lunedì 28 ottobre 2019

Le risposte

Le storie d'amore non sono la mia prima scelta quando si tratta di decidere la prossima lettura, anche se poi quando ne seleziono una di solito il mio responso è piuttosto positivo -non parliamo di harmony, naturalmente. Quando ho sentito parlare di questo romanzo mi è sembrata una storia d'amore abbastanza atipica da potermi piacere, e così non ho esitato a leggerla.



Titolo: Le risposte
Autrice: Catherine Lacey
Anno della prima edizione: 2017
Titolo originale: The Answers
Casa editrice: SUR
Traduttrice: Teresa Ciuffoletti
Pagine: 329



LA STORIA

Mary è una giovane ragazza statunitense che soffre di diversi disturbi per cui ricorre ad una terapia complessa e costosa che agisce sul suo corpo quanto sulla sua anima; è sommersa dai debiti, ed è proprio durante la ricerca di un nuovo lavoro che possa risolvere la situazione che viene assunta per partecipare all'EF: Esperimento Fidanzata.
Esso è un progetto segretissimo che ruota attorno ad un famoso attore, Kurt Sky, per il quale le ragazze selezionate interpreteranno il ruolo di fidanzate -sì, fidanzate al plurale.
La Fidanzata Sentimentale dovrà anche astenersi da attività di tipo materno come fare la spesa, preparare i pasti, fare pulizie in casa, offrire consigli di arredamento o anche solo annaffiare le piante -anche se ce n’è una che sembra averne bisogno. Questi e altri compiti sono stati assegnati alla Fidanzata Materna, al fine di mantenere il rapporto tra Kurt e la Fidanzata Sentimentale il più puro possibile. Tra l’altro abbiamo appena assunto la Fidanzata Collerica, che sarà responsabile dei litigi, delle molestie e della manipolazione, quindi il rapporto tra Kurt e la Fidanzata Sentimentale dovrà essere unicamente piacevole, dato che lui sperimenterà le emozioni più violente con la FC. Pertanto la Fidanzata Sentimentale non dovrà mai essere in disaccordo con Kurt, metterlo in difficoltà o lamentarsi.
L'EF si rivelerà un esperimento tutt'altro che semplice e lineare, scatenando infatti nei partecipanti ogni sorta di emozione -perché forse recitare l'amore non è semplice come sostenuto dal contratto.


COSA NE PENSO

Il romanzo di Catherine Lacey non è affatto lineare nella sua narrazione, e come alla protagonista anche al lettore non vengono fornite tutte le risposte che si desidererebbero. 
Qual è il modo migliore di amare? Come si fa a sapere per certo qualcosa che sta nel cuore di un altro? È una cosa così seria, questa cosa qui, e nessuno sa come farla per bene.
Il tema attorno al quale il romanzo ruota è senza dubbio quello dei sentimenti, in particolare l'amore: cosa significa essere innamorati? Ci si può innamorare seguendo un copione, è possibile controllare ciò che si prova in base ad un incarico per il quale si viene retribuiti, o si tratta di un sentimento del tutto fuori dal nostro controllo?
Al di là delle opinioni personali dei singoli lettori, e per quanto l'Esperimento Fidanzata possa apparire straniante, è innegabile che gli spunti di riflessione riguardo le relazioni amorose che il romanzo di Catherine Lacey fornisce sono innumerevoli; numerose sono anche le citazioni che ho riportato per poterle rileggere con calma in futuro, poiché si sono avvicinate molto al mio personale modo di vivere l'innamoramento. 
Non condividevano la stessa lingua materna e Ashley si chiedeva ancora, perfino a distanza di decenni, se fosse quello il motivo per cui il loro amore sembrava aver retto parecchio più a lungo della media, perché avere una barriera linguistica significava partire da un’aspettativa realistica, dal presupposto che non si sarebbero mai capiti del tutto. Era stato quello che non potevano sapere l’uno dell’altra, forse, a tenerli insieme.
Il personaggio di Mary è sin dall'inizio davvero interessante: il suo vero nome è infatti Junia, anche se nessuno lo sa; ha avuto un'infanzia complessa ed atipica per via delle teorie di suo padre, che chiama rigorosamente per nome, finché una zia non l'ha allontanata dalle credenze religiose dei genitori per regalarle una vita normale. Del passato di Mary avrei sperato, pagina dopo pagina, di scoprire molto di più; purtroppo non è successo ed anzi nella seconda parte del libro il punto di vista da interno diventa esterno, in terza persona, e avviene nel lettore un progressivo distacco da Mary che si percepisce più lontana e più sconosciuta. 
Sono forse il genere di persona che si rende la vita più difficile del necessario? Sono stata io a invitare attivamente tutto questo casino nella mia vita o stavo solo facendo del mio meglio? Ma è terribile e altrettanto vero: ciascuno si porta dentro qualcosa che ancora non riesce a vedere.
Anche il personaggio di Kurt rimane piuttosto sfocato. Anche della sua giovinezza si scopre qualcosa, la morte di sua madre, un'infanzia di trascuratezza, poche storie d'amore vere e proprie una volta cresciuto. Si rivelano in lui alcuni lati detestabili, lo si vede costantemente accompagnato da un manager solerte e pazzo di lui, ma non si arriva mai in profondità -ed anche le vere intenzioni che hanno dato vita all'EF rimangono oscure.
L’idea gli era venuta in sogno: un esperimento sul dare buca a qualcuno, far sì che una donna del Team Intimità lo aspettasse in un luogo pubblico, un qualche posto abbastanza frequentato da metterla in imbarazzo, mentre il ritardo si trasformava in assenza totale, i messaggi e le chiamate venivano ignorati, l’attesa diventava sempre più patetica, una supplica. c’era qualcosa da imparare – Kurt non ne aveva dubbi- da quel miscuglio di senso di colpa e potere che si prova nel far aspettare qualcuno, dalla mortificazione che accompagna l’abbandono.
In conclusione ho trovato la prima parte del romanzo di Catherine Lacey più appassionante della seconda; la mia curiosità infatti non è stata del tutto soddisfatta andando avanti nella lettura. Tuttavia si tratta di un libro che mi ha fatta pensare molto al concetto di amore e di identità, di stare bene con se stessi ed insieme agli altri.
Nonostante i difetti che non posso negare (non sto nemmeno a nominarvi i personaggi della migliore amica e del terapista di Mary, a dir poco confusi e mal costruiti), non è un romanzo che vi sconsiglio, anche se vi suggerisco di leggerlo senza aspettarvi un capolavoro.

lunedì 21 ottobre 2019

L'ombra del vento

Per la prima volta ho letto questo libro molti anni fa, ormai più di dieci, quando era la novità del momento e non riuscii a resistere alla sua copertina negli espositori del supermercato. Oggi non compro più libri quando faccio la spesa e sono molto restia al leggere il best-seller del mese. Questo libro nella sua copertina (che ancora oggi mi piace moltissimo) si era ritagliato quindi da oltre un decennio il suo posto sui miei scaffali colorati, e non pensavo a lui da molto tempo; poi, complice un meraviglioso viaggio a Barcellona, l'ho riscoperto. E Daniel Sempere ha reso la mia vacanza ancora più magica.


Titolo: L'ombra del vento
Autore: Carlos Ruiz Zafòn
Anno della prima edizione: 2001
Titolo originale: La sombra del viento
Casa editrice: Mondadori
Traduttrice: Lia Sezzi
Pagine: 439


LA STORIA
Daniel Sempere è appena un bambino quando suo padre, libraio di Barcellona, gli rivela l'esistenza del Cimitero dei libri dimenticati: un luogo colmo di volumi sconosciuti al grande pubblico, dove chiunque venga ammesso tra gli scaffali ha il compito di adottare un libro e tenerlo con sé. È qui che Daniel incontra "L'ombra del vento", romanzo di Julian Carax, scrittore del quale si sono perse le tracce e la cui opera omnia è stata quasi completamente data alle fiamme da un personaggio che pare essere un demonio uscito dai suoi libri. 

COSA NE PENSO
L'ombra del vento è un romanzo che contiene in sé diversi generi letterari. È innanzitutto un romanzo di formazione, che vede crescere Daniel, passare da un adolescente infatuato di una donna che non lo ricambia ad un giovane uomo che scopre cosa significa innamorarsi davvero. 
C'è molta famiglia dentro questo libro: la mancanza della madre di Daniel, prematuramente scomparsa, e la sua stretta relazione con il padre che lo ama moltissimo; e poi c'è Fermìn, che pur non avendo con i Sempere un legame biologico diventa in breve tempo uno di loro.
La passione infantile è un'amante infedele e capricciosa, e ben presto nel mio cuore ci fu posto solo per le costruzioni e le barchette a molla. Smisi di chiedere a mio padre di portarmi a vedere la penna di Victor Hugo, e lui smise di menzionarla. Ma di quel periodo mi è rimasta impressa un'immagine di mio padre: un uomo magro, con un vecchio vestito troppo largo e un cappello usato comprato in calle Condal per sette pesetas, che non poteva permettersi di regalare a suo figlio una penna tanto portentosa quanto inutile.
È anche un romanzo ricco di misteri, che copre un arco temporale lungo oltre vent'anni (dall'immediato dopoguerra all'epilogo nella metà degli anni Sessanta) e affronta tematiche storiche come la guerra civile spagnola, l'epoca durante la quale il castello di Monjuic era una prigione ed un luogo di tortura.
È impossibile descrivere quei primi giorni di guerra a Barcellona, Daniel. Negli sguardi della gente c'erano odio e paura e nelle strade regnava un silenzio che prendeva allo stomaco. Di giorno in giorno, di ora in ora, arrivavano notizie allarmanti. Ricordo una sera in cui Miquel e io camminavamo lungo le ramblas diretti a casa. In giro non c'era anima viva. Osservando le facciate delle case, le imposte che occultavano sguardi sospettosi, Miquel disse che si sentiva il rumore dei coltelli che venivano affilati.

Lo stile di Zafòn è semplice, ricco di descrizioni capaci di trasportare il lettore in una Barcellona molto meno assolata di quella che ho avuto il piacere di visitare; spesso piove su Daniel, su Fermin e sugli altri personaggi che percorrono le strade della città, si fermano nelle sue piazze, viaggiano sui suoi treni. Barcellona è uno sfondo ma anche un elemento cardine nel romanzo di Zafon: è infatti proprio la città a creare l'atmosfera, ad aggiungere un tratto distintivo.
Ci incamminammo in direzione della Barceloneta e, passo dopo passo, arrivammo fino al frangiflutti. La città, avvolta nel silenzio, si offriva al nostro sguardo emergendo dalle acque calme del porto come un miraggio. Ci sedemmo sul molo per contemplare lo spettacolo. A una ventina di metri da noi si snodava un'immobile processione di automobili con i vetri dei finestrini appannati o coperti da fogli di giornale. «Questa città è magica, Daniel. Ti entra nel sangue e ti ruba l'anima.»
Va detto che non tutte le storie contenute ne "L'ombra del vento" sono incredibilmente originali, ad esempio è innegabile quanto la storia d'amore tra Julian e Penelope sia debitrice alla tragedia di Giulietta e Romeo (con Miquel Moliner nei panni del Frate Lorenzo e Jacinta in quelli della nutrice). 
Di notte Julián scriveva racconti in cui dava voce al suo amore per Penélope. Poi, con una scusa qualunque, si recava nella casa dell'avenida del Tibidabo e attendeva l'occasione per sgattaiolare nella stanza di Jacinta e affidarle le pagine scritte da consegnare alla ragazza. Ogni tanto la governante gli dava un biglietto di Penélope che Julián leggeva e rileggeva all'infinito.
Tuttavia a mio parere l'opera nel complesso non ne risente: Zafon è abilissimo nel mantenere sempre viva nel lettore la curiosità nei confronti del destino di Julian Carax, dell'identità del misterioso uomo sfigurato che si fa chiamare Lain Coubert, ed anche del passato di personaggi comprimari come Fermin -che è senza dubbio uno dei più riusciti, grazie alla sua pungente ironia ed al fatto che incarni una parte della storia spagnola con il proprio vissuto precedente all'impiego presso i Sempere.

Un altro grande pregio dello scrittore spagnolo è l'abilità di dosare gli elementi all'interno del suo corposo romanzo: esso è infatti ricco di drammi (pensiamo alla triste vicenda di Penelope Aldaya, allo stesso padre di Daniel che non ci appare mai come un uomo soddisfatto, a Fermin prigioniero dei propri rimorsi, e naturalmente a Julian…) ma non eccede mai nei toni tragici, che vengono abilmente smorzati attraverso la divertente voce di Fermin e gli aneddoti della giovinezza di Daniel, che spesso riescono a farci sorridere.
"L'ombra del vento" è una lunga ricerca che si sviluppa lungo due binari paralleli: Daniel cerca Julian, e Julian cerca dapprima Penelope, poi lo stesso Daniel senza che egli se ne renda conto. Si tratta di un'avventura ricca di misteri da svelare, di enigmi a cui trovare risposta, dalla quale è impossibile non farsi coinvolgere; i lettori poi saranno deliziati dal ruolo da protagonisti che viene affidato ai libri e alle librerie.
«I libri?» «Libri maledetti, l'uomo che li ha scritti, un misterioso personaggio fuggito dalle pagine di un romanzo per poterlo bruciare, un tradimento e un'amicizia perduta. È una storia d'amore, di odio e di sogni vissuti all'ombra del vento.» «Sembra il risvolto di copertina di un romanzetto, Daniel.» «Non per niente lavoro in una libreria. Ma questa è una storia vera. Vera come il fatto che questo pane è vecchio almeno di tre giorni. E come tutte le storie vere comincia e finisce in un cimitero, anche se molto particolare.»
Anche affezionarsi ai protagonisti è istintivo, al punto che una volta terminata la lettura se ne sente immediatamente la mancanza.
Ecco il motivo per cui ho iniziato la lettura de "Il gioco dell'angelo" non appena terminato questo tomo...

lunedì 14 ottobre 2019

Destinatario sconosciuto

Regalo ricevuto ormai un paio di anni fa, questo libriccino aveva trovato posto sugli scaffali della mia libreria e da lì non si era più mosso. Poi, come sempre mi capita con i numerosi volumi accumulati, è arrivato il suo momento con una sorta di irresistibile richiamo: e ho scoperto una vera perla!



Titolo: Destinatario sconosciuto
Autrice: Katherine Kressmann Taylor
Anno della prima edizione: 1938
Titolo originale: Adress unknown
Casa editrice: Rizzoli
Traduttrice: Ada Arduini
Pagine: 77



LA STORIA

All’interno di questo brevissimo romanzo epistolare due uomini, due amici di lunga data -Max, ebreo residente gli Stati Uniti e Martin, tedesco da poco rientrato in patria- si scambiano lettere nelle quali gestiscono la comune attività e si raccontano a vicenda la propria quotidianità. Lettera dopo lettera, appare evidente l’ascesa al potere del nazismo in Germania: e si sa cosa ciò comporterà per gli appartenenti alla religione ebraica...  


COSA NE PENSO

"Destinatario sconosciuto" è una storia folgorante, che non fa sconti. 
La sua autrice, statunitense, la pubblicò su una rivista nel 1938; ebbe un grande successo oltreoceano, ma in Europa, dove la Seconda guerra mondiale era sul nascere e l'antisemitismo era divenuto legge in molti stati, la sua pubblicazione fu immediatamente vietata.
Ricominciò a circolare solo negli anni '90, e da allora la sua popolarità non è mai venuta meno: numerosissime sono le trasposizioni teatrali del romanzo in tutto il mondo. La sua importanza oggi è più che mai fondamentale, perché nonostante sia stato scritto oltre settanta anni fa "Destinatario sconosciuto" sa parlare al presente; come Max vede, a distanza, il lato più oscuro e reale di quanto sta accadendo in Germania mentre lui scrive le sue lettere a Martin, il lettore oggi potrà scorgere parallelismi tra i due periodi storici -e si spera, ricavarne spunti per cambiare il presente in modo da non ripetere gli orrori del passato.
La gente non si nasconde più dietro la vergogna; ha ricominciato a sperare. Forse questa povertà avrà fine. Accadrà qualcosa, anche se non so che cosa. Abbiamo trovato una guida! Eppure, a volte esito e mi chiedo: una guida che ci condurrà dove? Spesso l'eccessiva disperazione può spingere a imboccare la strada della follia.
La struttura epistolare del romanzo è particolarmente adatta alla narrazione: in ogni lettera vi è infatti il punto di vista di uno solo dei suoi protagonisti, la sua sola opinione su quanto gli avviene attorno; mentre Martin appare sordo alle affermazioni con cui Max lo incalza, allo stesso modo Max sembra impossibilitato ad intervenire sulla realtà che circonda Martin -e nella quale, suo malgrado, anche sua sorella viene a trovarsi. In un'amicizia che all'inizio era salda e duratura si intromette il regime, e Max non è per Martin più soltanto il suo socio e amico, bensì soprattutto un ebreo che in quanto tale si merita l'antisemitismo dilagante.
Tu vedrai soltanto che la tua gente sta patendo. Non puoi capire che per salvarne milioni, alcuni devono soffrire. Tu sei soprattutto un ebreo e piangerai per il tuo popolo. Lo capisco. Gli ebrei sono fatti così. Vi lamentate ma non siete mai abbastanza audaci da combattere. Ecco perché ci sono i pogrom.
"Destinatario sconosciuto" non è però soltanto un'opera di carattere storico, che immortala un momento cruciale per il ventesimo secolo: è anche un racconto completo, in cui la tensione cresce fino ad un epilogo a sorpresa che lascia a dir poco allibiti -e che naturalmente non posso svelare! 
Sono rimasta davvero stupita da questa lettura, che non mi sarei aspettata così appassionante. Considerando che richiederà una mezz'ora del vostro tempo, vi consiglio di recuperarlo e trovare l'occasione di leggerlo: sarà di certo un momento ben speso.

lunedì 7 ottobre 2019

Le nozze di Al-Zain

Come ormai avrete capito, la mia ricerca di autori esce spesso dai confini dell'Europa ed in particolare arriva all'altra sponda del Mediterraneo, alla scoperta di nuovi autori arabi e mediorientali che ancora non conosco.



Titolo: Le nozze di Al-Zain
Autore: Tayeb Saleh
Anno della prima edizione: 1969
Titolo originale: 'Urs al-Zayn
Casa editrice: Sellerio
Traduttori: Lorenzo Declich, Daniele Mascitelli
Pagine: 122



LA STORIA

Il protagonista di questo romanzo breve è Al-Zain, un uomo facile all'innamoramento e molto noto nel piccolo paesino del Sudan dove ha sempre vissuto. Ma così come si innamora facilmente, altrettanto in fretta i suoi sentimenti si rivolgono altrove.
Al-Zain usciva da ogni storia d'amore così come ci era entrato, su di lui non appariva alcun cambiamento. Anche la sua risata non cambiava, la sua frivolezza non diminuiva punto, le sue gambe non si stancavano di portare il corpo da un'estremità all'altra del paese. 
Proprio per questo l'intera comunità è a dir poco sorpresa alla notizia delle sue imminenti nozze con una delle ragazze più attraenti del paese...


COSA NE PENSO

Autore sudanese di fama internazionale, Tayeb Saleh ha esordito con questa novella nel 1966. La sua opera più nota è però successiva e si intitola "La stagione della migrazione a nord" -lettura che affronterò prossimamente.

Il matrimonio di Ni'ma e Al-Zain è qui il pretesto attraverso il quale Saleh ritrae un gruppo di persone, la loro identità e il loro carattere. Ci sono infatti Musa, servitore ingiustamente allontanato dal figlio del suo datore di lavoro, il pio Al-Hunain la cui integerrima morale è sopravvissuta anche alla sua morte, Saif-al-Din che dopo una vita di dissoluzione si ravvede... 
Il risultato è una rappresentazione evocativa di un luogo sul maestoso fiume Nilo che sembra essere sospeso nel tempo, lontano dalla frenesia di qualsiasi città, e che racconta la quotidianità di individui dai caratteri universali.
Gli anni si susseguono, uno dopo l'altro, il petto del Nilo si gonfia così come il petto dell'uomo si riempie di collera. L'acqua scorre sulle due sponde e ricopre la terra arata fino ad arrivare ai bordi del deserto, fin alla base delle case, le rane gracidano nel Nilo e da nord soffia un vento umido impregnato di rugiada che porta un profumo che è un misto della fragranza dei fiori dell'acacia, l'odore della legna bagnata, l'odore della terra fertile riarsa quando si disseta d'acqua [...].
Alla conclusione della novella c'è poi una sorpresa per il lettore: due brevi racconti di Saleh.
"Una manciata di datteri" è infatti una storia sulla perdita dell'innocenza: un nipote scopre che il suo amatissimo nonno è diverso da ciò che pensava, ed è in realtà un uomo avido e privo di scrupoli; "Il dum di Wad Hamid" è invece un racconto evidentemente politico, su come una comunità difende un albero che sembra racchiuderne l'essenza, disposta ad aspettare per decenni il progresso a patto che il dum (e dunque l'identità, la tradizione) non venga da esso sradicato. 

Nel complesso questo primo incontro con la produzione di Saleh non mi è dispiaciuto; confesso di aver preferito i due racconti brevi conclusivi a quello principale, che per quanto vivido e di grande intrattenimento non mi ha particolarmente colpita.
Ora sono davvero curiosa di leggere l'opera che viene considerata il suo capolavoro! 

lunedì 30 settembre 2019

Metà di un sole giallo

Chimamanda Ngozi Adichie è un'autrice che ha già fatto la comparsa su questo blog per due delle sue opere: la trascrizione del suo famoso discorso per una conferenza TED, "Dovremmo essere tutti femministi", e per il suo romanzo d'esordio, "L'ibisco viola". Avendo apprezzato molto la sua prima pubblicazione di narrativa, ho deciso di procedere in ordine cronologico con la lettura e così è arrivato il momento di quello che è forse il suo romanzo più noto.



Titolo: Metà di un sole giallo
Autrice: Chimamanda Ngozi Adichie
Anno della prima edizione: 2006
Titolo originale: Half of a Yellow Sun
Casa editrice: Einaudi
Traduttrice: Susanna Basso
Pagine: 456



LA STORIA

"Metà di un sole giallo" è un romanzo corale, che ruota attorno alle vite di due gemelle molto diverse tra loro: l'idealista Olanna e la più pratica e tagliente Kainene. Con loro conosciamo la famiglia d'origine, privilegiata famiglia nigeriana di etnia igbo, e i compagni che le due donne scelgono per la vita: l'accademico Odenigbo che ammalia Olanna con la sua sete di rivoluzione, e l'inglese Richard innamorato dell'arte africana che sceglie quella di Kainene come sua patria d'elezione.
Le vite dei protagonisti si sviluppano nel corso degli anni Sessanta del Novecento, e l'ambientazione nigeriana del romanzo fa sì che la guerra civile e la lotta per l'indipendenza del Biafra diventino sfondo ed argomento della vicenda narrata.


COSA NE PENSO

La repubblica del Biafra, nata dalla secessione dalla Nigeria, ha resistito per circa due anni e mezzo tra il 1967 e il 1970. Fu l'evento scatenante della guerra civile nigeriana, nel corso della quale il governo della Nigeria intraprese una repressione nei confronti dei secessionisti biafrani (principalmente di etnia igbo) usando come arma, oltre ai bombardamenti e ai conflitti armati, la fame -attraverso un blocco aereo, terrestre e navale.
Di questo avvenimento storico, confesso, sapevo poco o nulla. Associavo il termine "Biafra" alle carestie, ai bambini scheletrici dalle pance gonfie come palloni da spiaggia; della breve storia di questo stato non avrei saputo raccontare nulla. Uno dei maggiori pregi del romanzo della Adichie, dunque, è la sua capacità di raccontare in modo mai didascalico una pagina di storia crudele, durissima e dimenticata, almeno in Europa. 
[...] portano ignami e plantani e frutta per i soldati. Sto parlando di gente che non ha da mangiare per sé. – Ma non è un’estorsione. È la causa. – Sì, certo, la causa –. Kainene scosse la testa ma aveva l’aria divertita. – Oggi Madu mi ha detto che l’esercito è completamente disarmato.
In "Metà di un sole giallo" (immagine che fa riferimento proprio alla bandiera del Biafra) leggiamo la battaglia per l’indipendenza del popolo biafrano, raccontata con grande potenza del suo scivolare verso il declino trascinando con sé un milione di vite umane morte per fame e per malattia, oltre che per la guerra e i bombardamenti. Conosciamo dunque attraverso i personaggi di questo libro la lotta per l’indipendenza di un paese, l'orgoglio con cui il suo popolo si impegna sperando in un futuro migliore, in un futuro libero ed indipendente dalla Nigeria che tuttavia insieme alle altre potenze mondiali non ha nessuna intenzione di lasciarlo impunito.
Seppure i personaggi in primo piano sono le gemelle Olanna e Kainene, i loro compagni Odenigbo e Richard, i loro parenti e gli amici che visitano le loro case, chi ricopre il ruolo più importante è in realtà Ugwu, un ragazzo molto giovane che sin dalla prima pagina del romanzo vediamo assumere il ruolo di domestico e che quindi osserva dall’interno ma sempre con un certo distacco ciò che accade ai veri e propri protagonisti del libro, fino a diventare protagonista lui stesso. Ugwu è un ragazzo dei villaggi, nato in estrema povertà -ben diversa dagli agi a cui Kainene e Olanna sono abituate, nonostante dovranno rinunciarvi nel corso del conflitto, che assiste con meraviglia agli eventi, e che vediamo maturare pagina dopo pagina fino ad imparare e trasmettere al lettore il valore della memoria storica.  
– Sono più belli, – disse Olanna, e si rese conto di non saper spiegare in che senso i fiori freschi fossero migliori di quelli finti. Più tardi, quando li ritrovò dentro l’armadietto di cucina, non si meravigliò. Li aveva conservati Ugwu, come faceva con gli scatoloni vecchi dello zucchero, i tappi di sughero e perfino le bucce di igname. Dipendeva dall’aver avuto sempre molto poco, lo sapeva, quell’incapacità di liberarsi delle cose, a partire da quelle inutili.
Degno di nota è anche l’andamento non lineare della trama suddivisa in quattro parti che raccontano gli anni Sessanta della Nigeria, ma non lo fanno in ordine cronologico. si inizia infatti dall'inizio del decennio, per poi passare alla fine di esso e ritornare nella terza parte al principio. In questo modo l’interesse del lettore aumenta esponenzialmente poiché la storia rimane in sospeso per poi venire ripresa; ci si trova dunque a dover mettere insieme le tessere di una sorta di puzzle, trovandosi ancora più coinvolti nei risvolti delle vicende narrate.
"Metà di un sole giallo" è un romanzo carico di emozioni, una storia familiare attraverso la quale la capacissima autrice racconta la storia di una nazione. Le donne protagoniste sono coraggiose, indipendenti, donne indomabili: modelli di ispirazione e di coraggio, molto più degli uomini che le circondano, spesso vittime della disillusione, pronti a scoraggiarsi, a commettere atti dei quali si pentiranno amaramente. 
Non avevano davvero niente in comune, lei e quella maestra elementare poco più che analfabeta di Eziowelle, che credeva nelle visioni. Eppure Mrs Muokelu le era sempre parsa una di famiglia. Non c’entrava il fatto che Mrs Muokelu le acconciasse i capelli o che andasse con lei agli incontri del Servizio di volontariato femminile, o che le insegnasse come conservare le verdure; era piuttosto il senso di temerarietà che emanava dalla sua persona, una mancanza assoluta di paura che le ricordava Kainene.
"Metà di un sole giallo" è anche un romanzo sull'identità: l'identità dei popoli igbo, di quelli hausa, l'identità nigeriana e biafrana; l'identità è per natura un concetto flessibile, estremamente personale; colpisce il fatto che sia Richard, un uomo bianco, emigrato dall'Inghilterra, uno dei primi a parlare di "noi" quando l'argomento della discussione è lo stato del Biafra. 
Lei sta ancora scrivendo il suo libro, signore? – No. – «Il mondo taceva mentre noi morivamo». È un bel titolo. – Sì, è vero. Viene da una frase che ha detto una volta il colonnello Madu –. Richard fece una pausa. – In realtà, la guerra non è una storia che debba raccontare io. Ugwu annuì. Non aveva mai pensato che lo fosse.
Molti sono gli spunti di riflessione che questo romanzo offre ai lettori; di certo è la dimostrazione del grande talento della sua autrice, e per me è stata una conferma. 
Si può imparare molto da questo romanzo, e lo si fa mentre si legge d'amore, di tradimento, di passioni, lo si fa mentre ci si emoziona e ci si immedesima nelle sue tenaci protagoniste. "Metà di un sole giallo" è un romanzo che ho amato molto, e non posso fare altro che consigliarvelo.
Non lo sopporto più. Non sopporto che mi si avvicini. – Bene, – disse Kainene. – Bene? – Sì, bene. Il modo acritico in cui lo hai amato per tanto tempo era di una pigrizia e di una cecità inaccettabili. Non hai mai nemmeno voluto ammettere che è brutto, – disse Kainene. La sua bocca si atteggiò prima al sorriso, poi alla risata, e Olanna non poté fare a meno di seguirla, perché non era quello che avrebbe voluto sentirsi dire, eppure sentirlo l’aveva fatta stare meglio.

lunedì 23 settembre 2019

Dopo l'onda

D'estate a volte si ha voglia di letture leggere, poco impegnative, di quelle che scorrono pagina dopo pagina senza richiedere grande concentrazione. Mi sono fatta tentare da una novità del catalogo E/O che prometteva di rispondere ai requisiti...



Titolo: Dopo l'onda
Autrice: Sandrine Collette
Anno della prima edizione: 2018
Titolo originale: Juste après la vague
Casa editrice: E/O
Traduttore: Alberto Bracci Testasecca
Pagine: 288



LA STORIA

In una località e in un epoca non precisate, una famiglia composta da un padre, Pata, una madre, Madie, e i loro nove figli viene colpita da un'inondazione che continua a peggiorare, al punto di sommergere a poco a poco tutte le abitazioni della zona. 
La famiglia possiede una barca, che non è tuttavia abbastanza grande per tutti; così una notte, di nascosto, Pata e Madie scappano per mare con i tre figli più piccoli e i tre figli più grandi, lasciando a malincuore Perrine, Louis e Noè a vedersela con il livello dell'acqua che sale sempre di più attorno alla loro casa...

Illustrazione di Cameron Lewis, "Open Water"
 COSA NE PENSO

Autrice francese molto apprezzata, Sandrine Collette di certo ha scritto un romanzo appassionante: "Dopo l'onda" è un racconto avventuroso, ambientato nel giro di poco più di un mese d'estate. 
I punti di vista si alternano: nella metà dei capitoli infatti osserviamo la situazione dalla prospettiva di Pata e Madie, dei loro sei figli prescelti che sono saliti sulla barca quella notte d'agosto; negli altri invece seguiamo le disavventure di Perrine, Louis e Noè, i tre figli imperfetti, quelli lasciati indietro a cercare in se stessi risorse molto difficili da trovare.
Nel mezzo c’era stata una stonatura. Louie aveva una gamba storta, Perrine un occhio cieco e Noè, a otto anni, era alto come un bambino di cinque. I due più grandi, Liam e Matteo, erano belli e forti, e le quattro sorelline minori non avevano il minimo difetto. Loro tre, invece... Tre errori. Forse non c’erano spiegazioni. Era capitato a loro e basta.
"Dopo l'onda" è un romanzo che si legge in fretta, passando da un mostro marino a un assassino in fuga su una barca a motore che ha esaurito la benzina; è un racconto che lascia col fiato sospeso, parteggiando per tre bambini alla deriva e per due vecchiette che hanno perso tutto, ma non si arrendono. 
Facce stanche, visi sporchi, capelli biondi o bruni aggrovigliati e sudici, vestiti e pelle che odorano di melma e di bagnato, sembrano un’armata di poveracci. Trasalisce: esattamente il tipo di persone che nessuno ha voglia di veder sbarcare a casa propria. E mentre cenano in silenzio cullati dal mare, rivolti verso la terra che con la sera diventa gradualmente grigia, Pata si chiede come sarà il futuro, se esisterà, se qualcuno darà loro un’opportunità, perché i figli non gli dicano un giorno che tutto sommato sarebbe stato meglio morire affogati sull’isola.
Se siete alla ricerca di un libro per l'estate, che vi appassioni e che sia ricco di colpi di scena, "Dopo l'onda" potrebbe fare al caso vostro. Personalmente l'ho trovata una lettura piacevole, ma con il difetto di non avermi trasmesso grandi emozioni anche nei suoi passi più drammatici; credo per questo che finirò per dimenticare abbastanza presto il suo contenuto, e anche lo stile dell'autrice non mi ha particolarmente colpita.

lunedì 16 settembre 2019

La figlia del dottor Baudoin

La letteratura per ragazzi è un campo nel quale non mi addentro spesso, ma qualche eccezione è necessaria: ad esempio quando si tratta di un romanzo dell'autrice francese Marie-Aude Murail, famosa per il tatto con il quale riesce ad affrontare argomenti importanti -come la disabilità, le famiglie atipiche, l'omosessualità. 



Titolo: La figlia del dottor Baudoin
Autrice: Marie-Aude Murail
Anno della prima edizione: 2006
Titolo originale:La fille du docteur Baudoin
Casa editrice: Camelozampa
Traduttrice: Sara Saorin
Pagine: 207



LA STORIA

Violaine ha diciassette anni e frequenta l'ultimo anno di liceo scientifico a Parigi. Suo padre è un medico, non troppo dedito alla propria professione e molto interessato al denaro; condivide lo studio con un medico più giovane e appassionato, il dottor Chasseloup, amante dei gatti e che sana le ferite dell'anima prima di quelle del corpo.
Violaine è giovane, attraente e un po' insicura; dopo un rapporto con Dominique, al quale ha ceduto per togliersi di dosso l'etichetta di "repressa", scopre di essere incinta e l'unica possibilità per quel bambino non voluto le sembra essere un'interruzione di gravidanza.
Ok, la signora Rambuteau era una donna orribile e il dottor Baudoin era un cinico. OK. Ma il suo gatto aveva sette vite. E anche lui. Quella sera, prima di andare a dormire, il dottor Chasseloup considerò che la figlia del dottor Baudoin aveva un nome. Si chiamava Violaine, che era un nome delizioso.
COSA NE PENSO

Il tema dell'aborto è spinoso, quando poi lo si aggiunge a quello delle gravidanze precoci appare evidente che l'autrice cammini su un tappeto di uova nel proporre al pubblico questo romanzo. Proprio per questo, pur avendo già apprezzato la delicatezza di Marie-Aude Murail in "Oh, boy!" e in "Mio fratello Simple", sono rimasta sorpresa dal modo senza peli sulla lingua in cui ci viene narrata l'esperienza della giovane protagonista.
Non c'è un briciolo di retorica nell'affrontare l'argomento dell'interruzione volontaria di gravidanza, le cui tappe ci vengono illustrate una dopo l'altra, senza trascurare le paure di Violaine ma senza criminalizzare il suo gesto, pur sottolineando l'importanza della contraccezione.
"Nel corso della vita, a tutte le ragazze capita un giorno di innamorarsi, quasi tutte si mettono in coppia o si sposano, la maggior parte di loro ha dei bambini e una donna su due fa una IVG. Ecco, è qualcosa che capita a una donna su due".
Con un linguaggio semplice e diretto Marie-Aude Murail parla agli adolescenti senza l'intento di terrorizzarli o fare loro la morale; affronta i fatti della vita, gli incidenti di percorso come qualcosa che può capitare senza che questo debba pregiudicare il futuro. Non è infatti soltanto l'aborto di Violaine l'argomento di questo libro, dove trovano spazio anche l'amore, la solidarietà tra fratelli, l'amicizia, ma soprattutto le seconde occasioni nelle quali si cela la felicità. 
"Ho cercato Dominique in mezzo alla folla" proseguì Paul-Louis, la cui voce si rafforzava a mano a mano che riviveva la scena. "Gli ho detto: -Mia sorella non è un argomento di conversazione- e gli ho tirato un pugno sul muso. Ma poi mi sono sbilanciato e sono caduto all'indietro su una sedia". Non era pentito di nulla. Anzi, con la stessa gioiosa ferocia di suo padre, aggiunse: "Gli ho fatto sputare sangue. Ma per davvero". "Perfetto" disse Jean con lo stesso tono.
Marie-Aude Murail è un'autrice coraggiosa e che non ha paura di fare ciò che tutti i libri per ragazzi (e non solo) dovrebbero fare: affrontare la realtà in tutte le sue sfaccettature senza dare giudizi morali e senza fornire facili risposte, lasciando che siano i lettori a trovare quelle giuste per sé. Se siete alla ricerca di un libro da proporre dai quindici anni in su, questo potrebbe essere un'ottima scelta!