Visualizzazione post con etichetta autrici. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta autrici. Mostra tutti i post

sabato 15 aprile 2017

Le ragazze

Il mito della California, anzi il California dreaming dentro il grande sogno americano; dalla corsa all'oro negli anni della Guerra Civile fino agli anni '60 con le utopie hippy, le proteste all'università di Berkeley contro la guerra in Vietnam, ed ancora oggi le immagini di spiagge dorate, palme e grattacieli trasmesse dai film e dalle serie TV.
 
 
 
 
Titolo: Le ragazze
Autrice: Emma Cline
Anno della prima edizione: 2016
Casa editrice: Einaudi
Pagine: 334
 
 
 
 
 
Nel romanzo "Le ragazze" trova spazio la California del 1969, delle comuni e della ribellione, degli adolescenti che scappavano di casa e rifiutavano le regole dei genitori e della società patriarcale. E' questa la California dove cresce Evie, figlia di genitori separati, di una madre fragile e insicura e di un padre assente, con una fidanzata molto più giovane che sembra già stanca di lui.
Evie ha quattordici anni nel 1969, è stanca della sua routine, della sua piccola vita. A settembre andrà a studiare in un collegio, ma davanti a sé ha mesi di vuota noia da colmare. Un giorno, in un parco, rimane ammaliata da alcune ragazze che sembrano completamente diverse da lei: trasandate, sprezzanti del pericolo, trasudano sicurezza e ad Evie paiono l'emblema della libertà. Suzanne, tra tutte, è quella che più la conquista e della quale desidera ossessivamente l'approvazione e le attenzioni.
 
E' Suzanne a farla entrare nel suo mondo, nel mondo delle ragazze, uno sperduto ranch dove un gruppo di giovani e di bambini hanno fondato una comune basata sulla libertà dei costumi e capitanata da Russel, una sorta di carismatico guru che predica l'amore e la fratellanza -e non disdegna l'avere rapporti inappropriati con delle ragazze appena adolescenti. Una volta ammessa in questo circolo esclusivo, così lontano da tutto ciò che ha conosciuto fino a quel momento, Evie si lascia circondare dalla trascuratezza dell'ambiente, dalla promiscuità, dalla noncuranza dei suoi abitanti; una parte di lei nota gli aspetti negativi, ne è turbata, ma immediatamente soffoca i propri pensieri critici.
I mesi passano, ed assistiamo pagina dopo pagina ad un'escalation di degrado e di frustrazioni: al ranch c'è sempre meno da mangiare, Russel non attrae più adepti dal resto del Paese e non riesce ad ottenere un agognato contratto discografico. In lui non germogliano più l'amore, la pace e la fraternità, bensì un cieco risentimento, un furibondo desiderio di vendetta che saranno le ragazze, i suoi emissari, a procacciargli.
 
 
 
Sono passati molti anni quando facciamo infatti la conoscenza di Evie nel presente. Attorno a lei aleggia ancora un alone di mistero legato ai giorni lontani del 1969, quando le ragazze per mano di Russel avevano compiuto efferati omicidi nella villa di un produttore discografico, fatti di cui ancora la cronaca ha memoria.
Il fulcro di questo romanzo è un rapporto al femminile, quello tra Evie e Suzanne. A volte pare unilaterale, quando Suzanne è completamente assorbita da Russel, dal suo ruolo nel branco. Evie idolatra Suzanne, la ammira incondizionatamente, tuttavia qualche volta non soffre a stare lontana da lei e dalla cornice malsana che la circonda. Suzanne, che pare spesso tenerla a distanza, forse sceglie però di regalare ad Evie l'innocenza, la libertà, la possibilità di rifarsi una vita: la sera della strage Evie non c'era, ma non si può dire che sia stata una sua decisione, quella di farsi lasciare in mezzo al nulla da Suzanne che la obbligò a scendere dall'auto.
 
Emma Cline è una giovanissima autrice californiana e questa è la sua prima opera. Perché leggerla? Personalmente ho apprezzato  più di tutto, anche più del crescendo di tensione della storia, il modo realistico e tagliente in cui l'autrice ci racconta le ragazze, quelle del 1969 ma anche quelle di oggi nel personaggio di Sasha, adolescente alla ricerca disperata di conferme e di affetto -com'era Evie alla sua età, e come forse siamo state tutte.

martedì 11 aprile 2017

Voci del verbo andare

Leggere di una città dove hai vissuto tocca sempre profonde del cuore, ed è con emozione che ho aperto "Voci del verbo andare"; fino all'ultima pagina non mi ha mai delusa.
 
 
 
 
Titolo: Voci del verbo andare
Autrice: Jenny Erpenbeck
Anno della prima edizione: 2015
Casa editrice: Sellerio
Pagine: 347
 
 
 
 
 
Sul fondo di un lago berlinese giace un cadavere che non è stato ripescato. Sulle sue rive Richard, Professore di Filosofia emerito, cerca di adattarsi alla sua nuova condizione di pensionato. Più al centro della capitale tedesca c'è un gruppo di uomini dalla pelle nera che ha iniziato uno sciopero della fame davanti al Rotes Rathaus. Hanno un cartello con su scritto: "We become visible".
Reduce della sua carriera accademica e legato alla propria forma mentis, Richard decide di colmare la propria ignoranza riguardo il fenomeno dei richiedenti asilo improvvisano una ricerca, basata sul metodo delle storie di vita.
Quando da Oranienplatz gli uomini vengono trasferiti in una casa di riposo dismessa, Richard inizia a far loro visita regolarmente, a conoscere le diverse esperienze che li hanno condotti fino a Berlino dal Niger, dal Ghana, dal Burkina Faso, dalla Libia. Richard crea relazioni, grazie alla capacità che scopre in sé stesso di farsi coinvolgere: insegna a Osarobo a suonare il piano, acquista un terreno in Ghana per la famiglia di Karon. Di ognuno di quegli uomini ascolta le vite, i dolori, i ricordi.



La comprensione di Richard verso il loro spaesamento viene dal profondo di lui, dal suo passato di tedesco bambino durante la Seconda Guerra Mondiale che si proteggeva dai bombardamenti nei rifugi antiaerei, e davanti agli sgomberi dei profughi gli tornano in mente le deportazioni nei lager.
Richard non ha dimenticato neanche il Dopoguerra, e poi gli anni del Muro, la Germania divisa ed il 1990, quando da cittadino dell'Est era diventato semplicemente tedesco ed aveva provato nei viaggi in Occidente lo smarrimento che ora vede negli occhi dei profughi.

Il potere dell'immedesimazione e quello dell'empatia guidano le azioni di Richard, che smaschera con la conoscenza le falsità diffuse dai media (per citarne una sola: non vorrebbero lavorare quegli uomini, a detta di molti; ma è lo stesso Stato a non consentirlo) ed i pregiudizi di alcuni amici che frequenta dai tempi della DDR ed ora non comprendono più le sue scelte. Tra tutte, quella di rianimare la sua casa da tempo vuota ospitando una parte di quegli uomini sopravvissuti, quando le loro richieste di asilo non vengono accolte ed è Richard ad offrire loro un alloggio alternativo dove riprogettare un futuro.



"Voci del verbo andare" è un romanzo ricco ed intenso, un'opera dal linguaggio impeccabile, intriso di cultura classica: alla mitologia ed alla filosofia attinge Richard e vi trova nuovi nomi che rispecchino le storie di vita alle spalle dei profughi, il loro coraggio, le loro sofferenze e personalità.
In quarta di copertina è citato il quotidiano tedesco Die Welt, che racconta questo gioiellino letterario come un'utopia poetica (e lo è, senza ombra di dubbio) e come un antidoto alla "Sottomissione" di Houellebecq. Certamente è di romanzi come "Voci del verbo andare" che la letteratura ha bisogno, per far porre domande e far nascere il desiderio di conoscenza come rimedio all'ignoranza, ai pregiudizi, ai muri.
Di allarmismi ed islamofobia già ne abbiamo abbastanza.