti d'inverno, sentiamo il silenzio delle montagne.
Ho apprezzato molto la scrittura di Balzano e la storia che ha scelto di raccontare in "Resto qui"; sento di aver imparato qualcosa da questo libro, che ha anche avuto l'indubbia capacità di emozionarmi e intrattenermi senza risultare mai noioso né didascalico. Insomma il primo romanzo italiano di questo 2019 è stata un vero successo!

mercoledì 16 gennaio 2019

Salvezza

Di recente, 49 persone sono rimaste in ostaggio dei governi europei sulla nave Sea Watch, in alto mare, in balia delle onde e delle condizioni meteorologiche, mentre il vicepremier italiano (uno dei due) sbraitava divieti e l’Europa intera se ne lavava le mani.
Certo, la guerra alle ONG ha inasprito la situazione degli sbarchi sulle coste italiane, ma solo di propaganda si tratta: da anni il Mediterraneo è un cimitero, da anni affondano gommoni e vite tra le sue acque. 
Titolo: Salvezza
Autori: Marco Rizzo e Lelio Bonaccorso
Anno della prima edizione: 2018
Casa editrice: Feltrinelli Comics
Pagine: 128
LA STORIA
Dei salvataggi e delle morti vogliono raccontare il giornalista Marco Rizzo e il disegnatore Lelio Bonaccorso in “Salvezza”, un reportage a fumetti della loro esperienza (compiuta nel novembre 2017) a bordo della nave Aquarius.
Su di essa hanno incontrato vite disposte a tutto pur di sfuggire alle torture delle carceri libiche, alla leva obbligatoria a tempo indeterminato in Eritrea, alla guerra civile siriana e così via: ognuno alla ricerca della libertà, di un’opportunità di una vita migliore, seppure a carissimo prezzo.
La permanenza sulla nave è emotivamente un’ardua prova per i due autori, che si scontrano con la paura umana, con i gommoni che oltre ai vivi trasportano cadaveri, con donne e uomini sopravvissuti a stupri, torture e privazioni di ogni sorta; al punto da portarli a domandarsi:


“Sinceramente non lo so se questo è giornalismo. Non pensavo che saremmo stati così coinvolti. Ma quando ti chiedono aiuto in questa situazione, che cosa puoi fare? Mica si può restare a guardare.”

COSA NE PENSO
Il fumetto di Lelio e Bonaccorso ha innumerevoli pregi.
Innanzitutto l’aspetto grafico: sulle tavole sfumate nei toni freddi del nero, del blu e del grigio spicca l’arancione riservato ad alcuni dettagli - un arancione carico di significato, essendo proprio il colore dei giubbotti di salvataggio, della “Salvezza”.
Oltre alle tavole che illustrano le operazioni di salvataggio, la vita a bordo dell’Aquarius e le interviste realizzate con i migranti, ci sono anche tavole dedicate a mappe, dati e grafici che aiutino il lettore ad inquadrare meglio il fenomeno di cui si parla, oltre ad alcune note sulla situazione in Libia -che rendono evidente come non si possa ritenere la Libia un interlocutore possibile quando si parla di vite da salvare. La voce che accompagna queste tavole dalla funzione esplicativa è quella di un pettirosso -un grazioso volatile che spesso sale sulle navi di migranti nei porti libici, ma finisce per perdere la vita nelle traversate: come troppo spesso capita anche alle persone.
Questi sono tempi di ignoranza, di pregiudizio e di sospetto; sono tempi in cui il sentito dire, il luogo comune troppo spesso prende il posto della corretta informazione e pare sufficiente alle persone. La lettura è un antidoto, la lettura è uno strumento di lotta e di resistenza: esercitiamola, a partire da questo fumetto, per essere cittadini più consapevoli e persone migliori
Qui un'interessante intervista agli autori.