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lunedì 12 ottobre 2026

Quando ascolterai questa canzone

Lola Lafòn è un'autrice francese di origini ebraiche, cresciuta tra Sofia e Bucarest, la cui produzione letteraria si concentra sulla questione femminile, su biografie di donne della storia e sull'oppressione da loro subita per la loro appartenenza di genere. 

Nel 2022 ha trascorso una notte ad Amsterdam, all'interno dell'alloggio in cui Anne Frank, la sua famiglia, la famiglia Van Pels e Frizt Pfeffer trascorsero nascosti più di due anni, nel tentativo di sfuggire alla cattura da parte dei nazisti, che tuttavia irruppero nel nascondiglio il 4 agosto 1944. 

Lafòn riflette, nel corso della notte, su quanto del Diario si sia posta negli anni l'attenzione sugli aspetti che più facevano comodo alla retorica dell'ottimismo, della fiducia nella bontà del cuore umano, quando Anne era ben consapevole dell'orrore che prendeva piede, dell'ingiustizia delle leggi che entravano in vigore, del peso della cattività a cui era costretta. Ci ricorda, Lafòn, che della figura di Anne Frank ci si è appropriati in più occasioni, appiattendola, semplificandola, invece di ricordarne la tenacia, l'ambizione e la lucidità. 

In "Quando ascolterai questa canzone" riflettiamo insieme all'autrice, percorriamo gli spazi del tristemente famoso "alloggio segreto", creiamo collegamenti con altri genocidi, altre pagine buie della storia -si parla di Cambogia in questo testo, ma quanto è immediato, e necessario oggi, inserire la Palestina nel discorso. 

Ci sono anche molti riferimenti letterari in questo testo, alla biografia di Miep Gies che ho intenzione di recuperare, ma anche alla narrativa di Joyce Carol Oates, Philip Roth e Marlen Haushofer, e ad un articolo di Cynthia Ozick intitolato "Di chi è Anne Frank?" di cui scriverò prossimamente. 

Anche per questa ricchezza di spunti ho apprezzato moltissimo questa lettura, che fa parte di quella categoria di testi a cui si torna a pensare a lungo, e che si tiene a portata di mano sullo scaffale all'altezza giusta per potervi fare ritorno -e che quindi vi consiglio di cuore se come me siete interessati all'argomento.

giovedì 21 maggio 2026

La notte nel cuore

Ho passato un fine settimana in compagnia di la notte nel cuore di Nathacha Appanah, pubblicato da Einaudi, che è stato tra i finalisti al Premio Strega europeo di quest'anno. Non si tratta di un romanzo, tutt’altro: si tratta della ricostruzione dell'incontro di tre donne con la violenza dei loro mariti o compagni e di queste tre donne, come sappiamo sin da pagina uno, una soltanto (l’autrice) è sopravvissuta.

Le altre due sono Emma, cugina dell’autrice uccisa dal proprio marito a Mauritius, e Chahinez, di origini algerine, assassinata in Francia in circostanze a dir poco agghiaccianti dal marito, che le ha sparato e le ha dato fuoco in una pubblica strada sotto gli occhi di chi impotente non ha potuto salvarle la vita.

Si parla dunque di femminicidio in questo romanzo, ma soprattutto della violenza fisica e psicologica in cui le tre protagoniste -ma come loro, chissà quante migliaia di altre donne nel mondo- si ritrovano intrappolate, ridotte al silenzio, ammutolite da un’isolamento così profondo da non poter essere più condiviso con nessuno. La stessa autrice per sei anni ha interrotto i contatti con la propria famiglia, perdendo di vista i propri sogni, le proprie aspirazioni impegnata. com’era nella pura e semplice sopravvivenza davanti ad una violenza cieca e continua -e per questo racconta la propria esperienza e il vissuto delle altre due protagoniste con immenso rispetto.

"La notte nel cuore" è una lettura durissima, non vi mentirò: più volte mi sono chiesta se sarei riuscita a terminarlo, tanto faticavo ad andare avanti con le pagine, a leggere ancora una volta la descrizione vivida e reale dell’orrore che può mettere in atto un uomo che sostiene di amarti.

"La notte nel cuore" ha richiesto all’autrice oltre quattro anni di lavoro di documentazione e di ricerca per trovare la voce delle donne che racconta, per raccontarle con rispetto, per riportarle in vita dalla morte doppiamente loro imposta anche dal silenzio e dalla vergogna dalle quali sembra contornata la loro scomparsa, quasi non fosse possibile attribuire al carnefice tutta la responsabilità e la condanna che merita.

È una lettura faticosa, difficile da portare avanti, ma allo stesso tempo mi viene da dire ora che l’ho conclusa una lettura necessaria, che apre gli occhi sul luogo comune secondo il quale una donna vittima di violenza dovrebbe semplicemente andarsene, come se fosse facile, come se non entrassero in gioco dinamiche impossibili da comprendere per chi non si trova, per sua fortuna, mai in quella situazione.

"La notte nel cuore" è un libro durissimo ma illuminante, che ho sentito il bisogno di terminare per scuotermi di dosso una forte angoscia, ma da cui mi rimangono riflessioni che mi accompagneranno per lungo tempo e che mi permetteranno di affrontare ancor più senza preconcetti le troppe notizie di femminicidi che ogni giorno compaiono sulla stampa nazionale e non soltanto. È un libro da leggere per le donne sicuramente, ma ancora di più per gli uomini, per quelli che si sentono assolti, ma che chissà quali punteggio potrebbero ottenere in quella metrica della violenza che troviamo tra queste pagine...

Avete recuperato qualche candidato allo Strega europeo di quest’anno?

sabato 11 ottobre 2025

Quando il mondo dorme

Di Francesca Albanese si è parlato molto in questi mesi, e giustamente: relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati, ingiustamente attaccata da voci ignoranti da ogni fronte, tacciata di antisemitismo, mentre da anni si spende per il riconoscimento delle condizioni intollerabili della vita in Palestina, facendo sentire la propria voce contro l'apartheid e, più di recente, il genocidio a Gaza.

Per sostenere il suo operato ho acquistato "Quando il mondo dorme", titolo pubblicato da Rizzoli, che ha in copertina l'illustrazione dell'artista palestinese (rifugiata in Inghilterra) Malak Mattar -la stessa autrice del cosiddetto "Guernica di Gaza", intitolato in realtà semplicemente "No words".

Racchiusi tra un'introduzione e una conclusione, il testo di Albanese è composto da nove capitoli centrali, tutti dedicati a persone che hanno avuto un particolare ruolo nella progressiva presa di coscienza di Albanese riguardo a quello che avrebbe dovuto essere il suo impegno per la Palestina. Vi troviamo intellettuali, artisti (la già citata Malak), amici incontrati durante gli anni a Gerusalemme est e anche vittime del massacro iniziato ad ottobre 2023, come la piccola Hind Rajab, la cui voce è al centro del film "The voice of Hind Rajab", premiato a Venezia con il Leone d'Argento ed in corsa per gli Oscar.

Il primo aggettivo che utilizzerei per descrivere "Quando il mondo dorme" è: accessibile, ed il secondo: necessario. Albanese scrive infatti un libro che potrà, e dovrebbe, leggere un vastissimo pubblico, anche dagli studenti delle scuole superiori: un testo informativo, che ripercorre in modo semplice e chiaro l'occupazione della Palestina, che stimola alla riflessione, che crea collegamenti con gli altri genocidi della storia -anche quelli che di rado vengono chiamati così, come la fondazione degli Stati Uniti d'America e del Canada. 

È un testo pieno di persone e di umanità, che crea vicinanza con i lettori dal momento che Albanese riporta le proprie esperienze e i propri incontri, e ci tiene ad essere informativa e comprensibile sulle tante ingiustizie e su come esse vengano manipolate dai media per non essere percepite come tali. Per chi ha già letto molto sull'argomento non ci saranno grandi scoperte in questo libro, ma ogni occasione è buona per essere ancora più consapevoli, e per chi invece sente di avere grosse lacune questa può essere la lettura perfetta per cominciare a porvi rimedio.

Qual è l'ultima lettura sulla Palestina che avete terminato?

giovedì 15 maggio 2025

Un giorno nella vita di Abed Salama

 Con "Un giorno nella vita di Abed Salama. Anatomia di una tragedia a Gerusalemme", pubblicato in Italia da Neri Pozza, il giornalista Nathan Trall (che a Gerusalemme vive e lavora) ha vinto il Premio Pulitzer 2024 per la categoria Nonfiction: e non riesco a immaginare che qualsiasi altra opera potesse meritarlo di più.

Non c'è una riga di finzione in questo libro, che racconta la straziante ricerca di un padre, l'Abed Salama del titolo, che non sa cosa ne sia stato del suo bambino Milad, rimasto vittima di un incidente sull'autobus della scuola materna su cui viaggiava per andare in gita.

C'è dunque Abed in queste pagine, ma soprattutto c'è la storia della Palestina, la progressiva occupazione del territorio, lo strapotere dei coloni e delle forze militari israeliane -che intervengono solerti appena dei ragazzini lanciano pietre, ma lasciano consumare tra le fiamme un pullman pieno di bambini. Ci sono i colori dei documenti che determinano chi possa accedere a quali ospedali, c'è la costruzione dei muri ad isolare i palestinesi in zone sempre più impoverite e prive dei servizi essenziali. 

Thrall alterna capitoli d'impronta più storica e geopolitica, arricchiti da mappe che aiutano la comprensione del lettore, ad altri dove l'intensità emotiva è altissima, in cui trova spazio il dolore straziante di genitori che perdono un figlio o temono per il suo destino. 

Non c'è una riga di finzione in questo libro, che ho trovato illuminante nella sua capacità di spiegare una questione complessa e distorta dai mezzi di informazione come la questione palestinese e l'ingiustizia che giorno dopo giorno un popolo è costretto a subire, e che mi è piaciuto così tanto da lasciarmi senza parole quando l'ho terminato. Questo sì è uno di quei testi che una volta finito mi fa pensare: dovrebbero leggerlo tutti.

E voi, lo avete già letto?

martedì 17 settembre 2024

Gli anni

Leggere un testo di Annie Ernaux, autrice premio Nobel, è sempre un’esperienza da non affrontare quando siete alla ricerca di un testo di evasione: ci si troverà infatti davanti ad un libro che mette alla prova, che suscita riflessioni e mette in discussione le nostre certezze, fornisce spunti per letture, visioni e pagine di storia da approfondire.

Questo è particolarmente vero nel caso de "Gli anni", pubblicato nel 2008 e portato in Italia da L'Orma editore come tutta la sua bibliografia, vincitore del premio Strega europeo e il più corposo dei libri pubblicati dalla scrittrice francese. 

Attraverso una narrazione complessa in terza persona singolare dove si rivede dall’esterno, Ernaux ripercorre oltre sessant’anni di storia della Francia dal secondo dopoguerra ai primi anni 2000 e lo fa su più livelli, quello storico e politico che parla di un Paese ma anche del mondo che gli scorre accanto (della guerra d’Algeria, del Vietnam, dell’Indocina, della caduta dell’Unione Sovietica e del muro di Berlino) e poi un piano sociale, dove le donne affrontano battaglie per il diritto all’aborto e al divorzio, cercano di essere più emancipate delle loro madri e scoprono di essere molto più represse delle proprie figlie, pur rivendicando un ruolo sempre più attivo sul proprio corpo e la propria vita sentimentale.

Come in tutte le sue opere c’è un elemento autobiografico ne "Gli anni": l’autrice si descrive nel passare dei decenni, studentessa, insegnante, madre, amante, sempre da un punto di vista esterno, osservandosi in alcune fotografie e rivivendo le proprie memorie, sempre contestualizzandole nel momento storico in cui sono avvenute con le sue inevitabili trasformazioni: l’avvento della società dei consumi, il diffondersi delle televisioni, dei supermercati, la crescente importanza della tecnologia sino all’avvento dei cellulari ed Internet.

"Gli anni" è un testo ricchissimo di spunti che riguardano libri, filosofi, film, personaggi politici o saliti all’attenzione della cronaca che in diverse occasioni ho dovuto cercare -sia perché non ero ancora nata all’epoca sia perché alcuni hanno avuto rilevanza soprattutto nel contesto francese. 

È un libro che mi ha richiesto tempo ed attenzione per poterne cogliere le tante sfaccettature, per darmi il tempo di approfondire e di riflettere sul suo contenuto. È stato il mio terzo incontro con le opere di Ernaux e mi ha motivata sempre di più ad approfondirne la produzione; ne consiglio senza dubbio la lettura soprattutto se per quanto riguarda la storia della Francia siete ben informati oppure molto interessati, perché in questo libro più degli altri ha un ruolo di primo piano.

Qual è il vostro libro preferito di questa scrittrice?

mercoledì 28 agosto 2024

Le scavatrici

Ho letto "Le scavatrici" di Taina Tervonen, pubblicato da Fandango editore, per approfondire un tema incontrato nel romanzo "Le farfalle di Sarajevo" di Priscilla Morris, pubblicato da Neri Pozza, romanzo che come ormai avrete capito è stato per me uno stimolo di ricerca e scoperta.

In questo testo, che è un reportage e non un'opera di narrativa, l'autrice (giornalista e documentarista di origini finlandesi) si reca in Bosnia-Erzegovina per un decennio per concentrarsi sul lavoro dell'antropologa Senem e dell'investigatrice Darija, che si occupano dei tanti corpi delle vittime del conflitto dei primi anni Novanta rimasti senza un'identità, in gran parte sepolti nelle fosse comuni, dispersi per le famiglie da quasi vent'anni.

Mentre Senem si concentra sui corpi, sugli scheletri e le dentature, sugli indumenti e ciò che fisicamente rimane, riportando in qualche modo in vita i morti restituendo loro l'identità perduta, Darija intervista le famiglie che non hanno mai trovato i loro cari, per conoscere il più possibile chi sono stati in vita e poter dare pace alle loro spoglie.

"Le scavatrici" sono Senem e Darija dunque, che scavano nella terra smossa, nella memoria dei vivi, nei pochi ricordi di famiglia che non sono andati distrutti nel conflitto; in qualche modo scava anche Taina che documenta il loro lavoro che si protrae negli anni, ricordando ciò che è stato, e coloro che il conflitto avrebbe voluto dimenticati. Ci ricorda anche quanto sia ancora attuale lo sterminio dei musulmani bosniaci, una guerra che ha separato comunità che fino ad allora erano state coese. 

Mi ha fatto venire in mente anche "Naufraghi senza volto", un testo dell'antropologa Cristina Cattaneo pubblicato da Raffaello Cortina Editore in cui ha dato voce al proprio lavoro di identificazione delle vittime di due tragici naufragi avvenuti al largo di Lampedusa, nel 2013 e nel 2015 -e a tutte le vittime di naufragio nel Mediterraneo, da allora e prima di allora, che non hanno nome. 

Qual è l'ultimo saggio che avete letto?

giovedì 22 agosto 2024

Diario di Zlata

Leggendo "Le farfalle di Sarajevo" di Priscilla Morris, mi è tornato alla mente un testo autobiografico che avevo terminato molti anni fa: "Diario di Zlata" di Zlata Filipovic, che possiedo in un'edizione economica Rizzoli e ho deciso di riprendere.

Si tratta del diario di un'adolescente che ha appena compiuto undici anni nel 1992, quando inizia l'assedio di Sarajevo e la sua infanzia spensierata, fatta di successi scolastici, amicizie, tanti interessi e attività sportive. D'un tratto Zlata si trova costretta a nascondersi in cantine umide, a vivere esposta ai bombardamenti e ai cecchini, con continue interruzioni delle forniture di elettricità, gas e acqua, con sempre meno cibo a disposizione, mentre chi può scappa dai confini della Bosnia.

Rileggendo oggi questo diario, in cui Zlata fa esplicitamente riferimento ad Anne Frank e si augura al tempo stesso di avere un esito diverso della propria esperienza (e per fortuna così sarà), voglio condividere alcune riflessioni: la prima è che mi sono chiesta se oggi qualche ragazzina di Gaza starà scrivendo le stesse memorie della guerra e dell'assedio, e passerà alla storia mentre nel presente nessuno si è preoccupato della sua sopravvivenza, impegnati nei giochi di potere e nei massacri. 

La seconda è che mi sono accorta di possedere un'edizione che non consiglierei, perché priva di qualunque apparato critico o postfazione, perciò ho dovuto cercare in autonomia informazioni riguardo al fatto che nel 1993, ben tre anni prima della fine dell'assedio, Zlata e la sua famiglia riuscirono ad emigrare in Francia e salvarsi dalla guerra incessante -oggi l'autrice vive in Irlanda dove è regista e scrittrice.

Infine, ho ritrovato nelle pagine di cronaca della distruzione di Sarajevo avvenimenti che si trovano anche nel romanzo di Morris, in particolare il bombardamento della biblioteca nazionale (dove la protagonista di Morris ha il suo studio d'artista).

Non si può dare un giudizio su una testimonianza, che va letta per la sua rilevanza storica e non per il suo valore letterario, data anche la giovane età di Zlata all'epoca. Tristemente, seppure non nella stessa area geografica, la sua voce parla ancora del presente.

Qual è l'ultimo testo biografico che avete letto?


martedì 2 luglio 2024

I fantasmi non esistono

Ho scoperto "I fantasmi non esistono" di Giuseppe Rizzo, pubblicato nella collana Strade Blu di Mondadori, ascoltando una puntata del podcast di Bookatini, da cui mi lascio sempre incuriosire. 

Ho allora preso in prestito il testo in biblioteca, e l'ho letto in un solo pomeriggio: per me che di solito leggo quasi soltanto narrativa è un evento raro! Pubblicato nel 2021, questo testo è una raccolta di articoli in gran parte pubblicati su Internazionale nel corso degli anni precedenti.

I "fantasmi" del titolo sono tutti coloro che la società non vuole vedere, gli invisibili, gli indesiderati, coloro che vivono i margini: i poveri, i migranti senza titolo di soggiorno, i senza tetto, i minori non accompagnati, i malati mentali. 

Sono "fantasmi" coloro che non riescono ad inserirsi con successo nel tessuto sociale e vengono spesso puniti per la loro stessa condizione con la pena carceraria, come se potesse essere una soluzione al problema. Dunque in questi articoli si parla di carcere, si parla di vivere in strada, di dormitori e di alloggi comunitari, di storie drammatiche che non hanno trovato spazio nella cronaca perché non ritenute abbastanza importanti, di progetti che si svolgono nelle nostre città  e dell’impatto delle leggi repressive dei governi che si succedono da decenni e criminalizzano la povertà, rendono reato l’accattonaggio, incarcerano minorenni invece di rieducarli.

Tra i brani che vi consiglio in particolare segnalo: "Un paese in galera", "Nella città dei senzatetto", "Indagini su una morte che non interessa a nessuno" e "Come lasciarsi la strada alle spalle". Nel complesso se siete impiegati nel sociale o se semplicemente vi interessano queste tematiche vi consiglio la lettura di questo testo, perché sa essere coinvolgente e mai didascalico o noioso, seppure informativo.

Qual è l’ultimo testo di non fiction che avete letto?

domenica 23 giugno 2024

Murad Murad

Il mio primo incontro con le opere di Suad Amiry, architetta, scrittrice e giornalista palestinese, è avvenuto con "Murad Murad", pubblicato da Feltrinelli editore. Si tratta di un testo molto breve, ma non per questo superficiale o affrettato.

Nel maggio 2007, Amiry decide di realizzare un reportage, camuffandosi da uomo e seguendo in azione un gruppo di uomini che dalla Cisgiordania entrano illegalmente in Israele nella notte, per trovare un lavoro a giornata l'indomani. Si scontra così con la persecuzione da parte delle forze di sicurezza israeliane, disposte a tutto per non far passare loro il confine, e con l'ipocrisia dei datori di lavoro che sono ben contenti di pagare così poco la propria forza lavoro. 

Amiry racconta un percorso irto di ostacoli, un'impresa concreta e testarda, fatta di uomini stanchi, di corse, di percosse, di nascondigli, di notti trascorse in ripari di fortuna. Ma rende il suo testo anche un'opera letteraria, con paragrafi poetici che le riportano alla memoria la sua infanzia, ed altri che mescolano a quelle terre sottratte con la forza il loro passato di villaggi arabi, espropriati nel 1948. 

Oltre che un libro ben scritto ed accessibile, "Murad Murad" (che prende il nome da uno dei protagonisti della ricerca di un varco verso Israele) è anche un'opera politica, che riflette sull'identità di arabi originari di luoghi che non sono più considerati tali, e che fornisce numerosi spunti per aprire gli occhi davanti all'intollerabile violenza ed oppressione a cui il popolo palestinese è costretto a sottostare.

Non lo consiglio forse come primo titolo per avvicinarsi alla letteratura palestinese (avere già un quadro della situazione in mente aiuta ad orientarsi tra queste pagine, perché Amiry vi è immersa, vive in prima persona l'esperienza e non ha necessità di crearvi molto contesto), ma se vi siete già interessati al tema "Murad Murad" è un ottimo testo da aggiungere alla vostra biblioteca. Io ora ho intenzione di recuperare altro dell'autrice!

Qual è l'ultimo testo palestinese che avete letto?

mercoledì 13 marzo 2024

L'invincibile estate di Liliana

"L'invincibile estate di Liliana", testo di Cristina Rivera Garza pubblicato da edizioni SUR, ruota attorno al tema del femminicidio. Nel luglio del 1990 infatti Liliana fu assassinata ad Angel, quello che considerava un amore del suo passato, da cui aveva preso le distanze nonostante la sua presenza incombesse costantemente sulla sua vita, spesso nell'ombra.

Cristina riporta in vita la sorella tra queste pagine, la racconta come la giovane donna piena di vita che è stata, studentessa brillante di architettura, amica fidata e gioiosa, sempre pronta ad aiutare il prossimo, a scrivere lettere e bigliettini pieni di affetto, a riempire quaderni di riflessioni che in questo libro vengono parzialmente riferite, riportate alla luce dopo trent'anni di permanenza in una scatola.

Si tratta di un testo estremamente personale: è Liliana che viene raccontata, che impariamo a conoscere tra le pagine, ed è un percorso nei ricordi di coloro che l'hanno conosciuta. Non sempre questo libro riesce a raggiungere l'universalità, a diventare una riflessione a tutto tondo sul femminicidio che si possa riportare ad altre esperienze; riprende l'archivio di Liliana, lo ripubblica, trasmette il senso di immediatezza e di presenza provato nel ritrovarlo.

"L'invincibile estate di Liliana" è un testo complesso, che può essere definito di letteratura documentale: c'è un'attenta selezione di ciò che viene detto e ciò che rimane taciuto, nel rispetto della sua protagonista, per evitare ogni sovrainterpretazione, ogni revisione della sua voce, ogni proiezione dell'autrice su di lei.

La scelta che ho trovato più interessante è quella di negare ogni spazio, ogni parola al suo assassino. Come nel romanzo storico che vi ho consigliato da poco, "Le cinque donne" di Hallie Rubenhold, è la donna al centro della narrazione, che non viene incolpata, né santificata, bensì raccontata per ciò che è stata e senza spettacolarizzarne la tragica fine, anzi per sensibilizzare su quanto il femminicidio sia una piaga sociale da combattere con ogni arma -e le notizie sui giornali purtroppo ce lo ricordano fin troppo spesso.

In conclusione si tratta di una lettura che vi consiglio se siete interessati al tema, perché di certo saprà fornirvi interessanti spunti di riflessione e confronto.

Qual è l'ultimo testo basato su fatti reali che avete letto?

martedì 27 febbraio 2024

Lo sconosciuto delle poste

Una delle ragioni per cui "Lo sconosciuto delle poste" di Florence Aubenas, pubblicato da Feltrinelli, mi attirava molto è il fatto che condivido con la vittima di questo caso realmente accaduto la professione. Conosco quindi, seppure non in un paesino di provincia piccolo quanto Montréal-la-Cluse, la varietà di utenza che ogni giorno si presenta agli sportelli, e quanto non siano tutti ugualmente inoffensivi, tra vecchietti smemorati e ragazzini pieni di pacchi.

In secondo luogo apprezzo molto i true crime, romanzi o altri prodotti narrativi basati su eventi reali, come ad esempio i delitti irrisolti come in questo caso. La vittima, Catherine Burgod, non sembrava avere rapporti problematici con nessuno dei compaesani; aveva un padre ingombrante, un divorzio alle spalle ed un nuovo compagno, due figli ancora molto giovani.

Il colpevole perfetto è l'attore decaduto Thomassin, dalla promettente carriera stroncata da un'infanzia tra famiglie affidatarie e strutture d'accoglienza, una tossicodipendenza precoce che non è mai riuscito a sconfiggere; d'altra parte non ha un movente, né sembra essersi trovato in tasca più denaro dopo l'aggressione a Catherine, che ha comportato anche un modesto furto. Gli ruotano attorno altri randagi, chi più chi meno alcolizzato o dipendente da sostanze, ma l'indagine che la giornalista ricostruisce in modo puntuale ma appassionante non sembra mai arrivare al punto.

Se come me non avete mai sentito parlare del caso, potreste rimanere spiazzati dalla conclusione di questo breve romanzo [spunterà il DNA di un giovane atleta, all'epoca dei fatti ancora adolescente e privo di alcun movente plausibile per una tale efferatezza, che confesserà di essere stato sulla scena del crimine ma soltanto a delitto avvenuto; Thomassin farà perdere le proprie tracce prima dell'ennesimo interrogatorio, facendo credere a tutti di essersi suicidato per non riconoscere finalmente la propria colpevolezza]; se invece ne avete seguiti gli sviluppi oramai quasi quindici anni fa, saprete come questa inchiesta andrà a finire. In ogni caso la lettura sarà coinvolgente, dal ritmo mai incerto né rallentato; i protagonisti si delineeranno davanti a voi in modo vivido e tridimensionale. 

Se siete amanti di titoli come "L'avversario" di Emmanuel Carrère o "L'uomo che guardava passare i treni" di Georges Simenon, anche questa breve lettura potrebbe fare al caso vostro!

Qual è un libro di true crime che vi ha colpiti?

domenica 10 dicembre 2023

Sotto la falce

Dieci anni dopo la pubblicazione negli Stati Uniti, NN editore porta in Italia "Sotto la falce" di Jesmyn Ward, memoir dell'autrice della trilogia di Bois Sauvage che come sapete ho amato molto.

Poche letture dell'ultimo periodo sono state per me così dolorose: a chi versa fiumi di lacrime per l'inventiva di Hanya Yanagihara in "Una vita come tante" consiglierei di leggere le oltre duecento pagine di realtà che scrive Ward, alternando capitoli dedicati ad amici precocemente morti e alla storia della propria famiglia, fino ad un'appendice risalente al 2020 quando alla lista si aggiunse anche la perdita del marito, a causa del Coronavirus.

Jesmyn Ward scrive una storia personale, ma la rende universale: è la storia della popolazione afroamericana del Mississippi, della disgregazione delle famiglie che risale alla tratta degli schiavi, della discriminazione sistemica che rende i neri cittadini di serie B, vittime della violenza istituzionale, delle autorità e della giustizia che non li difende. 

Joshua, il capitolo dedicato alla perdita del quale è quasi in chiusura del testo, diventa il fratello di ognuno dei lettori: quello che a scuola non è stato compreso e l'ha abbandonata prematuramente, che per arrotondare le entrate di lavori precari e sottopagati si è avvicinato allo spaccio di crack, ma anche quello che viaggiava in auto, di notte, con la propria sorella maggiore, facendola sentire importante. 

"Sotto la falce" è un racconto durissimo di possibilità negate, di donne che tengono in piedi una famiglia da sole spezzandosi la schiena con lavori di fatica, dell'istruzione come unica opportunità per aspirare al meglio (ma difficile da guadagnarsi al di fuori delle scuole pubbliche dove i ragazzi neri siedono in fondo, accusati di ogni disordine). 

Jesmyn Ward dà voce alla sua comunità e lo fa con coraggio, con pagine intrise di dolore e di realtà, che mettono in lettore davanti a verità scomode che avrebbe di certo preferito evitare -ed è giusto che non ci sia permesso. Avevo amato i suoi romanzi (non vedo l'ora di leggere l'ultimo), qui i primi due ogni tanto fanno capolino, ma aggiungere questo tassello è stato determinante per una più profonda comprensione delle opere dell'autrice, profondamente ancorate alle sue origini.

Quali sono i vostri NN preferiti?

mercoledì 10 maggio 2023

Nomadland

Non sono affatto abituata a leggere saggistica, e per questo la lettura di "Nomadland" di Jessica Bruder, pubblicato da edizioni Clichy, mi ha richiesto parecchio tempo. Si è rivelata però una lettura davvero interessante, spunto per molteplici riflessioni e uno sguardo raro, lontano dalle immagini mainstream, sugli Stati Uniti d'America. 


Ho acquistato questo libro dopo aver visto il film omonimo con l'eccezionale Frances McDormand, pluripremiato agli Oscar 2021. Lo avevo trovato commovente, poetico e dalla fotografia capace di incantare, con i suoi paesaggi sul deserto e sui cieli stellati. 

La poesia è molto meno presente nel reportage di Jessica Bruder, che per anni ha seguito i nuovi nomadi americani, che per necessità o per scelta risiedono all'interno di veicoli su ruote e si spostano sul territorio, da uno stato all'altro, da un lavoro temporaneo al successivo. Leggiamo una feroce critica al sistema dell'indebitamento, del pignoramento degli immobili, che rende il ceto medio obbligato a rinunciare alla più gravosa delle proprie spese per sopravvivere: quella degli affitti. 

Seguiamo cittadini in età pensionabile sfinirsi nei magazzini di Amazon (vi invito alla lettura di questo libro anche solo per riflettere sulla necessità, o meno, di buona parte dei nostri acquisti online), nei servizi di accoglienza ai campeggi, nei turni di notte pagati qualche centesimo in più. Li seguiamo infortunarsi, creare comunità in mezzo al nulla sostenendosi a vicenda con tecniche di adattamento, qualche pasto caldo, l'apprendimento della tecnologia a servizio di un nuovo, difficile stile di vita. Ne scopriamo i legami, ma anche la profonda solitudine.


Jessica Bruder ci allena ad affinare lo sguardo, a riconoscere i "senza casa" (da non confondere con i "senza tetto") nei parcheggi di ogni città; ci ricorda come anche il vivere in un veicolo sia possibile solo se bianchi, privilegiati, in qualche modo tutelati dalla minaccia delle forze dell'ordine. 

Ho trovato "Nomadland" un testo importante e stimolante, che racconta un'America sommersa, a cui raramente si dà voce; un'attualizzazione, non romanzata, del "Furore" di Steinbeck, seguendo i nuovi Joad che lottano per arrivare a domani. Ve ne consiglio la lettura, anche se a piccole dosi, perché sono sicura che saprà trasmettervi qualcosa: io ne sono uscita turbata, ma arricchita. 

Qual è l'ultimo titolo di non fiction che avete letto?

martedì 28 marzo 2023

V13

"V13" di Emmanuel Carrère è un’opera della quale ho deciso di scrivere a caldo, senza prendermi il tempo di riflettere, per darvene la mia opinione più istintiva e sincera possibile. 


Titolo: V13
Autore: Emmanuel Carrère
Anno della prima edizione: 2022
Casa editrice: Adelphi
Traduttore: Francesco Bergamasco
Pagine: 267

Non è la prima volta che l'autore dedica la propria produzione a casi di cronaca: c’era stato Jean-Claude Romand ne "L’avversario" e poi "Limonov". Qui in "V13" racconta il processo durato 10 mesi per l’attentato del venerdì 13 novembre 2015 al teatro del Bataclan di Parigi. 

Ogni settimana Carrère ha realizzato articoli che sono stati pubblicati sui maggiori quotidiani d'Europa, compreso il nostro "La Repubblica"; qui rielabora e arricchisce gli articoli scritti presenziando giorno dopo giorno per quasi un anno nell’aula del tribunale, dove ha ascoltato la parte civile, le vittime ma anche la difesa, gli imputati e la corte, in un’impresa quasi impossibile: quella di sviscerare un atto difficile da comprendere, tentando anche di comprenderne gli artefici e coloro che sono stati coinvolti in maniera parziale, talvolta forse anche involontaria o inconsapevole, e che nonostante ciò hanno trascorso in carcere anni delle loro vite.

"V13" è un’opera giornalistica che si legge però come un romanzo, così come mi era già capitato per "L’avversario": si viene coinvolti dalla prima all’ultima riga. Carrère è un giornalista che cita "A sangue freddo" di Capote, cita "Delitto e castigo" di Dostoevskij e poi "I demoni", rende la cronaca letteratura e realizza un’opera che non ci risparmia le voci delle vittime e le migliori risorse che hanno trovato in se stesse per trovare la forza di sopravvivere, ma anche il passato e i lati più umani degli accusati di atti terroristici che per mesi e mesi ha osservato rinchiusi nel box dell’aula di tribunale. 

Non vi farò un riassunto di quest’opera, perché degli attentati e nel processo potete trovare numerosissime cronache. Dovreste però recuperare questa perché parla del nostro presente mettendo in luce collegamenti storici e politici, senza indulgere mai in sentimentalismi, creando un testo al tempo stesso informativo, appassionante e capace di far riflettere chi legge. 

È un testo che ho acquistato appena uscito, come raramente faccio, perché ero estremamente curiosa e sapevo che l’autore non mi avrebbe delusa: è proprio quello che è successo e ora sono qui per consigliarla voi!

Qual è il vostro titolo preferito di Carrère?

giovedì 5 maggio 2022

A casa

Il fumetto "A casa" di Sandrine Martin, pubblicato da Tunué, nasce dal progetto di ricerca "EU Border Care", condotto da studiose coordinate da Vanessa Grotti (antropologa sociale dell'Università di Bologna) in luoghi cardine per i flussi migratori, tra cui la città di Atene. Proprio in Grecia si è recata in prima persona l'autrice, che concentra nel personaggio di Mona le storie di cinque donne migranti afghane e siriane -concentrandosi in particolare sulle condizioni delle donne migranti in gravidanza.


Titolo: A casa
Autrice: Sandrine Martin
Anno della prima edizione: 2021
Titolo originale: Chez Toi
Casa editrice: Tunué
Traduttore: Stefano Andrea Cresti
Pagine: 208

L’artista francese, in queste tavole nei toni delle matite colorate rosse e blu, ricche di testo e di discorsi diretti, dà voce a Mona e a Monika: la prima è siriana, fuggita dalla guerra insieme al marito, aspetta un bambino e sogna di farlo nascere in Germania, dove vorrebbe ottenere lo status di rifugiata. La seconda è greca, lavora come ostetrica e si occupa in particolare delle donne migranti in Grecia, dove vorrebbe restare ma è costretta a scontrarsi con la crisi economica e la disoccupazione del marito. La Germania, che è un sogno per Mona e Suleiman, è per Monika una meta obbligata, una sconfitta inflittale dal precariato.

Oltre al legame tra queste due donne, e ai loro percorsi mossi da motivazioni differenti, seguiamo i passi di Mona dalla Siria alla Grecia: leggiamo la sua paura su un gommone che rischia di affondare, la difficoltà di trovare una sistemazione dignitosa in una Grecia che sembra offrire solo condizioni molto precarie, le sfide connesse alla gravidanza della sua bambina che vorrebbe nascesse a molti chilometri dalle tendopoli e dagli squat. 

Come ormai saprete il tema dell’emigrazione mi è molto caro e mi interessa sempre leggere opere che lo rappresentino in modo diverso l’una dall’altra. Per questo "A casa" mi ha soddisfatta moltissimo: l’ho trovata una lettura intensa, ma mai retorica, neanche quando Mona si rivolge direttamente alla sua bambina. 

L'autrice ci regala infine una conclusione che potrebbe sembrare ottimistica, almeno per la linea narrativa che riguarda Mona e Suleiman, anche se il loro lieto fine se così si può chiamare non è affatto privo di zone grigie. Trasmette comunque un messaggio di speranza che, considerata la genesi del fumetto, ha una grande importanza. 

Molti di voi avranno letto e apprezzato "Non stancarti di andare" della coppia di autori italiani Teresa Radice e Stefano Turconi: allora non esitate a recuperare anche "A casa", che affronta temi simili ma introducendo meno materiale risulta a livello di contenuti ancora più efficace.

Qual è l’ultima storia di emigrazione che avete letto?

martedì 12 aprile 2022

Guarda le luci, amore mio

Ho scoperto Annie Ernaux qualche tempo fa con la lettura de "L’evento", un romanzo d’ispirazione autobiografica sul delicato tema dell’interruzione di gravidanza. Così quando mi è stato regalato "Guarda le luci, amore mio", anche questo pubblicato dalla casa editrice L’orma ero davvero molto curiosa. 


Titolo: Guarda le luci, amore mio
Autrice: Annie Ernaux
Anno della prima edizione: 2022
Titolo originale: 
Casa editrice: L'Orma
Traduttore: Lorenzo Flabbbi
Pagine: 122


Si è rivelato un testo sorprendente, lontano dalle mie aspettative. Non ha infatti nulla del romanzo, mentre si tratta di una sorta di diario che l’autrice tiene per quasi un anno, tra il 2012 e il 2013, ogni qualvolta si reca in un ipermercato oggetto appunto della sua osservazione.

Nel suo ben distinguibile stile, chiaro semplice e molto diretto, questi pensieri raccolti diventano un modo per osservare la società francese, ma anche per riflettere sulle dinamiche del consumismo e su come la grande distribuzione induca desideri nei consumatori. L'autrice inoltre evidenzia come gli acquisti vengano effettuati in maniera del tutto incurante dello sfruttamento della manodopera a basso costo nei paesi del sud-est asiatico, vittime spesso di mortali incidenti sul lavoro che qui vengono documentate più di una volta.

Facciamo tutti la spesa, e la stragrande maggioranza di noi la fa nei supermercati. C’è stato un periodo della mia vita in cui vivevo all’estero e in certe domeniche in cui mi sentivo particolarmente sola trascorrevo un’ora di serenità proprio vagando tra le corsie di un supermercato non lontano da casa. Mi dava la sensazione di essere in quell’attimo meno straniera e meno smarrita, facendomi sentire parte della disordinata comunità di coloro che come me riempivano le loro buste della spesa: questo senso di accoglienza me lo ha riportato alla mente Annie Ernaux, bravissima a dare voce ai sentimenti che tutti proviamo ma non sempre siamo in grado di riconoscere. 

Non vi posso consigliare questa lettura se siete alla ricerca di un romanzo o di una trama avvincente, ma se la sociologia dei consumi è una materia che vi abbia mai incuriositi questo testo può decisamente fare al caso vostro. Per me si è rivelato una piacevolissima compagnia e un ottimo spunto di riflessione, che sono sicura mi tornerà in mente la prossima volta che inserirò l’euro nel carrello prima di riempirlo!

Avete mai letto un titolo di Annie Ernaux?

giovedì 27 gennaio 2022

I sommersi e i salvati

Una necessaria premessa: trovo molta difficoltà a raccogliere le parole per parlare di quest'opera in modo tale da renderle giustizia. 
Questa non è stata la prima volta in cui mi sono trovata a leggere Primo Levi: quando ero adolescente ho fatto la sua conoscenza attraverso "Se questo è un uomo", opera d’esordio autobiografica che trasmette in modo inequivocabile la tragedia dei campi di concentramento e l’esperienza di un sopravvissuto. 



Titolo: I sommersi e i salvati
Autore: Primo Levi
Anno della prima edizione: 1986
Casa editrice: Einaudi
Pagine: 196



Ho poi approfondito con la lettura de "La tregua" il ritorno di Levi dal campo di concentramento alla sua Torino, e finalmente mi sono decisa a leggere "I sommersi e i salvati" pubblicato a decenni di distanza e certamente l’opera più riflessiva sull’esperienza della deportazione, della prigionia e della sopravvivenza. 

Si tratta di un’opera estremamente lucida che raccoglie riflessioni su diversi argomenti. Prima tra tutti: la capacità dei sopravvissuti di testimoniare un’esperienza strettamente privata e differente da quella di coloro che Levi definisce "i sommersi", in contrasto appunto con "i salvati", e che costituivano la maggioranza poiché non hanno avuto alcun privilegio che abbia permesso loro di sopravvivere. Levi si sente proprio un privilegiato e avverte la necessità di farsi testimone. 

Ragiona inoltre sulle responsabilità e sulle colpe, certo di chi ha gestito i campi, di chi li ha progettati, di chi ha perpetrato inimmaginabili violenze sui prigionieri, ma al tempo stesso la maggiore responsabilità l’attribuisce a tutti coloro che hanno taciuto, che hanno fatto finta di niente e che hanno reso possibile una simile strage. 

Levi riporta infine le corrispondenze con cittadini tedeschi che hanno letto "Se questo è un uomo" in seguito alla sua traduzione e riflette su domande che gli sono state spesso poste anche nel corso di incontri nelle scuole: per esempio "Perché non siete fuggiti? Perché non vi siete ribellati?". Analizza il tutto in maniera estremamente chiara e convincente, lasciando al lettore la sensazione di uscire da quest’opera profondamente arricchito e più consapevole. 

Credo che sia la prima opera di analisi che mi trovo a leggere sull’Olocausto e mi rendo conto di aver imparato molto da questa lettura, che mi ha colpito per gli innumerevoli spunti di riflessione e per la scrittura del suo autore, così capace di trasmettere in modo semplice contenuti importanti e complessi. 

Mi rendo sempre più conto di come la produzione di Levi sia da recuperare il più possibile. Obiettivo a lungo termine, certo, perché è stato un autore prolifico! Ma piano piano porterò avanti anche questo progetto di lettura.

lunedì 1 novembre 2021

L'ultimo lenzuolo bianco

Dopo due testimonianze basate sull’emigrazione di ragazzi giovanissimi, addirittura bambini, dall’Afghanistan all’Italia (mi riferisco a "Nel mare ci sono i coccodrilli" di Fabio Geda e "Stanotte guardiamo le stelle" di Ali Ehsani), ho recuperato anche "L’ultimo lenzuolo bianco", opera autobiografica di Farhad Bitani, giovane ex comandante dell’esercito afgano che ora svolge il mestiere di mediatore culturale in Italia. Il libro è pubblicato da Neri Pozza.


Titolo: L'ultimo lenzuolo bianco
Autore: Farhad Bitani
Anno della prima edizione: 2014
Casa editrice: Neri Pozza
Pagine: 208

 

Questa testimonianza è molto importante, in quanto Bitani, figlio di un mujaheddin, racconta dall’interno le brutalità compiute da coloro che in Afghanistan sono stati ritenuti un potere legittimo per contrastare i talebani. Cresciuto nel mezzo delle continue guerre nel suo paese, specialmente nel contrasto tra i gruppi di mujaheddin e talebani, Bitani ha conosciuto la ricchezza e la povertà, gli eccessi che ti permettono di sprecare dollari su dollari ma anche le notti in cui si va a letto con la fame. È stato un bambino assuefatto alle brutalità a cui era costantemente esposto: le esecuzioni negli stadi, il taglio delle mani, gli stupri lungo la strada, i matrimoni forzati, le frustate e gli abusi sui minori ritenuti normali da chi voleva mantenere il suo paese in uno stato di ignoranza e sottomissione.  

Soltanto l’incontro con culture diverse grazie alla formazione avvenuta nelle accademie militari italiane, e soprattutto sua madre, donna in grado di fargli distinguere il bene dal male anche in un contesto così improbabile, hanno permesso all’autore di divenire un uomo diverso da quelli che lo avevano sempre circondato e che per questo  lo hanno giudicato un infedele e un traditore.

"L’ultimo lenzuolo bianco" è il più convincente e formativo dei libri che io abbia letto per quanto riguarda la storia dell’Afghanistan. L’autore infatti racconta in modo molto chiaro le divisioni politiche interne al Paese e come ogni fazione sia stata appoggiata da Stati esteri: il Pakistan nel caso dei talebani, l’Iran nel caso dei mujaheddin per fare due esempi. Non fa sconti inoltre nel criticare gli aiuti umanitari che tanti Stati esteri hanno concesso all’Afghanistan allo scopo di aiutare la popolazione, ed invece sono finiti nelle mani sbagliate, ad arricchire i soliti noti senza contribuire affatto al benessere dello Stato,  ed è difficile che nessuno se ne sia mai accorto finora.

Mi ha sorpresa inoltre la sua posizione a favore dell’intervento statunitense in Afghanistan in seguito all’11 settembre 2001: l’autore la trova inevitabile in uno stato come il suo, dove anche i bambini girano armati dalla più tenera età  e non vi è alcuna cultura di pace.

Si esce da questa lettura piuttosto turbati, perché le scene violente sono numerose e non sono adatte agli stomaci più sensibili. Credo che però sia uno dei ritratti più onesti e meno edulcorati che sono arrivati nelle nostre librerie; si può imparare molto da questa lettura che io sono contenta di aver affrontato e che vi consiglio se siete interessati all’argomento. Siate preparati però: vi richiederà una certa resistenza.

Qual è l’ultimo libro che avete letto e vi ha turbati?

giovedì 30 settembre 2021

Stanotte guardiamo le stelle

Se avete apprezzato "Nel mare ci sono i coccodrilli" di Fabio Geda, "Stanotte guardiamo le stelle" di Ali Ehsani, pubblicato da Feltrinelli, è un romanzo autobiografico che potrebbe assolutamente fare al caso vostro.


Titolo: Stanotte guardiamo le stelle
Autore: Ali Ehsani
Anno della prima edizione: 2016
Casa editrice: Feltrinelli
Pagine: 236


Scritto da un giovane afghano, ora laureato in Giurisprudenza alla Sapienza di Roma, è la vita dell’autore quella che viene raccontata in questo testo, che ve lo anticipo mi ha commossa in più di un passaggio. 

Questa storia ha inizio quando Ali ha soltanto otto anni, mentre il fratello Mohammed ne ha quasi 18. Un giorno un razzo precipita sulla loro casa e la distrugge, rendendo così orfani i due fratelli e facendo prendere al maggiore la decisione di partire alla volta dell’Europa. La vicenda è narrata interamente dagli occhi di Alì, che è soltanto un bambino spinto dalle circostanze ad un viaggio pericolosissimo, dall’Afghanistan all’Italia passando per il Pakistan, l’Iran e la Grecia.

In questo libro ci sono dei momenti veramente drammatici, che ci ricordano i rischi corsi da coloro che alla ricerca di una vita migliore decidono di attraversare il mare che per noi rappresenta soltanto una località di vacanza. C’è la solitudine di un bambino abbandonato a se stesso, che rimane solo ad un'età in cui per noi è già un’impresa andare e tornare da scuola senza essere accompagnati; un bambino che ha un disperato bisogno di protezione, amore e un luogo da chiamare casa.

La storia di Alì la possiamo definire in qualche modo a lieto fine, visto che in Italia c’è arrivato vivo e con le sue forze è riuscito ad avere la possibilità di studiare, resistendo anche alle tante ingiustizie che ha dovuto affrontare: incomprensibile per me come ad un rifugiato possa venire rubata da cittadini italiani una borsa di studio -incomprensibile oltre che vergognoso, è chiaro. A lieto fine sì, ma a quale prezzo? Per questo le testimonianze di migrazioni sono estremamente importanti: sono in grado di farci riflettere su una realtà che viene troppo spesso dipinta in maniera ingannevole ai fini della propaganda politica. Sfido chiunque davanti alle parole di Alì a rimanere indifferente e a non pensare che un porto sicuro e una vita serena questo ragazzo non se la sia guadagnata.

Qual è l’ultimo libro che parla di migrazioni che avete letto?
E il vostro romanzo autobiografico preferito?

mercoledì 29 settembre 2021

La danzatrice bambina

In questo viaggio di letture ambientate in Afghanistan sto riscoprendo numerosi titoli che facevano parte della mia biblioteca dagli anni in cui i romanzi di Khaled Hosseini scalavano le classifiche. Tra di essi ho ritrovato "La danzatrice bambina" dello scrittore statunitense Anthony Flacco, che non avevo mai letto fino ad oggi.


Titolo originale: La danzatrice bambina
Autore: Anthony Flacco
Anno della prima edizione: 2005
Titolo originale: Tiny Dancer
Casa editrice: Piemme
Traduttrice: Paola Conversano
Pagine: 285


"La danzatrice bambina", pubblicato da Piemme, è una storia vera: racconta l’epopea di Zubaida, una bambina afghana di dieci anni, che nel 2001 abitava in una zona desertica vicino alla città di Farah, in Afghanistan. Come dice il titolo, Zubaida aveva una passione per la danza finché un giorno non si rovesciò per errore addosso una tanica di kerosene, riportando ustioni drammatiche che la sfigurarono e la portarono molto vicina alla morte. Suo padre però non si arrese e tanto lottò per far curare la bambina e salvarle la vita che furono coinvolti in questo progetto i soldati americani già presenti nel paese, e Zubaida fu portata per oltre un anno in California, dove subì numerose operazioni fino a ritornare ad avere il suo aspetto e nuove possibilità per il futuro.

"La danzatrice bambina" è una storia a lieto fine, aspetto che si accoglie volentieri sapendo appunto che non è un romanzo di fantasia. Dal punto di vista letterario l’opera presenta numerosi difetti: innanzitutto la quantità di ripetizioni con cui l’autore ribadisce i concetti un’infinità di volte, dall’intelligenza e il forte carattere della bambina al ruolo marginale delle donne afghane. Un altro aspetto difficile da apprezzare per me è stato il modo in cui i soldati americani e gli americani in generale vengono descritti unicamente in maniera positiva: innegabile che positivo sia stato il ruolo all’interno della catena che ha consentito la guarigione della protagonista, ma dal punto di vista storico e politico il libro risente di semplificazioni quanto meno ingenue.

Di Afghanistan in questo libro non c’è tanto: la gran parte della narrazione è ambientata negli Stati Uniti e anche se Zubaida non perderà mai il proprio senso di appartenenza al luogo da dove proviene solo al termine della storia vi si fa ritorno per descrivere come dopo la caduta dei talebani si aprono per la popolazione femminile nuovi scenari di possibilità. Da questo punto di vista è molto triste leggere oggi questa conclusione, quando politicamente si sembra tornati in Afghanistan al punto di partenza e di nuovo le ragazze dell’età di Zubaida sembrano escluse dall’opportunità di una formazione scolastica.

In conclusione non credo che "La danzatrice bambina" sia una lettura fondamentale se siete alla ricerca come me di testi ambientati in quella particolare zona del mondo, tuttavia se siete amanti delle storie vere questa potrebbe fare al caso vostro!

Qual è l’ultimo libro che avete letto ispirato a fatti realmente accaduti?