giovedì 18 dicembre 2025

Eva dorme

Da oltre dieci anni "Eva dorme" è nella libreria di famiglia, acquisto di mia madre appena l’esordio di Francesca Melandri pubblicato da Mondadori era stato pubblicato.

Lo leggo ora, dopo essere rimasta colpita da "Sangue giusto", un successivo romanzo dell’autrice che come nel suo primo libro mescola storia e narrativa: mentre in "Sangue giusto" si tratta del colonialismo italiano in Etiopia, in "Eva dorme" ci troviamo in Alto Adige, terra di confine, quando il Tirolo del sud viene attribuito all’Italia al termine del primo conflitto mondiale e diventa una zona di rivendicazioni, di identità divise in cui il fascismo cercò di imporre l’italianità ad una popolazione che all’Italia fino a quel momento non era mai appartenuta.

C’è la Storia, in questo libro: ci sono gli attentati ai tralicci prima, alle forze dell’ordine poi, che segnano gli anni '60. C’è lo sradicamento della seconda guerra mondiale in cui gli altoatesini vennero privati della cittadinanza italiana quando lasciarono il territorio e una volta tornati si ritrovarono apolidi; c’è Silvio Magnago e il movimento per ottenere lo statuto speciale di regione autonoma per questa parte dell’Italia così attraente come luogo di vacanza e così ignorata come sede di una storia così complessa.

Ma soprattutto in "Eva dorme" c’è una storia familiare, quella di una madre nubile e di una figlia, una storia di montagna, di lavoro duro nelle cucine di un ristorante di un unico amore autentico, profondo ma precluso [da un’arcaica legislazione abrogata soltanto negli anni '70 che stabiliva chi i carabinieri potessero scegliere come coniugi].

Gerda, la madre di Eva, è un personaggio forte, indipendente ma anche profondamente egoista nella sua debolezza e questo alla fine mi ha colpita per quanto ad Eva venga sottratto [in una scelta impossibile da condividere: quella di privare la figlia dell’unico padre che avrebbe mai potuto avere, Vito quel carabiniere calabrese che anche a distanza ha cercato di farle da padre in lettere che non le sono mai state consegnate, sempre rifiutate da quella madre troppo ferita dalla sua perdita per concentrarsi su quella della figlia. Vito che in punto di morte richiama Eva, che la vuole incontrare almeno un’ultima volta, in una scena in cui una donna che ha attraversato l’Italia per oltre 1300 km in treno ritorna bambina e io, come lettrice, ho pianto], fino ad una scena che non svelo ma mi ha portata alle lacrime.

Francesca Melandri racconta una storia piena di sentimenti ma anche perfettamente contestualizzata, in cui ci sentiamo immersi in un territorio attraverso le sue descrizioni e le lingue che lo popolano, attraverso le tribolazioni che attraversano i suoi abitanti e queste due protagoniste femminili che rimangono a lungo con noi, una volta terminata la lettura. 

Ho imparato molto da questo libro e questo è sempre un elemento che mi colpisce nelle mie letture, un elemento che ricerco e che mi arricchisce. Qui più che in "Sangue giusto" mi sono profondamente emozionata, soprattutto nella parte finale del romanzo e quindi tra i due è quello che ho preferito, e rappresenta certamente una conferma del fatto che leggerò prossimamente anche gli altri due titoli dell’autrice, da cui sono sicura potrò trarre molto altro.

Avete già letto qualcuno dei suoi libri?

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