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lunedì 13 ottobre 2025

Supersaurio

In moltissimi contenuti ho letto consigliare Sally Rooney come autrice della generazione millennial, quella a cui appartengo io per prima. In un paio di giorni però ho divorato "Supersaurio" di Meryem El Mehdati, pubblicato da Blackie edizioni, e credo che questo invece potrebbe rivestire il ruolo in maniera molto più credibile. 

Di ispirazione dichiaratamente autobiografica, "Supersaurio" racconta le vicende di Meryem che dopo la laurea passa da uno stage all’altro a Gran Canaria dove vive, e approda in un’azienda nella quale inizia piano piano il suo percorso verso l’uscita dal precariato. Lo fa sottoponendosi a lavori ripetitivi, maltrattamenti da parte della sua referente, infinite persone che storpiano il suo nome (di origine marocchina, altra fonte di incomprensioni davanti al suo essere astemia ai cocktail aziendali) e conversazioni piene di stereotipi sulle giovani donne lavoratrici.

Chiunque sia laureato nel secondo decennio degli anni 2000, cresciuto credendo che sarebbe stato facile diventare adulti ed inserirsi nel mondo del lavoro e poi scontratosi con l’evidenza che sarebbe successo tutt’altro, soprattutto se in possesso di titoli di studio umanistici, non farà altro che riconoscersi nelle parole dell’autrice. Ad ogni pagina ho ritrovato pensieri che io stessa ho formulato per anni , le stesse frustrazioni, lo stesso senso di impotenza e di prigionia in una routine che ti svuota, ma dalla quale non puoi fuggire.

E ciò che ho trovato ancora più realistico è che mentre il contratto di lavoro diventa più stabile la pressione che Meryem riceve dall’ambiente di lavoro e da tutte le ore che è costretta a dedicargli non diminuisce, perché è così che viviamo la nostra vita adulta, cercando di ritagliarci tempo per ciò che ci piace, per ciò che siamo davvero, mentre ci scontriamo con i doveri pressanti delle nostre quotidianità.

La voce di Meryem è la nostra, quella delle donne nate tra la fine degli anni 80 e l’inizio degli anni 90, cresciute leggendo Harry Potter, qualcuna scrivendo fan fiction come lei, che hanno lavorato su se stesse con più senso critico dei propri genitori, ma anche con una minore ingenuità.

Quando ho iniziato "Supersaurio" non sono più riuscita a posarlo, perché le esperienze raccontate al suo interno sono così simili alle mie che mi è sembrato di rivedere un film già noto, raccontato però con arguzia ed ironia e con un linguaggio tagliente e mai banale che rendono la lettura un’esperienza ancora più coinvolgente e piacevole.

Se leggendo Sally Rooney avevo percepito una grande distanza tra i suoi personaggi e la mia esperienza, in Meryem mi sono ritrovata moltissimo, specialmente nel percorso lavorativo ma anche nelle delusioni amorose dei vent’anni, nel rapporto simbiotico e salvifico con le sue amiche, in quegli urli soffocati nel cuscino, ma allo stesso tempo nella sua determinazione ad affrontare l’indomani una nuova alba e una nuova giornata di lavoro.

Per chiunque faccia parte della cosiddetta generazione millennial, questa è una lettura in cui sono sicura che vi riconoscerete e vi affezionerete pagina dopo pagina alla protagonista!

Qual è l’ultimo libro sul mondo del lavoro che avete letto?

giovedì 13 giugno 2024

Re bianco

La trilogia di Juan Gomez-Jurado pubblicata da Fazi editore, iniziata con "Regina rossa" si chiude con "Re bianco", che condivide le caratteristiche dei due volumi precedenti: un ritmo incalzante, una scrittura semplice e diretta, priva di descrizioni elaborate e di paragrafi che si dilungano.

Il punto di forza sono sempre loro, Antonia Scott e Jon Gutierrez, messi alle strette dal crudele Mister White che aleggia sulle loro esistenze già da due romanzi -lo stesso che si è macchiato dell'assassinio di Marcos, lo stesso che porta all'estremo le capacità intellettive di Antonia con la sua manipolazione. La vita di Jon è minacciata in modo particolarmente diretto, e questo porta Antonia più che mai a contatto con i suoi sentimenti, che è tanto abituata a mettere a tacere.

Incontriamo di nuovo anche Sandra, la spietata sequestratrice che abbiamo già sperato tante volte venisse eliminata dal nostro duo di eroi, e ne veniamo a conoscere l'origine [era infatti stata selezionata come un'altra possibile Regina Rossa, ma con una vena di crudeltà e sadismo assente in Antonia e pertanto poi scartata, mentre continuava a covare risentimento perché innamorata di Mentor, che sarà lei stessa ad uccidere in questo libro]. 

"Re bianco" è un romanzo che tiene col fiato sospeso, dove tifiamo per Jon e Antonia fino alla conclusione, dove si svelano a poco a poco tutti gli elementi che hanno portato alla rete di trappole e inganni che per anni ha perseguitato Antonia, e in cui Jon si è trovato coinvolto. Dalla sensibilità dimostrata dall'autore nei riguardi dei suoi lettori già nei volumi precedenti non mi aspettavo un finale diverso... e spero proprio che la trilogia non sarà la fine delle avventure dei nostri due protagonisti!

Qual è l'ultima serie di libri che avete concluso?

giovedì 9 maggio 2024

Lupa nera

"Lupa nera" è il secondo volume della trilogia di thriller spagnoli di Juan Gomez-Jurado pubbblicati da Fazi editore, iniziata con Regina rossa che ho scoperto poco tempo fa guardando la serie televisiva trasmessa su Prime. 

L’autore non ha una scrittura particolarmente ricercata e ad essere del tutto onesti le sue trame non sono nemmeno rivoluzionarie: qui ci troviamo davanti all’omicidio di un mafioso russo e alla scomparsa di sua moglie che tutti cercano e che sta cercando di salvarsi la vita, in un intrigo di malavitosi, trafficanti di droga e di donne e poliziotti corrotti, che non brilla certo per originalità. 

La "lupa nera" del titolo, personaggio che ci aspetteremmo fosse più centrale, compare soltanto alla fine del romanzo e nemmeno nei panni previsti [si tratta infatti di un’altra donna che si nutre di un desiderio di vendetta e ha preso il suo posto, spiegando così il mistero di un cadavere ritrovato nel fiume all’inizio del romanzo]. Perché allora questi questi thriller mi stanno piacendo tanto? 

Innanzitutto per la magnifica coppia composta da John e Antonia, quelli che sono i veri protagonisti e che formano un duo bizzarro quanto capace di intenerire e appassionare: impossibile infatti non tifare per la loro amicizia. Inoltre le trame dell’autore sono scorrevoli e mai noiose, non eccede con le descrizioni dei personaggi, anzi ne sappiamo lo stretto necessario perché la trama vada avanti, grazie ai frequenti dialoghi che non si perdono mai in chiacchiere vuote.

Per di più la nota con la quale conclude questo secondo volume, che di per sé termina con un tremendo cliffhanger, mi ha fatto pensare che Gomez-Jurado sia proprio una brava persona, desiderosa di rassicurare i propri lettori in merito al successivo capitolo -che per fortuna al momento in cui io termino questo è già in mio possesso! 

Insomma da regina nera e dei suoi seguiti non aspettatevi dei romanzi particolarmente letterari o innovativi, ma se siete alla ricerca di una letteratura di intrattenimento che vi renda impossibile chiuderli finché non li avrete terminati, allora questi testi fanno assolutamente al caso vostro!

Qual è l'ultimo thriller che avete apprezzato?

mercoledì 17 aprile 2024

Regina rossa

Ho scoperto questa storia iniziando a guardare la serie TV omonima su Amazon Prime, qualche tempo fa; ormai non c'è bisogno che vi ripeta che quando un prodotto cinematografico mi convince e scopro che si tratta di una trasposizione il mio istinto immediato è recuperare il romanzo!

Per di più, nella mia prima visita dell'anno al mercatino dell'usato, "Regina rossa" di Juan Gomez-Jurado, pubblicato da Fazi editore, mi aspettava su uno degli scaffali: mi è sembrato proprio un segnale inconfondibile!

L'elemento che mi ha conquistata dal primo momento sono i protagonisti di questa storia: Antonia Scott, dotatissima collaboratrice di un misterioso progetto che aiuta a risolvere casi criminali, ma soprattutto Jon Gutierrez, ispettore basco dall'aspetto burbero ma dall'animo buono. 

I due si trovano a lavorare insieme loro malgrado, o meglio per togliersi dai guai in cui si è cacciato per aiutare una vittima in difficoltà Jon viene incaricato di proteggere Antonia, i cui fantasmi sono numerosi e difficili da tenere a bada. L'indagine del volume ruota attorno all'omicidio di un ricco rampollo madrileno e al rapimento di Carla, erede di uno degli uomini più facoltosi della Spagna; la richiesta che il sequestratore, che si fa chiamare Ezequiel, ha posto loro è stata impossibile da esaudire. 

Seguiamo così la prigionia di Carla, ma anche il legame tra Jon e Antonia che si rafforza, e qualche elemento dell'oscuro passato della donna che si rivela piano piano. La scrittura di Gomez-Jurado è estremamente semplice, ricca di dialoghi, suddivisa in capitoli molto brevi e trascinanti; la storia si conclude in maniera non definitiva, lasciando nel lettore una grande curiosità per ciò che verrà rivelato in "Lupa nera", secondo volume della trilogia... inutile dirvi che me lo sono già procurato!

Conoscete questa trilogia?

martedì 14 settembre 2021

Trilogia della nebbia

La "Trilogia della nebbia" è la raccolta dei primi tre romanzi scritti dall’autore spagnolo Carlos Ruiz Zafòn, più famoso per i quattro che compongono la serie del "Cimitero dei libri dimenticati".


Titolo: Trilogia della nebbia
Autore: Carlos Ruiz Zafon
Anno della prima edizione: 1993-1995
Casa editrice: Mondadori
Traduttore: Bruno Arpaia
Pagine: 456


Il primo romanzo della trilogia è proprio l’esordio di Ruiz Zafòn: si intitola "Il principe della nebbia" ed è ambientato in Inghilterra durante la seconda guerra mondiale, in una villa dove aleggia una presenza con cui è stato stretto un patto tanti anni prima. In un’epoca ancora precedente si svolge invece "Il palazzo della mezzanotte", ambientato nell’India coloniale, che ruota attorno alla storia di due gemelli e ad un orfanotrofio. Sempre negli anni '30 si svolge, in un inquietante fabbrica di giocattoli sulla costa della Normandia (il cui proprietario ha qualcosa da nascondere) "Le luci di settembre".

I tre titoli hanno in comune l’essere romanzi di formazione con protagonisti molto giovani, alle prese con i primi amori, intensi rapporti familiari e soprattutto amicizie, che a quell’età sono particolarmente significative: alcune avventure ne "Il palazzo della mezzanotte" non hanno potuto non portarmi alla memoria "It" di Stephen King, e anche le statue che ricordano i personaggi di un circo ne "Il principe della nebbia" me lo hanno fatto tornare in mente.

In tutti e tre ritroviamo inoltre degli elementi soprannaturali, dalle sfumature gotiche e spaventose, elemento che personalmente apprezzo ma che in questa raccolta non sempre trova le spiegazioni delle quali il lettore più adulto ed esperto sentirebbe la necessità -soprattutto nel primo volume. 

Carlos Ruiz Zafòn è stato sin dal suo esordio capace di creare atmosfere suggestive: il laboratorio di giocattoli e la biblioteca di Lazarus ne "Le luci di settembre" sono state le mie preferite, e quest'ultima è evidentemente un'anticipazione di quello che diventerà il Cimitero dei libri dimenticati.

Non posso dire che le trame di questa trilogia non siano appassionanti, tuttavia per me che ho già terminato la tetralogia successiva è evidente come qui si trovasse ancora ad affinare la propria tecnica narrativa! Consiglio comunque questa lettura ai suoi estimatori, suggerendovi però di avvicinarvi ad essa con delle aspettative contenute: credo che a dei lettori adolescenti questi tre titoli potrebbero piacere di più, specialmente "Le luci di settembre" che ho trovato una storia più riuscita. Per quanto riguarda "Il principe della nebbia" invece... a mio parere risente di così tanti buchi di trama ed elementi poco caratterizzati che non mi sentirei di consigliarlo a nessuno!

lunedì 19 aprile 2021

Il labirinto degli spiriti

Con "Il labirinto degli spiriti" finisce un ciclo; finisce una storia che ho amato per anni e che mi ha accompagnata dall’adolescenza fino a stasera. Non è facile lasciare andare le storie che abbiamo amato e in quest’anno impossibile in cui lo stesso scrittore ci ha lasciati è ancora più doloroso.


Titolo: Il labirinto degli spiriti
Autore: Carlos Ruiz Zafon
Anno della prima edizione: 2016
Titolo originale: El laberint dels esperits 
Casa editrice: Mondadori
Traduttore: Bruno Arpaia
Pagine: 832


LA STORIA 

"Il labirinto degli spiriti" inizia durante il bombardamento su Barcellona nel 1943: le bombe distruggono la città, colpiscono Fermìn, già in fuga da chi lo perseguita, e la piccola Alicia che ne porterà per sempre il segno sul suo corpo.
Il resto della narrazione avviene quasi del tutto tra il 1959 e il 1960, quando in Spagna governa Franco, la giustizia è un’utopia e i giusti finiscono in carcere, torturati, uccisi, privati delle loro famiglie. Seguiamo le vite dei Sempere, che avevamo già imparato ad amare, di Fermìn, che rimane il mio personaggio preferito, e poi di Alicia divenuta adulta, indomita ma imprigionata in un ruolo impostole da un personaggio molto scomodo, il misterioso Leandro.


COSA NE PENSO

"Il labirinto degli spiriti" potrebbe sembrare un thriller, per una buona metà, ma chi ha letto i volumi precedenti della tetralogia dovrebbe aver già capito che Zafon non ha mai scritto romanzi convenzionali, appartenenti ad un unico genere, ma storie a tutto tondo, piene di mistero, che sta noi dotare di un senso e di un significato.
Barcellona, madre di labirinti, alberga nella parte più oscura del proprio cuore un viluppo di vicoli annodati in una barriera corallina di rovine presenti e future in cui viaggiatori intrepidi e spiriti smarriti di ogni condizione restano intrappolati per sempre in un distretto che, in mancanza di una più corretta avvertenza, qualche benedetto cartografo ha voluto battezzare come il Raval.
"Il labirinto degli spiriti" chiude un cerchio e lo fa svelando molto di quello che era rimasto il risolto o incompreso nei precedenti volumi: scopriamo infatti che David Martin ha avuto un ruolo ben più importante nella storia della famiglia Sempere, e che quell’amore di Isabella per lui aveva avuto un frutto che ben conosciamo. Riguardo David molto viene messo in dubbio, e questo mi ha fatto rivalutare il secondo volume di questa saga che avevo trovato troppo d’azione, troppo ricco di elementi surreali: alla luce di questa conclusione credo di averlo male interpretato, e questo fa capire l’importanza e la potenza del quarto volume nel complesso della storia. 
David Martín è un uomo malato che via via ha perso la ragione, sente voci e crede di essere in contatto con un diabolico personaggio di sua invenzione, un certo Corelli. In prigione, i suoi deliri, e il fatto che durante l’ultimo anno della sua vita Valls decida di rinchiuderlo da solo in una cella in cima a una torre del castello, gli valgono fra gli internati il soprannome di Prigioniero del Cielo.

Scopriamo inoltre che Julian -quel Julian che abbiamo seguito nel suo amore per Nuria e che abbiamo creduto morto in un incendio ne "L'ombra del vento" è tutt’altro che morto ed anzi, è pronto a tornare in campo al fianco del suo giovane omonimo e a chiudere il cerchio insieme a lui.
Ritorna anche Maurizio Valls, che ne "Il prigioniero del cielo" dava il tormento a David Martin ed era il crudele carceriere di Montjuic, mentre la mano di carte che riceve questa volta non sono proprio a suo favore -non che non se le fosse meritate! 

Non sono però tutti i fili di storie già note ad intrecciarsi ne "Il labirinto degli spiriti", perché c’è molto di nuovo in questo romanzo, anche se comunque collegato al passato. 
Ci sono infatti indagini, intrighi, crimini di regime; c’è la corruzione di una Spagna pronta a rubare i figli dei suoi oppositori, ma anche il coraggio di coloro che non si arrendono e cercano la verità, che siano essi giornalisti, donne responsabili dell’archivio dell’anagrafe o i nostri beniamini.
Nel 1981, poco dopo il fallito colpo di Stato che stava per riportare la Spagna all’età della pietra o a qualcosa di peggio, Sergio Vilajuana pubblicò una serie di articoli su La Vanguardia, nei quali rivelava il caso di centinaia di bambini rubati ai genitori, in gran parte prigionieri politici scomparsi durante i primi anni del dopoguerra nelle prigioni di Barcellona, che erano stati assassinati per cancellare le tracce.
Ho amato "Il labirinto degli spiriti" quanto "L’ombra del vento": ho amato l’inizio come ho amato la fine. Inutile dire quanto Zafon sia stato uno scrittore capace, dalla penna che ti avvolge dalla prima all’ultima riga, che ti trasporta in una dimensione suggestiva e magica come la sua Barcellona. Ho amato questo romanzo perché sa mettere il punto a tutte le storie le cui porte erano state lasciate aperte: tutto finisce dove era iniziato, al Cimitero dei Libri Dimenticati, che è stato così importante per tutti i personaggi della storia e dove trovare un libro non è mai stato un caso. In fondo questi quattro libri li sentiamo nostri, come se fossero stati proprio i nostri ritrovamenti in quel cimitero di Barcellona; nonostante la loro popolarità sono convinta che parlino ad ognuno di noi in un modo differente, perché come scrive l’autore "ogni libro è una conversazione" e la parte del lettore è proprio ciò che di suo ritrova nel romanzo -e in questo volume forse ho ritrovato me più che in tutti gli altri.
Una storia è un labirinto infinito di parole, immagini ed energie riunite per svelarci la verità invisibile su noi stessi. Una storia è, in definitiva, una conversazione fra chi la racconta e chi l’ascolta: un narratore può raccontare solo fin dove lo sorregge il mestiere, mentre un lettore può leggere solo fino a ciò che porta scritto nell’anima.
È difficile raccontare "Il labirinto degli spiriti" senza rovinare qualcosa a coloro che non hanno ancora letto i capitoli precedenti della tetralogia. Un consiglio che mi sento di darvi è senz’altro quello di non far trascorrere troppo tempo tra la lettura dei volumi precedenti e quest’ultimo, poiché mi sono accorta che avrei colto meglio alcuni dettagli se non avessi terminato "Il prigioniero del cielo" da così tanto tempo. 


Ne "Il labirinto degli spiriti" c’è moltissimo: moltissimi personaggi, decenni di storia, pagine avvincenti dove ci chiediamo chi sopravvivrà e chi invece non potrà farcela contro certi mostri che lo perseguitano e che sono del tutto realistici, come ogni regime con i suoi scagnozzi. Mi sono chiesta, mentre terminavo "Il labirinto degli spiriti", se Zafon sapesse di essere malato quando lo ha scritto; se sapesse e sentisse la necessità di mettere il punto alla sua storia, di portarla a conclusione per i suoi lettori. 
Vorrei che oggi potesse sapere quanto traspare da ogni singola pagina che i suoi personaggi hanno trovato la pace, che ogni tassello del puzzle è andato al suo posto, e che non sono rimaste coppie spaiate senza un equilibrio. Vorrei che sapesse che la sua storia mi arricchito enormemente, mi ha fatto sognare come pochi altri romanzi negli ultimi anni, e che mi ha profondamente commossa tanto da avermi fatto aspettare per mesi prima di trovare il coraggio di leggere questo libro, sapendo che sarebbe stato l’ultimo.
Nel mio lungo periplo attraverso i tunnel del labirinto scelsi un libro intitolato La tunica cremisi, un romanzo appartenente a un ciclo chiamato La città dei maledetti, il cui autore era un certo David Martín, del quale, fino ad allora, non avevo mai sentito parlare. O forse dovrei dire che fu il libro a scegliere me, perché quando alla fine posai gli occhi sulla copertina ebbi la strana sensazione che fosse lì ad aspettarmi da un bel po’, come se sapesse che quell’alba mi sarei imbattuto in lui.
Credo che la maggior parte di voi abbia già letto "L’ombra del vento"; non so se però vi siate spinti oltre e se non l’avete fatto l’unica cosa che posso dirvi è che siete soltanto all’inizio del labirinto, e ci sono moltissime altre storie che vi aspettano nel Cimitero dei Libri Dimenticati. La cosa migliore che possiate fare, il miglior regalo che possiate offrire a voi stessi, è quella di andare a scoprirle.

mercoledì 24 marzo 2021

Patria

Del terrorismo nei Paesi Baschi, regione della Spagna al confine con la Francia che da lungo tempo lotta per l’indipendenza, conoscevo poche notizie sparse sulla stampa, tra cui quella che proclamava la cessazione del ricorso alla violenza nel 2011. La mia ultima lettura è stata l’occasione per approfondire il tema.



Titolo: Patria
Autore: Fernando Aramburu
Anno della prima edizione: 2016
Casa editrice: Guanda
Traduttore: Bruno Arpaia
Pagine: 632


LA STORIA

Le protagoniste di "Patria" sono due famiglie, grandi amiche soprattutto per il legame che unisce i padri; il loro percorso di vita avrà però sviluppi radicalmente diversi. Entrambe le famiglie saranno infatti colpite dal terrorismo dell’ETA, ma da punti di vista opposti: in una ci sarà una vittima, nell’altra un terrorista.

COSA NE PENSO

Sette sono i personaggi di cui seguiamo i percorsi all’interno di "Patria": le due coppie di coniugi che hanno dato inizio alle due famiglie protagoniste della storia, e i loro cinque figli, tre da una parte e due dall’altra. L’autore ne racconta le vicende nell’arco di diversi decenni, prima i matrimoni dei genitori, durante l’infanzia dei figli e la loro adolescenza, poi seguiamo i cinque ragazzi diventati adulti nello sviluppo delle loro esistenze -i piani temporali sono però alternati tra il presente ed i flasbhack.

Molto dolore sarà riservato ad entrambe le famiglie per svariate ragioni: malattie, separazioni, litigi. La prima causa è però senz’altro il terrorismo, che le colpisce in maniera indelebile portando alla morte uno dei loro membri, un uomo integerrimo, coraggioso, fieramente basco eppure vittima del pregiudizio della comunità.

Capiranno chi è il Txato. Sono più basco di tutti loro messi insieme. E lo sanno. Fino ai cinque anni non parlavo neanche una parola di castigliano. A mio padre, che riposi in pace, una raffica di mitragliatrice ha fatto a pezzi la gamba mentre difendeva Euskadi sul fronte di Elgueta. Da vecchio, ancora stringeva i denti ogni volta che gli dava una scossa. Cosa c’è, ti fa male?, gli chiedevamo. ’Fanculo Franco e quella puttana di sua madre, rispondeva. E l’avevano tenuto tre anni in carcere, e se non l’hanno fucilato è stato per miracolo.» «Cosa mi vuoi dire con tutto questo, aita? Credi che all’ETA importi quello che è successo a tuo padre?» «Cazzo, non dicono di difendere il popolo basco? E se io non sono popolo basco, dimmi tu chi lo è.»

Un altro personaggio invece, dalla parte opposta degli schieramenti, finisce a trascorrere in carcere tutta la sua giovinezza e chissà quanto altro tempo ancora, poiché ha trovato che la violenza dell'ETA potesse essere il modo migliore per garantire alla sua patria l’indipendenza tanto agognata.

E quando i genitori cominciarono a rimproverarlo perché rimaneva in casa a leggere invece di uscire a divertirsi con gli amici, Arantxa gli disse, quando erano soli, con voce misteriosa, di non starli a sentire. «Leggi tutto quello che puoi. Accumula cultura. Più ne metti insieme, meglio è. Per non cadere nel buco in cui stanno cadendo in molti in questo paese.»

Se "Patria" è una storia di violenza -e lo è: è una storia di sangue, una storia di lutti e di dolori da elaborare- è anche una storia di orgoglio: l’orgoglio che tiene in vita una donna finché non avrà ottenuto la richiesta di perdono che attende da quasi vent’anni, l’orgoglio di figli spezzati nel corpo che nonostante ciò piegano i destini con la forza della loro mente e con il loro coraggio. 

«Perché credi che sono ancora viva? Ho bisogno di quel perdono. Lo voglio e lo pretendo, e fino a quando non lo avrò non penso di morire.» «Hai un orgoglio da far paura.» «Non è orgoglio. Non appena metterete la lapide sulla tomba e sarò con il Txato, gli dirò: quell’idiota si è scusato, adesso possiamo riposare in pace.»

Alle donne è dato grande spazio in questo romanzo, ed ogni tanto la loro intransigenza ci irrita (penso soprattutto a Miren, talvolta anche Bittori e Nerea) eppure la costruzione dei personaggi da parte dell’autore è talmente realistica da farceli sentire come persone vere: chi nemmeno in carcere vuole venire a patti con le proprie azioni, chi rinuncia al proprio migliore amico per paura del giudizio altrui, ma si porta poi dietro questa mancanza per tutta la vita, chi pur di non abbandonare la propria madre conduce una vita priva di felicità annegando il proprio senso di responsabilità nell’alcol e aspettando il momento in cui sarà libero e potrà scappare lontano da quella città che tanto lo fa soffrire ad ogni diluvio che cade.

«Sono io.» «Cosa vuoi?» A Joxian tremavano le mani, gli tremava la voce e non la smetteva di lanciare occhiate alle due estremità della strada, come se avesse paura che lo vedessero conversare con il Txato. «Niente. Dirti che mi dispiace, che non ti posso salutare perché avrei dei problemi. Ma se ti vedo per strada, sappi che ti sto salutando con il pensiero.» «Ti hanno mai detto che sei un vigliacco?» «Me lo dico di continuo da solo. Ma questo non cambia niente. Ti posso abbracciare? Qui non ci vede nessuno.»


C’è anche il perdono in "Patria" e attorno al perdono ruotano le storie di tutti i suoi protagonisti, perché non è facile perdonare, ma la chiave della storia di queste due famiglie è proprio un perdono necessario a cui tutti i fili della trama tendono e che quando arriva ci commuove profondamente.

"Patria" è un romanzo dalla discreta mole: supera infatti le 600 pagine, eppure grazie ai capitoli brevi, ai numerosi dialoghi, allo stile dell’autore che ci aiuta ad immedesimarci ricorrendo talvolta ad una prima persona che si insinua nella narrazione in terza, il racconto scorre ad una velocità alla quale è impossibile resistere. Giunti a poche pagine dalla fine quasi non ci si sente pronti a terminare la storia, sapendo che se ne sentirà la mancanza appena chiuso il volume dietro di noi. Non posso fare altro che consigliarvi "Patria" se siete amanti delle storie familiari che si intrecciano alla storia contemporanea e che sappiano emozionare profondamente il lettore coinvolgendolo sempre di più: credo che per quanto mi riguarda questo romanzo entrerà di diritto tra le migliori letture dell'anno.

lunedì 29 giugno 2020

Il gioco dell'angelo

In seguito alla lettura de L'ombra del vento, che dopo aver visitato Barcellona ha assunto per me una sfumatura ancor più romantica ed evocativa, ho deciso di proseguire in quella che negli anni è diventata una tetralogia con il secondo volume della saga del Cimitero dei Libri Dimenticati.



Titolo: Il gioco dell'angelo
Autore: Carlos Ruiz Zafón
Anno della prima edizione: 2008
Titolo originale: El juego del ángel 
Traduttore: Bruno Arpaia
Casa editrice: Mondadori
Pagine: 466



LA STORIA

David Martin è un giovane amante della letteratura, figlio di un uomo analfabeta ed ostile a tutto ciò che, come i libri, gli sembra una perdita di tempo. Una volta perduto il padre, ucciso in circostanze misteriose, David inizia il proprio lavoro nella redazione di un giornale e tutte le opere che pubblica portano sempre il nome di qualcun altro -l'unico romanzo a suo nome invece non riscuote alcun successo. La sua vita però è destinata a cambiare quando un misterioso editore in arrivo dalla Francia, Andreas Corelli, gli commissiona un'opera assai ben pagata; in seguito a questo incarico David trasloca anche in una nuova, lugubre dimora ricca di segreti dal passato… che non sono sepolti quanto si potrebbe pensare.


COSA NE PENSO

Innanzitutto è necessario inquadrare a livello temporale questo romanzo, che si svolge tra gli anni Venti e Trenta del 1900. Non è quindi ancora scoppiata la guerra civile spagnola, e rispetto all'ambientazione de L'ombra del vento ci troviamo nel passato.
Erano anni in cui il sangue e la violenza per le strade di Barcellona cominciavano a essere pane quotidiano. Giorni di volantini e bombe che lasciavano resti di corpi tremanti e fumanti per le strade del Raval, giorni di bande di figure nere che vagavano nella notte spargendo sangue, di processioni e sfilate di santi e generali che puzzavano di morte e di inganni, di discorsi incendiari in cui tutti mentivano e tutti avevano ragione. [...]  La notte apparteneva alla luce a gas, alle ombre dei vicoli spezzate dai bagliori degli spari e dai lampi azzurrati della polvere bruciata. Erano anni in cui si cresceva in fretta, e quando l'infanzia si sbriciolava tra le loro mani molti bambini avevano già lo sguardo da vecchi.
La presenza del Cimitero dei Libri Dimenticati non è predominante in questo romanzo, ma la famiglia Sempere alla quale ci siamo affezionati ne L'ombra del vento ritorna: in questo caso si tratta sempre di una coppia padre-figlio, ma Daniel nascerà solo al termine del romanzo, mentre i personaggi nella storia sono suo nonno e suo padre.


Un altro ruolo non centrale nella vicenda, ma piuttosto comprimario a quello di David, è quello del personaggio di Isabella: una ragazza che si propone di fargli da assistente in cambio di poter apprendere da lui l'arte della scrittura, ma mostra in modo evidente di provare per lui un amore profondo che tuttavia non viene mai ricambiato dal tormentato autore. David infatti è da sempre innamorato di Cristina, che conosce fin da bambino ma per convenienza ha preferito sposare un uomo facoltoso a cui anche David deve molto, condannandosi ad una perpetua infelicità.
Ci guardammo in silenzio e seppi che non potevo né volevo mentire a quella donna, a nessun costo. «Sto cercando di capire cosa accadde a suo marito, signora Marlasca.» «Perché?» «Perché credo che a me stia succedendo la stessa cosa.»
Isabella è insieme a David il personaggio meglio caratterizzato del romanzo, che mostra la propria forza insieme alle proprie indubbie debolezze, ed avrei desiderato per lei maggiori fortune; il matrimonio con Sempere infatti, nonostante le stesse dichiarazioni di lei, continua a sembrarmi una scelta in mancanza d'altro -di David, nella fattispecie.

Il mistero attorno al quale ruota "Il gioco dell'angelo" è però senz'altro Andreas Corelli, presunto editore che paga profumatamente gli scrittori affinché inventino per lui una religione. Questo elemento che pare all'inizio del romanzo fondamentale in realtà va perdendosi nello svolgimento, a vantaggio di scene rocambolesche, inseguimenti, omicidi e chi più ne ha più ne metta. "Il gioco dell'angelo" è infatti un romanzo ricco di azione, specialmente nella seconda metà, mentre l'aspetto delle indagini e del mistero da svelare diventa via via meno importante -il che è un peccato.
«Da dove vuole che inizi?» «È lei il narratore. Le chiedo solo di dirmi la verità.» «Non so qual è.» «La verità è quella che fa male.»

Oltre che un romanzo avventuroso però nel secondo volume della tetralogia non mancano gli elementi fantastici: infatti il misterioso Corelli non invecchia, e la stessa trasformazione capita a David dopo che proprio Corelli pare guarirlo magicamente da una gravissima malattia che lo avrebbe altrimenti condotto in breve alla morte. Questi aspetti, come l'identità di Corelli, restano di fatto privi di una spiegazione, come se capitassero per caso: trovo che questa sia una vera e propria debolezza della trama, così come la conclusione che vorrebbe essere romantica ma aggiunge un ulteriore tassello privo di contestualizzazione -Corelli sarebbe infatti in grado di ricreare gli individui a suo piacimento e riportarli sulla Terra….
Diverse sono quindi le critiche che ho da muovere a "Il gioco dell'angelo", nonostante lo stile di scrittura di Zafón resti appassionante e le sue descrizioni di una Barcellona cupa e suggestiva aggiungano alla storia un tocco in più.
«I visitatori occasionali credono ingenuamente che ci siano sempre caldo e sole in questa città» disse il principale. «Ma, come amo dire, prima o poi l'anima antica, torbida e oscura di Barcellona si riflette in cielo.»
Ho di gran lunga preferito il primo romanzo della tetralogia fino ad oggi, ma ho intenzione di continuare nella lettura del terzo e del quarto per potervi dare un'opinione più completa!

lunedì 21 ottobre 2019

L'ombra del vento

Per la prima volta ho letto questo libro molti anni fa, ormai più di dieci, quando era la novità del momento e non riuscii a resistere alla sua copertina negli espositori del supermercato. Oggi non compro più libri quando faccio la spesa e sono molto restia al leggere il best-seller del mese. Questo libro nella sua copertina (che ancora oggi mi piace moltissimo) si era ritagliato quindi da oltre un decennio il suo posto sui miei scaffali colorati, e non pensavo a lui da molto tempo; poi, complice un meraviglioso viaggio a Barcellona, l'ho riscoperto. E Daniel Sempere ha reso la mia vacanza ancora più magica.


Titolo: L'ombra del vento
Autore: Carlos Ruiz Zafòn
Anno della prima edizione: 2001
Titolo originale: La sombra del viento
Casa editrice: Mondadori
Traduttrice: Lia Sezzi
Pagine: 439


LA STORIA
Daniel Sempere è appena un bambino quando suo padre, libraio di Barcellona, gli rivela l'esistenza del Cimitero dei libri dimenticati: un luogo colmo di volumi sconosciuti al grande pubblico, dove chiunque venga ammesso tra gli scaffali ha il compito di adottare un libro e tenerlo con sé. È qui che Daniel incontra "L'ombra del vento", romanzo di Julian Carax, scrittore del quale si sono perse le tracce e la cui opera omnia è stata quasi completamente data alle fiamme da un personaggio che pare essere un demonio uscito dai suoi libri. 

COSA NE PENSO
L'ombra del vento è un romanzo che contiene in sé diversi generi letterari. È innanzitutto un romanzo di formazione, che vede crescere Daniel, passare da un adolescente infatuato di una donna che non lo ricambia ad un giovane uomo che scopre cosa significa innamorarsi davvero. 
C'è molta famiglia dentro questo libro: la mancanza della madre di Daniel, prematuramente scomparsa, e la sua stretta relazione con il padre che lo ama moltissimo; e poi c'è Fermìn, che pur non avendo con i Sempere un legame biologico diventa in breve tempo uno di loro.
La passione infantile è un'amante infedele e capricciosa, e ben presto nel mio cuore ci fu posto solo per le costruzioni e le barchette a molla. Smisi di chiedere a mio padre di portarmi a vedere la penna di Victor Hugo, e lui smise di menzionarla. Ma di quel periodo mi è rimasta impressa un'immagine di mio padre: un uomo magro, con un vecchio vestito troppo largo e un cappello usato comprato in calle Condal per sette pesetas, che non poteva permettersi di regalare a suo figlio una penna tanto portentosa quanto inutile.
È anche un romanzo ricco di misteri, che copre un arco temporale lungo oltre vent'anni (dall'immediato dopoguerra all'epilogo nella metà degli anni Sessanta) e affronta tematiche storiche come la guerra civile spagnola, l'epoca durante la quale il castello di Monjuic era una prigione ed un luogo di tortura.
È impossibile descrivere quei primi giorni di guerra a Barcellona, Daniel. Negli sguardi della gente c'erano odio e paura e nelle strade regnava un silenzio che prendeva allo stomaco. Di giorno in giorno, di ora in ora, arrivavano notizie allarmanti. Ricordo una sera in cui Miquel e io camminavamo lungo le ramblas diretti a casa. In giro non c'era anima viva. Osservando le facciate delle case, le imposte che occultavano sguardi sospettosi, Miquel disse che si sentiva il rumore dei coltelli che venivano affilati.

Lo stile di Zafòn è semplice, ricco di descrizioni capaci di trasportare il lettore in una Barcellona molto meno assolata di quella che ho avuto il piacere di visitare; spesso piove su Daniel, su Fermin e sugli altri personaggi che percorrono le strade della città, si fermano nelle sue piazze, viaggiano sui suoi treni. Barcellona è uno sfondo ma anche un elemento cardine nel romanzo di Zafon: è infatti proprio la città a creare l'atmosfera, ad aggiungere un tratto distintivo.
Ci incamminammo in direzione della Barceloneta e, passo dopo passo, arrivammo fino al frangiflutti. La città, avvolta nel silenzio, si offriva al nostro sguardo emergendo dalle acque calme del porto come un miraggio. Ci sedemmo sul molo per contemplare lo spettacolo. A una ventina di metri da noi si snodava un'immobile processione di automobili con i vetri dei finestrini appannati o coperti da fogli di giornale. «Questa città è magica, Daniel. Ti entra nel sangue e ti ruba l'anima.»
Va detto che non tutte le storie contenute ne "L'ombra del vento" sono incredibilmente originali, ad esempio è innegabile quanto la storia d'amore tra Julian e Penelope sia debitrice alla tragedia di Giulietta e Romeo (con Miquel Moliner nei panni del Frate Lorenzo e Jacinta in quelli della nutrice). 
Di notte Julián scriveva racconti in cui dava voce al suo amore per Penélope. Poi, con una scusa qualunque, si recava nella casa dell'avenida del Tibidabo e attendeva l'occasione per sgattaiolare nella stanza di Jacinta e affidarle le pagine scritte da consegnare alla ragazza. Ogni tanto la governante gli dava un biglietto di Penélope che Julián leggeva e rileggeva all'infinito.
Tuttavia a mio parere l'opera nel complesso non ne risente: Zafon è abilissimo nel mantenere sempre viva nel lettore la curiosità nei confronti del destino di Julian Carax, dell'identità del misterioso uomo sfigurato che si fa chiamare Lain Coubert, ed anche del passato di personaggi comprimari come Fermin -che è senza dubbio uno dei più riusciti, grazie alla sua pungente ironia ed al fatto che incarni una parte della storia spagnola con il proprio vissuto precedente all'impiego presso i Sempere.

Un altro grande pregio dello scrittore spagnolo è l'abilità di dosare gli elementi all'interno del suo corposo romanzo: esso è infatti ricco di drammi (pensiamo alla triste vicenda di Penelope Aldaya, allo stesso padre di Daniel che non ci appare mai come un uomo soddisfatto, a Fermin prigioniero dei propri rimorsi, e naturalmente a Julian…) ma non eccede mai nei toni tragici, che vengono abilmente smorzati attraverso la divertente voce di Fermin e gli aneddoti della giovinezza di Daniel, che spesso riescono a farci sorridere.
"L'ombra del vento" è una lunga ricerca che si sviluppa lungo due binari paralleli: Daniel cerca Julian, e Julian cerca dapprima Penelope, poi lo stesso Daniel senza che egli se ne renda conto. Si tratta di un'avventura ricca di misteri da svelare, di enigmi a cui trovare risposta, dalla quale è impossibile non farsi coinvolgere; i lettori poi saranno deliziati dal ruolo da protagonisti che viene affidato ai libri e alle librerie.
«I libri?» «Libri maledetti, l'uomo che li ha scritti, un misterioso personaggio fuggito dalle pagine di un romanzo per poterlo bruciare, un tradimento e un'amicizia perduta. È una storia d'amore, di odio e di sogni vissuti all'ombra del vento.» «Sembra il risvolto di copertina di un romanzetto, Daniel.» «Non per niente lavoro in una libreria. Ma questa è una storia vera. Vera come il fatto che questo pane è vecchio almeno di tre giorni. E come tutte le storie vere comincia e finisce in un cimitero, anche se molto particolare.»
Anche affezionarsi ai protagonisti è istintivo, al punto che una volta terminata la lettura se ne sente immediatamente la mancanza.
Ecco il motivo per cui ho iniziato la lettura de "Il gioco dell'angelo" non appena terminato questo tomo...

giovedì 11 aprile 2019

Vite istantanee

Andres Neuman, scrittore di origine argentina naturalizzato spagnolo, è autore di romanzi e di racconti; "Vite istantanee" è la sua opera più recente, una raccolta che consiste in cinque differenti sezioni accomunate da un tema ciascuna: l'amore, la morte, le relazioni familiari, le professioni insolite ed infine un saggio sulla scrittura e le caratteristiche della narrativa lunga e breve.


Titolo: Vite istantanee
Autore: Andres Neuman
Anno della prima edizione: 2018
Titolo originale: Vidas istantaneas
Casa editrice: SUR
Traduttrice: Silvia Sichel
Pagine: 150




Sin dal titolo della raccolta ci si accorge di quanto l'immediatezza, la brevità sia un elemento caratterizzante di questi racconti; l'autore infatti prende in esame frazioni di tempo, attimi, istanti appunto, che avvengono nella vita dei suoi personaggi e ne cambiano per sempre il destino. Come egli stesso afferma nel saggio che chiude l'opera
 tutte le storie hanno un finale, ma non tutte si risolvono
e quindi non aspettatevi storie brevi dallo svolgimento classico, caratterizzate da un'introduzione, un problema e la sua risoluzione, con una conclusione esplicativa. Siate pronti piuttosto per una prosa folgorante che vi lascerà per la maggiore piuttosto sorpresi. Neuman paragona infatti nello stesso saggio, dal titolo "Il sistema del minuto", il genere del racconto breve a quello della poesia
per concisione e intensità, per il carattere ciclico e il significato aperto.
La mia opinione sui racconti è piuttosto diversificata; ho apprezzato moltissimo (come avrete ormai capito) il saggio conclusivo, ma anche la prima parte dedicata al tema delle relazioni amorose è quella che ho preferito alle altre. In particolare ho trovato "Lettere tristi" una rappresentazione commovente di come ognuno di noi voglia presentarsi agli altri troppo spesso meno in difficoltà di quanto siamo davvero, caricandoci così di pressioni inutili e dannose per paura del giudizio altrui.
Altri degni di nota che mi sento di consigliarvi nel caso vogliate sfogliare questo libro e selezionare solo alcuni dei racconti contenuti sono "L'altro braccio" (non proprio sorprendente, ma in un crescendo molto riuscito), "Disinfestare la casa" e "Il discepolo".
Nel complesso ammetto di non essere stata entusiasta di questa lettura, ma i titoli che ho citato l'hanno resa comunque un'esperienza abbastanza soddisfacente!