Visualizzazione post con etichetta siria. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta siria. Mostra tutti i post

sabato 18 dicembre 2021

Dio non è timido

"Dio non è timido" è il più recente romanzo di Olga Grjasnowa, giovane autrice nata in Azerbaigian ma emigrata a Berlino con la famiglia quando era adolescente, parte di quella che si definisce "quota profughi ebrei". 


Titolo: Dio non è timido
Autrice: Olga Grjasnowa
Anno della prima edizione: 2017
Titolo originale: Gott ist nicht schuechtern
Casa editrice: Keller
Traduttore: Fabio Cremonesi
Pagine: 302


Qui sceglie di raccontare la guerra civile in Siria, paese d'origine di suo marito, sin dalle prime manifestazioni di piazza contro il regime di Assad che risalgono al 2011. La prospettiva che sceglie di adottare è quella di due giovani di famiglie benestanti, davanti ai quali sembrava si spalancassero tutte le opportunità: lui, Hammoudi, è infatti diventato medico a Parigi e rientra a Damasco soltanto per rinnovare il passaporto per poi scoprire che da lì non potrà ripartire, e finirà per trasformarsi nell’unico medico rimasto in zona a curare le vittime della rivoluzione. Lei, Amal, è invece una promettente attrice abituata alla bella vita fino allo scoppio della guerra. 

Si tratta di due protagonisti interessanti perché è facilissimo per un lettore occidentale immedesimarsi nelle loro vite prima del conflitto, che sono fatte di ristoranti, di serate con gli amici, di professioni che li appassionano e di finanze che permettono loro viaggi e acquisti. Così l’autrice ci fa vedere come la guerra sconvolge le vite di tutti, ma al tempo stesso permette soltanto a chi parte in vantaggio di cercare di allontanarsene.

"Dio non è timido" è quindi un romanzo sulla guerra e sulle migrazioni forzate, sul perdere tutto ciò che ci era noto per trovarci profughi, privi di documenti, di risorse e di una lingua per comunicare in un paese straniero. La scrittura dell’autrice è semplice e appassionante; scrive al tempo presente, per renderci ancora più partecipi dei giorni che si snodano davanti agli occhi dei protagonisti. Non ci risparmia scene inevitabilmente crude e per questo alcuni passaggi non sono adatti ai lettori più impressionabili, ma al tempo stesso sono necessarie proprio perché non si tratta di invenzioni -Grjasnowa ha anche trascorso tempo in Turchia, Libano e Grecia per documentarsi sul campo.

Ho trovato la scelta di scrivere un romanzo su una pagina di storia così recente e attuale piuttosto originale e temevo che non mi avrebbe del tutto convinta. Invece la casa editrice si rivela ancora una volta una conferma e questa è un’altra delle ottime lettura con cui ho iniziato il mio 2022.

Avete mai letto un titolo ambientato in Siria?

lunedì 17 febbraio 2020

Il silenzio e il tumulto

Un nuovo autore siriano soddisfa la mia curiosità nei confronti degli autori arabi, come sempre scoperto a sorpresa tra le proposte della biblioteca di quartiere. Per la prima volta si tratta di una lettura che non affronta il tema della guerra civile in Siria, bensì della vita quotidiana dei suoi abitanti nel periodo della dittatura che ha preceduto il conflitto.



Titolo: Il silenzio e il tumulto
Autore: Nihad Sirees
Anno della prima edizione: 2014
Titolo originale: As-Samt-wa-as-Sakhab
Casa editrice: Il Sirente
Traduttrice: Federica Pistono
Pagine: 148



LA STORIA

In una torride estate siriana, mentre per le strade rimbomba il tumulto delle manifestazioni in onore del Leader, lo scrittore Fathi Shin (per niente amato dal regime) scopre che sua madre sta per risposarsi con un importante membro del partito e si rifugia, alla ricerca del silenzio, a casa della sua fidanzata Lama -ma la sera una convocazione presso i Servizi Segreti lo attende.


COSA NE PENSO

Quella che ci viene raccontata da Sirees è una giornata nella vita di Fathi Shin, che ha in comune con l'autore siriano la censura operata sui suoi scritti dalla dittatura del suo Paese. Egli infatti ha optato per un esilio volontario nel 2012, e quella che ci racconta è una Siria in tempo di pace, per quanto dominata dalla dittatura militare.
Cammino sul marciapiede, dirigendomi istintivamente verso il centro, dove la folla è ammassata sulle piazze e lungo le strade principali. Percepisco il fragore del corteo attraverso i televisori accesi che incontro lungo il tragitto. Il Leader ha impartito istruzioni molto chiare: le casalinghe che non partecipano alla manifestazione devono seguirla dai propri schermi televisivi; ognuno è obbligato ad alzare al massimo il volume del proprio televisore e a tenere le finestre spalancate, per non incorrere nell'accusa di antipatriottismo. 

La giornata di Fathi Shin si svolge all'approssimarsi del ventesimo anniversario del governo del Leader, il cui nome non viene mai nominato; le strade sono invase dalle manifestazioni in suo onore, le televisioni di coloro che sono impossibilitati ad uscire fanno risuonare l'eco delle celebrazioni e dei discorsi, la calca schiaccia le persone sotto il peso dei corpi e delle cariche della polizia.
Molti manifestanti muoiono durante i cortei e, se non c'è motivo di sospettare la presenza di un crimine, li si considera sacrificati alla gloria del Leader: morire soffocati, o calpestati sotto i piedi della folla durante le cerimonie di partito o le feste nazionali è un fatto banale. 

Lo stile di Sirees è semplice, diretto, composto da frasi e da periodi brevi organizzati in paragrafi che vanno spesso a capo; il romanzo è suddiviso in capitoli e interrompere la lettura per poi riprenderla risulta molto agevole per un lettore impegnato.
L'artificio più esplicitamente letterario a cui Sirees fa ricorso è senz'altro la conclusione aperta della sua opera: dopo un'accurata ricostruzione della vita in Siria prima dello scoppio della guerra civile, sotto la dittatura degli Assad (viene spesso infatti citato il dualismo tra padre e figlio che si presentano in pubblico, talvolta l'uno o l'altro inaspettatamente), si viene lasciati col dubbio relativo alla scelta che si prospetta al protagonista.
Ho trovato il breve romanzo di Sirees molto incisivo, capace di alternare momenti della vita intima di Fathi (la visita alla madre, gli incontri romantici ed erotici con la fidanzata) alla rappresentazione della vita pubblica dei cittadini siriani, capace inoltre di creare un senso di tensione che pervade l'opera e coinvolge il lettore dalla prima all'ultima pagina. 
In conclusione, si tratta di un'opera assolutamente consigliata e purtroppo assai poco nota! Spero di avervi incuriositi ed invogliati alla lettura.

giovedì 28 marzo 2019

Preghiera del mare

Per il gruppo di lettura organizzato da Staffetta Umanitaria di cui vi ho già parlato nel post dedicato a "Naufraghi senza volto" ho scelto di leggere anche un altro titolo, del tutto diverso. Non si tratta infatti di un saggio ricco di termini tecnici, ma di un libro illustrato dove la parte testuale è davvero ridotta.
In comune però hanno il tema delle migrazioni, ed il fatto di riguardare eventi realmente accaduti.



Titolo: Preghiera del mare
Autore: Khaled Hosseini
Anno della prima edizione: 2018
Titolo originale: Sea Prayer
Casa editrice: SEM
Traduttore: Roberto Saviano
Illustratore: Dan Williams
Pagine: 56



"Preghiera del mare" è ispirato dalla drammatica vicenda di Alan Kurdi, il bambino curdo siriano che nel 2015 divenne simbolo della crisi dei migranti -con la sua magliettina rossa, privo di vita, su una spiaggia turca. Quella fotografia fu per giorni su tutte le testate giornalistiche cartacee ed online, fu trasmessa in tutti i telegiornali; eppure è bastato ben poco per dimenticare Alan e tutti i bambini, tutte le persone come lui annegate nel Mediterraneo e spesso mai ritrovate.

Immagine di Yante Ismail
Hosseini, un popolare autore afghano che insieme alla sua famiglia ottenne l'asilo politico negli Stati Uniti quando era adolescente, dedica questo breve libro sotto forma di lettera
alle migliaia di rifugiati che sono deceduti in mare mentre fuggivano dalla guerra e dalle persecuzioni.
Nella prefazione al testo Roberto Saviano, giornalista e scrittore noto per il suo interesse nei temi più caldi della società, introduce uno spunto che sin da prima di intraprendere la lettura del libro vero e proprio fa riflettere:
Andiamo ancora più lontano e immaginiamo i luoghi in cui quelle persone sono nate: le case, i sorrisi dei loro genitori, le domeniche con i nonni. Famiglie numerose, tanti bambini. E poi la scuola, i libri, la televisione, il lavoro. Tutto potrebbe essere così. O tutto questo potrebbe essere cambiato repentinamente. Un colpo di stato. Siccità. Minoranze etniche o religiose costrette a fuggire. Ma chi fugge? Chi può, chi ce la fa, chi riesce a trovare le risorse per affrontare mesi di viaggio. E i libri? E i bambini? E i nonni? E le abitudini di ogni giorno?
"Preghiera del mare" contiene ben poche parole, ma quelle che troviamo agli angoli delle pagine magnificamente illustrate da Dan Williams sono perfettamente efficaci: colpiscono infatti il lettore come proiettili, come schiaffi in pieno viso, e lo accompagnano in un viaggio evocativo e doloroso.
Il padre che prega per suo figlio bambino, Marwan, conduce il lettore a partire dai ricordi di una Siria pacifica e rigogliosa -con i suoi pascoli, i suoi mercati, i suoi campi fioriti e i suoi olivi che ora gli sembrano un sogno.
Acquerello dopo acquerello, in Siria inizia la guerra e Marwan e suo padre si mettono in viaggio fino alla riva dove si imbarcheranno su un gommone, sul quale affronteranno le onde del Mediterraneo, tentando la fortuna, sfidando il destino.
Prego che, quando le rive si allontaneranno fino a sparire e la nostra barca non sarà più che un puntino gettato fra onde ribollenti, pronte a inghiottirla, Dio guidi la nostra rotta. Perché tu sei un carico prezioso, Marwan, il più prezioso di tutti. Vorrei che il mare lo sapesse. Inshallah. Prego perché lo sappia.


"Preghiera del mare" vi farà sentire la voce di tutti quei padri che pregano che il giubbotto di salvataggio funzioni, che possa bastare; che le onde non si alzino questa notte, che il motore non si guasti, che il carburante sia abbastazna, che non sia eccessivo il peso a bordo.
Vi fa viaggiare da un'immagine di Dan Williams all'altra, nei suoi colori dapprima accesi, colmi di vita, poi freddi, minacciosi come il Mediterraneo nelle notti ventose; "Preghiera del mare" fa soffrire, e toglie le parole con quelle poche che Hosseini ha scelto di adoperare, misurate, potentissime.
Non voglio con un flusso eccessivo delle mie appesantire un'opera che si legge in un attimo, ma resta in mente molto a lungo: l'unico consiglio che posso darvi è: leggetelo, al più presto, lasciatevi trasportare, e poi diffondetelo. Perché da poche frasi può nascere un cambiamento.

mercoledì 13 marzo 2019

Freedom Hospital

Come ormai avrete capito, la guerra civile siriana è un tema che mi interessa molto. I motivi principali sono due: il primo è che le fonti di notizie rendono davvero difficile informarsi in maniera approfondita, e la seconda è la complessità di un conflitto dove le forze in gioco sono numerose ma non è semplice comprendere la formazione degli schieramenti e le loro motivazioni. Così raramente mi faccio sfuggire un titolo a tema sugli scaffali della biblioteca...




Titolo: Freedom Hospital
Autore: Hamid Sulaiman
Anno della prima edizione: 2016
Traduttore: Marco Conti
Casa editrice: Add editore
Pagine: 287



LA STORIA

Questo romanzo a fumetti fornisce un punto di vista interno sul conflitto siriano narrato attraverso le voci di diversi personaggi: chi dà vita e gestisce il Freedom Hospital, i feriti di guerra con i loro traumi, vittime e carnefici. Il popolo siriano viene decimato dai bombardamenti stranieri ma anche dai cecchini e dai soldati dell'esercito di Bashar, in un terribile scenario fratricida. 


COSA NE PENSO

L'opera si apre con un'introduzione di Cecilia Strada, che ha il potere di calare il lettore nell'atmosfera in cui sarà catapultato nel giro di poche pagine, dando voce all'ospedale in prima persona.
"Solo l'ospedale mostra che cosa è la guerra", scrisse qualcuno quasi cent'anni fa, in una guerra lontano da qui, ma è proprio vero, lo è ancora, lo è ovunque. E io, l'ospedale, lo so. Si dice "se i muri potessero parlare", ma non vorreste ascoltare i miei muri, se si mettessero a parlare.

Hamid Sulaiman è un autore siriano ora rifugiato in Francia. Illustra e racconta una storia parzialmente di fantasia -la città siriana in cui ambienta Freedom Hospital infatti non esiste, ma ne rappresenta decine. Con la sua narrazione Sulaiman trasmette la confusione di un conflitto dove è difficile riconoscere le fazioni, dove ad ucciderti potrebbe essere un vicino, persino un parente.
Il racconto è suddiviso in quattro stagioni, nel corso delle quali i personaggi aspettano, affidandosi alla saggezza popolare, che la guerra termini, che la dittatura di Bashar abbia fine.
Un giorno, il re disse a Juha che gli avrebbe dato tantissimo denaro se avesse insegnato a un asino a parlare come gli umani. Juha accettò il denaro e giurò che avrebbe insegnato all'asino a parlare entro dieci anni. Avvertirono Juha che il re lo avrebbe ucciso se non avesse mantenuto la parola. Juha rispose: "tra dieci anni o sarò morto io, o sarà morto il re o sarà morto l'asino".
Tuttavia essa non ha fine, tanto da costringere il Freedom Hospital a trasferirsi in un campo profughi oltre confine -un altro sogno tradito. 

Sulaiman illustra le pagine bianche riempendole col nero: è nero il sangue dei feriti e dei cadaveri, sono neri gli occhi, gli edifici, i cieli da cui piove o nevica sulle strade ingombre di materie. Ai disegni si mescolano le rappresentazioni di video e fotografie presenti su Internet, estratti di discorsi, canti dei manifestanti; il tutto ci ricorda, pagina dopo pagina, che nonostante la storia del Freedom Hospital sia inventata purtroppo quanto sta accadendo in Siria è del tutto reale.

lunedì 26 novembre 2018

Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra

Il Sirente è una casa editrice molto interessante, che nella sua collana "Altriarabi migrante" pubblica le opere di autori europei immigrati di seconda generazione. Avevo già letto ed apprezzato il romanzo grafico di Jerome Ruillier "Se ti chiami Mohamed", un'imperdibile prospettiva sull'immigrazione algerina in Francia, e da allora ho desiderato procurarmi altri titoli della casa editrice -che purtroppo è difficile reperire nel sistema bibliotecario della mia zona. Finalmente sono riuscita a leggerne uno… ma purtroppo non ha soddisfatto le mie (alte) aspettative.
 
 
 
Titolo: Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra
Autrice: Sumia Sukkar
Anno della prima edizione: 2013
Titolo originale: The Boy from Aleppo Who Painted the War
Casa editrice: Il Sirente
Traduttrice: Barbara Benini
Pagine: 274
 
 
 
LA STORIA
 
Adam è un ragazzo di quattordici anni che vive ad Aleppo con suo padre, sua sorella Yasmine e i suoi tre fratelli maggiori, gemelli, Isa, Khaled e Tareq. Adam non è un ragazzo comune: ha infatti la sindrome di Asperger, che gli fa detestare il contatto fisico con le altre persone; ha inoltre un modo tutto suo di percepire le emozioni degli altri, che vede contornati da un'aura di diverso colore in base a ciò che stanno provando in quel momento. Adam è anche un talentuoso pittore, che con i propri colori nell'intimità della sua stanza dipinge ciò che lo circonda; e quando ad Aleppo cominciano a cadere le bombe, i suoi dipinti divengono ritratti della guerra civile siriana che devasta il Paese e, a poco a poco, anche la sua famiglia.
 
Aleppo - Immagine dal web
 
COSA NE PENSO
 
Le premesse di questo romanzo mi parevano molto promettenti. Si tratta infatti dell'esordio di un'autrice siriana e algerina cresciuta in Inghilterra, che ha deciso di raccontare da un punto di vista piuttosto insolito il dramma della guerra in Siria.
È tuttavia difficile non tenere in considerazione i difetti che questo romanzo presenta. Per prima cosa, il linguaggio estremamente semplice e caratterizzato da periodi brevissimi si adatta alla prospettiva del quattordicenne Adam e  (le cui riflessioni ricordano spesso quelle del protagonista de "Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte" di Mark Haddon, anch'egli affetto dalla sindrome di Asperger).
Sto guardando i miei familiari che crollano uno per volta. Non avrei mai pensato che questo giorno sarebbe arrivato. Credevo di essere io quello che avrebbe sempre avuto bisogno di aiuto, ma ora che sono al loro posto, non so come gestire queste cose.
Quando però l'autrice decide di cambiare punto di vista, dando voce alla sorella maggiore Yasmine -che si trova a vivere situazioni di enorme difficoltà: la prigionia, le torture, lo stupro, ma descrive il tutto con frequenti omissioni- la differenza tra i due protagonisti è quasi impercettibile, lo stile resta pressoché invariato. Adam e Yasmine però, per maturità ed esperienze, non potrebbero essere più diversi: dalla morte della loro madre infatti è Yasmine ad essersi assunta le responsabilità della gestione familiare, ed uno stile così semplicistico non le si addice affatto.
Anche gli eventi si susseguono in modo piuttosto confuso: innanzitutto Adam dipinge scene di guerra ben prima che la guerra cominci, e questo aspetto non viene mai motivato. In secondo luogo, oltre al rapimento di Yasmine anche ai tre fratelli gemelli è riservato un destino tutt'altro che roseo, ma mentre si segue lo sviluppo della trama fino ad un certo punto, nella concitazione degli ultimi capitoli non è ben chiaro cosa capiti ai superstiti -come se l'autrice avesse avuto fretta di eliminarli dal racconto.
Ad un lettore oggi potrà sembrare strano anche che la meta del difficile viaggio della famiglia di Adam sia Damasco -città che come sappiamo è stata duramente colpita dalla guerra e dai bombardamenti: va tenuto presente però che Aleppo sin dal 2012 è stata il centro dei combattimenti tra le forze governative e l'esercito libero, ed al tempo della scrittura del romanzo è probabile che Damasco sembrasse ancora un luogo sicuro.
 
Nel complesso quindi ho trovato con mio grande dispiacere "Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra" una lettura decisamente evitabile, che non vi consiglio. L'unico pregio che mi trovo a riconoscere è la capacità dell'autrice di descrivere con semplicità, attraverso gli occhi di Adam, le tragedie di un conflitto armato ed al tempo stesso i rari ma significativi momenti di serenità che le persone colpite sanno trovarvi per sopravvivere.
Urlo: "sta piovendo!" Lo faccio una volta e sento che tutti aprono. Non credo stessero dormendo nemmeno loro. Corriamo fuori e raccogliamo l'acqua nei palmi delle mani per bere. […] Lasciamo che i secchi si riempiano e giochiamo sotto la pioggia. Sento che altre persone stanno uscendo dalle loro case e ridono. Questo è il momento più felice della mia vita. Riesco a vedere le farfalle che giocano insieme a noi. Sembra di vivere di nuovo una vita normale.
 

lunedì 27 agosto 2018

Haytham - Crescere in Siria

Quella di oggi sarà una recensione breve, breve come il romanzo grafico di cui vi parlo. Non ho molto da scrivere in proposito, ma dal momento che non ne ho mai letto né sentito parlare sui social ho pensato che farla conoscere ad un pubblico, per quanto ridotto, fosse una buona idea.




Titolo: Haytham - Crescere in Siria
Autori: Nicolas Hénin (sceneggiatore), Kyungeun Park (disegnatore)
Anno della prima edizione: 2016
Titolo originale: Haytham: une Jeunesse syrienne
Casa editrice: Mondadori
Traduttore: Marco Cedric Farinelli
Pagine: 80





LA STORIA

Haytham nasce in Siria nel 1996; alla morte di Hafiz Al-Assad ha quattro anni, ed assiste bambino ai primi anni della presidenza del figlio di Hafiz, Bashar Al-Assad. Haytham ama il calcio e gli scacchi; suo padre Ayman è un dissidente, leader delle manifestazioni che si diffondono nella città di Dar'a nel 2011 dopo le primavere arabe in Tunisia ed Egitto. Mentre la situazione si fa via via più pericolosa, la città viene assediata dall'esercito siriano per reprimere la rivoluzione e le sparizioni e le morti a seguito degli interrogatori si fanno sempre più frequenti. Questi sono gli anni dell'infanzia di Haytham, il cui padre riesce però ad ottenere lo status di rifugiato politico in Francia e a farsi raggiungere, un anno più tardi, dalla moglie e dai due figli.


COSA NE PENSO



Si tratta di un'opera estremamente breve, che forse avrebbe avuto bisogno di un'introduzione o di una postfazione, di qualche informazione in più su Haytham rispetto alle fotografie che aprono e concludono il volume e a alle poche frasi scritte in quarta di copertina:
Mi chiamo Haytham al-Aswad. Sono nato il 20 agosto 1996 a Dar'a, in Siria. Sono fuggito dalla guerra con la mia famiglia. La Francia ci ha offerto asilo. Questa è la mia storia.
Mi sono chiesta infatti: perché Haytham? Perché proprio la sua famiglia, tra tante famiglie siriane? Questa è una domanda destinata a rimanere senza risposta. 
Tuttavia la storia di Haytham, che da un'infanzia in un contesto sempre più pericoloso e meno democratico è riuscito, da adolescente, ad integrarsi in Francia e a proseguirvi gli studi, è interessante perché rappresenta un punto di vista alternativo e precedente a quelli di cui spesso sentiamo parlare. La famiglia al-Aswad rappresenta infatti le migrazioni legali, la politica dell'accoglienza, l'opportunità di stabilirsi in un altro Paese senza bisogno di rischiare la vita su un gommone, sul fondo di un camion o nel deserto; una volta passato il confine siriano infatti, dalla Giordania alla Francia, la famiglia al-Aswad ha avuto la possibilità di viaggiare in aereo, di ottenere poi l'asilo e riprendere a vivere -nonostante l'impegno nei confronti del proprio Paese non sia mai venuto meno, specialmente per Ayman.
La storia di Haytham ci ricorda, a mio parere, di quanto chi ha già sofferto nel proprio Paese d'origine dovrebbe avere la possibilità di rifugiarsi altrove senza ulteriori violenze e soprusi ai quali sopravvivere, e senza viaggi che mettano in pericolo la loro esistenza minuto dopo minuto.


Un altro aspetto che ci tengo a sottolineare è quello delle illustrazioni: le tavole in scala di grigi disegnate da Kyungeun Park sono incredibili, i volti dei personaggi estremamente espressivi, talmente realistici da essere quasi delle fotografie. Lo stesso vale per gli sfondi delle vignette, che siano esse ambientate in Siria o in Francia: rappresentano in modo dettagliato edifici, luoghi ed oggetti. Graficamente, credo che questa sia la mia opera preferita tra quelle che ho letto finora nel 2018!

giovedì 19 luglio 2018

Una gatta in fuga

Forse non ha ancora trovato spazio su questo blog la mia grande passione per i gatti: sì, è vero, pare un cliché, un'altra lettrice gattara. Ebbene sì, è proprio così, inutile negarlo; anche se la gatta di casa è una sola, mentre i libri sono centinaia. 
Proprio dall'amore per i gatti, unito al mio interesse per le storie sul Medioriente, nasce la motivazione per la lettura di oggi.




Titolo: Una gatta in fuga
Autrice: Vanna Cercenà
Anno della prima edizione: 2017
Casa editrice: Giunti
Pagine: 94






LA STORIA


Nel corso del conflitto siriano, nella città di Damasco, un bombardamento separa una gattina dalla sua mamma e dal resto della cucciolata. È Alya a trovarla, come lei spaventata e persa: Alya è solo una bambina, ma non resiste e porta la gattina con sé una volta ritornata la calma, e le dà il nome di Jamyla (che significa "bella"). La famiglia di Alya però sta cercando un modo per sfuggire alla guerra, e l'unica alternativa che papà Ziad, mamma Nura, Alya e il suo fratellino Ferid hanno è partire: arrivare all'Egitto e da là imbarcarsi verso l'Italia, sperando di sopravvivere e di poter raggiungere in Francia uno zio già emigrato. Lasciare i nonni, lasciare Damasco, i suo amici e la sua casa spaventa Alya, che non ha nulla a cui aggrapparsi nella partenza; e così nasconde Jamyla nel suo zaino, senza dirlo a nessuno… e la loro avventura verso l'Europa comincia.

COSA NE PENSO


Questa è una lettura pensata per bambini: è infatti breve, suddivisa in capitoli ed arricchita da numerose illustrazioni -della bravissima Giulia Dragone. 
Si tratta di un libro che sa parlare dei viaggi dei profughi, del conflitto siriano e di cosa significhi abbandonare tutto nel tentativo di sopravvivere, avvicinando al tema lettori giovanissimi senza turbarli troppo ma al tempo stesso senza indorare troppo la pillola -nonostante il lieto fine.
Nella sua semplicità "Una gatta in fuga" arriva dritto al cuore, grazie alla narrazione in prima persona dal punto di vista della gattina Jamyla che vive l'esperienza dei campi profughi, della traversata del Mediterraneo, della quarantena senza comprendere completamente cosa le capiti attorno -proprio come per la sua umana bambina, Alya, e per tutti i bambini profughi realmente esistenti è impossibile comprendere le ragioni di una guerra e di una partenza che è l'unico modo per salvarsi la vita. 
"Che cos'è la guerra?" domanda un gattino piuttosto spelacchiato con un occhio chiuso. "È una cosa terribile che fanno gli uomini per far morire tutti, anche i gatti" rispondo.
In conclusione, anche se ho una ventina d'anni in più del pubblico per il quale questa storia è stata scritta, l'ho apprezzata molto e ne sono rimasta commossa. Ve la consiglio per trascorrere una mezz'ora che vi farà guardare il mondo con altri occhi, più innocenti dei nostri di adulti, e vi strapperà una lacrima insieme a un sorriso.  




giovedì 12 luglio 2018

L'arabo del futuro 1 e 2

Mentre talvolta le biografie ed i romanzi storici possono risultare letture piuttosto pesanti, questo non accade con le graphic novels: ecco perché apprezzo particolarmente quelle che, oltre al raccontare una vicenda, riescono ad illustrare la Storia e ad insegnarmi qualcosa. Tra le letture più recenti è stato il caso di "L'inverno d'Italia" di cui ho scritto qui: un romanzo grafico sulla deportazione dei cittadini sloveni e croati per mano del Fascismo. Anche l'opera di cui vi parlo oggi, in due volumi, ha molto da raccontare oltre ad essere la biografia dell'autore: in questo caso parliamo di Storia del Medioriente.


Titolo: L'arabo del futuro, volumi 1 e 2
Autore: Riad Sattouf
Anno della prima edizione: 2014 e 2015
Titolo originale: L'Arabe du futur
Casa editrice: Rizzoli
Traduttore: Giovanni Zucca
Pagine: 160 e 157






LA STORIA


Il padre di Riad è un emigrato siriano in Francia, che studia Storia alla Sorbona e qui conosce la futura madre dei suoi figli. Con lei si sposta in Libia, dove insegna all'università per qualche anno; qui cresce il piccolo Riad, finché sotto il governo di Gheddafi non diventa difficile procurarsi il cibo ed il clima si fa sempre più teso. Nel 1982 la famiglia trascorre allora qualche tempo in Francia, dove nasce il fratellino di Riad; da qui però la carriera da insegnante del padre prosegue in Siria, dove fa ritorno dopo quasi vent'anni. Qui non è semplice ambientarsi per Riad, che non parla arabo ma francese, che non conosce il Corano, viene preso in giro da molti dei coetanei per il suo accento e per i suoi capelli biondi per cui lo chiamano "ebreo" ed è stupito dalla povertà che lo circonda. Non è semplice nemmeno per sua madre, che trascorre gran parte del tempo chiusa in casa finché la vita nella campagna siriana non diviene per lei intollerabile e decide di tornare in Francia… Anche se per il marito è chiaro che si tratta solo di una breve parentesi, ed infatti il secondo volume si svolge interamente in Siria, dove Riad frequenta la scuola locale, impara la prima sura del Corano e le lettere arabe, mentre le promesse del padre sulla costruzione di una villa dove vivere "come in Francia" vengono disattese giorno dopo giorno. 



COSA NE PENSO


La prima questione da tenere presente è che per ora in italiano sono stati pubblicati soltanto i primi due volumi de "L'arabo del futuro", opera che in realtà ne prevede altri successivi -almeno altri due basandomi sulla pubblicazione francese. Non vi è perciò una tavola conclusiva nell'ultima pagina del volume secondo, che infatti termina con la parola "continua", lasciando la vicenda in sospeso.
Dal punto di vista grafico, i personaggi rappresentati da Sattouf mi hanno ricordato molto il famoso cartoon Titeuf: grandi nasi, capelli voluminosi, visi prominenti, espressivi. Le tavole ci raccontano sugli sfondi la Siria prima della guerra civile, nel primo volume troviamo anche scorci della Libia durante la dittatura di Gheddafi, vediamo edifici incompleti, crepe sui muri, campagne brulle dove l'infanzia non è innocente come potremmo pensare -pronta a torturare animali indifesi, ad aggredire i coetanei al grido di "ebreo", abituata alle punizioni corporali a casa e a scuola.
La maggiore empatia ammetto di averla provata nei confronti del personaggio materno: una donna francese che non parla arabo accetta per amore del marito di trasferirsi con i figli in un Paese molto lontano dalle comodità alle quali era abituata, ed accetta per di più un maschilismo davvero fastidioso da parte del consorte millantatore, che ogni giorno le promette successi e fasti che non arrivano mai. Confesso di aver trascorso diverse pagine a chiedermi come mai questa donna non abbia scelto di tornare in Francia con i propri figli almeno nel corso di questi sette anni che ci vengono raccontati. 
I ricordi dell'autore sono dettagliati ed insieme alla storia familiare ci raccontano la storia del suo Paese; della sua vita da adulto sappiamo che da decenni vive in Francia, dove per dieci anni ha pubblicato una striscia settimanale sulla rivista Charlie Hebdo. L'ambizioso progetto "L'arabo del futuro" ha riscosso da subito un enorme successo di pubblico e di critica. 
Personalmente sono molto curiosa di leggere il seguito, di scoprire quando ed in quali circostanze Riad abbia lasciato la Siria; perciò non vedo l'ora che il terzo volume venga pubblicato in Italia!

giovedì 23 novembre 2017

Disordine

Le mie letture scandinave si dividono in gialli ambientati nelle città nordiche (in questa categoria ne trovate diversi esempi), oppure in romanzi dove si affrontano le problematiche legate agli immigrati di seconda generazione -e talvolta questi due elementi si fondono, come nel caso de “Il danno” di cui vi ho parlato qui.
Per leggere qualcosa di diverso probabilmente dovrei approfondire la casa editrice Iperborea, ed ho intenzione di farlo in futuro; finora però mi ritrovo all’interno delle due categorie citate, ed il romanzo di Zander fa parte della seconda.
 
 

Titolo: Disordine
Autore: Joakim Zander
Anno della prima edizione: 2015
Titolo originale: Orten
Casa editrice: Bompiani
Pagine: 433
 
 
 
 
 
Questo romanzo ha tre protagonisti, e tre voci che si alternano nei vari capitoli: quella di Fadi, in prima persona, e quelle in terza persona di Yasmine e Klara.
Yasmine e Fadi Ajam sono fratelli, immigrati da un imprecisato paese arabofono a Bergolt, Quartiere che non chiamano mai per nome, nella periferia di Stoccolma. I loro genitori sono troppo impegnati al lavoro, non restano loro parole d’affetto, al padre restano le mani sempre pronte ad uno schiaffo di troppo; i due ragazzi, sempre più legati, crescono pieni di rabbia e di voglia di scappare via.
Klara invece è l’assistente di una parlamentare europea, ma per comprendere il suo personaggio e le problematiche legate alla sua professione bisognerebbe aver letto il primo romanzo di Zander, “Il nuotatore”: io non l’ho fatto, e questi intrighi internazionali intrecciati con le questioni dell’UE (anche grazie al percorso professionale dell’autore, che ha lavorato al Parlamento Europeo ed alla Commissione) non sono riuscita ad apprezzarli.
 
Tutti i protagonisti di questo romanzo sono tutt’altro che sereni nelle proprie esistenze. Klara ha problemi di alcolismo, ma resta a mio parere un personaggio piuttosto piatto e poco convincente.
Molto più forti e ben caratterizzati sono i fratelli Ajam. Entrambi desiderosi di evadere dal Quartiere, incapaci di rassegnarsi alla propria condizione, riescono entrambi ad andarsene dalla Svezia. La prima a farlo è Yasmine: parte per New York senza dare più notizie di sé, sparisce per quattro anni insieme al suo fidanzato troppo dedito alle droghe e alla violenza, concentrata solo sulla propria fuga. Il secondo è Fadi: smarrito, lontano dall’unica persona che lo abbia sempre amato e protetto, l’unica che aveva giurato che gli sarebbe stata sempre accanto, Fadi cerca sostegno in una fede che non prova, nella soluzione che gli si prospetta più allettante. Fadi si unisce ad un gruppo di fondamentalisti islamici e si prepara a partire per la Siria, cercando di dare un senso alla propria insoddisfacente esistenza.
È qui, in Siria, che viene dato per morto attraverso un comunicato diffuso su Internet. È qui che Yasmine pensa di averlo perduto, anni dopo averlo abbandonato; ma a quattro anni dalla sua partenza, Yasmine riceve una fotografia da sua madre: è stata scattata a Bergort, e vi è solo una figura incappucciata, ma così come la loro madre, Yasmine in quella figura vede Fadi. In quella figura incappucciata Yasmine vede la propria seconda occasione: la seconda occasione per salvare suo fratello, per proteggerlo come non ha fatto anni prima.
 
Un'immagine dai disordini a Stoccolma (2013)
Il rapporto tra Yasmine e Fadi è il fulcro di questo romanzo, ed è l’elemento che ho apprezzato di più. Zander ci descrive due figli del loro tempo, ragazzi in fuga, smarriti nel luogo che dovrebbero percepire come sicuro, come Casa, e che tuttavia li fa sentire sempre stranieri, sempre diversi. In Svezia, nel Quartiere, nessuno dei due ha trovato la propria dimensione; Yasmine si è rassegnata ad un fidanzato oppressivo e violento pur di scappare, Fadi si è illuso di trovare salvezza ed una via d’uscita in una fede nella quale non crede davvero.
Nei capitoli dove è Fadi il narratore leggiamo la Siria, i combattimenti, il senso di smarrimento di un giovane privo di punti di riferimento, che cerca un significato, uno scopo ai propri giorni. In quelli di Yasmine leggiamo il ritorno al Quartiere, un Quartiere che le porta rancore e non accetta le sue indagini, e leggiamo il suo impegno nel ritrovare quel fratello smarrito ovunque si trovi. Il loro è un percorso di crescita, certamente estremo, specialmente nel caso di Fadi: un percorso però nel quale almeno un punto fermo si renderanno conto di averlo l’uno nell’altra.
 
Il romanzo di Zander, letto indipendente dal primo libro dell’autore, ha il limite di rimanere parzialmente incomprensibile nel personaggio di Klara, come vi dicevo prima. Inoltre gli elementi d’azione non mi hanno convinta granché. Nel complesso l’aspetto positivo lo ridurrei alla relazione fraterna tra i due Ajam, ma non lo direi una ragione sufficiente per affrontare una lettura che sebbene abbia un inizio molto coinvolgente diviene più lenta e ripetitiva con il passare delle pagine.
Sebbene si occupi del tema di certo interessante delle seconde generazioni in Svezia e dei problemi che si trovano ad affrontare, continuo a ritenere che “L’immigrato” di Olav Hergel (romanzo che ho letto diverso tempo fa) resti l’unico fino ad oggi che mi sentirei di consigliare a chi sia interessato a questo argomento.

martedì 22 agosto 2017

Continua a camminare

La copertina cartoon di questo libro potrebbe far pensare ad una lettura lieve, forse persino poco profonda. Siamo davanti invece ad un romanzo potente e ricco, dove la finzione si mescola alla realtà, la poesia alla prosa.
 
 
 
 
Titolo: Continua a camminare
Autore: Gabriele Clima
Anno della prima edizione: 2017
Casa editrice: Feltrinelli
Pagine: 160
 
 
 
 
 
I protagonisti di questo romanzo sono due tredicenni, Salim e Fatma, le cui voci si alternano nei capitoli del libro. Salim vive ad Aleppo, insieme ai suoi genitori e suo fratello Abed; Fatma invece abita a Damasco, ama moltissimo il suo nonno che suona il rabab all'albero di melograno, ed ha un padre e un fratello con idee molto rigide riguardo ciò che una donna può o non può fare -e la seconda categoria è molto più nutrita della prima.
 
In Siria ci sono fucili, kalashnikov, bombardamenti di provenienza incerta. Le case sono ridotte in macerie, molti hanno perso la vita sotto quei brandelli di muro o per le strade. Abed si aggira per Aleppo ed ha una missione: dalle case distrutte salva i libri che riesce a trovare, progettando la riapertura di una grande biblioteca pubblica; ne ha già salvate migliaia, ed è convinto che i libri saranno in grado di fermare la guerra. Purtroppo sul breve periodo sembra non avere ragione, e proprio per questo a Salim e a suo padre non resta che mettersi in viaggio, con poche speranze, per scappare dalla Siria in guerra.
 
Molto diversa è la famiglia di Fatma (e potremmo davvero dire: purtroppo per lei). Suo fratello Khalid, che tanto ama e da sempre la chiama la sua rosa di Damasco, nel corso del conflitto si è radicalizzato ed ha convinto il padre ad un trasferimento nella città di Raqqa. Per il tredicesimo compleanno di Fatma le ha fatto un regalo davvero discutibile: una cintura di esplosivo con la quale potrà cambiare il mondo in meglio come sperava. Fatma è giovane ed ingenua, ma non ha alcun desiderio di compiere un attentato suicida; sente la mancanza del nonno rimasto a Damasco, a cantare all'albero di melograno, e mentre il fratello la abbandona nel deserto diretta ad una base militare cerca un modo per sfuggire a quell'infausta missione.
 

la biblioteca sotterranea di Daraya
(fotografia di Humans of Syria)

 
Gabriele Clima ha scritto un libro nel quale c'è molto da scoprire. Innanzitutto i suoi personaggi sono romanzati, ma Abed e Fatma esistono davvero: qui un articolo su Abu Malek, che a Daraya (una zona della città di Damasco) ha realizzato una biblioteca sotterranea con libri salvati dalle macerie; qui invece la vicenda di Spozhmay, bambina irachena costretta dal fratello ad indossare una cintura piena d'esplosivo.
 
Uno degli aspetti di questo romanzo che ho preferito è la presenza, in ogni capitolo, di una poesia di un poeta o una poetessa siriani contemporanei: un modo per conoscere un Paese dalle sue parole, dalla sua antica e nobile tradizione letteraria che spesso non arriva sugli scaffali delle nostre librerie. La lettura di queste poesie (tratte da testi che si trovano indicati alla fine del libro) è un ottimo spunto per approfondire, diversi dei volumi in cui sono contenute sono disponibili anche in italiano.
 
Apparentemente dunque siamo davanti ad una storia semplice: due voci narranti, due adolescenti davanti alla tragedia del conflitto siriano, che affrontano il dolore della perdita della vita come la conoscevano e si trovano ad avere a che fare con armi, distruzione e morte. Salim si aggrappa al libro di poesie appartenuto al fratello mentre si mette in viaggio verso l'Europa; Fatma ha anche lei a che fare con qualcosa di troppo grande, che non comprende fino in fondo e dal quale anche lei deve scappare.
Tuttavia sotto la superficie di una narrazione chiara, flashback esplicativi e personaggi molto giovani dal linguaggio appropriato, questo libro parla di un tema attuale e troppo spesso ignorato, in quanto lontano da noi, davanti al quale chiudiamo gli occhi e cambiamo canale.
Questa storia è una finestra su un mondo in guerra, sull'esodo dei profughi che cercano di avere salva la vita in un altro continente, arricchita dalle parole dei poeti che questa realtà l'hanno vissuta direttamente e la raccontano con le loro parole, accompagnando le vicende di Salim e di Fatma -personaggi che è un vero piacere incontrare.