Visualizzazione post con etichetta distopici. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta distopici. Mostra tutti i post

mercoledì 20 novembre 2024

Il canto del profeta

Vincitore del Booker Prize del 2023, "Il canto del profeta" di Paul Lynch, pubblicato da 66thand2nd, prende dichiaratamente ispirazione dagli orrori della guerra civile siriana, ma ambienta la sua distopia nell'Irlanda contemporanea.

La protagonista è Eilish, madre di quattro figli, il cui marito Larry insegnante e sindacalista viene arrestato nel corso di una manifestazione contro il regime antidemocratico che sta prendendo il potere, e sparisce senza lasciare traccia. Mentre non si rassegna a non averne più notizie, seguiamo Eilish alle prese con il dilagare della dittatura, che vuole arruolare e il figlio Mark ad appena diciassette anni (mentre il ragazzo sceglierà di unirsi alla resistenza [e nemmeno di lui si saprà più nulla]) e il tentativo di sopravvivere con Bailey, Molly e Ben alla fame, all'inflazione, alla guerriglia e ai bombardamenti.

In questo momento storico, di bombe sulla Palestina e non soltanto, la distopia di Lynch richiama terribilmente la realtà: la straziante domanda su quando sia il momento di lasciare le proprie case per salvarsi la vita, le file per procacciarsi acqua potabile, l'indisponibilità di ospedali perché sono stati usati come bersagli, i rotoli di banconote per i trafficanti che consentono di passare la frontiera, i propri cari di cui non si hanno più notizie da un momento all'altro.

La scrittura è impeccabile, in un crescendo di angoscia e disperazione, con dialoghi serrati e non separati dalla punteggiatura; è un testo crudo, drammatico, che trabocca di scene vivide e personaggi al loro punto di rottura [una madre che porta il figlio ragazzino in ospedale, credendo che sarà curato, dichiarandolo più adulto pur di farlo operare in una struttura non pediatrica, e lo ritrova nel sacco dell'obitorio con addosso segni di tortura], che hanno paura e non hanno più scelta.

"Il canto del profeta" si legge d'un fiato, e intanto si soffre, e intanto si riflette: perché è un'opera di fantasia, ma è fin troppo facile e frequente che invece diventi realtà.

Qual è l'ultimo vincitore del Booker Prize che avete recuperato?

giovedì 9 maggio 2024

Orologi rossi

Sulla quarta di copertina di tutti i libri distopici pubblicati negli ultimi anni compaiono immancabilmente citati George Orwell oppure, quando si tratta di donne, Margaret Atwood. Questo secondo caso riguarda proprio "Orologi rossi" di Leni Zumas, pubblicato da Bompiani.

Per essere onesti, i rimandi a "Il racconto dell’ancella" sono ben pochi, quasi inesistenti: la storia ruota attorno alla maternità e al corpo femminile, ma qui sono affrontati in maniera corale dalle voci di quattro protagoniste citate in base al loro ruolo nella società: la biologa, la moglie, la figlia e la guaritrice. 

La loro posizione riguardo la maternità è estremamente diversa: la biologa, che sta scrivendo un libro su una ricercatrice islandese dell’ottocento che si occupava del comportamento dei ghiacci, è anche un insegnante di scuola superiore e sta facendo di tutto per concepire un figlio senza un compagno o essere ritenuta idonea all’adozione, quando mancano solo pochi giorni all’entrata in vigore della legge secondo la quale negli Stati Uniti solo coppie legalmente sposate potranno diventare genitori.

La moglie invece è madre di due figli, ma si sente costretta in questo ruolo, desiderosa di spazi e tempi per sé e sul punto di chiedere il divorzio al proprio marito. La guaritrice non è in alcun modo interessata al diventare madre e in questi Stati Uniti dove l’interruzione di gravidanza  è divenuta illegale e viene punita con il carcere aiuta le donne anche a terminare gravidanze indesiderate, oltre che nella gestione di tanti altri disturbi o danni arrecati dalla violenza degli uomini, grazie alle erbe e alla saggezza che è stata tramandata dalle sue antenate. 

Infine abbiamo la figlia che è solo un adolescente quando scopre di essere rimasta incinta e non desiderare in alcun modo quel bambino; cerca una soluzione e riflette su ciò che è successo alla sua migliore amica che l’anno precedente sia trovata nella stessa posizione e della quale ora sente enormemente la mancanza [per tre quarti del romanzo il lettore è portato a pensare che la ragazza sia morta procurandosi un aborto clandestino, ma in verità proprio la figlia l’ha salvata all’ultimo momento anche se questo ha comportato la sua successiva reclusione in carcere minorile].

Si tratta di un romanzo corale in cui i capitoli alternano i punti di vista e le vite di queste donne che abitano la stessa comunità, e via via si intrecciano legandosi l’una all’altra in modo a mio parere imprevedibile [la guaritrice infatti ingiustamente accusata e arrestata viene scagionata proprio dalla moglie mentre la biologa che avrebbe tanto voluto adottare il bambino della figlia si trova a ad accompagnarla proprio ad interrompere la sua gravidanza]. 

È un romanzo di donne: i personaggi maschili sono pochi e poco significativi. 

Per definirlo un distopico credo che maggiore spazio avrebbe dovuto essere dedicato all’evoluzione autoritaria e antidemocratica, concentrata sul controllo del corpo femminile, della famiglia e della procreazione del governo degli Stati Uniti, purtroppo non così lontana dalla realtà odierna.

 Che molto hanno a che vedere con quelle che affrontiamo anche noi ogni giorno  Non lo paragonerai affatto al racconto dell’ancella in comune hanno davvero poco tuttavia se le tematiche possono interessarvi questo è senz’altro un romanzo che vi consiglio di leggere

Qual è l’ultima distopia che avete letto?

giovedì 17 marzo 2022

Kentuki

Kentuki di Samanta Schweblin, pubblicato da edizioni SUR, è stato un acquisto impulsivo nel corso di un giro in libreria: mi attirava da troppo tempo per riuscire a resistere ancora, infatti l’ho letto immediatamente e devo dire che mi ha sorpreso così tanto che sono stata molto contenta di aver ceduto! 


Titolo: Kentuki
Autrice: Samanta Schweblin
Anno della prima edizione: 2018
Titolo originale: Kentukis
Casa editrice: SUR
Traduttrice: Maria Nicola
Pagine: 230


Si tratta di un romanzo molto originale, costruito come una sorta di mosaico di storie che si alternano in diversi luoghi del mondo e con diversi protagonisti, ma con un elemento comune: quello dei kentuki. Nel mondo creato dall’autrice si può possedere un kentuki  o essere un kentuki: si tratta di animaletti di pelouche collegati ad una connessione Internet attraverso la quale chi è il kentuki osserva la vita di chi lo ha acquistato, e decide di interagirci nelle più svariate maniere. Questi peluche tecnologici sono diventati al tempo del racconto una moda internazionale e così persone in tutti gli angoli del globo possono relazionarsi con luoghi e individui anche lontanissimi da loro.

L’idea di intrecciare la tecnologia all’umano non è nuova, anche se io non sono un’esperta del genere; ho trovato l’idea di farlo attraverso questi giocattoli molto particolare e interessante. Degno di nota è anche il fatto che un peluche dovrebbe stimolare sentimenti di tenerezza, innocenza, desiderio di giocare, ma invece da entrambi i lati di questi oggettini nei racconti dell’autrice spesso si palesano i peggiori istinti umani, spesso in modo incomprensibile e ingiustificato: quasi il messaggio dell’opera volesse essere che l’umano è già abbastanza crudele e perverso in se stesso, senza bisogno di essere stimolato ulteriormente dalla tecnologia. E se all’infanzia viene lasciata la purezza che ci aspettiamo, senza trovarci davanti ad alcun bambino mostro torturatore, gli adulti che li circondano a distanza o faccia a faccia sono spesso spietati in modi difficili da accettare.

Non aspettatevi però soltanto racconti tetri o macabri, perché in "Kentuki" ci sono anche personaggi estremamente teneri come un bimbo che non è mai riuscito a vedere la neve e spero di farlo attraverso il Kentuki che è, è una signora desiderosa soltanto di compagnia che prova per la coniglietta che impersona una commovente tenerezza.

Nel complesso quest’opera è stata piuttosto lontana da i generi che leggo di solito, ma proprio per questo è stata una bella sorpresa che mi sento proprio di consigliare!

Qual è l'ultimo libro lontano dalla vostra zona di comfort che avete letto?

lunedì 3 maggio 2021

La fila

Di autori arabi ne leggo sempre volentieri, ma devo ammettere che raramente sono donne: sono stata quindi molto felice di questa novità!


Titolo: La fila
Autrice: Basma Abdel Aziz
Anno della prima edizione: 2016
Titolo originale: Al Tabuur
Casa editrice: NERO Edizioni
Traduttrice: Fernanda Fischione
Pagine: 209


LA STORIA

"La fila" è un romanzo distopico, genere che che come abbiamo imparato da capolavori come "1984" di Orwell racconta assai bene la realtà o il futuro. In questo caso ci troviamo in un paese del Nord Africa di cui non ci viene mai rivelato il nome, ma che non facciamo fatica ad immaginare come l’Egitto data la nazionalità della scrittrice. La popolazione è costretta ad ordinarsi in questa Fila del titolo, in un'interminabile attesa per poter comunicare con la Porta, misteriosa autorità alla quale è necessario chiedere ormai l’autorizzazione per qualunque cosa, dal potere ottenere un lavoro, al permesso di venire operati o acquisire un terreno. Si raccoglie così una varia umanità cittadina nella Fila, e tra di essi seguiamo in particolare le vicende di Yaya, un giovane che è stato colpito da un proiettile nel corso dei giorni rievocati come "sciagurati eventi" -anche qui, non fatichiamo ad immaginarci queste giornate come simili a quelle delle Primavere Arabe e delle rivolte contro i dittatori, Mubarak nel caso dell’Egitto.

Il proiettile però è stato sparato dalla polizia e pertanto il dottor Tarek, che dovrebbe essere incaricato di operare Yaya, non ha il permesso di farlo: estrarre il proiettile si rivelerebbe una prova schiacciante della colpevolezza delle forze dell’ordine. Così, mentre le compagnie telefoniche si specializzano nell’intercettare le comunicazioni, Yaya soffre con il suo proiettile in corpo e attende in Fila l’estenuante autorizzazione ad estrarlo.
lui, con quella pallottola, era l’unica prova vivente che non erano ancora riusciti a insabbiare.

COSA NE PENSO

Basma Abdel Aziz è una psichiatra egiziana, attivista per i diritti umani e scrittrice per numerose riviste: questo è il suo romanzo d’esordio, pubblicato per la prima volta nel 2013, a poca distanza dalle Primavere Arabe e dalla delusione che ne sarebbe seguita. Basma Abdel Aziz conosce il carcere, perché numerose volte è stata arrestata a causa del suo attivismo e da "La Fila" appare evidente la sua capacità di ritrarre in modo simbolico ma calzante la condizione ancora oggi vigente nel suo paese: dalla Fila infatti le persone spariscono senza lasciare traccia, gli arresti sono del tutto arbitrari e le pubblicazioni sui giornali controllate dalla censura. 
L’Unità Antisommossa di Difesa della Sicurezza, incaricata sin dalla sua fondazione di trattare questo tipo di insurrezioni e armata come mai prima d’allora, era riuscita ad annientare i manifestanti in poche ore e a svuotare la piazza senza grandi sforzi.
Sebbene fosse al regime di Mubarak che questo romanzo poteva fare riferimento, data l’epoca della sua pubblicazione, c’è ancora molto di somigliante nel regime di Al-Sisi, ed è per questo che "La Fila" è un romanzo estremamente interessante per tutti coloro che siano appassionati di geopolitica e Medioriente.


A me "La Fila" è piaciuto moltissimo: mi è piaciuto seguire le vicissitudini degli amici che cercano di aiutare Yaya a tutti i costi, pur sapendo quanto sia pericoloso, e come nel caso di Amani (la sua fidanzata) subendone le conseguenze in prima persona, perché da un arresto governativo non si torna indenni. 
Si diceva che fossero stati convocati nei sotterranei senza che facessero più ritorno. Le voci causarono una notevole tensione: furono resi pubblici i nomi dei cittadini di cui non si aveva più notizia e la data della loro scomparsa; iniziarono a girare volantini con le loro foto, e appelli affinché tornassero sani e salvi.
Ho trovato molto stimolante la rappresentazione di personaggi così diversi: i fondamentalisti religiosi, gli ipocriti, coloro che per una sola parola sbagliata si ritrovano in un meccanismo dal quale non sanno come sfuggire. 
Devo essere però completamente onesta e rivelarvi che i finali aperti non fanno per me! Se le vicissitudini del dottor Tarek erano state per me estremamente interessanti, combattuto com’era tra la sua deontologia professionale e l’intenzione quindi di operare Yaya, ma anche il timore e l’obbedienza nei confronti degli ordini ricevuti dall’alto, avrei davvero desiderato leggere una conclusione per tali eventi. Invece sul finale sono rimasta un po’ con l’amaro in bocca, sebbene ragionandoci a mente fredda trovo che data l’attualità della situazione politica abbia avuto una sua coerenza lasciare in sospeso la vicenda, tutt’altro che risolta e terminata nella realtà.

lunedì 31 agosto 2020

I testamenti

Impossibile leggere “I testamenti” senza aver letto precedentemente (e magari riletto a distanza ravvicinata) “Il racconto dell’ancella”: questo non è un romanzo autonomo, che può essere letto e apprezzato da solo. Ne “I testamenti” infatti torniamo a Gilead, stato teocratico che viene contestualizzato e approfondito nel seguito di recente pubblicato da Margaret Atwood.



Titolo: I testamenti
Autrice: Margaret Atwood
Anno della prima edizione: 2019
Titolo originale: The Testaments
Casa editrice: Ponte alle Grazie
Traduttore: Guido Calza
Pagine: 502




Anche parlarvi di questo romanzo senza parlarvi del precedente è davvero difficile, perché il contenuto dei due è strettamente connesso. Le vicende de “I testamenti” si svolgono però una quindicina di anni più tardi, e la protagonista della quale eravamo tanto curiosi di conoscere il destino non comparirà tra queste pagine: di June-Difred cogliamo qualche notizia, ma la donna non partecipa a ciò che avviene ne “I testamenti”. 

Un altro intreccio molto interessante è quello tra “I testamenti” e la serie televisiva “The Handmaid’s Tale”, le cui tre stagioni erano già andate in onda (con la partecipazione di Margaret Atwood alla sceneggiatura) prima che questo romanzo venisse pubblicato. In qualche modo le storie sono collegate, o meglio: la prima stagione della serie televisiva è la trasposizione del romanzo “Il racconto dell’ancella”, le cui vicende proseguono nella seconda e terza stagione -e, si spera, nella quarta in arrivo. “I testamenti” è ambientato successivamente, e quindi mi aspetto che ad un certo punto la serie televisiva si ricongiunga in qualche modo con quello che è avvenuto sulla carta -nulla sembra impedirlo, al momento. 


Tre sono i punti di vista ne “I testamenti”, tre i narratori in prima persona all’interno di questo romanzo. Anche qui la Atwood ricorre all’artificio del manoscritto ritrovato, o meglio delle testimonianze raccolte ed esposte a distanza di tempo in un convegno sulla teocrazia di Gilead, com’era stato ne “Il racconto dell’ancella” per i nastri contenente la voce di Difred.
I punti di vista sono di un personaggio ben noto dall’opera precedente, una cattiva -uno dei personaggi, devo ammetterlo, che più mi ha nauseata in tutta la mia vita di lettrice: Zia Lydia. Ne “I testamenti” approfondiamo il suo passato, la vediamo diventare l’aguzzina che abbiamo visto maltrattare le ancelle; certo impariamo a conoscerla, ma non per questo proviamo per lei un briciolo di simpatia o compassione. La costruzione del personaggio è comunque davvero interessante e ben fatta; aggiunge ad una figura già molto potente nel precedente romanzo una tridimensionalità che la rende ancora più degna di nota.
Nella mia famiglia nessuno aveva mai frequentato l’università, e mi avevano disprezzata per esserci entrata grazie alle borse di studio e ai lavoretti serali. È una cosa che ti tempra. Diventi caparbia. Non avevo nessuna intenzione di farmi eliminare, se appena fossi riuscita a evitarlo.
Gli altri due punti di vista sono quelli di due adolescenti: Agnes, cresciuta a Gilead, e Daisy, cresciuta in Canada. La loro identità non è sorprendente per chi ha guardato le stagioni della serie TV “The Handmaid’s Tale”: lo spettatore collegherà immediatamente le loro voci a quelle di due personaggi che hanno già fatto la loro comparsa (anche se ad un diverso punto delle loro vite). 


Le testimonianze di Agnes e Daisy tuttavia non sono convincenti come il punto di vista di Zia Lydia: le loro voci sono immature, e questo potrebbe imputarsi anche all’età, ma soprattutto non sorprendono, e coinvolgono il lettore fino ad un certo punto. Insieme a loro, relegata ad una posizione raccontata in terza persona, c’è però Becka: e lei è a mio parere l’adolescente più interessante, quella che comprende meglio il mondo che la circonda, quella attraverso i cui occhi possiamo metterlo in discussione e analizzarlo meglio.
«Dio non è come raccontano» rispose. Aggiunse che si poteva credere in Gilead o credere in Dio, ma non in entrambi.
Devo ammettere che la trama de “I testamenti” non è stata per me appassionante quanto avrei sperato: c’è parecchia azione, questo è vero, e ci sono trame e complotti, ma non riescono a tenere il lettore col fiato sospeso. L’aspetto vincente dell’opera non è tanto l’avventura che si propone di raccontare quanto l’approfondimento e l’espansione della repubblica di Gilead, che diventa così sempre meglio costruita e più concreta -e credo che sia questa la ragione che ha spinto la maggior parte degli appassionati a correre in libreria a procurarsi il romanzo appena uscito.
Gilead ha un problema di lunga data, mio lettore: per essere il regno di Dio sulla Terra, ha un tasso di emigrazione imbarazzante. Il lento deflusso delle Ancelle, per esempio: ne sono scappate troppe. Come ha rivelato l’analisi del Comandante Judd sulle fuggitive, non facciamo in tempo a scoprire e bloccare una via di fuga che subito se ne apre un’altra.

Nel complesso quindi è un libro che vi consiglio come lettura complementare al precedente testo della Atwood e alla visione della serie TV: come opera singola credo che non possa avere vita propria, dipendente com’è dal volume che lo precede. Se dunque siete, come me, in trepidante attesa della quarta stagione… ingannare il tempo leggendo “I testamenti” potrebbe essere un’ottima idea! 

lunedì 9 settembre 2019

Carnaio

Non leggo di proposito i titoli candidati ai premi letterari: non compilo liste con i finalisti e non mi propongo di leggerli prima della premiazione. È innegabile tuttavia che alcune trame risultino particolarmente attraenti, e che tali libri si rivelino poi ottime letture: è stato per me il caso di "Resto qui" di Balzano, finalista al Premio Strega 2018, e di "Dal tuo terrazzo si vede casa mia", raccolta di racconti di Elvis Malaj entrata in dozzina lo stesso anno.
Ora finalista al premio Campiello 2019, sono stata attratta da "Carnaio" di Giulio Cavalli, e appena disponibile in biblioteca me lo sono portato a casa.




Titolo: Carnaio
Autore: Giulio Cavalli
Anno della prima edizione: 2018
Casa editrice: Fandango
Pagine: 218




LA STORIA

Nella cittadina sul mare di DF, che vive principalmente di pesca, dalle onde arriva una sorpresa poco piacevole: cadaveri cominciano a riempire spiagge e strade, dapprima pochi per volta, poi a ondate di migliaia. Sono corpi altri, tutti corpi di uomini, dalle pelli scure, tutti della stessa corporatura, pressocché indistinguibili.
Qualcuno ipotizzò che fossero schiavi, selezionati tutti di identica corporatura per essere venduti in blocco, e non si sa mai abbastanza del grado di inciviltà di certi paesi che stanno a sud del mare e forse il carico era andato perduto, buttato al largo per salvare lo scafo, l'equipaggio, i carcerieri.
La comunità di DF è dapprima disgustata, sconvolta, poi opta per la chiusura a tutto il resto del mondo e per una soluzione che appare impensabile: trarre un guadagno da quelli, da quei corpi portati dal mare.


COSA NE PENSO

Ispirato da una conversazione con un pescatore di Lampedusa che gli ha raccontato di come nelle reti gettate restino impigliati i cadaveri di migranti morti in mare, Cavalli porta all'estremo queste storie vere creando un incubo che ha tutte le carte in regola per sembrare realistico, nonostante i suoi sviluppi.
Noi non ci occupiamo delle persone che forse sono stati, non mi interessa, non ci interessa, non abbiamo il tempo e le risorse per impegnarci: ci occupiamo di quell'ammasso di carne, pelle, tendini, ossa, nervi e liquidi che hanno anche la forma di persona. Noi guardiamo la luna mentre gli altri vorrebbero indicarci il dito.
Dopo una prima parte narrata in terza persona, che descrive il fenomeno, nella seconda si avvicendano le testimonianze dei residenti che esprimono in prima persona la loro opinione su quanto accade a DF. Il linguaggio non è affatto lontano a quello della politica a cui siamo abituati, e ben pochi personaggi sembrano aver conservato un briciolo di umanità nonostante dall'esterno di DF provengano critiche a gran voce. 
Sia chiaro, parlo a titolo personale, scrivetelo bene che questa non è mica un'intervista ufficiale, io sono una cittadina che esprime le proprie opinioni, una di quelli che ha studiato all'università della vita e non ho la pretesa di sapere il giusto o lo sbagliato su tutto, però so bene cosa è giusto per me e cosa è sbagliato per me, rivendico il diritto di farmi la mia idea senza ascoltare tutti questi professoroni che di mestiere ci manipolano il cervello. 
La soluzione più semplice è l'isolamento dell'intera città, il mettere fine alla dipendenza da uno stato che deruba -e anche qui è impossibile non cogliere i riferimenti a certi partiti oggi sulla cresta dell'onda che l'autore dissemina tra le pagine.
È una resilienza negativa quella di Cavalli, come lui stesso ha dichiarato in un'intervista a Radio 3: la capacità di adattamento dell'essere umano che si abitua a qualunque orrore, smettendo di considerarlo tale. Non importa quanti corpi si infrangano contro la barriera in plexiglass, invece di disgustare può diventare uno spettacolo.
Quando arrivano le onde, dico quando le onde ci portano i morti, si alza la marea, i vecchi si portano la seggiola per gustarsi lo spettacolo che ci sbatte contro, i giovani accendono il falò e ballano al ritmo delle teste contro il plexiglas, i papà portano i figli per mano, tutti questi morti una volta ci entravano in giardino, dicono i padri ai figli: l'ho fatta io, penso.
Per non scendere poi nei dettagli di quanto i corpi di quelli diventino a DF una fonte di reddito -alcuni brevi capitoli della seconda parte non sono adatti a lettori troppo impressionabili... 
"Carnaio" è un romanzo coraggioso: ci si aspetta un romanzo sulle migrazioni contemporanee leggendo la seconda di copertina, e ci si ritrova per le mani un libro che attinge alla realtà trasformandola con le parole e portandola alle estreme conseguenze. Cavalli sa dare voce alla meschinità dei singoli, ai rari casi di ribellione davanti alle atrocità (che in un regime dittatoriale come quello in cui si trasforma DF sono ovviamente repressi). Gli altri, quelli, i corpi portati dal mare, restano muti: non sappiamo nulla di chi fossero prima di invadere DF -perché sì, qui di invasione si tratta- e non ottengono rispetto o riconoscimento neanche nella morte, anzi ci si ciba di loro, li si sfrutta per creare abbigliamento, arredi, come oggetti li si considera e li si riutilizza.
"Carnaio" è una storia disturbante, un incubo ad occhi aperti e una discesa nell'abisso dell'indifferenza umana; "Carnaio" è una storia di fantasia, certo, ma è impossibile non cogliere i riferimenti alla quotidianità che ogni giorno incontriamo nelle notizie e scegliamo di ignorare.
Lo stile di Cavalli è scorrevole, trascinante come la piena delle onde che trasportano i corpi fino a DF; i periodi sono spesso lunghi, ricchi di virgole, riproducono il discorso diretto in una sorta di flusso di coscienza molto efficace.
"Carnaio" concorre per il Premio Campiello: pur non potendo fare confronti con gli altri concorrenti, trovo che si tratti di un romanzo originale e meritevole, se non di un riconoscimento, di certo di maggiore attenzione.

lunedì 18 febbraio 2019

L'uomo in fuga

Dopo “La lunga marcia”, una nuova lettura del Re dell’Orrore originariamente pubblicata con lo pseudonimo di Richard Bachmann - King è infatti sempre stato talmente prolifico da dover, all'inizio della propria carriera, ricorrere ad uno pseudonimo per non saturare il mercato.


Titolo: L'uomo in fuga
Autore: Stephen King
Anno della prima edizione: 1982
Titolo originale: The Running Man
Casa editrice: Sperling & Kupfer
Traduttore: Delio Zinoni
Pagine: 258


LA STORIA
Negli anni ‘20 del 2000 i reality show alla tri-vu monopolizzano l’attenzione delle persone, le biblioteche pubbliche non sono più accessibili e l’inquinamento ha raggiunto livelli inimmaginabili, decimando la parte più povera della popolazione per cui è impossibile acquistare filtri nasali efficaci. Anche le cure mediche sono ormai un miraggio per gli abitanti delle periferie, oppresse dalla disoccupazione e dalla fame; tra loro c’è Ben Richards, giovane padre di una bambina a cui non può comprare le medicine per la polmonite. Disposto a tutto pur di guadagnare un po’ di denaro, Ben decide di candidarsi per la partecipazione ad uno dei reality show che, ispirati al sadismo dei giochi tra gladiatori, lasciano i partecipanti gravemente feriti e mutilati o addirittura morti; a seguito della selezione, viene scelto proprio per “L’uomo in fuga”, il più pericoloso tra i programmi: quello in cui è obbligato a scappare senza sosta per un mese intero se vuole salvarsi la vita, e nessuno fino ad allora è mai riuscito nell’impresa.

Arnold Schwarzenegger in una scena del film "The Running Man"

 COSA NE PENSO
Pubblicato nel 1982, il ritratto che King fece della prima metà degli anni 2000 non è dopotutto così lontano dalla realtà nella quale ci troviamo oggi: l’inquinamento atmosferico a livelli preoccupanti, le patologie che ne derivano, l’infimo livello culturale di molta della programmazione televisiva, la sottovalutazione diffusa dell’importanza dei libri.

Il campo di battaglia si apre solo di notte. Di giorno è un silenzio grigio e deserto, senza movimenti, a parte i gatti e i topi e i vermi grassi e bianchi che striscia-no sulla spazzatura. Nessun odore, a parte il lezzo di decadenza, in questo glorioso 2025. I cavi della tri-vu sono al sicuro, sotto terra, e solo un idiota o un rivoluzionario penserebbe di danneggiarli. La tri-vu è la creatrice di sogni, il pane della vita. La Scag viene dodici vecchi dollari a bustina, la Frisco Push venti a tavoletta, ma la tri-vu ti sballa gratis.

La premessa di questo romanzo distopico è appassionante e potente, soprattutto pensando a quante delle profezie in esse contenute si siano in effetti avverate; tuttavia non posso definirlo un romanzo di King che io abbia completamente apprezzato, poiché dalla seconda metà in poi si trasforma più che altro in un racconto d’azione, composto da inseguimenti in automobile e sparatorie. Un film con Arnold Schwarzenegger è ispirato proprio a “L’uomo in fuga”, e spero che questo basti a farvi capire quanto poco rimanga del King onirico al quale siamo abituati. Lo stesso autore, nell’introduzione, dichiara che “L’uomo in fuga”
non è nient’altro che una storia, procede alla velocità ridicola di un film muto e tutto quello che non è storia viene allegramente buttato da parte.
Lo stile è adatto al contenuto del romanzo: non si perde in giri di parole o prolisse descrizioni, è semplice ed efficace, talvolta a scapito della caratterizzazione dei personaggi che avrebbe potuto essere un po’ più approfondita -soprattutto per quanto riguarda gli aiutanti che Ben incontra lungo la sua fuga, ai quali è riservato davvero poco spazio.
Ho trovato “L’uomo in fuga” un King atipico, privo degli elementi legati all’incubo che tanto amo trovare nei suoi romanzi. Confesso di aver preferito, tra le opere del primo periodo della sua produzione, “La lunga marcia”: anche qui l’elemento del percorso obbligato per il protagonista è molto presente, ma emotivamente si tratta di un libro più coinvolgente, che trasmette maggiori emozioni. In conclusione “L’uomo in fuga” non è di certo uno dei capolavori dell’autore, ma chi come me ha un debole per lui fa fatica a tralasciare le opere minori…

giovedì 4 ottobre 2018

Vox

Uno dei rari casi in cui non ho saputo attendere prima di leggere il caso editoriale del momento: dopo i paragoni con Il racconto dell'ancella, romanzo che come ormai sapete ho amato, ho deciso di procurarmelo subito sperando che non mi deludesse come Ragazze elettriche.
 
 
 
Titolo: Vox
Autrice: Christina Dalcher
Anno della prima edizione: 2018
Casa editrice: Nord
Traduttrice: Barbara Ronca
Pagine:
 
 
 
 
LA STORIA
 
In Stati Uniti distopici ma fin troppo simili a quelli della presidenza Trump, un dispositivo da polso consente a tutte le appartenenti al sesso femminile di pronunciare cento parole al giorno, non una di più.
Jean McClellan era una neurolinguista, prima che la misura del governo diventasse operativa e fosse costretta ad abbandonare la propria professione. Dopo un anno trascorso ad occuparsi -naturalmente in silenzio- dei propri figli maschi e della taciturna Sonia, abituatasi troppo presto al regime che la vuole muta e analfabeta, alcuni funzionari governativi contattano Jean perché si rimetta al lavoro sugli studi sull'area di Wernicke, perseguendo suo malgrado i loro meschini scopi… ed è inutile dire che non le lasciano alcuna possibilità di rifiutarsi.

 
 
COSA NE PENSO
 
Lo spunto narrativo di questo romanzo è estremamente potente. Per qualunque donna, all'inizio di questa lettura, sarà impossibile evitare di riflettere su quante siano in effetti le parole che pronunciamo ogni giorno, su quanto la nostra esistenza si basi sulla comunicazione con gli altri.
L'inizio della narrazione è quindi magnetico, e la costruzione degli Stati Uniti distopici molto riuscita.
Numerosi sono i punti in comune con la Repubblica di Galaad che aveva creato Margaret Atwood: il ruolo della religione cattolica è anche qui predominante, nella sua interpretazione più bigotta e maschilista secondo la quale le donne possono ricoprire unicamente due ruoli -quello di madre o quello di prostituta. I bordelli infatti non hanno smesso di esistere, ed anche in questi Stati Uniti le punizioni ai disobbedienti si concretizzano sotto forma di lavori forzati o di esecuzioni -e naturalmente, il silenzio. 
Anche qui inoltre scopriamo a poco a poco l'esistere di un movimento di resistenza: e lo scopriamo con sollievo. Questa sensazione fornisce un altro spunto di riflessione: quante volte si rimane in silenzio davanti all'ingiustizia? È esattamente quanto hanno fatto i cittadini statunitensi in questo libro, non volendo credere a ciò che si prospettava per loro, e in fondo è quanto facciamo troppo spesso noi tutti, nella quotidianità.
"C'è una resistenza?" Che suono dolce che ha, questa parola. "Bellezza, c'è sempre una resistenza. Non sei andata al college?" Mentre torniamo verso casa, la donna accanto a me comincia a somigliare sempre di più a Jackie.
Lo stile dell'autrice è funzionale, descrittivo quanto basta, senza eccessi. La narrazione è condotta al presente, in prima persona, dal punto di vista della protagonista; nel romanzo cogliamo gradite citazioni letterarie, dal ricordo della lettura di Shakespeare ai confronti tra il presente dei protagonisti e quello dell'orwelliano Winston.
Non siamo certo messi male come Winston Smith, che deve accucciarsi nell'unico angolo cieco del suo monolocale perché il Grande Fratello non l'osservi attraverso uno schermo, ma abbiamo telecamere anche noi.
Per quanto riguarda i personaggi, degna di nota è senz'altro Jackie, l'amica dei tempi dell'università di Jean: come difred ne "Il racconto dell'ancella" non aveva compreso l'importanza delle conquiste del femminismo per cui sua madre aveva tanto lottato, qui è la protagonista a snobbare per anni l'impegno in prima linea dell'amica, e a rimpiangere la propria passività solo quando si rivela essere troppo tardi.
Se c'è una cosa che ho imparato da lei è che non puoi protestare contro qualcosa che non ti aspetti. Ho imparato anche altro, un anno fa. Ho imparato quanto sia difficile scrivere una lettera ai membri del Congresso senza una penna, o spedirla senza un francobollo. Ho imparato quanto sia facile per i commessi dei negozi di cancelleria dire: "Mi spiace, signora. Non posso vendergliela".
Finora quindi tutto bene. Ma non vi nascondo che sono in arrivo diverse ragioni per le quali il romanzo non mi ha convinta, nonostante ne fossi entusiasta all'inizio.
Il ritmo si mantiene infatti incalzante finché non si arriva alla parte centrale della storia, quella ambientata nei laboratori dove Jean partecipa al progetto scientifico. Qui numerosi sono a mio parere i punti deboli: cominciamo dai cliché visti e rivisti sull'italianità dei personaggi (dalla moka e la qualità del caffè, fino alla focosa intraprendenza del dottor Lorenzo -in un'intervista l'autrice ha dichiarato di conservare un ricordo vivido di un suo amante italiano…), proseguiamo con questa relazione extraconiugale non proprio necessaria allo sviluppo della trama -se non per mettere in luce il personaggio del marito, Patrick, che si scopre più sfaccettato e coraggioso di quanto sembri all'inizio.
Jean mi ha convinta sempre meno con l'andare avanti della narrazione. Il suo pensiero fisso sembra essere infatti il suo amante piuttosto che la propria condizione di donna oppressa da un regime, al punto da pianificare una fuga nel corso della quale abbandonerebbe la sua stessa figlia femmina ad un destino sempre più tremendo. Tra i suoi figli, l'unico ad essere caratterizzato in qualche modo è Steven, il maggiore: esempio perfetto dell'indottrinamento sui giovani e delle sue tragiche conseguenze, il rapporto con la madre rimane comunque appena accennato ed è ancor peggio per i due maschi gemelli, praticamente incolori e privi di una qualunque personalità.
Per farla breve, il difetto principale di questo romanzo è il fatto che sposti il centro dell'attenzione dalla distopia e le condizioni in cui il Maryland e tutti gli Stati Uniti si trovano alle vicende private di Jean, che sono più che altro concentrate sulla relazione proibita con il collega -personaggio stereotipato, integerrimo e coraggiosissimo.
Avrei preferito che la narrazione continuasse a svilupparsi come da premesse, avvincenti ed angoscianti, mentre purtroppo così non è stato. Quanto si augura però l'autrice nei ringraziamenti è in effetti avvenuto, quindi non mi sento di affermare che lo scopo che si era prefissata sia stato mancato del tutto; e spero ci sia riuscita anche con voi.
Spero che [questa storia] ti sia piaciuta, e soprattutto spero che ti abbia fatto arrabbiare un po'. E che ti abbia fatto riflettere.

lunedì 10 settembre 2018

Ragazze elettriche

Ci sono libri di cui si parla come appartenenti ad una corrente di letteratura femminista: mi vengono in mente le opere di Simone De Beauvoir, Margaret Atwood, Toni Morrison. Ho sentito parlare di "Ragazze elettriche" come di un romanzo femminista, promotore dell'indipendenza e dell'emancipazione femminile. Dopo averlo terminato, non sono completamente convinta che lo si possa ritenere tale.






Titolo: Ragazze elettriche
Autrice: Naomi Alderman
Anno della prima edizione: 2016
Titolo originale: The Power
Casa editrice: Nottetempo
Traduttrice: Silvia Bre
Pagine: 446






LA STORIA


In seguito alle sostanze rilasciate nell'atmosfera nel corso della Seconda Guerra Mondiale, diversi decenni dopo ricompare sui corpi delle giovani donne un fenomeno di cui vi era già stata traccia nella storia: una matassa capace di generare energia elettrica, localizzata all'altezza delle scapole.
La vicenda, narrata in forma metaletteraria (uno scrittore infatti apre il romanzo, scrivendo lui stesso dei fatti), è costituita dalle conseguenze del fenomeno a livello mondiale ed il lettore la segue attraverso i punti di vista di quattro diversi personaggi: Roxy, figlia di un malavitoso e motivata dal desiderio di vendetta per l'omicidio della madre; Allie, ragazza in affidamento che si ribella alle violenze subite e fonda un culto di giovani donne; Margot, politica in carriera, ed infine Tunde, reporter nigeriano, unico maschio a ricoprire un ruolo di primo piano.
Questo romanzo di basa sul rovesciamento dei ruoli, e sull'evidenziazione delle conseguenze dello squilibrio nella distribuzione del potere tra i sessi: una volta diventate infatti pericolose quanto gli uomini, sono le donne ad incutere timore, a perpetrare violenze ed abusi, a sminuire gli esponenti dell'altro sesso.
"Adesso lo capiranno," urla una donna nella videocamera di Tunde, "che sono loro quelli che non dovranno uscire di casa da soli la notte. Sono loro quelli che dovranno avere paura".

Lo strapotere delle donne si diffonde nel mondo, a partire da Stati come l'Arabia Saudita dove il risentimento del genere femminile è altissimo; con il passare del tempo le conseguenze per gli uomini sono sempre più drammatiche, al punto di privarli della loro stessa indipendenza.
"Pertanto, oggi promulghiamo questa legge, secondo la quale ogni uomo del paese sarà tenuto ad avere il passaporto e gli altri documenti ufficiali timbrati col nome della sua guardiana. Per qualunque viaggio sarà necessario un permesso scritto rilasciato da lei. […] Agli uomini non è più permesso di guidare automobili."

COSA NE PENSO


Questa proiezione distopica fa riflettere soprattutto sull'attualità: leggendo di questo rovesciamento di ruoli, pare agghiacciante; ma quante donne nel mondo sono sottoposte ogni giorno a violenze e non hanno i più basilari diritti, come quello di decidere della propria vita? A quante donne vittime di violenza viene detto che se la sono andata a cercare (sul tema vi consiglio il romanzo di Louise O'Neill, intitolato proprio "Te la sei cercata"), che addirittura a loro sarebbe piaciuto? 
Una lo aveva fatto ad un ragazzo perché lui glielo aveva chiesto: questa storia suscita un grande interesse tra le altre. Possibile che ai ragazzi piaccia? È mai possibile che lo desiderino? Alcune di loro avevano trovato su internet vari forum in cui si sosteneva che era proprio così. 

Le riflessioni che questo libro ha suscitato in me sono l'aspetto che mi fa dire che l'intento di far discutere con una storia così ad effetto sia stato raggiunto dalla Alderman. Tuttavia il testo in questione ha anche un grosso limite: la caratterizzazione dei personaggi. Infatti a nessuno dei protagonisti ci si affeziona veramente, i capitoli sono più che altro un susseguirsi di azioni dal ritmo sempre più concitato, ma lo spazio per le emozioni è davvero ridotto ai minimi termini. L'autrice, che dichiara in chiusura il proprio debito di riconoscenza nei confronti di Margaret Atwood, è ben lontana dal creare personaggi profondi e ben costruiti come difred, protagonista de "Il racconto dell'ancella".
In conclusione, la più recente opera di Naomi Alderman (e l'unica che io abbia letto finora) non è riuscita a convincermi completamente. La consiglio tuttavia perché può essere un ottimo strumento per riflettere su quanto saremmo tutti indignati qualora le vittime e i subalterni dovessero essere gli uomini, e su quanto di conseguenza sia ancora necessario il femminismo; come ci ricorda anche Chimamanda Ngozi Adichie nel suo recente "Dovremmo essere tutti femministi" però, ciò è molto diverso da una semplice inversione dei ruoli. 

giovedì 4 gennaio 2018

La strada

Uno dei miei propositi per questo nuovo anno, come vi raccontavo in questo post, è leggere libri che abbiano davvero qualcosa da dirmi e da darmi, che mi emozionino, che restino. Non avrei potuto fare una scelta migliore di questa per onorare il detto “chi ben comincia è a metà dell’opera”!
 
 
 
Titolo: La strada
Autore: Cormac McCarthy
Anno della prima edizione: 2006
Titolo originale: The Road
Casa editrice: Einaudi
Pagine: 218
 
 
 
 
In un’America post-apocalittica, un padre ed un figlio che non hanno nome e non hanno età sono in cammino. Hanno con sé un carrello dove sono ammassati i pochi loro averi, scorte di cibo che non bastano mai, qualche indumento di ricambio e un telo di plastica per ripararsi alla meglio dalla pioggia. Del mondo come lo conosciamo non è rimasto granché: la vegetazione è bruciata, il terreno è ricoperto di cenere, le città sono disabitate, le case ed i negozi sono stati saccheggiati e dell’umanità non restano che poche persone. Tra queste, vi sono gruppi di soggetti pericolosi dediti alla violenza ed al cannibalismo, e poi i “buoni”: quelli che non mangiano le persone, che cercano di sopravvivere alla fame, al freddo, alle intemperie come possono, come il padre e il figlio protagonisti.
 
Viggo Mortensen e Kodi Smit-McPhee in una scena del film
"The Road" di J. Hillcoat (2009)
 
“La strada” è stata una lettura dolorosissima. Uno di quei libri che ti scavano dentro, che ti aprono uno squarcio nell’anima, che ti fanno soffrire come se ci fossi tu, a camminare verso Sud, alla ricerca di non si sa cosa, a sopportare l’assenza di cibo, a nascondersi dalle orde che ti rubano tutto il poco che hai, a tremare zuppo di pioggia nel freddo dell’inverno, a dormire all’addiaccio. Ero insieme al padre e al figlio in quei pochi momenti di sollievo dopo aver trovato un riparo dove c’erano ancora dei viveri, ma anche le troppe volte in cui soffrivano, in cui il figlio chiedeva al padre “e noi siamo i buoni, vero?”, in cui sembrava non esserci più alcuna speranza.
Non è un romanzo che lascia indifferenti. Immedesimarsi nei protagonisti è istintivo, tanto bene sono descritte le loro sensazioni, i ricordi di una vita precedente che tormentano il padre, le paure che provano, nonostante sia del tutto assente una loro caratterizzazione precisa. Sono tutti i padri e tutti i figli del mondo, di quelli che si guardano le spalle a vicenda, tutti i padri disposti a mettere nelle mani del figlio una pistola carica da usare nel caso dovessero farlo prigioniero, tutti i padri disposti a tutto pur di salvare quel figlio magro, debole, ma sopravvissuto.
McCarthy mi ha fatto male, mi ha tolto il sonno finché non ho finito, con gli occhi pieni di lacrime, questo libro meraviglioso; e di certo mi ha regalato una lettura che non dimenticherò facilmente.

giovedì 12 ottobre 2017

Il racconto dell'ancella

Qualche tempo fa ho letto "Solo per sempre tua" di Louise O'Neill. Mi aveva spiazzata, talmente tanto da non riuscire a dire se mi fosse piaciuto o meno: un mondo distopico nel quale il ruolo femminile fosse così degradato e irregimentato mi aveva turbata. L'avevo trovato, nella mia ignoranza, un libro estremamente originale (ve ne ho di recente parlato qui). Poi ho scoperto l'esistenza del romanzo di cui scrivo oggi, e ho capito che la O'Neill ha decisamente attinto alla farina del sacco di qualcun'altra.




Titolo: Il racconto dell'ancella
Autrice: Margaret Atwood
Anno della prima edizione: 1985
Titolo originale: The Handmaid's Tale
Casa editrice: Ponte alle Grazie
Pagine: 400



La protagonista di questo romanzo distopico e profondamente disturbante, coraggioso e impressionante è Difred. Nel mondo di Difred, in Nord America, le donne sono state obbligate a rinunciare alla propria identità: dapprima licenziate dai posti di lavoro, poi private della propria famiglia (svanita senza che ne sappiano più nulla).
Le guerre, le armi chimiche e le radiazioni che devastano il mondo da decenni hanno portato alla sterilità della maggior parte degli abitanti di quelli che dovevano essere in passato gli Stati Uniti e sono, all'epoca di Difred, la Repubblica di Galaad. Le donne sono state assegnate a nuovi ruoli, spogliate di tutto ciò che le aveva caratterizzate: le poche ancora fertili sono le Ancelle, come Difred. Vestono completamente di rosso, ed il loro compito è quello di concepire figli per le Mogli (sterili) di uomini abbienti.
Si ritiene che ci si debba mostrare rispetto, a causa della natura del nostro servizio.

Difred ricorda bene la sua vita precedente l'avvento della teocrazia: la sua relazione con Luke, la sua bambina. Si chiede dove si trovino, ma al tempo stesso deve concentrare ogni sua energia nella sopravvivenza, nonostante la sua vita presente non abbia per lei più alcun valore; non sono rari, infatti, gli episodi di ancelle che si sono tolte la vita. Anche per questo sono costantemente sorvegliate dalle Marte e dagli Occhi, le prime addette ai lavori domestici e i secondi spie presenti ovunque.
Si ammalano molto, queste Mogli di Comandanti. Aggiunge interesse alla loro vita. Noi invece, Ancelle e Marte, cerchiamo di non ammalarci. Le Marte non vogliono essere costrette a ritirarsi, perché non sanno dove andrebbero a finire. Non si vedono più tante vecchie in giro. E per noi, qualsiasi vera malattia, spossatezza, debolezza, perdita di peso o di appetito, una caduta di capelli, uno scompenso delle ghiandole, significherebbe la fine.


Difred vive a casa del Comandante, ed il suo nome denota proprio l'appartenenza a quest'ultimo, la sua trasformazione da donna a semplice proprietà. I rapporti tra il Comandante e Difred dovrebbero limitarsi al semplice atto sessuale (da consumarsi in presenza della Moglie di lui), eppure egli cerca con Difred un'ulteriore intimità, fatta di partite a Scarabeo, crema idratante e riviste conservate da un passato che nel giro di pochi anni è divenuto remoto. Nonostante Difred non desideri affatto questi incontri, vi si presta, non avendo nei fatti alcuna alternativa ed essendo terrorizzata dalle punizioni (e le pubbliche esecuzioni) che spettano ai disobbedienti nella teocrazia.
L'unica fuga dall'opprimente realtà sono gli incontri, anch'essi naturalmente clandestini, con il guardiano del Comandante, Nick: rapporti sessuali nel corso dei quali Difred si sente per un attimo di nuovo donna, di nuovo proprietaria di se stessa, senza un padrone o un dittatore sopra di sé.


La storia di Difred, ci racconta l'epilogo, viene raccontata da audiocassette sulle quali lei stessa l'ha registrata. L'ultimo episodio è ambientato nella casa del Comandante, alla quale arriva un furgone che Difred teme essere carico di Occhi pronti a punirla per le sue disobbedienze; invece appartiene ad un movimento di resistenza alla Repubblica di Galaad, della quale Nick fa parte, che ha il compito di farla scappare.

Nonostante questo "lieto fine", che ci preannuncia anche come il regime stesso sia destinato al fallimento, non è sollievo la sensazione che pervade alla fine di questo romanzo -attualissimo, dallo stile estremamente scorrevole e preciso, ricco di descrizioni senza mai diventare prolisso.
L'angoscia che Difred vive quotidianamente entra sottopelle pagina dopo pagina; la sua paura delle punizioni, la sua costante diffidenza, l'impossibilità di confidarsi con qualcuno per il timore che possa tradirla. I sogni che la perseguitano di notte, le domande sul destino che ha atteso Luke e la sua bambina -ed anche le speranze, probabilmente vane, che le accompagnano- sono così realistici che mi sembrava di averli vissuti io stessa la notte.
Erano pronti, ci aspettavano. Il momento del tradimento è il peggiore, il momento in cui sai senza alcun dubbio che sei stato tradito, che qualche altro essere umano ti ha augurato un male così grande. Era come trovarsi in un ascensore che si è staccato dall'alto. Si precipita, e non si sa quando, con un urto, si toccherà il fondo.

Si tratta di un romanzo profondo e doloroso, soprattutto per una donna: le violenze fisiche e psicologiche subite da Difred, la privazione della propria identità, la gabbia di regole e di divieti che la riducono ad essere un oggetto, una merce, preziosa solo in virtù del proprio utero, della propria fertilità.
Impossibile non pensare alle attuali condizioni di donne vittime della tratta non per la prostituzione, ma per il concepimento di bambini da destinare ad un mercato nero di adozioni: ben diversa, naturalmente, dalla pratica di grande generosità di chi offre il proprio utero "in affitto" per aiutare un'altra coppia a concepire.


Ho sofferto per Difred; ho creduto, o meglio ho voluto credere, alle sue flebili speranze che il suo amato Luke fosse ancora vivo, da qualche parte. Ho riflettuto, inoltre, sull'attualità del femminismo e sull'importanza delle lotte delle donne venute prima di noi: la stessa protagonista aveva sottovalutato la militanza materna nelle rivendicazioni degli anni '60, per comprenderne l'importanza solo quando dei diritti delle donne non era rimasto più nulla. Questo tema, che mi è molto caro (ne ho scritto di recente a proposito del breve saggio di Chimamanda Ngozi Adichie "Dovremmo essere tutti femministi", qui), è centrale nel romanzo della Atwood, e ci ricorda come nessuna conquista deve essere data per scontata, perché fa parte della nostra identità e del nostro essere donne, con la nostra libertà, della quale Difred e le sue compagne di sventura sono state private.
Tutte quelle donne che lavoravano... difficile immaginarle adesso, ma ce n'erano migliaia, milioni. Era ritenuta una cosa normale. Adesso è come ricordarsi di quando ancora esistevano i soldi di carta. Mia madre ne conservava un po', incollati nel suo album di ritagli insieme a delle vecchie fotografie.

Vi consiglio di cuore anche la serie TV tratta da questo romanzo. Nonostante temessi che mi avrebbe in qualche modo rovinato l'esperienza di lettura, l'ha invece arricchita: la prima stagione infatti è la trasposizione del romanzo "Il racconto dell'ancella", con l'aggiunta di alcuni personaggi approfonditi in parallelo a June, mentre le due stagioni successive portano avanti la storia in modo coerente! Assolutamente consigliata.