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mercoledì 16 settembre 2026

Cuore capovolto

Ho letto nel tempo tutti i romanzi di Paola Barbato, autrice a cui mi ero già affezionata già quando alle porte dell'adolescenza con una delle sue storie scoprii il fumetto di Dylan Dog che mi avrebbe accompagnata per i decenni a venire. Mi rimaneva soltanto "Cuore capovolto", pubblicato da Neri Pozza, e finalmente è arrivato il momento giusto per lui!

L'ho trovato uno dei più contemporanei tra i suoi testi, in quanto è quello che maggiormente si concentra sulla dimensione dei social network e delle nuove tecnologie. L’avvio infatti di questa storia è un ragazzino che frequenta le scuole medie, Leonardo, che viene sorpreso a spedire una propria fotografia di nudo a quello che sembra essere un sito oscuro e ambiguo chiamato "La rete dei cuccioli". Su di esso si procede per livelli, dal pulcino al criceto fino ad animali come il puledro o l’agnello in base agli incarichi che gli iscritti si rendono disponibili a svolgere -inutile dire che dietro a definizioni tanto innocue si possono celare atti molto meno rassicuranti. È questo che scopre il poliziotto Alberto, addetto alla divisione informatica, che in breve tempo si ritrova invischiato in prima persona all’interno di questa rete.

[Si scoprirà poi che Leonardo, che sembrava il responsabile di un atto orribile, cioè aver commissionato senza riflettere la morte del proprio padre, in realtà lo stava proteggendo dalla moglie che lo tradiva e aveva deciso di liberarsi di lui in questo modo, mentre il figlio infiltratosi anche lui nella Rete dei cuccioli faceva di tutto perché il suo diabolico piano non potesse andare a segno. Incontriamo in questa storia anche un uomo estremamente disperato, le cui figlie sono state rapite per via dei suoi debiti, che si rende disponibile per ogni sorta di incarichi e il cui suicidio davanti ad Alberto sarà proprio la molla che farà scattare l'agente fino a rendergli impossibile il pieno controllo delle proprie azioni.]

In "Cuore capovolto", dove in diversi passaggi crediamo di aver capito tutto ma come sempre l’ultimo capitolo stravolgerà le carte in tavola dovrei esserci abituata, conoscendo Paola barbato, ma ogni volta mi sorprendo ci troviamo davanti alle bassezze che si possono compiere al di là dello schermo di un computer, ma questa lettura ci fa molto riflettere anche sulle conseguenze reali del mondo virtuale e inutile dirlo sui tanti pericoli che si celano nei luoghi più impensati della rete

Come sempre ci troviamo davanti ad un libro in cui si resta incollati alle pagine, in cui le avventure di Alberto e di suo marito Emanuele (personaggio che inizialmente ho detestato, ma che poi ho molto apprezzato nella sua incapacità di manifestare amore nei modi più convenzionali) non ci lasciano tregua fino al loro epilogo. Ora la mia libreria è sguarnita di titoli di Barbato da leggere e quindi non vedo l’ora che venga pubblicato il prossimo!

Qual è il vostro titolo preferito dell’autrice?

martedì 15 settembre 2026

Baba

Continua la mia esplorazione del catalogo di Accento edizioni, con la quarta voce italiana che incontro: Mohamed Maalel, autore italotunisino della mia generazione, che ha scritto il suo "Baba" dopo la perdita del proprio padre.

Di padri racconta "Baba" e lo si percepisce già dal titolo: di Taoufik, il padre di Ahmed, che proveniente dalla Tunisia incontra e sposa in Puglia Paola, con cui avrà due figli. Ahmed è il secondogenito ed è quello a cui viene riservata la maggiore tenerezza, ma di cui al tempo stesso non si perdonano le debolezze e i comportamenti non conformi alle aspettative nei suoi confronti.

C'è spazio per la narrazione della violenza domestica in "Baba", che non manca all'interno del matrimonio di Paola e Taoufik, che non manca anche nei confronti dei figli. Al tempo stesso c'è verso questo padre, in bilico tra l'insicurezza e la prevaricazione, diviso tra il legame con la sua terra d'origine e una cultura che vuole trasmettere e la sua nuova appartenenza a una famiglia intera che lo ha accolto, un'indulgenza che si percepisce ad ogni pagina, un amore che non diventa perdono, ma supera l'imperdonabile. 

Se la prima parte di "Baba" è il racconto di un'infanzia con la sua tenerezza e la sua innocenza, di un'adolescenza profondamente infelice e piena di rabbia, poi in un'età adulta in cui i pezzi si incastrano a comporre un'identità mista e completa le pagine diventano sempre più commoventi, mentre si sentono sempre più in profondità quei frammenti di dialogo tra padre e figlio che ci hanno accompagnati dall'inizio. Ci si commuove tra le pagine di "Baba", ci si arrabbia, ci si affeziona ad Ahmouda ad ogni pagina: e questo esordio di Mohamed Maalel mi fa sperare che avrà presto un'altra storia da condividere con noi.

giovedì 3 settembre 2026

Un mondo soltanto

Quando si termina "Un mondo soltanto" di Giulia Baldelli, pubblicato da NN editore, si ha la sensazione di aver trascorso con la protagonista Tessa una vita intera. Sarà perché la seguiamo dagli anni '80 ad oggi, perché la incontriamo appena adolescente, quando la nonna (che si occupa di lei dopo un'overdose della madre) lei scrive in un liceo di Fano, dove per la prima volta si fa delle amiche. Sono Cecilia, Irene e Virginia, le ragazze che diventeranno donne insieme a lei, che tra le Marche, Milano e Bologna affronteranno con lei i cambiamenti dell’esistenza, le perdite e le separazioni.

[In particolare con Virginia Tessa vivrà per oltre 10 anni, ma in lei rimarranno gli occhi cattivi del lupo,  la distanza fredda a cui tiene il prossimo e un non desiderio di maternità le allontanerà, mentre Virginia diventa un medico che si occupa dei bambini degli altri (dopo essere stata la bambina ammalata di meningite che ha riportato qualche dito in meno mentre la sorellina è mancata) e mentre Tessa pubblica in un libro, la storia del fratello di Irene morto in circostanze mai chiarite, giovanissimo, per la sua omosessualità. Si separano qui le nostre quattro, le separerà ancora di più la morte di Cecilia, evento senza ritorno a seguito del quale Tessa avrà tre figli proprio con il fratello di lei e il suo primogenito avrà gli stessi buoni occhi azzurri di quella che era stata in prima superiore la sua prima amica. Un brav'uomo Giulio, un padre per caso che rivela però la propria meschinità quando molti anni più tardi il matrimonio avrà fine, quel matrimonio che tessa non ha in realtà mai voluto davvero, dopo che ha pagato 400 € una prostituta appena maggiorenne di cui Tessa comincerà ad occuparsi, ritrovando le sue amiche alla morte della nonna, amiche che alla nonna sono state più vicine di lei e lo hanno fatto per lei e insieme si occuperanno di Elena e di quella bambina che di Cecilia porterà il nome, in un cerchio che si chiude oppure ricomincia.]

Baldelli condensa nelle sue pagine quattro vite: Tessa è il nostro punto di vista, i suoi occhi cattivi da lupo la distanza a cui tiene tutti filtrano le sue esperienze e i rapporti umani, filtrano i suoi amori, filtrano chi diventerà. Dal suo sguardo percepiamo le ragazze come diverse da lei che ci ricordano come si diventi amiche una volta e per sempre, quando scatta quell’affinità e si diventa adulte insieme, un mio punto debole questo che ha toccato tante questioni personali in questo romanzo e lo ha fatto in un modo onesto, diretto e profondo.

"Un mondo soltanto" è un romanzo sull’amicizia, un romanzo di formazione, è anche un romanzo italiano dai tempi dell’eroina, sino alle dipendenze più contemporanee e meno eclatanti. È un romanzo che svela l'ipocrisia degli ambienti più borghesi, che davanti a un tradimento facilmente si vendicano incuranti delle vittime collaterali come quelle che si sono prese cura delle loro case fino a quel momento e ci ricorda le estati dell’adolescenza, sempre agli stessi stabilimenti, a mangiare gli stessi gelati, a diventare grandi insieme, senza ancora cogliere e comprendere la fortuna che ciò costituiva.

Baldelli scrive di donne che si aiutano, che si sostengono, donne che si feriscono ma si perdonano, donne che si allontanano ma poi si aspettano. Pochi uomini in questo romanzo ne escono bene, forse quasi nessuno -si salva Joel che da bambino ha conosciuto sulla sua pelle la discriminazione, si salva Enzo anche se per tutta la vita si è tenuto accanto una moglie che non sarebbe stata la sua prima scelta. È un romanzo di donne che si uniscono e si ricordano quanto questo costituisca la loro forza, un messaggio estremamente attuale che l’autrice ricorda a tutte le lettrici che inevitabilmente ritroveranno qualcosa di sé tra queste pagine.

È stato il mio primo incontro con Baldelli, che ha pubblicato due romanzi prima di questo, e l'ho amato così tanto che di certo non mi fermerò qui!
Avete già letto questo libro?

venerdì 21 agosto 2026

Giorni futuri

Come sapete, leggo più spesso letteratura straniera rispetto a quella italiana, anche se sto cercando di vincere un po’ il mio pregiudizio e questo mi sta facendo anche scoprire titoli davvero nelle mie corde. Sull’onda dell’entusiasmo ho acquistato "Giorni futuri" di Gabriella Dal Lago, pubblicato da Einaudi: sapete che l’argomento dell’amicizia femminile mi sta estremamente a cuore e dalla trama di questo libro ho avuto la sensazione che potesse fare al caso mio.

Non mi sono affatto sbagliata e reduce della cocente delusione di "Dove sei, mondo bello" di Sally Rooney vi posso dire che se cercate un romanzo che parli di generazione millennial ai millennial allora Dal Lago ci riesce molto, ma molto meglio di Rooney.

Anche qui siamo davanti a un’amicizia che nel tempo si è interrotta: quella tra Irene e Ottavia, che sono state inseparabili sin da ragazzine, condividendo le estati e il tempo libero come sorelle, ma poi qualcosa che dapprima non conosciamo le ha allontanate.
Ottavia è diventata un’influencer di successo e vive in Olanda, mentre Irene, da ricercatrice negli Stati Uniti sul punto di sposarsi, è da poco ritornata a Torino a causa della malattia di sua madre e sembra aver messo da parte tutti i propri progetti per il futuro. 

È proprio la madre a spingerla a riavvicinarsi ad Ottavia e di questa amicizia scopriamo i tanti percorsi negli anni, attraverso capitoli che alternano il presente e il passato e ci fanno conoscere profondamente le due protagoniste, anche se è Irene la protagonista sempre al centro della narrazione. Irene che è fragile, che si sente lasciata indietro, i cui sogni sembrano essere stati interrotti, ed è facile riconoscersi in questa protagonista, sentire anche noi le sue stesse paure che la nostra generazione conosce bene.

Ci sono amori finiti e nuovi incontri in questo libro, ma soprattutto c’è un’amicizia femminile che a volte sembra perdersi, ma un’amica con cui sei diventata te stessa continua a fare parte di te, anche quando fate fatica a riconoscervi.

È un romanzo genuino quello di Dal Lago, dove i personaggi non suonano mai falsi né forzati, anzi incarnano molto bene un’epoca di trasformazioni e spostamenti in cui ci si può creare un mestiere da una stanza di casa, in cui una capitale europea è una destinazione come un’altra per realizzare il proprio potenziale e in cui il concetto di famiglia assume, finalmente, nuove forme.

Ho trovato "Giorni futuri" ben scritto, mai eccessivo, capace di toccare le corde giuste. Quest’autrice è stata una scoperta e ora ho intenzione di recuperare anche il suo romanzo precedente, intitolato "Estate caldissima", decisamente adatto al periodo dell'anno che abbiamo appena vissuto.

Qual è l’ultima autrice italiana che avete scoperto?

martedì 28 luglio 2026

La polvere che respiri era una casa

"La polvere che respiri era una casa" di Eleonora Daniel, pubblicato da Bollati Boringhieri è un romanzo che purtroppo ho trovato al di sotto delle mie aspettative. Gli argomenti al centro di questa storia sono nelle mie corde: in primis la storia di una coppia, della costruzione della loro relazione ed il momento in cui si rendono conto che questa non potrà più andare avanti -una presa di coscienza silenziosa, graduale come lo sono tutte le fini degli amori, non per forza legate alla mancanza di un sentimento reciproco. Il fattore scatenante qui è l’impossibilità di concepire un figlio desiderato, per il quale scrivono racconti e che immaginano nella sua vita futura.

Nonostante avrebbe potuto essere molto approfondito il tema della ricerca della genitorialità resta in superficie: c’è qualche accenno sì all’esecuzione di esami clinici, a dei risultati mai comunicati -capiamo che Margherita è profondamente turbata dallo stato delle cose ma non condivide con Riccardo questo turbamento e questo inevitabilmente porta al deteriorarsi del loro rapporto. Fin qui tutto ok, anzi un argomento sempre attuale che può portare a tutti spunti di riflessione. 

La scrittura ha dei guizzi interessanti, come dei paragrafi scritti per accumulo, e i suoi protagonisti, seppure non molto caratterizzati, sono credibili. Dalla metà in poi però la scrittrice ricorre ad un gesto eclatante per spezzare l’equilibrio della coppia che si era trincerata nel silenzio e nella negazione, un gesto che mi ha ricordato la protagonista di Malefica che però Nicole Trevisan aveva costruito in modo tale da rendere coerente un simile episodio con il suo personaggio, mentre non si può dire lo stesso di Margherita che fino a quel momento era decisamente più evanescente.

Ci sono poi i racconti che nominavo prima, che gli aspiranti genitori scrivono pensando agli elementi naturali. Di per sé non ci sarebbe nulla di male, ma i racconti sono lunghi e poco interessanti, soprattutto nei punti del testo in cui vengono inseriti e in cui il lettore sta aspettando uno sviluppo alla relazione tra i protagonisti che tarda ad arrivare. Ci sono poi degli elementi che sembrano inseriti solo per sbloccare la storia, come una seconda casa in Normandia raggiungibile solo in determinate circostanze delle maree, di cui nessuno sembra ricordarsi finché non diventa necessaria la sua entrata in scena. 

Se quindi l’argomento centrale di questo libro continua a sembrarmi interessante e potenzialmente rilevante per un'enorme platea di lettori, purtroppo la sua esecuzione non mi ha soddisfatto e non mi sento in tutta coscienza di consigliarvene la lettura. Sarei però curiosa di confrontarmi con qualcuno che lo abbia letto e volesse portarmi un parere differente in proposito!

Qual è l’ultima lettura di cui non siete rimasti soddisfatti?

giovedì 16 luglio 2026

Il comandante del fiume

Desideravo leggere qualcosa di Ubah Cristina Ali Farah da tempo e ho approfittato di alcuni reminder della casa editrice 66thand2nd per acquistare due titoli. Il primo che ho letto è “Il comandante del fiume”, che mi è sembrato esattamente il mio genere di lettura ed infatti lo è stata.


Ha per protagonista Jabar, che frequenta il liceo linguistico e per la seconda volta viene bocciato, alle prese con la sua identità di ragazzo di origini somale che non ha più notizie del padre arruolatosi nella guerra civile ed è stato cresciuto da una madre single e dall’amica di lei, anche lei di origini per metà somale, e la figlia di questa zia acquisita è per lui come una sorella.

Incontriamo Jabar in un momento di crisi, in cui per ragioni che non conosceremo fino alla fine del libro si trova in ospedale con un grave danno all’occhio di cui non vuole rivelare l’origine nemmeno ai suoi medici. Mentre è ricoverato, riflette sulle recenti esperienze, per esempio sul fatto che sua madre lo abbia mandato a Londra a conoscere la sua famiglia come una sorta di punizione per la bocciatura e qui si è ricongiunto a una comunità somala dalla quale in Italia è piuttosto lontano, nonostante sia cresciuto con i racconti della tradizione. In particolare lo accompagna quello del “comandante del fiume”, in grado di impegnarsi per la pace comune, dominando i propri istinti e desideri di potere, che tiene la popolazione al sicuro dai coccodrilli. In questa figura fiabesca Jabar ha sempre immaginato suo padre del quale da tempo non sa nulla, anche se dentro di sé conosce la verità, ma ha cercato di negarla a se stesso.

[Il padre infatti è tornato in Somalia, lasciando a Roma il figlio e la moglie; ha partecipato alla guerra civile tra i clan e si è macchiato dell’imperdonabile morte del cognato che gli si era rivolto, sperando che potesse aiutarlo ad uscire dal paese ma che invece appartenendo ad un clan differente, aveva trovato la morte consegnandosi a lui e ai suoi alleati. Di questo è ritenuta responsabile dalla famiglia anche la madre di Jabar, che mandando a Londra il figlio a ricongiungersi con i parenti spera che questo possa contribuire ad essere perdonata, mentre per il ragazzo l’esperienza inglese si rivela intollerabile dal momento che lo mette davanti a questa verità che non si sente pronto per accettare.]

“Il comandante del fiume” quindi è una storia di formazione ed identità, in cui un ragazzo si sente se stesso quando si trova tra i pari del suo stesso colore, ma non è tra di loro che ha stabilito le proprie amicizie. È un romanzo che ci ricorda i forti legami tra l’Italia e la Somalia coloniale e riporta l’attenzione alla guerra civile in un paese del quale si parla ben poco.

È stato un ottimo primo incontro con l’autrice, con il suo protagonista ben costruito e convincente, e sono contenta di essermi già procurata “Le stazioni della luna” che dovrebbe essere maggiormente concentrato sulla Somalia piuttosto che su coloro che ne sono fuoriusciti.

Qual è l’ultima autrice che avete letto per la prima volta?

domenica 21 giugno 2026

La nebbia di Rio

 Rio Saliceto è un comune in provincia di Reggio Emilia che conta poco più di seimila abitanti. È qui che cresce Raja, il protagonista di “La nebbia di Rio”, esordio di Sarvish Waleed pubblicato da Accento edizioni: è bambino negli anni ‘90, in un condominio popolare con la madre Samina e il padre Malik emigrati dal Pakistan. Non ha scarpe di marca Raja, non può festeggiare Halloween e i suoi inseparabili amici Laura e Giacomo contribuiscono alle multe dell’autobus che prende perché nessuno acquista per lui l’abbonamento.

Lo incontriamo bambino, spettatore impotente della violenza del padre, e poi a 35 anni, quando è diventato educatore e Laura e Giacomo sono ancora i suoi unici punti di riferimento, ma Giacomo annega nella dipendenza e Laura aspetta un figlio, perché non esistono vite perfette, e Raja ha ancora tanta rabbia e tanti fantasmi da affrontare mentre con Samina intraprende un viaggio in Pakistan [per visitare la tomba del padre appena morto, dopo tanti anni che non lo vedono, perché denunciato per violenza domestica da una vicina ha lasciato l’Italia senza guardarsi indietro].

“La nebbia di Rio” è un romanzo di solitudini, di famiglie in frantumi, una storia di formazione in cui passiamo dai ricordi d’infanzia all’età adulta all’adolescenza e di nuovo ai frammenti di un protagonista bambino che strappava disegni e desiderava le vite degli altri. Ne “La nebbia di Rio” si prova molta tenerezza, ci si indigna, ma si percepisce anche tanta forza, quella di coloro che alla fine “si devono salvare da soli” -e proprio per questo, questo libro mi è piaciuto tanto.

Qual è l’ultimo romanzo di esordio che avete letto?

mercoledì 17 giugno 2026

La sonnambula

Leggo Bianca Pitzorno sin dalla prima infanzia, prima ancora di andare alle scuole elementari: il primo libro che ricordo essere stato mio inseparabile compagno è il suo "La bambola viva", che rileggevo fino a conoscerlo a memoria e ancora oggi quando ci ripenso mi scalda il cuore.

Negli anni ho letto per la prima volta e ho riletto numerosi dei suoi titoli per ragazzi, e ancora molti mi aspettano in libreria e sono sicura che mi regaleranno viaggi meravigliosi nel mondo della fantasia, con protagoniste forti e indipendenti a cui di certo inconsapevolmente mi sono ispirata quando ero piccola.

Inutile dire quindi che quando esce un suo nuovo romanzo, anche rivolto ad un pubblico per adulti, non posso farmelo sfuggire e quindi eccoci con "La sonnambula" pubblicato da Bompiani, che quest’anno è stato anche tra i finalisti al Premio Strega.

Se per "Ascolta il mio cuore", "Extraterrestre alla pari", "La bambola viva" e così via avrò negli anni soltanto parole d’amore, non posso dire lo stesso de "La sonnambula", che è stata una lettura piacevole, ma non certo memorabile come quelle del passato.

L’elemento più degno di nota è il fatto che l’autrice si sia ispirata ad un vero articolo ritrovato su un quotidiano sardo di fine Ottocento, in cui una donna definita all’epoca "sonnambula" offriva i propri servigi per prevedere il futuro dei suoi interlocutori.

È proprio questo il mestiere di Ofelia, la protagonista che seguiamo in questo romanzo passare da un cliente all’altro mentre a poco poco scopriamo i dettagli del suo passato che l’hanno condotta a vivere ad Onora sotto falso nome [è fuggita infatti da un marito violento che sperava che i suoi poteri (che in realtà lei non controlla in alcun modo e quando offre delle previsioni ai clienti in realtà non sta facendo altro che interpretarne il comportamento) potessero salvarlo dai debiti di gioco e dalla bancarotta, e che quando si rese conto che così non era fece di tutto per ucciderla prima che la donna se ne accorgesse e decidesse di mettersi in salvo].

"La sonnambula" è un romanzo scorrevole, sebbene dalla struttura un po’ ripetitiva, che passa da un cliente di Ofelia con un problema che viene risolto al successivo. Contiene una storia d’amore un po’ telefonata e degli elementi di avventura che conosciamo essere cari all’autrice sin dalla produzione per l’infanzia, come quello del mondo del circo.

Definirei "La sonnambula" un testo di puro intrattenimento spesso finisce per essere prevedibile e che mi ha un po’ delusa, al punto che non mi aspettavo potesse rientrare tra i finalisti al Premio Strega (tra quelli che ho letto, "Acqua sporca" lo avrebbe meritato di più). 

Qual è il vostro titolo preferito di Bianca Pitzorno?

lunedì 25 maggio 2026

Cartilagine

Temevo di non poter essere imparziale trovandomi a leggere e a raccontare "Cartilagine", romanzo d’esordio di Giulio Iovine, giulioprimodelmesozoico, una delle mie persone preferite in assoluto, pubblicato da Accento edizioni. L’ho avvicinato con un certo timore perché il fantastico non è la mia cifra, ancorata come sono alla lettura di storie vere o quanto più realistiche possibili, invece l’ho iniziato una domenica mattina e non sono riuscita a staccarmene finché non l’ho portato a termine.

"Cartilagine" parte da una premessa che richiede una totale sospensione dell’incredulità: una situazione in cui vittime com'è attuale del riscaldamento dei mari e della pesca indiscriminata, gli squali, pur di sopravvivere si trasformano in esseri umani e si ritrovano a vivere tra noi. È questo che accade ad Onoria che ha una cinquantina d’anni ed è incinta per l’ennesima volta, e per scampare alle troppe minacce del mondo marino sceglie la strada della terraferma. Qui sul litorale ligure incontra Zanardi, un diciottenne appassionato di squali e di Andrea Pazienza, e che nonostante sia alle prese con la propria adolescenza e il senso di vuoto da cui si sente costantemente oppresso è subito attratto da lei.

I capitoli sono alternati tra il punto di vista di Onoria e di Zanardi: lei narra in prima persona e ci fa immergere nella sua prospettiva peculiare che prende confidenza con il proprio corpo da due-gambe polmonato, per il quale prova un certo risentimento, fiera com’è della propria identità di pesce e di predatore. In terza persona invece viene data a voce a Zanna, che sia con Onoria o in mezzo ai suoi coetanei in un personaggio che spesso intenerisce, ma che difficilmente può tenere il passo con quella gran protagonista della sua amata!

Insomma, "Cartilagine" sembra un'atipica storia d'attrazione e d’amore, ma vi è una tensione strisciante mentre per Onoria è impossibile rinunciare alla propria natura [e non cedere alla tentazione di tutti quegli esseri umani indifesi nelle acque marine per una volta pronti a diventare vittime al posto dei suoi consimili] e vi confesso che io ho decisamente tifato per lei...

"Cartilagine" è un romanzo che saprà stupirvi, che vi farà ridere di cuore, che commuoverà i più teneri e risveglierà i lati più crudeli di chi tanto tenero non è. Lascia anche così tante possibili storie in sospeso che ho cominciato a sperare in un seguito!

giovedì 21 maggio 2026

Malefica

Aurora è arrabbiata. Questa è la prima caratteristica che coglierete leggendo l’esordio di Nicole Trevisan pubblicato da Fandango Libri, che si apre con una scena estremamente dolorosa e vivida: il ritorno della ragazza da Roma al suo paese d’origine nell’entroterra veneto, in occasione del funerale di Andrea, quello che è stato il suo primo amico, che ha perso la vita in un incidente ciclistico.

La rabbia la divora, è una sorta di marchio che si porta dietro dall’infanzia e rimane con lei, mentre priva del nutrimento il proprio corpo, lascia dietro di sé una relazione aperta che non vorrebbe tale, mentre accetta un impiego da parte di Isabella, l’unica del quartetto di amici che sembra aver raggiunto gli obiettivi della vita, mentre delude sistematicamente i propri familiari e non risparmia loro alcun giudizio.

Aurora è furiosa e autodistruttiva, in un’elaborazione del lutto e delle altre forme di perdita che attraversa, e il lettore è trascinato in una spirale di malessere e disillusione, da cui non sembra esserci via di scampo. “Malefica” è un viaggio all’inferno nella mente di Aurora, nella sua solitudine e nei suoi pensieri oscuri, che ci assorbono completamente; nella sua intelligenza e nella sua mania di controllo, che ci fanno sorridere con un po' di amarezza pensando a come potrebbe trascorrere meglio il proprio tempo, invece di schiacciare gli avversari sui siti di scacchi online con il suo alter ego dal nome d'ispirazione russa.

La scrittura di Nicole Trevisan è potentissima e magnetica, ci cala nel contesto provinciale con la sua nebbia e le sue ambizioni, ci fa viaggiare in auto con i suoi fantasmi e struggere di rimpianto e nostalgia. L’ho trovato un ottimo esordio, che in più passaggi mi ha messa alla prova emotivamente, e che vi consiglio di recuperare.

Qual è l’ultima scrittrice italiana che avete scoperto?

domenica 17 maggio 2026

Fratelli nella notte

Qualche anno fa avevo letto un romanzo breve di Cristiano Cavina, "Ottanta rose mezz’ora", pubblicato da Marcosymarcos. Sin da subito avevo avuto l’impressione di aver scelto il titolo sbagliato per iniziare, opinione sostenuta anche da Giulio che dell’autore ha letto l’opera omnia.

Ci ho riprovato con "Fratelli nella notte", pubblicato da Feltrinelli, titolo che ho scelto quest’anno per onorare il 25 aprile dal momento che si apre come una storia di resistenza ambientata tra i partigiani dell’Appennino tosco-emiliano. 

Il giovanissimo Mario infatti appena diciannovenne per sfuggire alla cartolina di leva prende la sua prima decisione da uomo e si arruola alla brigata partigiana della zona con il nome di Tarzan, sebbene non abbia alcuna intenzione di utilizzare le armi. Ben presto però viene ferito in battaglia e così in quella notte del 1944, mentre una parte del suo corpo sembra scivolare fuori dallo squarcio creato da una granata tedesca, il piccolo Mario rischia la vita in una buca di fango al fianco di un compagno, mentre una staffetta giovane ancor più di lui nella notte va a cercare suo fratello.

Il fratello è Giovanni, di quindici anni maggiore, il nonno di Cavina con il quale ha vissuto per molto tempo e Tarzan dunque è suo zio: due uomini di poche parole cresciuti con i ritmi della campagna, abituati alla fatica e al silenzio. Due uomini che in pochissime pagine l’autore ci fa conoscere, e riesce a farci intenerire per i tanti fallimenti della vita di Giovanni, per le parole che i due fratelli non si sono mai detti e per quell’atto di coraggio di una notte che ad uno di loro ha salvato la vita.

Decisamente un ottimo modo per riconciliarmi con l’autore, "Fratelli nella notte" è stato uno dei miei fortunati incontri ai mercatini e una lettura perfetta in un particolare e fondamentale giorno dell’anno!

Quali altri titoli di questo scrittore mi consigliate?

martedì 14 aprile 2026

Ilaria nella giungla

Il mio secondo incontro con la casa editrice Accento è stato "Ilaria nella giungla" di Ilaria Camilletti, nominato tra le iniziali numerose proposte per il Premio Strega 2026 e consigliato dall'editore Alessandro Cattelan in una puntata del podcast "Parlarne tra amici" di Daria Bignardi.

Ne ero incuriosita ma confesso di averlo avvicinato con aspettative non troppo alte, in parte dovute alla giovanissima età dell'autrice, in parte perché leggo di rado letteratura italiana contemporanea non ritenendola troppo nelle mie corde.

Devo ammettere però di essermi proprio goduta la lettura! Ilaria ha appena sostenuto la maturità, non ha le idee chiare sul proprio futuro e si trova un lavoro estivo all'Oasi, uno sgangherato bar di Ostia, "la giungla", dove condivide i propri turni con un affresco di personaggi dalle provenienze ed esperienze di vita più disparate. Qui le si avvicina Davide, il figlio adolescente del proprietario, isolato nei suoi videogiochi e nelle ricerche per la scuola, alle prese con la sua infatuazione per una misteriosa ragazzina che allestisce un mercatino nei dintorni.

La forza di "Ilaria nella giungla" sta nella spontaneità: i dialoghi sono genuini, passano dal colpirci con riflessioni condivisibili al farci sorridere di un'ironia che sdrammatizza la fatica del quotidiano, i personaggi più adulti che circondano Ilaria rendono bene la multiculturalità della ristorazione in Italia e la protagonista convince dalla prima all'ultima pagina. Forse le pagine dalla voce di Davide esprimono un punto di vista un po' troppo maturo per l'età del ragazzino, ma nel complesso il romanzo è un esordio che funziona, che mi ha divertita e mi ha fatto passare qualche ora davvero molto piacevole, perciò mi sento di consigliarvelo.

Qual è l'ultima casa editrice che avete scoperto?

giovedì 5 marzo 2026

Lacrime di sale

Dopo la lettura di "Perché ero ragazzo" di Alaa Faraj, un testo importante di cui vi ho parlato pochi giorni fa, diversi titoli della mia libreria mi sono venuti in mente e anche qualche titolo che ancora non c’era, ma che volevo recuperare o farmi prestare.

Il primo che ho ripescato da un acquisto di oltre cinque anni fa, preso con un’offerta alle casse del supermercato, è "Lacrime di sale" di Pietro Bartolo, scritto con Lidia Tilotta: un testo breve e autobiografico che dà voce all’esperienza del medico di Lampedusa, che di questi tempi non riceve più tanta attenzione. Eravamo di certo più abituati a vederlo tra telegiornali, televisione e anche cinema, pensando a "Fuocoammare" ormai una decina di anni fa, quando per i naufragi nel Mediterraneo sembrava ancora indignarsi qualcuno: ora non si può purtroppo dire lo stesso e delle centinaia di vittime che spariscono ogni settimana nel fondo del mare non importa più a nessuno e anzi sembra un vanto di molti governi, poter parlare di riduzione del numero degli sbarchi, senza che questo venga in alcun modo collegato all’aumentare delle morti in mare.

Bartolo, figlio di un pescatore di Lampedusa, unico di sette figli ad essere andato all’università e laureatosi in medicina, parla molto del mare in quest’opera: racconta il suo rapporto con il Mediterraneo che a volte gli ha fatto paura, ma sempre lo ha tratto sulle sue rive con quell’insegnamento, sempre meno ricordato: che non si lascia in mare morire nessuno da solo.

Bartolo ripercorre la sua giovinezza e la sua vita familiare: la nascita dei figli, la difficoltà delle separazioni che la distanza di Lampedusa dal resto dell’Italia e da tutti i servizi comporta e soprattutto il suo mestiere di medico in un luogo di approdi. Racconta i salvataggi ma anche le troppe volte in cui i naufraghi non si possono più salvare; racconta i sacchi verdi e neri, pieni di corpi e i tanti incontri che gli sono rimasti nel cuore, dai bambini che si emozionano per un giocattolo ai pazienti che hanno condiviso con loro i ricordi di torture, privazioni e viaggi difficilissimi.

La voce di Bartolo è una di quelle che di questi tempi non si ascoltano più, perché si sono tutti commossi davanti alla foto del piccolo Alan Kurdi sulla spiaggia di Bodrum, ma altrettanto velocemente hanno distolto il pensiero perché è scomodo, perché è fastidioso pensare che così vicino nel nostro stesso paese si continua a morire ogni giorno nella totale indifferenza di chi potrebbe intervenire.

Leggo il libro di Bartolo oggi, momento in cui di Lampedusa si parla sempre meno, in cui le leggi sull’immigrazione si inaspriscono sempre di più e mi ricorda soprattutto la necessità di non distogliere lo sguardo, di non farci manipolare e di ricordare che nel silenzio si continua a morire sui nostri metri di costa e di questa tragedia non dovremmo smettere di parlare.

Qual è l'ultima biografia che avete apprezzato?

lunedì 23 febbraio 2026

I convitati di pietra

Incuriosita dalla fama dello scrittore e dalla sua promettente candidatura al Premio Strega di quest'anno, ho deciso di approcciare Michele Mari con la lettura del suo romanzo più recente (e forse più accessibile), "I convitati di pietra" pubblicato da Einaudi.

Sostenuto l'esame di maturità, trenta compagni di classe del liceo classico Berchet di Milano stipulano un patto: verseranno ogni anno una quota in denaro che sarà investita per farle maturare interessi, ma di questo sempre più cospicuo capitale potranno beneficiare solo gli ultimi tre sopravvissuti tra di loro, molti decenni più tardi. Nel mentre, si incontreranno per una cena annuale, in cui aggiornarsi sul proprio stato di salute (e sui propri malanni, inevitabilmente interessanti per i commensali) e fare il conto degli assenti. 

La trama è, senza ombra di dubbio, stuzzicante. Si procede nella lettura con la curiosità di vedere quale destinazione abbia in mente Mari, quali tranelli escogitino i compagni nei confronti degli altri, come si sviluppino le loro esistenze e quanto siano condizionate da quel patto ideato quando erano appena maggiorenni.

Inutile dire che la scrittura di Mari è ricercata, cinica, colma di latinismi, di citazioni letterarie (e non solo, dato lo spazio che occupano anche il fumetto e il cinema -in particolare di Gene Hackman- in questo libro), in un registro piuttosto elevato per la storia che sceglie di raccontare. 

Mi è piaciuto? Non saprei. Gli riconosco un'ottima idea, ma mi è mancato del tutto il coinvolgimento, ho osservato i personaggi unicamente dall'esterno e ho trovato che via via ci si avvicina al momento finale (e all'inevitabile dipartita dei protagonisti) questo elefante nella stanza venga ignorato, quasi non si volesse arrivare al dunque che ha guidato la vicenda sin dall'inizio.

Avete già letto qualcuno dei candidati allo Strega di quest'anno?

mercoledì 4 febbraio 2026

La torre d'avorio

Che con Paola Barbato e i suoi romanzi si vada sul sicuro ormai è per me una certezza. Finalmente ho recuperato il primo dei suoi titoli pubblicato non più per Piemme, bensì per Neri Pozza (e in termini di copertina e di oggetto-libro di certo c'è un netto upgrade!): "La torre d'avorio".

Dopo "Zoo" e "L'ultimo ospite" torniamo di nuovo a partire da un'ambientazione chiusa e opprimente, il rifugio milanese della protagonista, Mara Paladini, che si è volontariamente sepolta tra centinaia di scatole che contengono il suo passato. Con la sua precedente identità infatti la donna si è macchiata di un crimine per il quale ha scontato una pena in una struttura psichiatrica, ma i suoi precedenti sembrano tornare a perseguitarla quando scopre l'inquilino del piano superiore assassinato in un modo che le ricorda qualcosa...

Ho trovato "La torre d'avorio", inaspettatamente e soprattutto, una storia di legami e di solidarietà femminile: di amicizie improbabili nate nei contesti meno incoraggianti, di donne che portano il peso della colpa ognuna a modo proprio, che cercano nel salvarsi a vicenda un'espiazione. Perché essere diventate assassine o esserci andate vicino non definisce un'identità, ma la segna per sempre, e così le cinque donne al centro di questa storia scappano, per salvare Mara, per salvare le amiche che sono state e che rimangono -perché si può fuggire da tutto, ma non da se stesse.

Il ritmo di questa narrazione è incalzante, più serrato di molti altri titoli della scrittrice, i tanti spostamenti riportano alle atmosfere de "La cattiva strada" ma qui la caratterizzazione psicologica è più approfondita, e malgrado tutti gli errori tifiamo per Mara, per Moira, per tutte le donne di questa storia. 

Se siete in un momento in cui la concentrazione non è dalla vostra parte, in cui avete bisogno di un titolo che vi catturi dalla prima all'ultima riga, "La torre d'avorio" è il titolo perfetto per voi. Intanto io metto sul comodino "Cuore capovolto"...

Qual è il vostro titolo preferito di Paola Barbato?

venerdì 16 gennaio 2026

Un uomo di poche parole

Come sapete, in questa pagina appaiono molto raramente testi che non siano di narrativa. Leggo Primo Levi dagli anni della scuola, e nel tempo ho ripreso in mano diverse volte la sua trilogia ideale composta da Se questo è un uomo, La tregua e I sommersi e i salvati. Tra i passaggi che del primo più mi sono rimasti impressi ci sono sempre stati quelli dedicati alla figura di Lorenzo, operaio libero, che lavorava in lager e gli salvò la vita, portandogli ogni giorno una porzione di zuppa che condivideva con l'amico Alberto -Lorenzo, il cui nome fa parte di quello di entrambi i figli di Levi, Renzo e Lucia Lorenza, simbolo dell'importanza che ebbe quell'uomo piemontese per il padre.

Non ho quindi esitato a recuperare "Un uomo di poche parole", la biografia di Lorenzo Perrone (all'anagrafe Perone, con una R sola) pubblicata da Laterza editore che lo storico Carlo Greppi ha messo insieme con ogni fonte che ha trovato, dagli archivi comunali di Fossano, alla vasta bibliografia di Levi, alle interviste con i nipoti di Lorenzo ancora in vita. 

Lorenzo, Giusto tra le Nazioni, un uomo onesto, buono di cuore, che l'esperienza del lager aveva spezzato, togliendo la voglia di vivere da quel lavoratore che camminava per chilometri e chilometri al confine francese, che da "Suiss" tornò sulle sue gambe senza accettare passaggi, che da Suiss inviò cartoline per dare notizie della vita di Primo alla famiglia nascosta -Lorenzo che in queste pagine torna in vita e si rivela, ricordandoci come qualcuno all'orrore si oppose, perché non poteva fare altro, persistenza dell'umanità.

Greppi racconta tanto di Primo Levi in questo testo, che invoglia ad approfondire le sue tante opere, ma anche altri testi citati lungo il percorso (tra quelli che già possiedo ho preso nota de "I giusti" di Jan Brokken), e racconta Lorenzo a cui prima d'ora non era stato dato tanto spazio autonomo -e di certo lo ha sempre meritato. 

Oggi nel Giorno della Memoria ho voluto ricordarlo con questo consiglio di lettura, perché i lager ci sono ancora seppure in altre forme, e di esseri umani come Lorenzo abbiamo ancora un estremo bisogno.

Quale titolo consigliereste per la giornata di oggi?

lunedì 29 dicembre 2025

Madre d'ossa

Quinto e per ora ultimo volume delle avventure del commissario Teresa Battaglia scritte da Ilaria Tuti e pubblicate da Longanesi, "Madre d'ossa" non ha nulla da invidiare ai precedenti -anzi mi ha coinvolta anche più di "Figlia della cenere", che tra i precedenti mi aveva tenuta un po' più a distanza per quanto riguarda l'indagine.

Non consiglierei di leggere "Madre d'ossa" come romanzo a sé, perché è strettamente intrecciato alle storie precedenti, in particolare al caso risolto nella "Ninfa dormiente" e vi ritroviamo un personaggio che ha ricoperto un ruolo di primo piano in "Figlia della cenere" [nientemeno che Giacomo, il serial killer]. 

A partire da quello che appare come il suicidio di un adolescente la cui famiglia ha antiche origini longobarde, Teresa (il cui stato di salute è purtroppo sempre più precario), Massimo e la loro squadra porteranno alla luce sepolture risalenti a diverse epoche e il culto della madre d'ossa, giunto fino al presente e che coinvolge i più alti piani del potere friulano. Come nei romanzi precedenti la storia, qui in particolare quella antica, si intreccia al caso d'indagine e compaiono pagine in corsivo che introducono un punto di vista differente sulla narrazione [quello della madre d'ossa, nient'altro che la vittima ragazzina di un culto simile a quello della kumari indiana, dove però è costretta a mettere al mondo una nuova madre d'ossa che la sostituirà e alla morte una volta venuta questa alla luce, mentre i figli maschi le vengono sottratti e inseriti illegalmente nel circuito delle adozioni].

Come sempre Ilaria Tuti scrive un romanzo avvincente e pieno di riferimenti artistici e culturali che rendono il giallo più ricco e interessante, e mi ha regalato pomeriggi completamente immersa nella lettura. Spero che un nuovo caso di Teresa Battaglia arrivi presto in libreria, ma nel frattempo sono contenta di aver portato a termine un'altra serie di romanzi senza perdermi per strada, e sono pronta a scegliere la prossima!

Avete in corso la lettura di qualche serie?

giovedì 18 dicembre 2025

Eva dorme

Da oltre dieci anni "Eva dorme" è nella libreria di famiglia, acquisto di mia madre appena l’esordio di Francesca Melandri pubblicato da Mondadori era stato pubblicato.

Lo leggo ora, dopo essere rimasta colpita da "Sangue giusto", un successivo romanzo dell’autrice che come nel suo primo libro mescola storia e narrativa: mentre in "Sangue giusto" si tratta del colonialismo italiano in Etiopia, in "Eva dorme" ci troviamo in Alto Adige, terra di confine, quando il Tirolo del sud viene attribuito all’Italia al termine del primo conflitto mondiale e diventa una zona di rivendicazioni, di identità divise in cui il fascismo cercò di imporre l’italianità ad una popolazione che all’Italia fino a quel momento non era mai appartenuta.

C’è la Storia, in questo libro: ci sono gli attentati ai tralicci prima, alle forze dell’ordine poi, che segnano gli anni '60. C’è lo sradicamento della seconda guerra mondiale in cui gli altoatesini vennero privati della cittadinanza italiana quando lasciarono il territorio e una volta tornati si ritrovarono apolidi; c’è Silvio Magnago e il movimento per ottenere lo statuto speciale di regione autonoma per questa parte dell’Italia così attraente come luogo di vacanza e così ignorata come sede di una storia così complessa.

Ma soprattutto in "Eva dorme" c’è una storia familiare, quella di una madre nubile e di una figlia, una storia di montagna, di lavoro duro nelle cucine di un ristorante di un unico amore autentico, profondo ma precluso [da un’arcaica legislazione abrogata soltanto negli anni '70 che stabiliva chi i carabinieri potessero scegliere come coniugi].

Gerda, la madre di Eva, è un personaggio forte, indipendente ma anche profondamente egoista nella sua debolezza e questo alla fine mi ha colpita per quanto ad Eva venga sottratto [in una scelta impossibile da condividere: quella di privare la figlia dell’unico padre che avrebbe mai potuto avere, Vito quel carabiniere calabrese che anche a distanza ha cercato di farle da padre in lettere che non le sono mai state consegnate, sempre rifiutate da quella madre troppo ferita dalla sua perdita per concentrarsi su quella della figlia. Vito che in punto di morte richiama Eva, che la vuole incontrare almeno un’ultima volta, in una scena in cui una donna che ha attraversato l’Italia per oltre 1300 km in treno ritorna bambina e io, come lettrice, ho pianto], fino ad una scena che non svelo ma mi ha portata alle lacrime.

Francesca Melandri racconta una storia piena di sentimenti ma anche perfettamente contestualizzata, in cui ci sentiamo immersi in un territorio attraverso le sue descrizioni e le lingue che lo popolano, attraverso le tribolazioni che attraversano i suoi abitanti e queste due protagoniste femminili che rimangono a lungo con noi, una volta terminata la lettura. 

Ho imparato molto da questo libro e questo è sempre un elemento che mi colpisce nelle mie letture, un elemento che ricerco e che mi arricchisce. Qui più che in "Sangue giusto" mi sono profondamente emozionata, soprattutto nella parte finale del romanzo e quindi tra i due è quello che ho preferito, e rappresenta certamente una conferma del fatto che leggerò prossimamente anche gli altri due titoli dell’autrice, da cui sono sicura potrò trarre molto altro.

Avete già letto qualcuno dei suoi libri?

mercoledì 12 novembre 2025

Le perfezioni

"Le perfezioni" di Vincenzo Latronico, pubblicato da Bompiani, è entrato nella mia libreria per caso, grazie ad un bookcrossing. Ne avevo sentito parlare perché è stato finalista all'International Booker Prize 2025, e non capita spesso ai titoli italiani; inoltre avevo ascoltato una puntata del podcast "Voce ai libri" in cui l'autore raccontava il suo romanzo "La chiave di Berlino", e ormai sapete quanto io sia legata a questa città.

Anche "Le perfezioni" racconta Berlino: attraverso gli occhi di Anna e Tom, una coppia di ventenni che negli anni Dieci del Duemila si trasferisce nella capitale tedesca, sognando quella vita a basso costo in un luogo dove tutto sembra possibile, in grandi appartamenti arredati in stile minimale, mentre lavorano online da creativi, vanno ai vernissage, frequentano un ambiente internazionale e concretizzano quelle che in apparenza sono "le perfezioni" di un'esistenza simile. 

In poco più di un centinaio di pagine, Latronico racconta una generazione, racconta gli inverni gelidi, la sensazione che già si abbia molto, ma che si vorrebbe di più, che quella percezione strisciante sia insoddisfazione. Mentre la gentrificazione cambia il volto di Berlino, mentre gli spazi vuoti vengono edificati, i prezzi al metro quadro lievitano, Anna e Tom non sanno più quale sia la loro casa, attratti da un altrove (che sia la Sicilia, il Portogallo, o la loro regione d'origine) ma anche legati alle energie e al tempo che hanno dedicato a quel progetto berlinese, sulla carta tanto promettente.

Latronico scrive un romanzo breve in cui tanti della mia età, la generazione Erasmus, quella che ha pensato che avrebbe potuto vivere ovunque, si riconosceranno; a tanti porterà alla mente ricordi, probabilmente dolceamari. "Le perfezioni" parla ai trenta-quarantenni di oggi, alle loro fragilità e lo fa per accumulo, in un romanzo ricco di elenchi, di immagini, di frasi brevi, di protagonisti così poco caratterizzati che potrebbero essere chiunque di noi.

"Le perfezioni" è entrato per caso nella mia libreria, ma è stata una lettura pungente, che mi ha portata indietro nel tempo, che mi ha ricordato domande alle quali poi ho scelto di non dare risposta. Tra i finalisti ad un premio importante ho trovato che sia stato proprio al posto giusto.

Avete già letto questo autore italiano?

venerdì 26 settembre 2025

Figlia della cenere

Quarto volume della serie di gialli di Ilaria Tuti con protagonista la commissario Teresa Battaglia, "Figlia della cenere" sempre pubblicato da Longanesi è quello che più di tutti i precedenti fa luce sul traumatico passato della protagonista, che tante volte era stato accennato e questa volta ci viene narrato in maniera esplicita.

Dunque è un romanzo crudo, dove assistiamo a una crescente violenza fisica e psicologica su una donna, perpetrata come troppo spesso accade proprio tra le mura domestiche. La tensione creata dall’autrice è così forte che più volte ho sentito la necessità di interrompere la lettura e intervallarla con un’altra, perché provavo una vera e propria angoscia, che testimonia quanto questo romanzo come i precedenti sia scritto in modo convincente e coinvolgente.

Non c’è solo questo in figlia della cenere, ma come siamo abituati in questi romanzi c’è un giallo legato ad un caso del passato: l’agire di un serial killer che con Teresa negli anni ha instaurato un rapporto significativo, anche dovuto a come le loro strade si sono incontrate 27 anni prima [in questa circostanza infatti Giacomo, che oltre ad essere un assassino era un infermiere era stato colui che dopo la barbara aggressione del marito Sebastiano, che aveva cercato di uccidere Teresa, era riuscito all’ultimo momento a rianimarla e nei 27 anni successivi la donna non ha mai smesso di andarlo a trovare in carcere, dal quale all’inizio di questa storia l’uomo riesce a fuggire compiuto un nuovo omicidio diverso però dai precedenti. Non è mosso questa volta dai traumi dell’infanzia Giacomo, maltrattato dal suo patrigno e rifugiatosi poi nella violenza e nell’arte del mosaico, bensì è stato commissionato da un mandante, il quale conosce molte cose sul suo passato e anche su quello di Teresa e che ci aspettiamo di veder ricomparire nel prossimo volume].

Caratteristica sempre presente della serie sono alcune pagine in corsivo che tornano indietro nel tempo, e questa volta fanno riferimento all’antichità, in particolare agli albori del cristianesimo ad Aquileia e al culto di Iside -argomento estremamente interessante per gli appassionati della materia, ma un po’ meno per me che preferisco narrazioni più contemporanee. In ogni caso è indubbia la documentazione storica dell’autrice e la sua bravura nel riportarla alla luce.

Anche in questa quarta lettura ho trovato il personaggio di Teresa Battaglia umano ed emozionante, una protagonista per la quale si parteggia dalla prima all’ultima pagina, con le sue fragilità che la rendono lontana da un’eroina stereotipata ed infallibile e che non vedo l’ora di ritrovare tra le pagine in "Madre d’ossa" che è già stato pubblicato e che porterà avanti la storia da dove l’abbiamo interrotta con questa lettura.

Avete già letto questa serie di gialli?

A quale volume siete arrivati?