lunedì 26 marzo 2018

Uomini sotto il sole

Un difetto molto comune dei lettori è quello di privilegiare letterature che le case editrici ci propongono più di frequente, ad esempio quella statunitense o quelle europee in generale. Raro è infatti trovare molta pubblicità attorno a titoli di autori mediorientali o africani, a meno che non confermino in qualche modo stereotipi tipicamente occidentali -penso ai romanzi sull'oppressione delle donne nei paesi a maggioranza musulmana, ad esempio. Quello che spesso si dimentica però è che negli scaffali delle biblioteche e delle librerie si nascondono anche piccoli gioielli di letterature altre, che meriterebbero di essere scoperti: il titolo protagonista di questo post fa senza ombra di dubbio parte della categoria.



Titolo: Uomini sotto il sole
Autore: Ghassan Kanafani
Anno della prima edizione: 1963
Titolo originale: Rijal fi al-Shams
Casa editrice: Sellerio
Traduttrice: Isabella Camera d'Afflitto
Pagine: 112



LA STORIA



I protagonisti di questo romanzo sono quattro: il giovane Marwan, il più adulto Abu Qais, Asad e Canna. Quest'ultimo è un contrabbandiere che con il suo camion porta uomini al di là della frontiera, fino al Kuwait, destinazione agognata dagli altri tre personaggi che incontriamo. Sono uomini palestinesi, le cui abitazioni e le cui risorse (gli ulivi che tanto rimpiangono, le terre di cui si prendevano cura) sono state loro sottratte dall'occupazione israeliana. Dai territori occupati sono arrivati a Bassora, in Iraq, e da qui sperano di giungere in Kuwait dove a quanto pare fare soldi è una facile impresa in cui riuscire. 
Mentre Abu Qais lo fa per la sua famiglia, per far studiare il figlio che non ha più nemmeno una scuola da frequentare, e come Marwan appena sedicenne (il cui fratello maggiore si è sposato e non manda più soldi alla famiglia) emigra per la prima volta, per Asad è il secondo tentativo dopo la brutta esperienza dell'essere abbandonato nel deserto, sotto il sole cocente, dal quale lo hanno salvato due turisti. Canna è un contrabbandiere e trafficante di uomini, ma non dobbiamo immaginarci un uomo spietato e privo di scrupoli: è al contrario un uomo traumatizzato dalle ferite di guerra riportate dieci anni prima, deluso dalla vita, che ha fatto dei guadagni la propria missione. 

Immagine dal web

COSA NE PENSO



Il primo consiglio che mi sento di darvi è quello di riservarvi per dopo la lettura l'introduzione di Vincenzo Consolo: infatti vi svela il finale dell'opera riducendone così l'impatto emotivo. 
La narrazione procede alternando flashback dei protagonisti allo svolgimento dell'azione vera e propria: è così che veniamo a sapere dei loro contesti familiari, di come questi abbiano influito sulla loro decisione di emigrare, e dei loro sentimenti e rimpianti riguardo la terra di Palestina dove sono nati e cresciuti. Ognuno di loro ha motivazioni diverse, ma si uniscono in un viaggio estremamente pericoloso proprio per quel sole battente e caldissimo che incombe su di loro, che scotta la pelle e fa sembrare sangue il sudore che cola. Canna è il traghettatore, colui che promette un futuro migliore, e da quando i tre salgono sul camion e sono costretti a nascondersi nella cisterna (che più che una cisterna è una fornace, date le temperature) il ritmo è crescente, in un'escalation di tensione fino all'ultima riga. 
Kanafani, autore rimasto precocemente vittima di un attentato, ha scritto questo breve romanzo più di cinquanta anni fa: eppure racconta sentimenti universali, che di certo il popolo palestinese ancora prova, non essendo la sua condizione migliorata affatto in questi decenni. Siamo davanti ad un'opera ancora profondamente attuale, in un'epoca di migrazioni globali dove migliaia di individui si trovano costretti a mettersi in viaggio ogni giorno, lasciando i propri alberi d'ulivo e d'arance e rischiando la vita proprio come Abu Qais, Asad e Marwan: questo aspetto, unito allo stile conciso eppure ricco dello scrittore, è senz'altro un'ottima motivazione alla lettura. 

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