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lunedì 24 agosto 2026

La famiglia Shaw

Ho iniziato a leggere Rebecca Kaufman con "La casa dei Gunner", uno dei romanzi che ho preferito negli ultimi anni, capace di commuovermi, coinvolgermi e raccontare l’amicizia e le seconde possibilità come pochi altri libri. Da quel momento ho deciso che avrei recuperato l’intera produzione dell’autrice e dopo "La casa di Fripp Island" ecco arrivato il momento de "La famiglia Shaw", sempre pubblicato in Italia da Sur.

L’ambientazione è meno contemporanea rispetto agli altri due romanzi e anche la struttura cronologica non è ordinata: passiamo infatti dagli anni '30 agli anni '50 del Novecento, sino all’inizio del secolo e poi di nuovo ad avvicinarci agli anni '60. Come già dice il titolo, i protagonisti sono i membri di una numerosa famiglia della Virginia, segnati dalla perdita prematura della loro madre che soffriva di lunghi periodi di depressione e sulla cui dipartita aleggia il segreto relativo alla volontarietà o meno dell’accaduto [solo i fratelli maggiori Wendy e Sam hanno letto l’inizio del messaggio da Dio della madre dove dichiarava di averli sempre amati moltissimo, ma non lo hanno mai condiviso con i fratelli minori a cui è stato fatto credere che la madre abbia assunto troppi farmaci per un errore di valutazione].

Entriamo così, in brevi capitoli nelle vite di Wendy, Sam, Jack, Maeve, Lane, Henry e Bette che hanno reagito alla perdita insieme al loro padre Jim e li accompagniamo nelle loro vite adulte, nei loro matrimoni, nella nascita dei loro figli, nelle loro difficoltà come l’alcolismo, la vedovanza e la solitudine.

Kauffman ha la straordinaria capacità di tratteggiare in pochissime frasi dei personaggi tridimensionali che ci sembra di vedere agire nello spazio e nel tempo e di cui percepiamo l’intensità dei legami, elemento tanto più centrale in un romanzo che al centro ha la famiglia come questo. Una sorta di presa diretta durata più di mezzo secolo è quella che mette in atto l’autrice in questo romanzo, che è stato per me una conferma del suo talento e della mia intenzione di non lasciarmi scappare nemmeno un titolo di quelli che ci regalerà!

Avete già letto un libro di Rebecca Kauffmann?

martedì 28 luglio 2026

La figlia preferita

Le storie familiari sono da sempre la mia zona di comfort, e quando ruotano attorno a dei protagonisti fragili ed imperfetti lo sono ancora di più. Sono il genere che leggo più di frequente e raramente ne rimango delusa; ne fa parte anche “La figlia preferita” di Morgan Dick, pubblicato da Fazi editore, che mi ha regalato ore di lettura coinvolgenti e nel mio elemento.

Le protagoniste sono Arlo e Mickey, poco più che venticinquenne la prima e una decina di anni maggiore la seconda. Hanno in comune un padre alcolista appena morto, a cui Arlo è stata accanto fino all’ultimo respiro e che invece Mickey non vede da quando era bambina e l’uomo abbandonò lei e sua madre.

In qualche modo, però, entrambe sono state profondamente segnate dalla dipendenza paterna, e se Arlo è diventata una psicoterapeuta concentrata sul benessere degli altri, ma incapace di instaurare relazioni nel proprio privato, Mickey è a sua volta dipendente dall’alcol e questo influenza ogni aspetto della sua vita, tra cui il suo lavoro come maestra d’asilo.
Le due si incontrano a causa del testamento paterno che ha lasciato a Mickey il proprio patrimonio come una sorta di risarcimento in extremis, ma inserendo la clausola di sette sedute di terapia da svolgere presso lo studio della sorella che lei non ha mai conosciuto -e dunque non sa nemmeno del legame di parentela. Questo genererà inevitabilmente un cambiamento nelle vite di entrambe, che sembrano sul punto di andare a rotoli.

[Mickey infatti sotto l’effetto dell’alcol accompagna a casa un bambino che la madre non ha ritirato all’asilo e viene per questo sospesa dal suo lavoro, e Arlo resasi conto che Mickey è sua sorella sceglie a lungo di tacerle la verità pur di influenzare la sorte di quell’eredità della quale vuole essere messa a parte].

“La figlia preferita” è un romanzo sul qui e ora: c’è ben poca costruzione del passato delle due protagoniste, che conosciamo nei capitoli alternati tra un punto di vista e l’altro e che seguiamo soltanto per qualche mese nelle loro vite, in una sorta di presa diretta che certo lascia molti elementi senza uno sviluppo pregresso, ma è efficace nel narrare i momenti in cui tutto sembra andare in pezzi e al tempo stesso la potenza dell’impegno nel voltare pagina.
L’autrice chiude il testo con un riferimento alle difficoltà vissute in prima persona che le hanno consentito poi di scrivere questo romanzo; questo mi ha fatto pensare a “Le sorelle Blue” di Coco Mellors e anche al suo “Cleopatra e Frankenstein”, dove l’esperienza della scrittrice con la dipendenza dall’alcol è stata trasferita sulla pagina in modo molto convincente.

Ne “La figlia preferita” qualche passaggio avrebbe potuto essere approfondito maggiormente ma per quanto mi riguarda è stata una lettura coinvolgente dove ho provato molta empatia per le due voci narranti, in particolare per quella di Mickey, e che consiglio a chi come me è un amante di questo genere di storie.

Qual è l’ultimo romanzo familiare che avete letto?

giovedì 16 luglio 2026

L'illuminazione del susino selvatico

Finalista all’International Booker Prize del 2020, “L’illuminazione del susino selvatico” di Shokoofeh Azar, pubblicato da Edizioni E/O, era nella mia libreria da oltre cinque anni e più volte avevo preso in considerazione l’idea di cominciarlo, dando poi sempre la precedenza ad altri titoli. Finalmente è arrivato il suo momento, anche se dopo tanta attesa avrei sperato in una folgorazione maggiore!


Chiunque di voi abbia letto e amato “Cent’anni di solitudine” quanto me sentirà all’interno di questo romanzo breve un richiamo forte e anche più volte dichiarato al titolo del Premio Nobel Gabriel Garcia Márquez. Non solo lui poi viene citato in questo testo, che trabocca di amore per la letteratura e fa riferimento a molteplici autori da classici internazionali come Kafka e Kundera a numerosissimi autori della tradizione persiana che accompagnano le vite dei personaggi.

I protagonisti sono i membri di una famiglia che seguiamo da prima della rivoluzione del 1979 e nei successivi decenni. Si tratta di una famiglia iraniana che vivrà numerosissimi lutti e difficoltà, dal primogenito che sarà vittima di un’esecuzione politica, la figlia che sarà data per errore alle fiamme insieme agli strumenti musicali del padre e all’unica superstite, che subirà una metamorfosi difficile da comprendere, trasformandosi in una creatura acquatica mentre la madre -colei che vive l’illuminazione sul susino della casa- si allontanerà per lungo tempo da quell’abitazione, dove i fantasmi convivono con i vivi, per poi farvi ritorno al termine della sua esistenza.

L’elemento chiave è proprio questo realismo magico in cui le anime di coloro che hanno perso la vita rimangono costante in costante dialogo e contatto con i sopravvissuti e dove è del tutto plausibile che i jinn abbiano conseguenze sulla vita delle persone: il confine tra realtà e fantasia è per il lettore quasi indistinguibile.

C’è dunque moltissima creatività in questo romanzo, c’è tutta la tradizione del folclore orientale, ma ci sono anche dolorose prese di coscienza sulle atrocità del regime e sulla mancanza di libertà dello stato iraniano.

“L’illuminazione del susino selvatico” è un testo senz’altro interessante e originale, che l’autrice non ha avuto la possibilità di scrivere in patria -è infatti rifugiata in Australia. Al tempo stesso devo dire che non ha fatto del tutto al caso mio dal momento che mi trovo più a mio agio con le narrazioni aderenti alla realtà e avrei preferito un maggiore bilanciamento tra gli elementi fantastici e quelli più concreti.

Sono comunque contenta di aver finalmente dato a questo romanzo la sua possibilità che meritava dopo tanto tempo e mi auguro che prima o poi tutti i lungo soggiornanti sui miei scaffali abbiano la stessa occasione. Ora mi piacerebbe leggere a breve “Nel cuore del gatto”, dove gli argomenti sulla dittatura in Iran che qui sono soltanto accennati credo trovino spazio in una maniera a me più congeniale.

Qual è l’ultimo testo di letteratura iraniana che avete letto?

domenica 12 luglio 2026

La clausola del padre

Dell’autore svedese Jonas Hassen Khemiri avevo già letto i primi due libri portati in Italia: il primo pubblicato da Iperborea, “Tutto quello che non ricordo”, e il secondo da Einaudi “Chiamo i miei fratelli”. Di recente è uscito un titolo di cui si sta parlando molto, “Le sorelle” che ho tutta l’intenzione di leggere, ma prima ho deciso di recuperare “La clausola del padre”, che possedevo già e aspettava il suo momento.

Si tratta di un romanzo dalla struttura molto originale, dove i personaggi non hanno nome, ma sono definiti come segue: un padre che è anche un nonno, un figlio che è anche un padre oppure un fratello, una sorella che è anche una madre e così via, in virtù delle relazioni familiari che sono al centro di questa narrazione.

L’aspetto più interessante è rappresentato dal fatto che non vi è in questa storia un’unica versione del racconto, bensì ogni evento viene narrato da tutti i punti di vista coinvolti che inevitabilmente lo interpretano a seconda del proprio ruolo e della propria sensibilità.

 Se quindi il figlio si sente trascurato e poco compreso da suo padre, il padre percepisce le proprie difficoltà ad entrare in contatto con lui e con la sorella, e prova sensi di colpa per come abbia perso la sua primogenita a causa della dipendenza dalla droga e poi dell’AIDS. Allo stesso modo il figlio che è anche un padre si impegna molto nella cura dei bambini, trovandosi in congedo di paternità, ma solo attraverso lo sguardo della sua ragazza che è anche una madre percepiamo le sue tante manie di controllo e di perfezionismo e il carico mentale che viene inevitabilmente riversato sulla donna.

È un gioco di specchi “La clausola del padre”, in un incomunicabilità che fa parte di così tante famiglie e l’autore è bravissimo nel farci immedesimare in un punto di vista prima e nel successivo immediatamente dopo, in modo che non si abbia mai un vero preferito, ma anzi si osservi la storia da tutte le angolazioni possibili -compreso un capitolo meno aderente alla realtà degli altri dove proprio alla figlia scomparsa viene data voce, nel passaggio più struggente del romanzo.

Ho trovato questa narrazione originale e ben calibrata, senza eccessi nella parte drammatica e senza elementi poco credibili. Il ritmo iniziale è piuttosto lento perché bisogna entrare in questa dinamica in cui la quotidianità viene narrata in ogni dettaglio e richiede un po’ di pazienza per ingranare e sentirsi coinvolti, ma una volta familiarizzato con i personaggi lo si legge d’un fiato fino alla fine.

Per me è stata un’ulteriore conferma di quanto la scrittura di quest’autore sappia stupirmi e ogni volta mi piaccia, e ora la mia curiosità nei confronti de “Le sorelle” è anche aumentata!

Tendete anche voi come me a recuperare la bibliografia completa degli autori che vi colpiscono?

venerdì 19 giugno 2026

Così com'è sempre stato

Lo scorso anno ho letto “Mai stati così felici” di Claire Lombardo, pubblicato da Bompiani, un romanzo familiare corale che mi era piaciuto moltissimo; quando l’autrice quindi ha pubblicato “Così come è sempre stato” non ho esitato a recuperarlo.

La struttura è radicalmente diversa: il focus infatti è completamente concentrato su Julia, moglie di Mark, madre di Alma e di Ben, che incontriamo quando quest’ultimo, il suo primogenito, le annuncia che nonostante sia ancora molto giovane e ancora di più lo sia la sua fidanzata, sta per diventare padre e per sposarsi.

In capitoli che alternano la narrazione del presente e quella del passato approfondiamo la conoscenza della protagonista: la sua infanzia difficile con un padre assente e una madre che negli anni lo è stata ancora di più, gli anni universitari, l’incontro con Mark e poi con un’amica molto più grande di lei che ha rischiato di rappresentare la fine del suo matrimonio, ma al tempo stesso è stata una vera e propria ancora di salvezza.

[Infatti, Julia aveva tradito il marito poco dopo la nascita del primogenito Ben proprio con uno dei figli di Helen, questa donna che aveva incontrato e di cui era diventata molto amica. Per salvare la propria famiglia le due non si erano più viste per ben due decenni, fino a che un incontro casuale al supermercato permette in qualche modo di rimettere insieme i pezzi di un rapporto che era stato per entrambe molto importante.]

Il personaggio di Julia è descritto davvero molto bene e si prova per lei una grande empatia nel corso della narrazione -che si conclude con un flashforward che dopo tante pagine riesce a commuovere. La scrittura dell’autrice è sempre convincente e scorrevole; i suoi dialoghi non sono mai forzati e nessuno dei suoi personaggi è poco credibile o privo di difetti.

 Rispetto al romanzo precedente però il ritmo qui è decisamente più lento, dal momento che si tratta di un volume di più di 500 pagine che ruota sempre attorno a Julia, mentre la struttura corale di “Mai stati così felici” gli conferiva un andamento più sostenuto e vario. Ho comunque apprezzato anche questa lettura che come mi aspettavo è stata assolutamente nelle mie corde e lo consiglio agli amanti dei romanzi familiari -sebbene per primo suggerirei il recupero del romanzo d’esordio della scrittrice. 

Avete già letto Claire Lombardo?

martedì 26 maggio 2026

Acqua sporca

Seconda lettura nella dozzina del Premio Strega di quest’anno, "Acqua sporca" di Nadeesha Uyangoda, pubblicato da Einaudi, si è rivelato molto più nelle mie corde rispetto a "I convitati di pietra" di Michele Mari.

Ambientato tra lo Sri Lanka e l’Italia, racconta la storia di diverse generazioni di donne della stessa famiglia, tra chi è nata e cresciuta in Sri Lanka, chi ha lasciato il paese da adulta per emigrare e vivere una vita di lavoro duro e di sacrifici scegliendo poi di ritornare in patria una volta raggiunta l’età della pensione, e chi invece era molto piccolo quando è arrivato in Italia e non ha un vero rapporto con il proprio paese d’origine, ma sente la propria identità sempre in qualche modo divisa.

Il primo è il caso delle sorelle di Neela, che possiamo considerare la protagonista e di alcune delle sue nipoti. Lei invece ricopre il secondo ruolo e sua figlia Ayesha, l’altra protagonista di questo romanzo anche se le voci narranti sono più numerose, si trova nella terza posizione.

Moltissimi sono gli argomenti interessanti e fonti di riflessione in questo romanzo, dove si percepisce immediatamente quanto l’autrice sia informata e consapevole sui temi del lavoro, della migrazione e la questione razziale. Si parla del lavoro di cura, delle donne che scompaiono nelle case dove svolgono un lavoro al limite della schiavitù, annullandosi in una dimensione domestica che coincide con quella lavorativa. Si racconta la difficoltà dei migranti alienati dalla stanchezza e dallo sfruttamento che spesso per questo ricorrono alle dipendenze, come nel caso del marito di Neela; infine si riflette su come la propria origine spesso sovrasti qualunque altro aspetto del sé, generando nel prossimo aspettative riguardo chi dobbiamo essere - come nel caso del lavoro creativo di Ayesha, che in qualche modo deve sempre rifarsi al paese natale.

Elemento di grande interesse è anche la cultura dello Sri Lanka, paese di cui non avevo mai letto, con le sue numerosissime leggende e tradizioni che danno un tocco di realismo magico a questa narrazione che per il resto è estremamente ancorata alla concretezza.

Se ho trovato un difetto in questo libro, di cui però ho amato molto i contenuti e la scrittura, è l’abbondanza: di temi, di voci e di personaggi che in un numero contenuto di pagine sono così tanti da non essere tutti approfonditi come avrebbero meritato, e forse per questo avrebbero potuto essere un pochino ridotti.

La voce di Uyangoda è stata comunque un’ottima scoperta: questo è il suo primo lavoro di narrativa, ma ha scritto testi di non fiction prima di questo, che leggerò prossimamente.

Quali candidati al Premio Strega di quest’anno avete letto o vorreste recuperare?

mercoledì 29 aprile 2026

Le sorelle Blue

Quando ho iniziato "Le sorelle Blue" di Coco Mellors, pubblicato da Einaudi, ho sentito subito di essere nel mio elemento, anche più che con il suo romanzo d'esordio "Cleopatra e Frankenstein" che ho letto qualche tempo fa.

Sin dall'introduzione ci vengono presentate Avery, un'avvocata con un'abitazione signorile e una moglie terapeuta, Bonnie, un'ex pugile che si è riciclata come buttafuori, Lucky, una giovane modella, tutte e tre impegnate ad elaborare il lutto per la quarta sorella, Nicky, scomparsa il quattro luglio di un anno prima. 

Mellors conosce bene la dipendenza, argomento che aveva già trattato nel suo primo libro e qui riprende e declina in ancor più sfumature, dall'alcol alle sostanze, dalla violenza fisica al furto con destrezza. Ogni mezzo sembra quello giusto per tacitare il proprio dolore, per negare le carenze affettive sofferte nell'infanzia, per rimpiangere chi ci è stato prematuramente sottratto: "Le sorelle Blue" è un romanzo molto amaro, con pagine di grande sofferenza, ma anche sostenuto dal legame che accompagna le protagoniste sin dalla loro nascita e che si rivela molti anni più tardi il loro faro nella notte.

È un romanzo più maturo del precedente, polifonico, in cui i punti di vista si alternano nei vari capitoli contribuendo a una caratterizzazione delle sorelle molto riuscita, che genera empatia nei loro confronti sin dall'inizio. Ho di gran lunga preferito questo secondo libro dell'autrice al primo, e ve lo consiglio se come me amate le storie familiari e cercate atmosfere simili a quelle del romanzo "Mai stati così felici" di Claire Lombardo o "Tre sorelle" di Therese Anne Fowler!

Qual è l'ultima storia di famiglia che avete amato?

giovedì 26 marzo 2026

La libertà è un passero blu

Ci sono romanzi che senza un intervento esterno non incrocerebbero il nostro cammino: per me è successo con "La libertà è un passero blu" di Heloneida Studard, pubblicato da Marcosymarcos, che è entrato nella mia libreria in quanto oggetto del gruppo di lettura #errantiletterari organizzato da @theweesmallblog per il mese di marzo.

Non conoscevo affatto questa autrice, giornalista e attivista politica brasiliana, deputata di sei legislature e pioniera del femminismo, che durante la dittatura ha pagato il proprio impegno con il carcere. Ritroviamo il carcere anche in questo breve e simbolico romanzo, in parte ispirato proprio alla famiglia di Studard, dove il giovane Joao viene imprigionato senza accuse e senza processo, perseguitato dagli squadroni della dittatura militare per aver scritto su un muro che "il passero è un uccello blu".

Di questa frase non sapremo molto altro, ma pagina dopo pagina quell'incredibile passero blu ci accompagnerà come metafora della libertà e della speranza in un mondo diverso e possibile, mentre Marina, la cugina di Joao innamorata di lui sin dall'infanzia, si reca costantemente alla prigione per non stargli lontana e tenerlo aggiornato sul forestiero che dal Paraguay viene ospitato nella tenuta di famiglia, dove la matriarca Menina imperversa su tutte le donne, punendone ogni disobbedienza e ogni disturbo mentale con la reclusione in convento.

"La libertà è un passero blu" perché è difficile crederci, quando si è reclusi; quello di Studard è un romanzo di resistenza e di tenacia, di sofferenza e di poesia, in cui i culti tradizionali e le superstizioni si mescolano alla rigida morale cattolica, in cui i dissidenti perdono la parola per via di un'allucinazione, in cui le donne sono represse, ma alcune di loro, come la protagonista, non perdono mai la propria volontà. 

È stato il mio primo incontro con la letteratura brasiliana, e ne sono rimasta davvero colpita. Avete altri connazionali dell'autrice da consigliarmi?

venerdì 20 giugno 2025

Tre sorelle

Acquisto decisamente ben scelto al mercatino, “Tre sorelle” di Therese Ann Fowler, pubblicato da Neri Pozza, è il genere di storia che preferisco: un romanzo familiare che si dipana dalla scomparsa di una madre molto amata, che svela alle tre figlie segreti che in vita non ha mai avuto il coraggio di confessare, lasciando loro il compito di vendere la casa delle vacanze della loro infanzia e adolescenza.

Le sorelle in questione sono Beck, giovanissima nonna, giornalista e sposata con l’editor Paul, Claire, medico stressata e divorziata con un figlio adolescente, e Sophie, la minore, gallerista d’arte che vive al di sopra delle proprie possibilità ed è oppressa dai debiti sulle carte di credito.

Quando si ritrovano in occasione della lettura del testamento della madre Marti, le loro esistenze sembrano arrivare ad una vera e propria resa dei conti con loro stesse, le loro insoddisfazioni e le loro speranze per il futuro -[Beck che arriva alla separazione da Paul, il quale dichiara finalmente il proprio ricambiato amore per Claire, mentre Sophie prende una decisione per rendere più stabile e indipendente la propria vita professionale e finanziaria].

“Tre sorelle” è un romanzo di relazioni, di supporto reciproco anche quando non è facile fornirlo. In scena abbiamo sempre le tre protagoniste, tranne brevi tratti in cui incontriamo CJ, il potenziale acquirente della casa di Marti, che elabora il trauma di un padre che lo ha fatto arrestare creando un legame di paternità non biologica con il piccolo Arlo, rimasto da poco orfano -CJ, la cui esistenza ha incrociato nel passato quella di Beck, e lo rifarà in futuro.

È un romanzo genuino, di tre sorelle imperfette il cui legame non è idealizzato, tra cui ci sono segreti e non detti. Il passato di Marti occupa meno spazio di quello che mi sarei aspettata, così come gli altri membri della famiglia che circondano le tre donne protagoniste, ma l’insieme anche per questo è riuscito, concentrato sul futuro e sulle opportunità che le donne avranno, insieme e non solo. In conclusione proprio la lettura che corrisponde ai miei gusti, e che vi consiglio!

Qual è l’ultimo libro che vi è piaciuto?

giovedì 15 maggio 2025

Il giorno dell'ape

 Termino "Il giorno dell'ape" di Paul Murray, pubblicato da Einaudi e finalista al Premio Strega europeo 2025, con la consapevolezza di aver appena letto uno di quei romanzi a cui tornerò a pensare più e più volte.

Voluminoso romanzo familiare, ha per protagonista la famiglia Barnes, composta da Dickie, Imelda e i loro figli Cassandra e PJ. Il libro si apre in un crescendo, con due capitoli quasi introduttivi dal punto di vista dei ragazzi, ben rappresentativi delle difficoltà dei vari momenti dell'adolescenza; entriamo però nel vivo all'arrivo di Imelda, la sposa vedova di Frank e di Dickie, che si esprime in un flusso di coscienza privo di punteggiatura e che ci trascina nell'aura tragica che sin dagli albori ha avvolto la loro famiglia e le origini di lei, segnate dalla miseria e dalla violenza. Con Dickie, poi, cominciano i segreti, i nodi che verranno al pettine nel presente ma hanno avuto inizio ben prima, ai tempi in cui era ancora uno studente al Trinity College.

"Il giorno dell'ape" è un romanzo pieno di simboli e di riferimenti, di anticipazioni di dettagli che acquistano un senso solo molto più avanti anche se sembravano lineari e immediati ad una prima lettura -sin dal titolo, quel giorno del matrimonio di cui pensiamo di sapere tutto, e invece ci siamo sbagliati. È un romanzo di fantasmi la cui identità è tutta da scoprire, che cita Pet Sematary e ci ricorda che non ci sono scoiattoli rossi, che il cane nero visto da Rose e da Lar porta con sé un infausto destino, quello che ad Imelda viene predetto da sempre.

Sotto la superficie de "Il giorno dell'ape" c'è molto più di quello che sembra, e vi invito a non fermarvi all'apparenza, vi invito ad immergervi in questa famiglia disfunzionale e piena di non detti, in cui tutti lottano per una salvezza reciproca così difficile da ottenere, e a riesaminare una volta terminato tutti gli indizi che Murray dissemina sapientemente tra le pagine per lasciarci intuire quanto accaduto.

È stata una lettura che mi ha richiesto tempo, ma alla quale non vedevo l'ora di tornare, e che mi ha davvero soddisfatta.

Avete già letto questo titolo così chiacchierato?

venerdì 18 aprile 2025

Mai stati così felici

Con nessuna lettura sono a mio agio come nei romanzi familiari: quelli in cui ti immergi generazione dopo generazione, finché alla fine te ne senti parte. Per questo sin dalla prima pagina ho sentito che "Mai stati così felici" di Claire Lombardo, pubblicato da Bompiani, mi sarebbe piaciuto moltissimo, e non mi sbagliavo.

Al centro della storia abbiamo Marilyn e David: il loro amore sboccia a vent'anni e resiste nel tempo, tenace ed esclusivo, mentre mettono al mondo quattro figlie che faticheranno a sentirsi altrettanto complete con i partner che incontreranno in futuro. 

In un'alternanza di ricordi e narrazione del presente seguiamo lo sviluppo del loro matrimonio e l'allargarsi della loro famiglia: la nascita di Wendy, poi Violet, Liza e Grace. Una volte adulte, al tempo del racconto, Wendy elabora il lutto per il marito e la perdita della loro unica bambina mai nata, Violet si scontra con il tumultuoso ritorno in famiglia di Jonah, che aveva dato in adozione giovanissima, mentre ora è madre di due bimbi e moglie soddisfatta. Liza affronta una gravidanza ma anche una separazione, e Grace non accetta il rifiuto da parte delle facoltà di legge e la sua inesperienza in amore.

È riduttivo riassumere la trama di questo libro, che è fatto soprattutto di relazioni, di incomprensioni, di rivalità tra sorelle e di segreti, di sentimenti difficili da nominare ma anche di legami indissolubili che portano con sé speranza. Lombardo tratteggia protagonisti a cui ci si affeziona immediatamente, umanissimi e pieni di fragilità e di imperfezioni, che ci troviamo a capire pagina dopo pagina -per quanto mi riguarda, i miei preferiti sono stati Wendy e Jonah, i più soli, i più incompleti, i più abbandonati e messi alla prova.

Conta quasi settecento pagine questo romanzo, ma si divorano, non se ne sente affatto il peso grazie alla scrittura fluida, diretta, dai dialoghi che non hanno mai nulla di artificioso. Mi ha conquistata da subito, e quando l'ho terminato ho sentito che porterò con me i Sorenson ancora per parecchio tempo.

Qual è l'ultimo romanzo familiare che avete letto?

martedì 16 gennaio 2024

Un'estate

Di Claire Keegan ho letto nel periodo natalizio il breve ma intenso "Piccole cose da nulla", adattissimo alla lettura nel mese di dicembre, ma ero ancora più curiosa di leggere "Un’estate", sempre pubblicato in Italia da Einaudi, dal quale è stato tratto il film "A Quiet Girl", che è stato uno dei miei preferiti del 2023. 

Anche qui siamo davanti ad un testo brevissimo, che non raggiunge le cento pagine, e che con una disarmante semplicità riesce a trasmettere una storia in grado di emozionare. La protagonista è una ragazzina nell’Irlanda rurale degli anni '80 (lo deduciamo dalle notizie al telegiornale riguardo gli scioperi della fame), la cui numerosa famiglia decide di affidarla per qualche mese a dei parenti della madre, marito e moglie senza figli che vivono in campagna.

I Kinsella allevano mucche e si occupano di lei con l’affetto, la tenerezza e l’attenzione che non le è mai stata concessa, tra i fratelli, le sorelle, i problemi economici e le scommesse del padre, che inevitabilmente condizionano i suoi genitori. 

Si tratta di un libro fatto di piccole cose, di attimi, di gesti quotidiani, ma che riesce ad inserire comunque un colpo di scena nel quale diamo un senso all’importanza di non avere segreti che viene insegnata alla piccola protagonista appena arrivata a casa dei Kinsella [che infatti avevano perso un figlio ragazzino in un incidente in campagna e non avevano trovato il coraggio di raccontarglielo].

"Un’estate" è una storia breve ed emozionante, che sa essere struggente nel veder fiorire una bambina che percepiamo essere stata fino a quel momento trascurata e lasciata da parte. L’amore e l’attaccamento che si sviluppano in pochi mesi, e non possono per via delle circostanze essere definitivi, ci lasciano commossi alla fine di questa storia e mi confermano come questa autrice sia assolutamente da scoprire per il suo enorme talento nel concentrare in poche pagine dallo stile semplice e diretto delle storie capaci di restarci dentro.

Vi consiglio assolutamente anche la visione del film, che è del tutto rispettoso della storia da cui è stato tratto e ne trasmette perfettamente atmosfera e significato!

Qual è l’ultimo romanzo breve che avete letto?

mercoledì 4 ottobre 2023

Stirpe di drago

"Stirpe di drago", in questa edizione vintage Mondadori acquistata al mercatino, è stato il mio primo incontro con Pearl S. Buck, autrice statunitense premio Nobel per la letteratura che trascorse in Cina gran parte della propria vita.

In Cina è ambientato "Stirpe di drago", romanzo familiare che si svolge negli anni '30 e '40, durante l'occupazione giapponese e le atrocità di cui si macchiò, compreso il massacro di Nanchino. Si tratta di un romanzo familiare, che ha per protagonista il capostipite Ling Tan, sua moglie Ling Sao, i loro cinque figli con relativi coniugi e prole. 

Le scene crude e dolorose non mancano, data l'epoca di guerra che racconta, ma il romanzo è ricco anche di descrizioni della vita rurale, dei raccolti e della quotidianità della famiglia di umili agricoltori che con il tempo diventano coraggiosi partigiani che difendono il proprio paese. Nonostante l'epoca dei fatti, i personaggi femminili sono tutt'altro che secondari e sottomessi: Ling Sao per prima, insieme alla moglie del secondogenito Jade, che insegnerà alla famiglia l'importanza della lettura e del pensare con la propria testa.

Anche i rapporti tra i generi sono raccontati in modo tutt'altro che arcaico: tra le coppie, seppure condizionate dai retaggi del patriarcato dell'antica Cina fatto di matrimoni combinati e fasciatura dei piedi, ci sono sentimenti veri, rispetto e complicità, tra i più anziani come tra i più giovani. L'ho trovato un elemento di grande attualità che mi ha fatto provare per loro maggiore empatia.

"Stirpe di drago" è un romanzo dal sapore classico, complice anche la traduzione non proprio recente (risale agli anni '60), che ho letto assaporandone una pagina alla volta e immergendomi nei ritmi della natura e della campagna. Non si può considerare propriamente un testo di letteratura cinese, ma senza dubbio è stato un viaggio coinvolgente e che vi consiglio!

Qual è l'ultimo romanzo ambientato in Asia che avete amato?

venerdì 21 luglio 2023

Sole amaro

 "Sole amaro" di Lilia Hassaine, pubblicato da Edizioni E/O, è un romanzo che tratta uno dei temi di cui preferisco leggere: quello delle migrazioni. Siamo in Francia, in un sobborgo di Parigi, e dagli anni '60 seguiamo la famiglia di Nadia per tre decenni: dal ricongiungimento con Said, partito per primo dall'Algeria, alla nascita dei gemelli Amir e Daniel, che verranno separati... pur mantenendo il loro legame, in qualche modo.


La sintesi è uno dei tratti principali di questo libro, ed è inusuale quando si tratta di storie familiari che si sviluppano per trent'anni; l'autrice avrebbe potuto appesantirla, aggiungere dettagli, seguire fuori campo i suoi protagonisti ma si limita ad una narrazione essenziale, che tocca solo i momenti salienti: un matrimonio forzato della figlia quindicenne, il destino per fortuna diverso delle sorelle minori (la crescita in Francia che le ha rese in qualche modo "diverse", meno adulte della primogenita). C'è poi Amir, quel maschio promettente, ma c'è anche la diffusione dell'eroina e dell'AIDS in Francia, e soprattutto ci sono le periferie, che da luogo di multiculturalità e di condivisione diventano sempre più opprimenti, un posto da cui fuggire.

In poche pagine Lilia Hassaine costruisce un mosaico di tessere che si incastrano alla perfezione, di personaggi dipinti con pochissime pennellate ma che sono così vivide da renderli credibili e tridimensionali. In poche frasi trasmette l'asprezza e l'intensità del legame tra l'Algeria e la Francia, e le conseguenze protratte nel tempo, soprattutto per il popolo algerino; in altre pagine sa comunicare il senso di esclusione, di non appartenenza di chi pur essendo per cittadinanza francese non riesce a considerarsi tale. 

Se il tema delle migrazioni vi interessa, e vi piacciono le storie familiari, questo testo è davvero riuscito, e se siete in un periodo impegnativo è ideale data anche la sua brevità. Per me è assolutamente promosso!

Qual è un romanzo breve ma intenso che mi consigliate?

mercoledì 2 novembre 2022

La treccia della nonna

"La treccia della nonna" è il più recente romanzo di Alina Bronsky.

Dell’autrice avevo già letto "L’ultimo amore di Baba Dunja", ambientato a poca distanza dalla centrale nucleare di Chernobyl, che avevo amato moltissimo. Qui forse siamo un pochino al di sotto rispetto a quell’opera, ma si tratta comunque di una lettura che mi è molto piaciuta e vi consiglio. 


Titolo: La treccia della nonna
Autrice: Alina Bronsky
Anno della prima edizione: 2019
Titolo originale: Der Zopf meiner Großmutter
Casa editrice: Keller
Traduttrice: Scilla Forti
Pagine: 210


L'autrice è di origini russe e risiede in Germania. Questa caratteristica la accomuna ai suoi personaggi: il piccolo Max e i suoi nonni, che dall'Unione Sovietica emigrano in un sobborgo di Francoforte.

La nonna è un personaggio ingombrante e bizzarro: decisa ad affermare la propria presenza e a fare delle proprie decisioni l’unica legge vigente, traumatizzata come il marito dalla perdita della figlia è disposta a fare qualunque cosa per proteggere la salute del nipote che ritiene in costante pericolo, nonostante le evidenze. 

Max cresce dunque temendo di essere cagionevole e di avere poco da vivere, e la sua storia si intreccia a quella di Nina, una vicina che ha una figlia della sua età e che finirà per intrecciare un legame strettissimo con la famiglia di Max -al punto che ne nascerà un bambino. 

Incontriamo una famiglia imperfetta dunque, di legami che nessuno ha scelto e che condizionano tutti. La nonna di Max non è certo un esempio, con le sue bugie per quanto a fin di bene, con la sua totale incapacità di rivelare apertamente il proprio affetto mascherandolo sotto un'apparente durezza e invulnerabilità. 

Così come avevo amato il legame tra Baba Dunja e il suo scomparso marito anche qui l’amore tra la nonna e Cingiz è uno degli aspetti che ho preferito di questo sottile romanzo, dove non provare per Max una profonda tenerezza è davvero impossibile. 

È un romanzo che ci fa sospendere il giudizio: sarebbe troppo facile accusarla di disturbi mentali, di manipolazione, addirittura di maltrattamento di minore. Sarebbe facile, ma sarebbe anche lontano dalla verità, che non è fatta di bianchi e neri, ma di amori che non si sanno dimostrare e che ci rendono disposti a tutto per tenere al sicuro coloro che ci è caro.

Insomma un altro romanzo Keller che non posso fare altro che consigliarvi di cuore, capace di mescolare l’ironia e un certo humour nero ai grandi traumi e dolori della vita, che come ci insegna la nonna con la sua treccia in qualche modo vanno sempre superati. 

Qual è l'ultimo romanzo che vi ha scaldato il cuore?

giovedì 22 settembre 2022

Ossa

 "Ossa" è il romanzo d'esordio della scrittrice statunitense di origini cinesi Fae Myenne Ng, pubblicato per la prima volta nel 1993 e portato in Italia da Fazi editore. L'autrice lo riempie di elementi che ben conosce: la Chinatown di San Francisco, dove lei stessa è nata e cresciuta; il lavoro da cucitrici delle donne cinesi emigrate in America, professione che ha svolto anche sua madre.


Titolo: Ossa
Autrice: Fae Myenne Ng
Anno della prima edizione: 1993
Titolo originale: Bone
Casa editrice: Fazi
Traduttrice: Antonella De Muti
Pagine: 222


"Ossa" è un breve ed intenso romanzo familiare. Al centro ha la vita di tre sorelle, americane di origini cinesi; hanno in comune la madre, emigrata da Hong Kong, mentre le due sorelle minori sono figlie di Leon, attuale marito di Mah, che ha lavorato per decenni nelle lavanderie delle navi e che fatica a trovare il suo posto nella società di terra. Suo padre invece Leila, la figlia maggiore e narratrice del libro in prima persona, non l'ha mai visto: era già emigrato in Australia prima della sua nascita. 

Il lutto è l'elemento cardine di questa storia: la seconda sorella, Ona, si è tolta la vita, e i suoi familiari devono elaborare la perdita ognuno a modo proprio -chi fuggendo a New York, come la sorella minore Nina, chi con rabbia come Leon, con schiacciante senso di responsabilità come Leila, che si è sempre sentita fin troppo legata alla madre.

C'è la famiglia in questo libro, l'appartenenza alle proprie radici culturali e agli antenati (le "ossa" del titolo che gravano su Leon come un presagio di sventura, dopo che un uomo che considerava come un padre non è stato onorato come si deve dopo la sepoltura), i legami di sangue che sono risorsa ma anche trappola.

C'è la Chinatown californiana di orari di lavoro massacranti, di bambine che aiutano alle macchine da cucire, dei Capodanni da celebrare lontani dai funerali, di reti in cui sentirsi a casa ma da cui al tempo stesso si desidera fuggire. Ne esce bene Mason, il fidanzato e poi marito di Leila, un modello a cui ispirarsi: consapevole e rispettoso delle proprie origini, ma al tempo stesso indipendente, svincolatosi da una famiglia disfunzionale. Meno solide Nina, che si tiene a distanza, ancora meno Leila, tra sensi di colpa e abnegazione.

Ho comprato "Ossa" per caso, ad un mercatino. Mi ha attratta l'ideogramma in copertina, il formato più che tascabile: si è rivelato uno di quegli incontri fortunati, quando sono i libri a trovare noi. Un romanzo familiare appassionante e ben scritto, che procede in modo disordinato a ritroso nel tempo, cucendo l'uno all'altro come stoffe i ricordi di Leila. Ho qualche dubbio sulla sua reperibilità a catalogo; nel caso però incroci i vostri passi in modo imprevisto come nel mio caso, non esitate a procurarvelo!

Qual è l'ultimo romanzo familiare che avete letto?

domenica 6 marzo 2022

Corpi celesti

Quest’anno con il proposito di ridurre notevolmente la mole delle nuove entrate in libreria sto resistendo parecchio alle nuove uscite. Una delle poche alle quali ho ceduto è stato "Corpi celesti" di Jokha Alharti, pubblicato da Bompiani e devo dirvi che purtroppo non si è rivelato all’altezza delle mie aspettative.


Titolo: Corpi celesti
Autrice: Jokha Alharti
Anno della prima edizione: 2011
Titolo originale: Sayyidat el-Qamar
Casa editrice: Bompiani
Traduttore: Giacomo Longhi
Pagine: 264

Il motivo principale per cui lo avevo acquistato è che non mi era mai capitato di leggere un romanzo ambientato in Oman e questo mi pareva un ottimo punto di partenza, visto che è stato premiato con il prestigioso International Booker Price nel 2019.

Si tratta di una saga familiare, genere che come sapete è molto nelle mie corde. Tuttavia  l’autrice decide di raccontare la sua storia dalla prospettiva di numerosi personaggi, quasi tutti membri della stessa famiglia illustrata in un utile albero genealogico in apertura, ma anche attraverso persone che hanno avuto a che fare con loro, come una donna che era stata schiava del patriarca fino all’abolizione della schiavitù ed era rimasta poi  fortemente legata alla famiglia.

Si parla dunque dell’evoluzione di un paese intero, della sua modernizzazione, della risposta alla colonizzazione inglese e di come il territorio sia divenuto anno dopo anno sempre più moderno e urbanizzato. La storia dell’Oman ci viene accennata: la divisione tra Oman e Mascate, il dominio inglese, poi l’indipendenza.

Nonostante la maggior parte dei personaggi sia femminile, l’unico narratore in prima persona è un uomo  che fa parte della generazione intermedia: non quella dei patriarchi ma nemmeno dei giovani dei giorni nostri. Si tratta di un uomo prigioniero del suo passato e dei tanti fantasmi che gli ha lasciato, traumi legati a suo padre, alla morte della madre che non è mai riuscito a comprendere, il senso di colpa per non essere stato presente alla cerimonia funebre dell’unica donna che lo abbia davvero protetto amato e cresciuto  -ovvero la schiava ed ex amante del padre. 

Tutti gli elementi di questa storia promettono bene, sembrano avere tutte le carte in regola per costruire un mosaico di voci interessanti da cui imparare qualcosa di nuovo. Purtroppo però il risultato non riesce ad essere convincente, perché troppo poche sono le pagine dedicate ad ognuno dei personaggi e così finiamo per non affezionarci davvero nessuno  e anzi rimaniamo con moltissime curiosità riguardo i loro sentimenti e destini. 

Per quanto i personaggi femminili, che ci vengono presentati e pieni di volontà e autodeterminazione, i loro percorsi di vita sembrano alla fine rivelarsi quasi sempre fallimentari. Questo elemento che voleva essere forse realistico risulta per il lettore non troppo soddisfacente. 

Non posso dire di non aver apprezzato per nulla questa storia, sarebbe un giudizio troppo poco generoso. Tuttavia mi è rimasto un senso di incompiuto e di una curiosità insoddisfatta per molti elementi che l'autrice non ha sviluppato quanto avrei voluto .

L’edizione Bompiani è estremamente leggibile e maneggevole, ma presenta a mio parere un altro difetto: è priva infatti di un glossario, difetto non da poco data la quantità numerosa di termini appartenenti alla lingua araba che non vengono in alcun modo spiegati al lettore. Chi si trovasse ad incontrarli per la prima volta rimarrebbe a mio parere con parecchi dubbi relativi al contenuto del testo! 

Sapete che cerco sempre  di cogliere i lati positivi di ciò che leggo e anche questa volta non ho fatto eccezione, tuttavia i miei pareri su questa pagina vogliono essere sempre onesti e per questo non mi sento di consigliarvi questa lettura. Sarei curiosa però di confrontarmi con chi di voi lo ha già letto per scoprire se posso aver trascurato qualche elemento che me lo avrebbe fatto apprezzare di più! 

Qual è stata l’ultima lettura a non avervi convinto?

mercoledì 7 luglio 2021

Basilicò

Questo fumetto è rimasto nella mia lista desideri per oltre un anno, finché in una serata d'estate, complice la zona bianca e i miei migliori amici, mi sono data alla pazza gioia e l'ho acquistato!



Titolo: Basilicò
Autore: Giulio Macaione
Anno della prima edizione:
Casa editrice: BAO Publishing
Pagine: 160


Fumettista italiano di origini siciliane, Macaione mette la Sicilia nel suo primo romanzo grafico e lo fa attraverso la storia della famiglia Morreale, capitanata da Maria, una matriarca inflessibile e spesso troppo diretta che giudica i suoi cinque figli senza risparmiarsi. 

"Basilicò" è un fumetto dalle illustrazioni dettagliate e che corrispondono particolarmente ai miei gusti: volti espressivi, per niente stilizzati, e un'alternanza dei toni del bianco e nero per il presente e quelli seppia per il passato. Ripercorriamo così gli anni della gioventù di Maria, e la sua età adulta fino all’ultimo giorno, quello che il fumetto ci racconta in particolare, presentando insieme ad esso lo spaccato delle cinque vite dei suoi figli.

In "Basilicò" c’è ancora di più: ci sono le ricette che Maria realizza, ineguagliabili, grazie alla pianta che cresce rigogliosa nel suo giardino. In "Basilicò" ci sono i profumi, i sapori della cucina siciliana e c’è l’atmosfera di una storia familiare dove i segreti non mancano, dove abbondano l’insoddisfazione, il non detto, i traumi dell’infanzia che non sono mai stati risolti, e sembra che nessuno riesca a conoscersi per chi realmente è.

Ho trovato "Basilicò" un fumetto estremamente nelle mie corde, sia dal punto di vista grafico sia per la storia che racconta. Ammetto che qualche pagina in più non mi sarebbe dispiaciuta, perché il tempo per affezionarsi ai singoli personaggi è davvero poco e la curiosità nei loro confronti una volta terminata la lettura non manca. Si tratta comunque di un’opera che vi consiglio se vi piacciono le storie familiari ricche di misteri, e se siete alla ricerca di un’opera all’interno della quale sentirsi immersi nelle atmosfere della Sicilia.

lunedì 7 giugno 2021

Ogni mattina a Jenin

Ci sono romanzi che ti insegnano, e ti scavano dentro, e ti lasciano in lacrime con in mano la tua copia acquistata per due euro all'usato e che ha invece un valore inestimabile, del quale ti accorgi una volta terminata la lettura. Questo è stato per me "Ogni mattina a Jenin".


Titolo: Ogni mattina a Jenin
Autrice: Susan Abulhawa
Anno della prima edizione: 2006
Titolo originale: The Scar of David (poi 2010, Mornings in Jenin)
Casa editrice: Feltrinelli
Traduttrice: Silvia Rota Sperti
Pagine: 390


LA STORIA

Nel villaggio palestinese di 'Ain Hod inizia la storia di una famiglia: inizia con Bassima e con Yeyha e con i loro figli Darwish e Hassan, costretti a lasciare le proprie terre nel 1948, i loro ulivi, e a ricostruirsi un'esistenza da profughi a Jenin. Inizia così una storia palestinese, di massacri ingiustificati, di terre usurpate, di legami infranti, di amori intensi e veri che non hanno speranza contro i proiettili e contro i carri armati.

COSA NE PENSO

"Ogni mattina a Jenin" è meglio di un libro di storia, per certi versi: ripercorre le drammatiche vicende della Palestina occupata, dell'esercito israeliano e dei suoi massacri, attraverso dei personaggi vividi e veri seppure inventati. La protagonista a tutti gli effetti è Amal, terzogenita di Hassan e di Dalia, madre che ha perduto troppo: il suo primogenito Youssef lotterà per la Palestina mettendo costantemente a rischio la propria vita, mentre il suo secondo figlio le è stato portato via proprio nel 1948, appena neonato, ed è cresciuto sotto una falsa identità israeliana, figlio di una vittima dell'Olocausto divenuta sterile, senza che la sua madre biologica potesse saperne nulla. L'autrice per questo elemento si è ispirata al racconto "Ritorno ad Haifa" di Ghassan Kanafani, del quale vi avevo parlato qui.

Le radici del nostro dolore affondano a tal punto nella perdita che la morte ha finito per vivere con noi, come se fosse un componente della famiglia che saremmo ben contenti di evitare, ma che comunque fa parte della famiglia. La nostra rabbia è un furore che gli occidentali non possono capire. La nostra tristezza può far piangere le pietre. 

Dopo l'espropriazione del 1948 c'è poi la guerra del 1967, dove Amal e la sua amica Huda imparano cos'è un assedio, in cui sopravvivere in un buco sotto la cucina, con una neonata a morire loro tra le braccia. C'è un padre scomparso, Hassan, sulla cui fine nessuno saprà mai la verità; e c'è un orfanotrofio (realmente esistito, di cui si racconta anche nel film "Miral" che vi consiglio) dove Amal onorerà la promessa fatta al padre di farsi onore negli studi, potendo così emigrare negli Stati Uniti -dove la sua identità di Amy non coinciderà mai con chi è davvero.

Huda piangeva perché mi voleva bene e provava un grande senso di vuoto da quando avevo lasciato Jenin. Io piangevo perché, pur volendole bene a mia volta, sapevo che il mio sentimento non riusciva ad avere la stessa intensità.

La Palestina resta la vera casa di Amal, il suo sé più profondo: e sarà in un campo profughi, questa volta nel Libano dove i palestinesi vivono ammassati, che si innamorerà di Majid, che vedrà nascere sua nipote, figlia del purissimo amore tra Youssef e Fatima, a cui della Palestina sarà dato anche il nome. Ma tutti questi amori saranno distrutti dall'esercito israeliano, dall'inconcepibile massacro di Sabra e Shatila del 1982, dove persero la vita migliaia di civili (il numero esatto non è mai stato accertato, per via dei cadaveri occultati nelle fosse comuni nell'indifferenza del mondo). 

“Mio padre lo chiamava così. Jeddo Yehya – non l’ho mai conosciuto – aveva l’abitudine di portare lui e ‘Ammu Darwish in spiaggia quando la Palestina era ancora la Palestina.” “Sarà sempre la Palestina” disse Majid sommessamente, quasi con riluttanza.

"Ogni mattina a Jenin" è un romanzo che racconta la Palestina e il dramma delle torture, dei rapimenti arbitrari da parte dell'esercito israeliano -capace di accanirsi anche contro dei bambini armati di sassi, dei campi profughi privi di qualunque tutela sanitaria e ambientale, delle morti senza motivo alcuno. Amal è una protagonista che cerca in qualche modo di sfuggire ai tanti traumi della sua esistenza, alle perdite intollerabili che ha subito, ma dimostra anche come sia impossibile sfuggire a se stessi e alla propria appartenenza ad una terra per la quale è ancora così necessario lottare e restare -come fa la sua amica Huda, pagando per questo un prezzo altissimo nei suoi figli gemelli.

Guardò in silenzio le prove di quello che gli israeliani sapevano già, e cioè che la loro storia era sorta sulle ossa e sulle tradizioni dei palestinesi. Quegli uomini arrivati dall’Europa non conoscevano né l’hummus né i falafel, ma li proclamarono “piatti tradizionali ebraici”. Rivendicarono le ville di Qatamon come “antiche dimore ebraiche”. Non avevano vecchie fotografie o disegni dei loro avi che vivevano su quella terra, amandola e coltivandola. Arrivarono da nazioni straniere e dissotterrarono dal suolo palestinese monete dei cananei, dei romani, degli ottomani che poi vendettero come se fossero “antichi manufatti ebraici”. Vennero a Giaffa e trovarono arance grosse come angurie, e dissero: “Guardate! Gli ebrei sono famosi per le loro arance”. Ma quelle arance erano il risultato di secoli e secoli durante i quali i contadini palestinesi avevano perfezionato l’arte di coltivare gli agrumi.

Susan Abulhawa conosce bene ciò di cui scrive: figlia di una famiglia palestinese sfuggita alla Guerra dei Sei Giorni, cresciuta in un orfanotrofio di Gerusalemme e poi emigrata negli Stati Uniti, madre di una figlia femmina come Sara nel suo romanzo, ha molti aspetti in comune con la sua protagonista e la rende una donna assolutamente tridimensionale, per la quale si soffre pagina dopo pagina. Per Amal soffriamo, certo, ma soprattutto per la Palestina ed il suo popolo oppresso, privato delle più elementari libertà, ucciso dai cecchini e dai soldati nella terra che gli appartiene e dalla quale è stato scacciato in nome di decisioni inaccettabili. Sfido chiunque a leggere "Ogni mattina a Jenin" e rimanere indifferente alla causa della Palestina, a non comprenderne il dramma: e questo è a mio parere il maggior pregio del romanzo di Abulhawa, scrittrice dall'innegabile grande talento. 

"Ogni mattina a Jenin" è quindi un romanzo profondamente politico, calato in un contesto storico e capace di insegnarci una storia della quale leggiamo raramente nei libri: perché la voce che grida più forte è sempre quella del più potente, e chi nasce e cresce in un campo profughi raramente starà dalla parte dei vincitori. 

È però anche un romanzo familiare di enorme intensità, in cui si intrecciano grandi amori, amicizie lunghe una vita, rapporti fraterni complessi, percorsi di vita che si rincontrano dopo decenni; e se anche non siete interessati alla storia del Medioriente, si tratta comunque di una storia che, sono certa, non dimenticherete facilmente. Per me è stata una delle letture più intense in questa prima metà dell'anno, che mi ha lasciata in lacrime in più di un passaggio, e che mi ha fatto scoprire un'autrice che penso entrerà a far parte delle mie preferenze letterarie. 

mercoledì 24 marzo 2021

Patria

Del terrorismo nei Paesi Baschi, regione della Spagna al confine con la Francia che da lungo tempo lotta per l’indipendenza, conoscevo poche notizie sparse sulla stampa, tra cui quella che proclamava la cessazione del ricorso alla violenza nel 2011. La mia ultima lettura è stata l’occasione per approfondire il tema.



Titolo: Patria
Autore: Fernando Aramburu
Anno della prima edizione: 2016
Casa editrice: Guanda
Traduttore: Bruno Arpaia
Pagine: 632


LA STORIA

Le protagoniste di "Patria" sono due famiglie, grandi amiche soprattutto per il legame che unisce i padri; il loro percorso di vita avrà però sviluppi radicalmente diversi. Entrambe le famiglie saranno infatti colpite dal terrorismo dell’ETA, ma da punti di vista opposti: in una ci sarà una vittima, nell’altra un terrorista.

COSA NE PENSO

Sette sono i personaggi di cui seguiamo i percorsi all’interno di "Patria": le due coppie di coniugi che hanno dato inizio alle due famiglie protagoniste della storia, e i loro cinque figli, tre da una parte e due dall’altra. L’autore ne racconta le vicende nell’arco di diversi decenni, prima i matrimoni dei genitori, durante l’infanzia dei figli e la loro adolescenza, poi seguiamo i cinque ragazzi diventati adulti nello sviluppo delle loro esistenze -i piani temporali sono però alternati tra il presente ed i flasbhack.

Molto dolore sarà riservato ad entrambe le famiglie per svariate ragioni: malattie, separazioni, litigi. La prima causa è però senz’altro il terrorismo, che le colpisce in maniera indelebile portando alla morte uno dei loro membri, un uomo integerrimo, coraggioso, fieramente basco eppure vittima del pregiudizio della comunità.

Capiranno chi è il Txato. Sono più basco di tutti loro messi insieme. E lo sanno. Fino ai cinque anni non parlavo neanche una parola di castigliano. A mio padre, che riposi in pace, una raffica di mitragliatrice ha fatto a pezzi la gamba mentre difendeva Euskadi sul fronte di Elgueta. Da vecchio, ancora stringeva i denti ogni volta che gli dava una scossa. Cosa c’è, ti fa male?, gli chiedevamo. ’Fanculo Franco e quella puttana di sua madre, rispondeva. E l’avevano tenuto tre anni in carcere, e se non l’hanno fucilato è stato per miracolo.» «Cosa mi vuoi dire con tutto questo, aita? Credi che all’ETA importi quello che è successo a tuo padre?» «Cazzo, non dicono di difendere il popolo basco? E se io non sono popolo basco, dimmi tu chi lo è.»

Un altro personaggio invece, dalla parte opposta degli schieramenti, finisce a trascorrere in carcere tutta la sua giovinezza e chissà quanto altro tempo ancora, poiché ha trovato che la violenza dell'ETA potesse essere il modo migliore per garantire alla sua patria l’indipendenza tanto agognata.

E quando i genitori cominciarono a rimproverarlo perché rimaneva in casa a leggere invece di uscire a divertirsi con gli amici, Arantxa gli disse, quando erano soli, con voce misteriosa, di non starli a sentire. «Leggi tutto quello che puoi. Accumula cultura. Più ne metti insieme, meglio è. Per non cadere nel buco in cui stanno cadendo in molti in questo paese.»

Se "Patria" è una storia di violenza -e lo è: è una storia di sangue, una storia di lutti e di dolori da elaborare- è anche una storia di orgoglio: l’orgoglio che tiene in vita una donna finché non avrà ottenuto la richiesta di perdono che attende da quasi vent’anni, l’orgoglio di figli spezzati nel corpo che nonostante ciò piegano i destini con la forza della loro mente e con il loro coraggio. 

«Perché credi che sono ancora viva? Ho bisogno di quel perdono. Lo voglio e lo pretendo, e fino a quando non lo avrò non penso di morire.» «Hai un orgoglio da far paura.» «Non è orgoglio. Non appena metterete la lapide sulla tomba e sarò con il Txato, gli dirò: quell’idiota si è scusato, adesso possiamo riposare in pace.»

Alle donne è dato grande spazio in questo romanzo, ed ogni tanto la loro intransigenza ci irrita (penso soprattutto a Miren, talvolta anche Bittori e Nerea) eppure la costruzione dei personaggi da parte dell’autore è talmente realistica da farceli sentire come persone vere: chi nemmeno in carcere vuole venire a patti con le proprie azioni, chi rinuncia al proprio migliore amico per paura del giudizio altrui, ma si porta poi dietro questa mancanza per tutta la vita, chi pur di non abbandonare la propria madre conduce una vita priva di felicità annegando il proprio senso di responsabilità nell’alcol e aspettando il momento in cui sarà libero e potrà scappare lontano da quella città che tanto lo fa soffrire ad ogni diluvio che cade.

«Sono io.» «Cosa vuoi?» A Joxian tremavano le mani, gli tremava la voce e non la smetteva di lanciare occhiate alle due estremità della strada, come se avesse paura che lo vedessero conversare con il Txato. «Niente. Dirti che mi dispiace, che non ti posso salutare perché avrei dei problemi. Ma se ti vedo per strada, sappi che ti sto salutando con il pensiero.» «Ti hanno mai detto che sei un vigliacco?» «Me lo dico di continuo da solo. Ma questo non cambia niente. Ti posso abbracciare? Qui non ci vede nessuno.»


C’è anche il perdono in "Patria" e attorno al perdono ruotano le storie di tutti i suoi protagonisti, perché non è facile perdonare, ma la chiave della storia di queste due famiglie è proprio un perdono necessario a cui tutti i fili della trama tendono e che quando arriva ci commuove profondamente.

"Patria" è un romanzo dalla discreta mole: supera infatti le 600 pagine, eppure grazie ai capitoli brevi, ai numerosi dialoghi, allo stile dell’autore che ci aiuta ad immedesimarci ricorrendo talvolta ad una prima persona che si insinua nella narrazione in terza, il racconto scorre ad una velocità alla quale è impossibile resistere. Giunti a poche pagine dalla fine quasi non ci si sente pronti a terminare la storia, sapendo che se ne sentirà la mancanza appena chiuso il volume dietro di noi. Non posso fare altro che consigliarvi "Patria" se siete amanti delle storie familiari che si intrecciano alla storia contemporanea e che sappiano emozionare profondamente il lettore coinvolgendolo sempre di più: credo che per quanto mi riguarda questo romanzo entrerà di diritto tra le migliori letture dell'anno.