Le storie familiari sono da sempre la mia zona di comfort, e quando ruotano attorno a dei protagonisti fragili ed imperfetti lo sono ancora di più. Sono il genere che leggo più di frequente e raramente ne rimango delusa; ne fa parte anche “La figlia preferita” di Morgan Dick, pubblicato da Fazi editore, che mi ha regalato ore di lettura coinvolgenti e nel mio elemento.
Le protagoniste sono Arlo e Mickey, poco più che venticinquenne la prima e una decina di anni maggiore la seconda. Hanno in comune un padre alcolista appena morto, a cui Arlo è stata accanto fino all’ultimo respiro e che invece Mickey non vede da quando era bambina e l’uomo abbandonò lei e sua madre.
In qualche modo, però, entrambe sono state profondamente segnate dalla dipendenza paterna, e se Arlo è diventata una psicoterapeuta concentrata sul benessere degli altri, ma incapace di instaurare relazioni nel proprio privato, Mickey è a sua volta dipendente dall’alcol e questo influenza ogni aspetto della sua vita, tra cui il suo lavoro come maestra d’asilo.
Le due si incontrano a causa del testamento paterno che ha lasciato a Mickey il proprio patrimonio come una sorta di risarcimento in extremis, ma inserendo la clausola di sette sedute di terapia da svolgere presso lo studio della sorella che lei non ha mai conosciuto -e dunque non sa nemmeno del legame di parentela. Questo genererà inevitabilmente un cambiamento nelle vite di entrambe, che sembrano sul punto di andare a rotoli.
[Mickey infatti sotto l’effetto dell’alcol accompagna a casa un bambino che la madre non ha ritirato all’asilo e viene per questo sospesa dal suo lavoro, e Arlo resasi conto che Mickey è sua sorella sceglie a lungo di tacerle la verità pur di influenzare la sorte di quell’eredità della quale vuole essere messa a parte].
“La figlia preferita” è un romanzo sul qui e ora: c’è ben poca costruzione del passato delle due protagoniste, che conosciamo nei capitoli alternati tra un punto di vista e l’altro e che seguiamo soltanto per qualche mese nelle loro vite, in una sorta di presa diretta che certo lascia molti elementi senza uno sviluppo pregresso, ma è efficace nel narrare i momenti in cui tutto sembra andare in pezzi e al tempo stesso la potenza dell’impegno nel voltare pagina.
L’autrice chiude il testo con un riferimento alle difficoltà vissute in prima persona che le hanno consentito poi di scrivere questo romanzo; questo mi ha fatto pensare a “Le sorelle Blue” di Coco Mellors e anche al suo “Cleopatra e Frankenstein”, dove l’esperienza della scrittrice con la dipendenza dall’alcol è stata trasferita sulla pagina in modo molto convincente.
Ne “La figlia preferita” qualche passaggio avrebbe potuto essere approfondito maggiormente ma per quanto mi riguarda è stata una lettura coinvolgente dove ho provato molta empatia per le due voci narranti, in particolare per quella di Mickey, e che consiglio a chi come me è un amante di questo genere di storie.
Qual è l’ultimo romanzo familiare che avete letto?
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