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mercoledì 29 aprile 2026

La casa sul Nilo

"La casa sul Nilo" di Denise Pardo, pubblicato da Neri Pozza, era sui miei scaffali da qualche tempo dopo che lo avevo trovato al mercatino dell’usato in una di quelle circostanze che con il senno di poi mi fanno dire che gli incontri destinati esistono anche tra le scaffalature e certi titoli sono proprio lì per noi.

Ho letto diversi autori egiziani, ma non ero mai entrata a contatto con questa pagina della storia del paese: dopo decenni dorati in cui persone da tutto il mondo si raccolgono al Cairo e ad Alessandria in una dimensione cosmopolita ricchissima di stimoli e di cultura, dove la varietà è una risorsa, dopo la fondazione dello Stato di Israele e la progressiva perdita di credibilità del re Fouad in un moto di decolonizzazione gli stranieri vengono progressivamente privati dei propri diritti e allontanati dall’Egitto.

Di loro fa parte la famiglia dell’autrice, di origine ebraica proveniente in parte dall’Italia e in parte dall’Europa dell’est, e in questo libro Pardo ne ripercorre le vite e i tanti incontri, per primo quello tra i suoi genitori avvenuto proprio al Cairo. Rievoca gli amici che hanno frequentato, i suoi ricordi d’infanzia e la perdita dell’innocenza che avviene proprio con  l’allontanamento e l’arrivo in quella Roma dove per la prima volta si sente straniera, in una dimensione che al confronto di quella egiziana appare estremamente chiusa e ridotta.

Romanzo storico e memoir, "La casa sul Nilo" rievoca un Egitto di cui resta ben poco e ci fa entrare in una famiglia così ben raccontata che ci sembra di conoscerla. Ho apprezzato moltissimo questa lettura che mi ha insegnato molti fatti storici di cui non ero a conoscenza e ho scoperto che da poco è stato pubblicato il secondo libro dell’autrice "Tornare al Cairo" dove viene sviluppata la storia di uno dei personaggi che compare anche in questo volume -Kate, l’amica inglese di sua madre. Inutile dire che ho intenzione di non aspettare troppo tempo prima di recuperarlo!

Avete mai letto un libro ambientato in Egitto?

giovedì 26 settembre 2024

Shubbek Lubbek

Shubbek Lubbek di Deena Mohamed è il più bel fumetto che incontro da molto tempo! Pubblicato da Coconino Press, è quasi incredibile pensare che si tratta di un'opera d'esordio, dopo l'esperienza dell'autrice nella creazione di comic online -in particolare con protagonista Qahera, un'eroina impegnata nella lotta alla misoginia e all'islamofobia.

Qui realizza un'opera complessa e ricchissima, ambientata in un Egitto distopico in cui da oltre un secolo i desideri sono in vendita e, in base alla loro categoria, possono influire in modo più o meno significativo sulle vite dei loro proprietari.

Tre sono le storie in "Shubbek Lubbek", tenute insieme dalla cornice di Shukri, il commerciante che tra gli altri articoli in vendita ha proprio tre desideri di prima classe.

Sarà Aziza la sua prima cliente, che però per la sua umile estrazione sociale sarà sospettata di furto -o perlomeno sarà questo il pretesto e la detenzione che subirà. Poi è il turno di Nur, studentessa di buona famiglia in Scienze dei Desideri all'università americana del Cairo, prigioniera di una depressione di cui non comprende le cause. Infine c'è Shawqiyya, anziana cliente gravemente malata, che Sukri vorrebbe guarire con l'ultimo desiderio rimasto senza conoscerne il passato [ne ha già infatti utilizzato uno per rivivere daccapo la propria vita, dopo che a seguito di un matrimonio infelice aveva perso entrambi i suoi figli e ucciso il marito, che non le aveva permesso di usare il desiderio per salvarli].

Il fumetto di Mohamed alterna l'arabo e l'inglese, tavole a colori e in bianco e nero, infografiche che contestualizzano i desideri e la loro storia, momenti taglienti ed ironici ad altri molto toccanti. È un'opera che in chiave simbolica parla dell'Egitto di oggi, e al tempo stesso ci trasporta in un mondo alternativo e convincente, abitato da personaggi a cui ci affezioniamo. Per me è stato un vero colpo di fulmine!

Qual è l'ultimo fumetto che avete amato?

giovedì 26 ottobre 2023

Come dividere una pesca

 "Come dividere una pesca", titolo di Noor Naga portato in Italia da Feltrinelli editore  (il titolo originale è "If an Egyptian cannot speak English"), è un romanzo che ha superato le mie aspettative.

La trama, di per sé, potrebbe non sembrare originale: una ragazza americana di origini egiziane si trasferisce al Cairo alla ricerca della propria identità, ma fatica ad inserirsi con i suoi capelli rasati e il suo arabo impreciso; incontra un giovane fotografo originario del modesto villaggio di Shubra Khit dove è cresciuto con l'amata nonna (poi morta suicida in un forno tradizionale), in difficoltà economiche e tossicodipendente, che a sua volta non trova un posto nella società dopo aver documentato anni prima la cosiddetta rivoluzione di piazza Tahrir, che ha poi purtroppo deluso i ragazzi come lui. 

È dunque una storia di differenze, di classe e di provenienza, di chi torna in un Paese da cui i trentenni non vedono l'ora di potersene andare, differenze di lingua (l'arabo di lei incerto, lui che non ha mai studiato l'inglese), di appartenenza culturale -lei è figlia del #metoo, delle rivendicazioni, della battaglia per i diritti lgbtq+ e lui ha lottato per la libertà d'espressione, contro la dittatura, ma è cresciuto immerso nel patriarcato e nell'omofobia.

Quello che colpisce in questo romanzo e lo rende degno di nota è la sua struttura: diviso in tre parti, la prima si apre ad ogni brevissimo capitolo con una domanda, apparentemente scollegata dal suo contenuto. Alterna i punti di vista dei due e non fornisce spiegazioni, approfondimenti, note a pié di pagina, solo le loro voci dirette e prive di abbellimenti. Le note compaiono nella seconda parte, che contestualizza modi di dire, tradizioni e comportamenti, ma anche parole che erano prima lasciate prive di traduzione tanto da disorientare un po' il lettore.

Ancora più sperimentale è la terza parte: in qualche modo una sostituzione di una vera e terza parte del romanzo, si costruisce come un dialogo metaletterario, che conclude la vicenda con degli accenni che il lettore deve cogliere tra le voci di altri lettori a cui il libro è stato presentato dalla protagonista stessa. 

Questa forma è la sua forza, distingue "Come dividere una pesca" da altre storie che potrebbero somigliargli, lo rende ancorato all'attualità statunitense ma anche egiziana, richiede al lettore un certo impegno ma lo ripaga abbondantemente. Se siete alla ricerca di una lettura insolita e ben costruita, ve lo consiglio!

Qual è l'ultima autrice che avete scoperto?

giovedì 19 agosto 2021

Abbracciarsi sul ponte di Brooklyn

"Abbracciarsi sul ponte di Brooklyn" è uno di quei romanzi che ho acquistato principalmente per il titolo, e per una copertina spettacolare che rappresenta le città di New York e del Cairo che si specchiano l’una nell’altra. 


Titolo: Abbracciarsi sul ponte di Brooklyn
Autore: Ezzedine C. Fishere
Anno della prima edizione: 2011
Titolo originale: عناق عند جسر بروكلين
Casa editrice: Francesco Brioschi Editore
Traduttrice: Elisabetta Bartoli 
Pagine: 242


Il suo autore, Ezzedine Choukri Fishere, è egiziano e piuttosto famoso in patria, ma per via del suo lavoro come diplomatico e giornalista ha scelto qualche anno fa di emigrare negli Stati Uniti per sfuggire alla dittatura. Conosce quindi molto bene la materia della quale scrive, ossia la prospettiva degli emigrati di origine araba che si trovano a vivere negli Stati Uniti.

In questo libro i punti di vista sono molteplici, e ad ognuno di loro è dedicato un capitolo, talvolta narrato in prima persona talvolta invece in terza. Tutto ruota attorno ad una cena organizzata dal professor Darwish in occasione del ventunesimo compleanno della nipote Salma: l’uomo sa che gli resta poco da vivere, e ha deciso di organizzare questa cena per riunire attorno a sé tutti gli egiziani con i quali ha un legame in America, a partire da suo figlio fino ad ex studenti e collaboratori. 
Per ognuno dei personaggi di questa storia la cena è un’occasione per riflettere sulle proprie esistenze: i matrimoni falliti, gli amori rimasti in sospeso, i traumi riportati nel corso del proprio lavoro, i tanti dubbi che riguardano il futuro. Ci sono in questi capitoli prospettive radicalmente diverse: c’è chi negli Stati Uniti si sente a casa, chi ha scelto la strada dell’integrazione attraverso una carriera di successo, c’è chi invece si è legato ancora di più alla propria cultura d’origine radicalizzandosi e portandola all’estremo, soprattutto dopo gli attentati dell’11 settembre.

In "Abbracciarsi sul ponte di Brooklyn" i punti di vista sono molteplici, e ognuno di loro ha saputo trasmettermi qualcosa: in ognuno di questi personaggi, pur essendo la mia situazione radicalmente diversa dalla loro, ho riconosciuto qualcosa di me. Quello che però ha reso questo romanzo davvero memorabile è un finale che non mi sarei mai aspettata, e che porta il testo ad un altro livello di ricercatezza stilistica e di significato, allontanandosi da una narrazione più tradizionale come quella portata avanti fino a quel momento.

"Abbracciarsi sul ponte di Brooklyn" è una lettura che consiglio a tutti coloro che come me sono appassionati di letteratura della migrazione, e che non sono mai stanchi di osservare l’Occidente con occhi diversi dai propri. Lo consiglio inoltre agli amanti dei romanzi psicologici, all’interno dei quali ci sia largo spazio per le riflessioni e l’analisi dell’esistenza: per me è stata una lettura sorprendente, che non ha per nulla deluso le mie aspettative.

lunedì 3 maggio 2021

La fila

Di autori arabi ne leggo sempre volentieri, ma devo ammettere che raramente sono donne: sono stata quindi molto felice di questa novità!


Titolo: La fila
Autrice: Basma Abdel Aziz
Anno della prima edizione: 2016
Titolo originale: Al Tabuur
Casa editrice: NERO Edizioni
Traduttrice: Fernanda Fischione
Pagine: 209


LA STORIA

"La fila" è un romanzo distopico, genere che che come abbiamo imparato da capolavori come "1984" di Orwell racconta assai bene la realtà o il futuro. In questo caso ci troviamo in un paese del Nord Africa di cui non ci viene mai rivelato il nome, ma che non facciamo fatica ad immaginare come l’Egitto data la nazionalità della scrittrice. La popolazione è costretta ad ordinarsi in questa Fila del titolo, in un'interminabile attesa per poter comunicare con la Porta, misteriosa autorità alla quale è necessario chiedere ormai l’autorizzazione per qualunque cosa, dal potere ottenere un lavoro, al permesso di venire operati o acquisire un terreno. Si raccoglie così una varia umanità cittadina nella Fila, e tra di essi seguiamo in particolare le vicende di Yaya, un giovane che è stato colpito da un proiettile nel corso dei giorni rievocati come "sciagurati eventi" -anche qui, non fatichiamo ad immaginarci queste giornate come simili a quelle delle Primavere Arabe e delle rivolte contro i dittatori, Mubarak nel caso dell’Egitto.

Il proiettile però è stato sparato dalla polizia e pertanto il dottor Tarek, che dovrebbe essere incaricato di operare Yaya, non ha il permesso di farlo: estrarre il proiettile si rivelerebbe una prova schiacciante della colpevolezza delle forze dell’ordine. Così, mentre le compagnie telefoniche si specializzano nell’intercettare le comunicazioni, Yaya soffre con il suo proiettile in corpo e attende in Fila l’estenuante autorizzazione ad estrarlo.
lui, con quella pallottola, era l’unica prova vivente che non erano ancora riusciti a insabbiare.

COSA NE PENSO

Basma Abdel Aziz è una psichiatra egiziana, attivista per i diritti umani e scrittrice per numerose riviste: questo è il suo romanzo d’esordio, pubblicato per la prima volta nel 2013, a poca distanza dalle Primavere Arabe e dalla delusione che ne sarebbe seguita. Basma Abdel Aziz conosce il carcere, perché numerose volte è stata arrestata a causa del suo attivismo e da "La Fila" appare evidente la sua capacità di ritrarre in modo simbolico ma calzante la condizione ancora oggi vigente nel suo paese: dalla Fila infatti le persone spariscono senza lasciare traccia, gli arresti sono del tutto arbitrari e le pubblicazioni sui giornali controllate dalla censura. 
L’Unità Antisommossa di Difesa della Sicurezza, incaricata sin dalla sua fondazione di trattare questo tipo di insurrezioni e armata come mai prima d’allora, era riuscita ad annientare i manifestanti in poche ore e a svuotare la piazza senza grandi sforzi.
Sebbene fosse al regime di Mubarak che questo romanzo poteva fare riferimento, data l’epoca della sua pubblicazione, c’è ancora molto di somigliante nel regime di Al-Sisi, ed è per questo che "La Fila" è un romanzo estremamente interessante per tutti coloro che siano appassionati di geopolitica e Medioriente.


A me "La Fila" è piaciuto moltissimo: mi è piaciuto seguire le vicissitudini degli amici che cercano di aiutare Yaya a tutti i costi, pur sapendo quanto sia pericoloso, e come nel caso di Amani (la sua fidanzata) subendone le conseguenze in prima persona, perché da un arresto governativo non si torna indenni. 
Si diceva che fossero stati convocati nei sotterranei senza che facessero più ritorno. Le voci causarono una notevole tensione: furono resi pubblici i nomi dei cittadini di cui non si aveva più notizia e la data della loro scomparsa; iniziarono a girare volantini con le loro foto, e appelli affinché tornassero sani e salvi.
Ho trovato molto stimolante la rappresentazione di personaggi così diversi: i fondamentalisti religiosi, gli ipocriti, coloro che per una sola parola sbagliata si ritrovano in un meccanismo dal quale non sanno come sfuggire. 
Devo essere però completamente onesta e rivelarvi che i finali aperti non fanno per me! Se le vicissitudini del dottor Tarek erano state per me estremamente interessanti, combattuto com’era tra la sua deontologia professionale e l’intenzione quindi di operare Yaya, ma anche il timore e l’obbedienza nei confronti degli ordini ricevuti dall’alto, avrei davvero desiderato leggere una conclusione per tali eventi. Invece sul finale sono rimasta un po’ con l’amaro in bocca, sebbene ragionandoci a mente fredda trovo che data l’attualità della situazione politica abbia avuto una sua coerenza lasciare in sospeso la vicenda, tutt’altro che risolta e terminata nella realtà.

lunedì 20 luglio 2020

Vertigo

Siamo ormai abituati a poter scegliere tra una vasta offerta di thriller dalle atmosfere nordiche, ma molto più raramente ne leggiamo ad opera di scrittori che provengono da paesi a Sud del Mar Mediterraneo. Sono riuscita però a scovarne uno, ed è stata una piacevole sorpresa!




Titolo: Vertigo
Autore: Ahmed Mourad
Anno della prima edizione: 2007
Traduttrice: Barbara Teresi
Casa editrice: Marsilio
Pagine: 367




LA STORIA

Ci troviamo nella torrida capitale egiziana, affacciati sul Nilo, e passiamo da un club a uno studio fotografico. Il protagonista del romanzo, Ahmed, è infatti un fotografo che lavora al bar Vertigo: un locale frequentato da uomini ricchi e potenti, che usano il proprio denaro per alcol, prostitute e affari illeciti di vario genere.
Il romanzo di Mourad ha inizio con una strage che ha luogo proprio al bar Vertigo. Ahmed assiste impotente, ma documenta la scena attraverso le sue fotografie -che spera potranno far luce sul crimine una volta inviate alla stampa. Tuttavia le testate giornalistiche non sembrano affatto interessate ad indagare sull'avvenimento...


COSA NE PENSO

Mourad racconta scandali e segreti, facendo accompagnare il suo protagonista da due personaggi comprimari memorabili: il paffuto amico Omar, dalla preziosa conoscenza dei sistemi informatici, e Guda, fotografo più un là con gli anni proprietario di un armadio pieno di rullini dal contenuto scottante.

Dentro di sé, desiderava confonderli, spiazzarli, invertire i ruoli tra lui e loro e insinuare per la prima volta la paura nelle loro vite. Avrebbe voluto farli sentire come si sentiva lui: come chi vive ai margini.
L'Egitto che racconta Mourad ha molto da nascondere: alla luce del giorno la polizia avvicina le coppie di fidanzati che appena si sfiorano sulle panchine, nella notte lascia che nei suoi locali ogni trasgressione sia permessa.
Si tratta di un Egitto che precede le Primavere Arabe del 2011, che precede la rivolta di Piazza Tahrir: i suoi giovani hanno sete di giustizia e di verità, e Mourad dà loro la speranza di poterle conquistare con il loro impegno. Certo, oggi sappiamo che gli sviluppi della rivoluzione non sono stati quelli auspicati...

Guda stava a testa bassa. Non parlava, non gridava, non si difendeva. Come se aspettasse da tempo qualcuno che gli dicesse in faccia la verità: «Sei un bugiardo.» Sapeva di esserlo, così come sapeva di non volerlo sapere. Prima degli altri, ingannava se stesso.
La scrittura di Mourad è ironica e tagliente, spesso capace di far sorridere il lettore. 
Il giallo è ben costruito, avvincente e originale nel panorama dei thriller contemporanei dominati da serial killer e paesaggi innevati; ve lo consiglio se siete alla ricerca di un'indagine lontana da quelle a cui siamo abituati! 

lunedì 22 giugno 2020

Vicolo del Mortaio

Come ormai avrete capito, la letteratura araba mi affascina molto, in particolare quella egiziana di cui trovate qui tutti gli articoli -più che altro perché mi pare più semplice da reperire, non leggendo io l’arabo in lingua originale. Di Nagib Mahfouz avevo già letto e apprezzato alcune opere minori (qui trovate l’articolo dedicato a Canto di nozze) ed ero interessata a leggerne una delle più antiche e più conosciute.




Titolo: Vicolo del Mortaio
Autore: Nagib Mahfouz
Anno della prima edizione: 1947
Titolo originale: Zoqaq al-Midaq
Casa editrice: Feltrinelli
Traduttore: Paolo Branca
Pagine: 254


LA STORIA

Vicolo del Mortaio è una viuzza del Cairo, animata da botteghe e caffè, dove vivono i personaggi che popolano questo libro. Ci sono giovani e meno giovani, ragazze attraenti, donne che cercano marito e altre che organizzano matrimoni; ci sono uomini dalla condotta riprovevole, dediti a mestieri non convenzionali. Il tutto avviene sullo sfondo della Seconda Guerra Mondiale che sta per finire.


COSA NE PENSO

Nagib Mahfouz è l’unico autore di lingua araba ad aver vinto il premio Nobel per la letteratura: lo vinse nel 1988, quando “Vicolo del mortaio” aveva visto la luce da molto. Pubblicato infatti nel 1947, questo romanzo corale è ambientato nel quartiere di Khan-el-Khalili, il principale suq (mercato arabo) della parte antica della capitale egiziana, sul finire della Seconda Guerra Mondiale.

L’imminente sconfitta di Hitler non viene accolta con la gioia che la accompagna in Europa, perché diversi cittadini del Cairo si sono arruolati per denaro nell’esercito inglese e speravano che questa opportunità di guadagno sarebbe durata per lungo tempo – il monarca che regnava all’epoca, Re Faruq, aveva infatti concesso al Regno Unito di utilizzare l’Egitto come base militare nel corso del conflitto mondiale.
Liberati dalla vista di quel cadavere di Kamil e vieni nell’esercito inglese. É un pozzo senza fondo, il tesoro del gran santo! Questa guerra non è una sventura, come dicono gli ignoranti. É una benedizione del Signore per toglierci da un abisso di miseria e di indigenza. Ben vengano le incursioni aeree, visto che ci bombardano d’oro. Non ti ho già detto di entrare nell’esercito? Ti ripeto che è il momento buono. Se l’Italia è stata sconfitta, la Germania resiste ancora, e poi c’è il Giappone… la guerra durerà vent’anni.
Vicolo del Mortaio è evidentemente una zona povera della città: vi abitano persone modeste, che tirano a campare e spesso non lo fanno con i mezzi più leciti. C’è chi si improvvisa dentista, ma si procura le dentiere sottraendole ai cadaveri da poco sepolti; chi compie atti di violenza per mutilare i mendicanti su loro richiesta, in modo da renderli veramente disabili. C’è chi quel Vicolo non lo sopporta, e non vede l’ora di cambiar vita, di andar via; e c’è chi invece tutto sommato ci è affezionato, ma non ha il coraggio di ammetterlo ad alta voce.
 “Non è necessario attendere la fine della guerra. Saremo gli abitanti più felici del Vicolo”. Lei aggrottò la fronte ed esclamò con disgusto: “Il Vicolo del Mortaio.” Al-Helwu la guardò imbarazzato, non osava prendere le difese di quel luogo che pure amava e che preferiva ad ogni altro al mondo.
Mahfouz costruisce un affresco di un luogo e dei suoi abitanti; il personaggio che più spicca tra di essi, che è stato meglio caratterizzato, è un personaggio femminile: quello di Hamida. Hamida è una giovane donna attraente, orfana, cresciuta da una donna che l’ha trattata come una figlia e che di mestiere organizza matrimoni per la gente della zona. Hamida però non vuole accontentarsi del ragazzo proprietario della bottega di barbiere, sogna un’esistenza di abiti eleganti, di appartamenti con la luce elettrica e l’acqua corrente; così sarà logico farsi sedurre dalle facili ricchezze, che però non sempre conducono alla felicità.
“Perché disprezzi questa vita?” “Ma è davvero vita? In questo vicolo ci sono solo morti, se ci resterai non avrai neppure bisogno di esser seppellito e che Dio abbia pietà di te”.
La lingua di Mahfouz è spesso ironica, tagliente, non risparmia un giudizio spietato nei dialoghi in cui si discute di un personaggio o dell’altro; sembra dirci che il Vicolo del Mortaio non ha compassione per nessuno, che per nessuno dei suoi abitanti ci sarà salvezza in questa vita o nella prossima.
Ma come tutte le altre anche questa notizia passò, per l’ineluttabile disposizione del Vicolo all’oblio e all’indifferenza. Al mattino, se era il caso, si piangeva, ma alla sera già si sghignazzava tra le porte e le finestre che si aprivano e si chiudevano con un medesimo cigòlio.

Io l’ho trovato un romanzo di non semplicissima lettura, specialmente nella sua prima parte in cui ho faticato ad ingranare e ad entrare in empatia con gli abitanti del Vicolo; il ritmo accelera però man mano che la vicenda di Hamida e del suo innamorato Abbas si sviluppa, e anche il coinvolgimento del lettore aumenta.

“Vicolo del Mortaio” è senz’altro un ottimo esempio della tradizione letteraria del realismo arabo, e rappresenta un Egitto che oggi non esiste più in questa sua forma, ma che è facile immaginarsi grazie alle descrizioni dell’autore. Lo consiglio a tutti coloro che sono interessati alla storia della Seconda Guerra Mondiale, poiché il fronte al di là del Mediterraneo è un’area che raramente viene presa in considerazione; se poi cercate un romanzo a più voci, che vi tenga compagnia senza togliervi il sonno, “Vicolo del Mortaio” fa certamente al caso vostro.

giovedì 18 ottobre 2018

Sette luoghi

Ormai avrete capito che la letteratura araba mi affascina e che amo scoprirne sempre nuovi autori. In questo caso la mia scelta è ricaduta su uno scrittore egiziano molto famoso in patria, che è anche uno studioso dell'Islam e per il suo romanzo "Azazel" è stato insignito dell'importante premio "International Prize for Arabic Fiction" -ovvero la versione in lingua araba del Man Booker Prize.

Titolo: Sette luoghi
Autore: Youssef Ziedan
Anno della prima edizione: 2013
Titolo originale: Mihal
Casa editrice: Neri Pozza
Traduttori: Daniele Mascitelli e Lorenzo Declich
Pagine: 232
LA STORIA
Il protagonista senza nome di questo romanzo è figlio di un uomo sudanese e di una donna egiziana; alla fine degli anni Novanta vive ad Assuan, in Egitto, studia scienze sociali all'università e d'estate lavora come guida turistica. Proprio sul lavoro incontra Nora, una giovane studentessa di Alessandria, e tra i due nasce un amore profondo e duraturo, anche se non fortunato.
È in seguito alla separazione da Nora che la vita del ragazzo prende una piega del tutto inaspettata: si trasferisce infatti in Uzbekistan e lì riceve un incarico in qualità di inviato di guerra in Afghanistan. Qui arriva dopo il 2001, quando i bombardamenti da parte degli Stati Uniti stanno già distruggendo il Paese, ed è proprio all'esercito statunitense che viene consegnato…
COSA NE PENSO
"Sette luoghi" è il primo volume di quella che ho scoperto essere una trilogia, ed infatti il suo finale è tutt'altro che conclusivo.
Lo stile di Zeidan è poetico ed evocativo, al punto che pare davvero di trovarsi nei luoghi che l'autore descrive: la città di Alessandria, Assuan e le rive del Nilo, Tashkent in Uzbekistan, le rovine dell'Afghanistan… pagina dopo pagina si accompagna davvero il ragazzo in ognuno dei posti nei quali si trova.
Il romanzo inoltre riflette la formazione profondamente religiosa di Zeidan ed è ricco di citazioni del Corano: il protagonista infatti è un ragazzo credente e praticante, dal cuore puro e dall'anima semplice.
Non c'è cosa migliore nella vita del piacere di bere una Coca e mangiare ciambelle al sesamo di sera, in particolar modo su un marciapiede di Luxor incastonato tra il tempio e il Nilo. E solo stando vicino a Nora poteva capirlo.
La storia d'amore tra Nora ed il ragazzo è forse la parte del romanzo che ho preferito, poiché è romantica ma priva di alcun eccesso, ed è anche la fase in cui il ragazzo è maggiormente padrone della propria vita, più capace di compiere scelte talvolta coraggiose. Vale lo stesso per Nora, che mostra un carattere forte e risoluto, ma non potrà opporsi in eterno alle vicissitudini della propria famiglia -e da allora non ne sapremo più quasi nulla.
Da un certo momento in poi nel romanzo pare che una corrente -piuttosto sfortunata- trascini il nostro protagonista: i suoi conoscenti decidono per lui, suggerendogli dove abitare, proponendogli lavori da svolgere, procurandogli addirittura una brava ragazza da sposare. Questo atteggiamento passivo, quasi rassegnato, rende il ragazzo meno interessante mentre lo si osserva scivolare su una sorta di piano inclinato verso la disfatta… che sul finale arriva, lasciandoci in sospeso.
Ogni cosa di scarso valore nel mio paese diventa preziosa se la si porta altrove, mentre io non valgo nulla nel mio paese e dopo che mi sono trasferito altrove valgo ancora meno…
Il secondo volume della trilogia, intitolato "Guantanamo", è stato di recente pubblicato dalla casa editrice Neri Pozza ed ho intenzione di leggerlo quanto prima: sono infatti molto curiosa di conoscere il seguito della storia, e spero davvero di incontrare di nuovo il personaggio di Nora, che mi è mancato molto negli ultimi capitoli di "Sette luoghi".

giovedì 10 maggio 2018

Canto di nozze

Un altro titolo dall'Egitto trova spazio su queste pagine virtuali, e questa volta il suo autore è considerato uno dei più importanti autori del Paese, l'unico ad essere stato insignito del Nobel alla letteratura (precisamente nel 1988): Nagib Mahfuz.
Nonostante Mahfuz sia piuttosto famoso a livello internazionale, il romanzo che ho letto è un altro titolo purtroppo poco noto di una letteratura che ritengo sia davvero da scoprire, e parlarne qui è pur sempre un modo per dare il mio contributo in tal senso.



Titolo: Canto di nozze
Autore: Nagib Mahfuz
Anno della prima edizione: 1981
Titolo originale: Afrah al-qubba
Casa editrice: Feltrinelli
Traduttrice: Valentina Colombo
Pagine: 131



LA STORIA

Abbas Yunis è un autore di teatro. I suoi genitori, Karam e Halima, sono stati attori per tutta la vita, ed il mondo dello spettacolo li ha resi distanti e corrotti, organizzatori di bische clandestine condite con alcool e oppio nel proprio salotto di casa. Abbas è stato testimone del loro abbrutimento, dell'acuirsi della distanza tra loro, ed è diventato in età adulta un autore di successo, mentre i suoi genitori perdevano ogni prestigio sociale venendo arrestati per via delle loro attività illecite.
Un interrogativo pervade il libro: l'opera nell'opera, quella scritta da Abbas e interpretata dall'attore che esagera con l'alcol ed è perseguitato dai rimpianti Tariq Ramadan, sarà vera? Sarà vero che la bella Tahyya, corrotta dal mondo del teatro e dai suoi tanti uomini, quella che ha sposato Abbas nonostante fosse di molto più vecchia di lui e ha dato alla luce suo figlio, è stata uccisa? E Abbas ha davvero intenzione di suicidarsi come scritto nel biglietto che Tariq rinviene nella casa che trova vuota?





COSA NE PENSO 

Abbas è senza dubbio il personaggio di cui più dubitiamo, ma alla fine è l'unico al quale Mahfuz concede un'integrità morale. Deluso dai genitori, indubbiamente perseguitato dalla sfortuna alla morte (per malattia) di moglie e figlioletto, riesce comunque a raggiungere il successo sul piano professionale, e il suicidio è una fugace idea che presto gli si allontana dalla mente.
L'Egitto di Mahfuz è torbido, un mondo di dissolutezza e infelicità si cela dietro i palcoscenici, i quartieri del Cairo sono sporchi, l'impianto fognario malfunzionante. Il romanzo risale agli anni '80 del Novecento, e l'Egitto che Mahfuz ci racconta è molto distante dall'integralismo islamico di perbenismo e rigidità, ed infatti le accuse di blasfemia e la censura nei confronti delle sue opere non sono mancate (ad esempio nei confronti de “Il rione dei ragazzi”), al punto di renderlo vittima di un attentato da parte di fondamentalisti nel 1994, al quale tuttavia sopravvisse.
Mahfuz costruisce un racconto a quattro voci, quattro capitoli dedicati ai personaggi principali (tratteggiati in maniera approfondita e realistica) dove sono loro i narratori, ognuno col suo stile personale, chi più narrativo chi più dialogico. Il testo ha una struttura adattissima per il teatro o per il cinema, ed infatti di recente è stata prodotta una trasposizione sotto forma di serie TV in occasione del mese di Ramadan 2016 che mi piacerebbe molto vedere, ma in streaming in inglese non sembra ad oggi reperibile. Magari in futuro, chissà, se questo libro acquistasse una maggiore popolarità...!

lunedì 23 aprile 2018

Cronaca di un'ultima estate

Questo non è il primo titolo legato all'Egitto che compare su questo blog: di autori egiziani ho già scritto in proposito di "Fame" di Muhammad Al-Busati (la recensione la trovate qui) e del sorprendente "Voci" di Sulayman Fayyad (la recensione la trovate qui).




Titolo: Cronaca di un'ultima estate
Autrice: Yasmine El Rashidi
Anno della prima edizione: 2018
Titolo originale: Chronicle of a Last Summer
Casa editrice: Bollati Boringhieri
Traduttrice: Costanza Prinetti Castelletti
Pagine: 150




LA STORIA


La protagonista di questo romanzo è dapprima bambina, poi studentessa universitaria e poi adulta, intenta a girare documentari e a scrivere un romanzo, rimasta per tutta la vita insieme alla madre nella elegante casa di famiglia. 
Attraverso i suoi occhi vediamo l'Egitto ed i suoi cambiamenti nell'arco di trent'anni e di tre estati: quelle del 1984, del 1998 e del 2014. L'Egitto si trasforma in questi trent'anni, passando da un Paese reduce della decolonizzazione ad uno dove si avvicendano le dittature, i grandi progetti, le rivoluzioni e le repressioni. 
Della protagonista non conosceremo mai il nome, così come non conosciamo quello dei suoi genitori ai quali fa riferimento chiamandoli semplicemente Mama e Baba. Quest'ultimo si è arruolato volontario per combattere contro l'esercito israeliano, per non fare più ritorno a casa; Mama invece è una donna legata all'epoca coloniale, che desidera che la figlia frequenti la scuola inglese del Cairo e che considera la religione ed i suoi simboli un fatto da riservare alla sfera privata.
Man mano che cresce, la ragazza coglie sempre di più l'importanza della politica e del risentimento che cova sotto la cenere dell'apparente tranquillità; diventa una studentessa di cinema, lascia che il cugino Dido le spieghi cosa le accade attorno. E ciò che accade sono le rivoluzioni, le torture per mano della polizia, i giovani che spariscono uno dopo l'altro, in una costante ripetizione delle fasi della storia, che sembra incapace di portare in Egitto un vero e proprio cambiamento.

Un'immagine della città del Cairo
dal sito www.intrepidtravel.com
COSA NE PENSO


Yasmine El Rashidi è una giovane autrice egiziana che nel suo romanzo non dà nome alla protagonista perché possa rappresentare una generazione intera, quella che ha animato la rivolta del 2011, quella che si è vista scorrere accanto, Presidente dopo Presidente, sempre la stessa corruzione, gli stessi fallimenti, la stessa propaganda.
Sono molti i silenzi della voce narrante, molti gli elementi che sceglierà di non raccontare mai, prima tra tutti la ragione della prolungata assenza del padre, che definisce spezzato al suo ritorno. Ciò che la protagonista ci racconta è avvolto dalla nostalgia, da un senso di malinconia che pervade l'intero romanzo, privo di qualsiasi slancio di ottimismo o illusione; l'atmosfera che incombe sulla casa della ragazza e di sua madre, segnata dai lutti e dalle perdite, è tutt'altro che accogliente e rasserenante.
L'Egitto emerge prepotente da queste pagine, descritto nei suoi abitanti e nei suoi paesaggi, nello scorrere del Nilo, nelle architetture che si modificano, nelle strade sempre caotiche, nei mezzi pubblici troppo affollati; dalle pagine emerge il profumo del cibo, la dolcezza dei manghi, il pungente delle spezie; emerge un affresco vivido ed immaginifico, in contrasto con l'emotività dei personaggi che rimane in qualche modo sommersa, sempre controllata.
Non si tratta di una lettura semplice e scorrevole: nonostante sia un romanzo breve e suddiviso in capitoli, richiede un certo sforzo da parte del lettore, richiede a mio parere soprattutto un profondo interesse verso la tematica principale, quella della storia dell'Egitto negli ultimi quarant'anni. Gli appassionati di politica dei paesi arabi in particolare saranno conquistati da un ritratto dall'interno di un Paese assai complesso, attraversato da tumulti e schiacciato dalla repressione, nel quale la generazione dei trentenni di oggi si trova ad affrontare la tortura ed il carcere per aver manifestato la propria opinione e nel quale le sparizioni sono purtroppo all'ordine del giorno. Quello che il romanzo dell'autrice ci mostra in profondità come nessun articolo giornalistico potrebbe fare è il senso di perdita e l'acquisizione di consapevolezza che la generazione della protagonista (e della stessa scrittrice) si trova a vivere, ed è a mio parere il punto di forza del suo libro.
L'ho trovato una lettura estremamente interessante, che ha arricchito la mia conoscenza su un'area del mondo che è stata al centro della mia formazione universitaria; tuttavia lo consiglierei soltanto agli amanti degli autori arabi, per il suo stile molto asciutto caratterizzato dai periodi estremamente brevi, e per via della centralità della situazione storico-politica che rende i personaggi simbolici e marginali nella loro individualità. 

domenica 23 aprile 2017

Voci

Per la seconda tappa del viaggio in Egitto, ho scelto un libro pubblicato da tempo che vale la pena di essere riletto da chi già lo conosce e scoperto da chi invece non se lo è mai trovato tra le mani. "Voci" è un romanzo brevissimo, che vi colpirà come un fulmine di un temporale estivo, violento ed improvviso.
 
 
 
 
Titolo: Voci
Autore: Sulayman Fayyad
Anno della prima edizione: 1972
Casa editrice: Sellerio
Pagine: 140
 
 
 
 
Al centro di questa storia c'è un piccolo villaggio egiziano di nome al-Darawish (in arabo questa parola significa "la gente semplice"), che si trova ad una certa distanza dalle grandi città. Da questo luogo proviene Hamid, che però molti anni prima è emigrato in Francia; a Parigi è divenuto un uomo di successo, ed ha sposato Simone, una donna francese che gli ha dato due figli.
Un giorno ad al-Darawish arriva una lettera, proprio da parte di Hakim, che annuncia la propria visita imminente al villaggio in compagnia della moglie.
 
E' proprio Simone a sconvolgere gli abitanti di al-Darawish, e sono le loro voci, quelle del titolo, che si alternano capitolo dopo capitolo per raccontarci la permanenza della donna in Egitto. Ascoltiamo la voce del sindaco, quella dell'uomo incaricato di farle da interprete in assenza di Hakim, quella del cognato e quella della moglie di lui, della suocera ed infine del commissario.
 
Sì, il commissario. Perché la presenza di Simone è una bomba ad orologeria, in un piccolo villaggio dove le voci corrono, dove le donne guardano Simone con sospetto e gli uomini con un misto di disappunto e di attrazione. I suoi costumi sembrano così estranei, così osceni talvolta -i suoi abiti con la schiena scoperta, gli alcolici che beve al caffè.
Ma in fondo c'è da chiedersi: è Simone, la bomba, oppure sono proprio le voci? Perché in realtà ciò che serpeggia è una malevola invidia, un rancoroso senso di inferiorità che si tramuta in un orgoglio malato (ché queste europee, mica saranno meglio delle nostre donne!), un senso comune ancorato a detti come "mogli e buoi dei paesi tuoi" che è convinto che la scelta di Hakim sia stata un errore.
 
Sono le voci a condurre lentamente alla sorprendente conclusione, giorno dopo giorno, banchetto dopo banchetto -ai quali le donne del paese non presenziano, ma di cui di certo discutono dietro l'angolo. Inutile dirvi che svelarvi il finale vi rovinerebbe la lettura, in proposito dirò soltanto che non me lo aspettavo affatto e sono rimasta senza parole, a fissare la pagina e a pensare che questo brevissimo romanzo sia una vera perla che ho scoperto ora con immenso piacere.

venerdì 21 aprile 2017

Fame

La prima tappa del nostro viaggio in Egitto ha l'odore del pane appena sfornato e del sudore. Ci racconta un Egitto rurale, semplice e povero, pervaso di una profonda serenità anche davanti alle situazioni avverse.
 
 
 
 
Titolo: Fame
Autore: Muhammad Al-Busati
Anno della prima edizione: 2014
Casa editrice: Edizioni E/O
Pagine: 125
 
 
 
 
 
E' il ritratto di una famiglia in un piccolo villaggio egiziano senza nome, dove la fame del titolo non è un'esperienza rara.
Zaghlul, il padre, è un uomo integerrimo dalla straordinaria forza fisica ed è sposato con Sakina, donna paziente, fiera e coraggiosa. Hanno due figli appena ragazzini, costantemente affamati del pane che a volte la loro madre cucina, altre volte è costretta invece a farsi prestare. Non manca mai di saldare i suoi debiti, Sakina, ma non riscuote invece i crediti presso le vicine, per rispetto più che per orgoglio.
Zaghlul, da parte sua, è più che disposto ad adattarsi ad ogni tipo di lavoro, ma al tempo stesso non tollera alcuna offesa ai propri principi morali e così troppo spesso lascia i suoi precari impieghi, lasciando il peso delle responsabilità sulle sole spalle di Sakina.
 
Anche Zaghlul conosce bene la fame, ma nel suo caso non si tratta di solo desiderio di cibo: quando ascolta i discorsi degli universitari nei caffè, in lui germoglia una vera fame di conoscenza verso profondi argomenti di politica o di religione. Tuttavia chi coglie soltanto la sua lacera galabeya lo respinge, senza cogliere la profondità delle sue riflessioni -come nel caso dell'imam del villaggio.
 
 
 
Al-Busati ci racconta una famiglia umile ed ignorante, ma al tempo stesso piena di risorse e di dignità, capace di un amore solido e di cavarsela sempre in qualche modo.
Non ci sono grandi avvenimenti in questo romanzo, ma un'analisi puntuale di una piccola storia, più di una volta in grado di strapparci un sorriso sincero anche nelle condizioni avverse in cui la famiglia di Sakina e Zaghlul si trova a vivere.
 
Questo romanzo non è molto conosciuto, almeno in base al social network di lettori che frequento quotidianamente, ed alla sua limitata disponibilità nelle biblioteche della mia città. Penso che invece valga la pena dargli un'occhiata e conoscere punti di vista propri di una letteratura in Italia ancora poco apprezzata, perché si tratta di un romanzo piacevole e delicato.