Seconda lettura nella dozzina del Premio Strega di quest’anno, "Acqua sporca" di Nadeesha Uyangoda, pubblicato da Einaudi, si è rivelato molto più nelle mie corde rispetto a "I convitati di pietra" di Michele Mari.
Ambientato tra lo Sri Lanka e l’Italia, racconta la storia di diverse generazioni di donne della stessa famiglia, tra chi è nata e cresciuta in Sri Lanka, chi ha lasciato il paese da adulta per emigrare e vivere una vita di lavoro duro e di sacrifici scegliendo poi di ritornare in patria una volta raggiunta l’età della pensione, e chi invece era molto piccolo quando è arrivato in Italia e non ha un vero rapporto con il proprio paese d’origine, ma sente la propria identità sempre in qualche modo divisa.
Il primo è il caso delle sorelle di Neela, che possiamo considerare la protagonista e di alcune delle sue nipoti. Lei invece ricopre il secondo ruolo e sua figlia Ayesha, l’altra protagonista di questo romanzo anche se le voci narranti sono più numerose, si trova nella terza posizione.
Moltissimi sono gli argomenti interessanti e fonti di riflessione in questo romanzo, dove si percepisce immediatamente quanto l’autrice sia informata e consapevole sui temi del lavoro, della migrazione e la questione razziale. Si parla del lavoro di cura, delle donne che scompaiono nelle case dove svolgono un lavoro al limite della schiavitù, annullandosi in una dimensione domestica che coincide con quella lavorativa. Si racconta la difficoltà dei migranti alienati dalla stanchezza e dallo sfruttamento che spesso per questo ricorrono alle dipendenze, come nel caso del marito di Neela; infine si riflette su come la propria origine spesso sovrasti qualunque altro aspetto del sé, generando nel prossimo aspettative riguardo chi dobbiamo essere - come nel caso del lavoro creativo di Ayesha, che in qualche modo deve sempre rifarsi al paese natale.
Elemento di grande interesse è anche la cultura dello Sri Lanka, paese di cui non avevo mai letto, con le sue numerosissime leggende e tradizioni che danno un tocco di realismo magico a questa narrazione che per il resto è estremamente ancorata alla concretezza.
Se ho trovato un difetto in questo libro, di cui però ho amato molto i contenuti e la scrittura, è l’abbondanza: di temi, di voci e di personaggi che in un numero contenuto di pagine sono così tanti da non essere tutti approfonditi come avrebbero meritato, e forse per questo avrebbero potuto essere un pochino ridotti.
La voce di Uyangoda è stata comunque un’ottima scoperta: questo è il suo primo lavoro di narrativa, ma ha scritto testi di non fiction prima di questo, che leggerò prossimamente.
Quali candidati al Premio Strega di quest’anno avete letto o vorreste recuperare?

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