Il mio primo incontro con Zadie Smith, anni fa, era stato attraverso "Denti bianchi": un romanzo a proposito del quale ho sentito soltanto pareri entusiasti, e che invece avevo trovato un po' invecchiato, e che non era riuscito a coinvolgermi.
In un banchetto della fiera del libro della mia città ho poi trovato a pochi centesimi "L'ambasciata di Cambogia", un breve racconto pubblicato da Mondadori, e mi è venuta voglia di riprovarci (anche perché tra regali e mercatini possiedo già altri due titoli più corposi dell'autrice, ed ero curiosa di sapere se qualunque feeling fosse da escludere oppure no). È stato un buon acquisto, perché seppure si legga in un pomeriggio non l'ho trovata affatto una lettura superficiale.
"L'ambasciata di Cambogia" è piuttosto l'istantanea di una vita di migrazione e di subalternità, quella di Fatou emigrata dalla Costa d'Avorio in Ghana, poi in Italia e ancora in Inghilterra, dove in un sobborgo londinese lavora come domestica in una famiglia di origini presumibilmente indiane che non le corrisponde uno stipendio e le trattiene il passaporto. La sua unica oasi di pace è la piscina dell'ambasciata di Cambogia, dove entra con degli ingressi omaggio che sottrae alla famiglia dei suoi datori di lavoro che non hanno mai fatto caso alla loro esistenza, dove nuota tutti i lunedì mattina.
Ne "L'ambasciata di Cambogia" ci affacciamo alla finestra di un'esistenza di sacrifici, ma anche di speranza, nell'incontro con un uomo nigeriano che la avvicina alla religione e con cui al tavolino di un caffè può condividere pensieri sul mondo che li circonda e sulle sue ingiustizie.
Avrei voluto leggere molte altre pagine di Fatou e anche di Andrew, ma nella necessità di accontentarsi posso dire che in un testo così breve l'autrice è riuscita a suscitare il mio interesse e la mia partecipazione, e ora la mia curiosità nei confronti delle sue opere più voluminose si è risvegliata!
Avete mai letto Zadie Smith?

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