lunedì 16 settembre 2019

La figlia del dottor Baudoin

La letteratura per ragazzi è un campo nel quale non mi addentro spesso, ma qualche eccezione è necessaria: ad esempio quando si tratta di un romanzo dell'autrice francese Marie-Aude Murail, famosa per il tatto con il quale riesce ad affrontare argomenti importanti -come la disabilità, le famiglie atipiche, l'omosessualità. 



Titolo: La figlia del dottor Baudoin
Autrice: Marie-Aude Murail
Anno della prima edizione: 2006
Titolo originale:La fille du docteur Baudoin
Casa editrice: Camelozampa
Traduttrice: Sara Saorin
Pagine: 207



LA STORIA

Violaine ha diciassette anni e frequenta l'ultimo anno di liceo scientifico a Parigi. Suo padre è un medico, non troppo dedito alla propria professione e molto interessato al denaro; condivide lo studio con un medico più giovane e appassionato, il dottor Chasseloup, amante dei gatti e che sana le ferite dell'anima prima di quelle del corpo.
Violaine è giovane, attraente e un po' insicura; dopo un rapporto con Dominique, al quale ha ceduto per togliersi di dosso l'etichetta di "repressa", scopre di essere incinta e l'unica possibilità per quel bambino non voluto le sembra essere un'interruzione di gravidanza.
Ok, la signora Rambuteau era una donna orribile e il dottor Baudoin era un cinico. OK. Ma il suo gatto aveva sette vite. E anche lui. Quella sera, prima di andare a dormire, il dottor Chasseloup considerò che la figlia del dottor Baudoin aveva un nome. Si chiamava Violaine, che era un nome delizioso.
COSA NE PENSO

Il tema dell'aborto è spinoso, quando poi lo si aggiunge a quello delle gravidanze precoci appare evidente che l'autrice cammini su un tappeto di uova nel proporre al pubblico questo romanzo. Proprio per questo, pur avendo già apprezzato la delicatezza di Marie-Aude Murail in "Oh, boy!" e in "Mio fratello Simple", sono rimasta sorpresa dal modo senza peli sulla lingua in cui ci viene narrata l'esperienza della giovane protagonista.
Non c'è un briciolo di retorica nell'affrontare l'argomento dell'interruzione volontaria di gravidanza, le cui tappe ci vengono illustrate una dopo l'altra, senza trascurare le paure di Violaine ma senza criminalizzare il suo gesto, pur sottolineando l'importanza della contraccezione.
"Nel corso della vita, a tutte le ragazze capita un giorno di innamorarsi, quasi tutte si mettono in coppia o si sposano, la maggior parte di loro ha dei bambini e una donna su due fa una IVG. Ecco, è qualcosa che capita a una donna su due".
Con un linguaggio semplice e diretto Marie-Aude Murail parla agli adolescenti senza l'intento di terrorizzarli o fare loro la morale; affronta i fatti della vita, gli incidenti di percorso come qualcosa che può capitare senza che questo debba pregiudicare il futuro. Non è infatti soltanto l'aborto di Violaine l'argomento di questo libro, dove trovano spazio anche l'amore, la solidarietà tra fratelli, l'amicizia, ma soprattutto le seconde occasioni nelle quali si cela la felicità. 
"Ho cercato Dominique in mezzo alla folla" proseguì Paul-Louis, la cui voce si rafforzava a mano a mano che riviveva la scena. "Gli ho detto: -Mia sorella non è un argomento di conversazione- e gli ho tirato un pugno sul muso. Ma poi mi sono sbilanciato e sono caduto all'indietro su una sedia". Non era pentito di nulla. Anzi, con la stessa gioiosa ferocia di suo padre, aggiunse: "Gli ho fatto sputare sangue. Ma per davvero". "Perfetto" disse Jean con lo stesso tono.
Marie-Aude Murail è un'autrice coraggiosa e che non ha paura di fare ciò che tutti i libri per ragazzi (e non solo) dovrebbero fare: affrontare la realtà in tutte le sue sfaccettature senza dare giudizi morali e senza fornire facili risposte, lasciando che siano i lettori a trovare quelle giuste per sé. Se siete alla ricerca di un libro da proporre dai quindici anni in su, questo potrebbe essere un'ottima scelta!

lunedì 9 settembre 2019

Carnaio

Non leggo di proposito i titoli candidati ai premi letterari: non compilo liste con i finalisti e non mi propongo di leggerli prima della premiazione. È innegabile tuttavia che alcune trame risultino particolarmente attraenti, e che tali libri si rivelino poi ottime letture: è stato per me il caso di "Resto qui" di Balzano, finalista al Premio Strega 2018, e di "Dal tuo terrazzo si vede casa mia", raccolta di racconti di Elvis Malaj entrata in dozzina lo stesso anno.
Ora finalista al premio Campiello 2019, sono stata attratta da "Carnaio" di Giulio Cavalli, e appena disponibile in biblioteca me lo sono portato a casa.




Titolo: Carnaio
Autore: Giulio Cavalli
Anno della prima edizione: 2018
Casa editrice: Fandango
Pagine: 218




LA STORIA

Nella cittadina sul mare di DF, che vive principalmente di pesca, dalle onde arriva una sorpresa poco piacevole: cadaveri cominciano a riempire spiagge e strade, dapprima pochi per volta, poi a ondate di migliaia. Sono corpi altri, tutti corpi di uomini, dalle pelli scure, tutti della stessa corporatura, pressocché indistinguibili.
Qualcuno ipotizzò che fossero schiavi, selezionati tutti di identica corporatura per essere venduti in blocco, e non si sa mai abbastanza del grado di inciviltà di certi paesi che stanno a sud del mare e forse il carico era andato perduto, buttato al largo per salvare lo scafo, l'equipaggio, i carcerieri.
La comunità di DF è dapprima disgustata, sconvolta, poi opta per la chiusura a tutto il resto del mondo e per una soluzione che appare impensabile: trarre un guadagno da quelli, da quei corpi portati dal mare.


COSA NE PENSO

Ispirato da una conversazione con un pescatore di Lampedusa che gli ha raccontato di come nelle reti gettate restino impigliati i cadaveri di migranti morti in mare, Cavalli porta all'estremo queste storie vere creando un incubo che ha tutte le carte in regola per sembrare realistico, nonostante i suoi sviluppi.
Noi non ci occupiamo delle persone che forse sono stati, non mi interessa, non ci interessa, non abbiamo il tempo e le risorse per impegnarci: ci occupiamo di quell'ammasso di carne, pelle, tendini, ossa, nervi e liquidi che hanno anche la forma di persona. Noi guardiamo la luna mentre gli altri vorrebbero indicarci il dito.
Dopo una prima parte narrata in terza persona, che descrive il fenomeno, nella seconda si avvicendano le testimonianze dei residenti che esprimono in prima persona la loro opinione su quanto accade a DF. Il linguaggio non è affatto lontano a quello della politica a cui siamo abituati, e ben pochi personaggi sembrano aver conservato un briciolo di umanità nonostante dall'esterno di DF provengano critiche a gran voce. 
Sia chiaro, parlo a titolo personale, scrivetelo bene che questa non è mica un'intervista ufficiale, io sono una cittadina che esprime le proprie opinioni, una di quelli che ha studiato all'università della vita e non ho la pretesa di sapere il giusto o lo sbagliato su tutto, però so bene cosa è giusto per me e cosa è sbagliato per me, rivendico il diritto di farmi la mia idea senza ascoltare tutti questi professoroni che di mestiere ci manipolano il cervello. 
La soluzione più semplice è l'isolamento dell'intera città, il mettere fine alla dipendenza da uno stato che deruba -e anche qui è impossibile non cogliere i riferimenti a certi partiti oggi sulla cresta dell'onda che l'autore dissemina tra le pagine.
È una resilienza negativa quella di Cavalli, come lui stesso ha dichiarato in un'intervista a Radio 3: la capacità di adattamento dell'essere umano che si abitua a qualunque orrore, smettendo di considerarlo tale. Non importa quanti corpi si infrangano contro la barriera in plexiglass, invece di disgustare può diventare uno spettacolo.
Quando arrivano le onde, dico quando le onde ci portano i morti, si alza la marea, i vecchi si portano la seggiola per gustarsi lo spettacolo che ci sbatte contro, i giovani accendono il falò e ballano al ritmo delle teste contro il plexiglas, i papà portano i figli per mano, tutti questi morti una volta ci entravano in giardino, dicono i padri ai figli: l'ho fatta io, penso.
Per non scendere poi nei dettagli di quanto i corpi di quelli diventino a DF una fonte di reddito -alcuni brevi capitoli della seconda parte non sono adatti a lettori troppo impressionabili... 
"Carnaio" è un romanzo coraggioso: ci si aspetta un romanzo sulle migrazioni contemporanee leggendo la seconda di copertina, e ci si ritrova per le mani un libro che attinge alla realtà trasformandola con le parole e portandola alle estreme conseguenze. Cavalli sa dare voce alla meschinità dei singoli, ai rari casi di ribellione davanti alle atrocità (che in un regime dittatoriale come quello in cui si trasforma DF sono ovviamente repressi). Gli altri, quelli, i corpi portati dal mare, restano muti: non sappiamo nulla di chi fossero prima di invadere DF -perché sì, qui di invasione si tratta- e non ottengono rispetto o riconoscimento neanche nella morte, anzi ci si ciba di loro, li si sfrutta per creare abbigliamento, arredi, come oggetti li si considera e li si riutilizza.
"Carnaio" è una storia disturbante, un incubo ad occhi aperti e una discesa nell'abisso dell'indifferenza umana; "Carnaio" è una storia di fantasia, certo, ma è impossibile non cogliere i riferimenti alla quotidianità che ogni giorno incontriamo nelle notizie e scegliamo di ignorare.
Lo stile di Cavalli è scorrevole, trascinante come la piena delle onde che trasportano i corpi fino a DF; i periodi sono spesso lunghi, ricchi di virgole, riproducono il discorso diretto in una sorta di flusso di coscienza molto efficace.
"Carnaio" concorre per il Premio Campiello: pur non potendo fare confronti con gli altri concorrenti, trovo che si tratti di un romanzo originale e meritevole, se non di un riconoscimento, di certo di maggiore attenzione.

lunedì 26 agosto 2019

Le nostre anime di notte

La Trilogia della pianura è stata, l'anno scorso, l'inizio di un grande amore. Non essendoci molte altre opere di Haruf, ho deciso di centellinarle; ma con questo volumetto a richiamare l'attenzione dallo scaffale da mesi, non ho saputo resistere oltre!



Titolo: Le nostre anime di notte
Autore: Kent Haruf
Anno della prima edizione: 2015
Titolo originale: Our Souls at Night
Casa editrice: NN Editore
Traduttore: Fabio Cremonesi
Pagine: 162



LA STORIA

Addie e Louis sono vicini di casa; entrambi vedovi, entrambi con i figli ormai adulti e lontani. Entrambi sono poco soddisfatti delle loro vite, finché una sera Addie decide di cambiarle: offre a Louis di trascorrere la notte nel suo stesso letto, a parlare, a tenersi compagnia. Quella che inizia come un'amicizia improbabile ben presto si trasforma in un fortissimo legame... peccato che i benpensanti della cittadina di Holt non sappiano tenere per sé i propri giudizi.


COSA NE PENSO

"Le nostre anime di notte" è stato scritto da Haruf per sua moglie nell'arco di un'estate: nonostante la scrittura fosse stata fino a quel momento un processo che gli aveva richiesto anni interi per concludere un romanzo, in questa ultima opera c'è l'urgenza di un uomo che non sa quanto gli resti da vivere.
Ne "Le nostre anime di notte" c'è un universo racchiuso nei due protagonisti. In dialoghi semplici, privi di maiuscole e di virgolette tipiche del discorso diretto, Addie e Louis si raccontano le proprie vite: il loro matrimonio, il rapporto con i figli, i lutti che li hanno colpiti e le rare soddisfazioni.
Quindi sì, mi sono presa cura di lui. Non so cos'altro avrei potuto fare. Anche se non è stato un bene per nessuno dei due, abbiamo passato tutto quel tempo insieme. È stata la nostra vita.
È un'età piuttosto avanzata quella di Louis e di Addie; lei è nonna di un bambino di sei anni, ha un figlio poco realizzato ed insicuro, e decide che la sua esistenza non le basta. Il rapporto tra Addie e Louis è per entrambi una sfida, una rivalsa, una rivendicazione della felicità che si sono negati per troppo tempo; a beneficiarne è lo stesso Jamie, il nipotino di Addie, mentre le altre persone attorno non sembrano in grado di comprenderlo.
E così, la vita non è andata bene per nessuno dei due, quantomeno non come ce la aspettavamo, disse Louis. Anche se adesso, in questo momento, mi sta piacendo molto. A me sta piacendo più di quanto io pensi di meritare, disse lui.
L'avversione di chi li circonda per il loro sentimento (è difficile definirlo, e lo stesso Haruf non gli dà mai un nome: non lo chiama amicizia, né amore, ma senza ombra di dubbio di un profondissimo affetto si tratta) è stata per me impossibile da comprendere. Va osservata attraverso la lente di una piccola città di provincia, perché è a Holt, Colorado, che è ambientato: sì, la stessa Holt dei fratelli McPheron, di Veronica e tutti gli altri; ed è proprio Haruf ad autocitarsi per ricordarcelo.
Hai visto che danno uno spettacolo tratto dall'ultimo di quei libri sulla contea di Holt? Quello con il vecchio che sta morendo e il predicatore. Come hanno fatto i primi due, suppongo possano fare anche questo, disse Louis. Gli altri li hai visti? Li ho visti. Ma non riesco proprio a immaginare due vecchi allevatori che accolgono in casa loro una ragazza incinta.
Nella storia avversata di Addie e Louis c'è una struggente malinconia, quella di chi coglie ogni attimo della propria vita per non sprecarlo, nonostante il peso dei giudizi altrui, nonostante i benpensanti abbiano sempre gravato su di loro. C'è un'enorme tenerezza nella relazione tra questi due anziani, che viene voglia di abbracciare, che sembra pagina dopo pagina di conoscere sempre meglio. Si è spettatori delle loro notti senza sentirsi di troppo, si partecipa ai loro giochi estivi, all'adozione di Bonny, alle paure notturne di Jamie che vengono fugate dal loro affetto sincero. 
C'è molto di Haruf in questo libro: in un'intervista rilasciata a Radio 3 la moglie racconta come il momento della giornata che lo scrittore preferiva era quello in cui nel loro letto si tenevano per mano e, come Addie e Louis, si confrontavano sulle loro giornate e su quanto faceva parte delle loro vite. 
Quella di Addie e Louis è una storia che scalda il cuore, poi lo manda in pezzi; ma lascia al lettore un senso di speranza, una dolceamara sensazione di aver letto qualcosa di profondamente vero e puro
Non mi importa. Mi sento troppo sola. Mi manchi troppo. Non ti va di parlare con me? Anche tu mi manchi, rispose lui. Dove sei? Intendi in che punto della casa? Sei in camera da letto? Sì, stavo leggendo. È un po' come fare sesso telefonico? Siamo soltanto due vecchi che parlano al buio, rispose Addie.
Sul fatto che Haruf fosse stato uno scrittore incredibile non avevo alcun dubbio prima di leggere "Le nostre anime di notte"; ora posso solo affermare di apprezzarlo ancora di più.

lunedì 19 agosto 2019

I segreti di Brokeback Mountain

Ormai più di dieci anni fa guardai per caso "I segreti di Brokeback Mountain" un sabato sera. Lo ricordo come se fosse successo ieri: ero un'adolescente, in un momento in cui i sentimenti mi rimanevano chiusi sotto chiave, in profondità, e stavo ben attenta a non mostrarmi mai fragile. Quella sera però, grazie alla visione del film, riscoprii ciò che poi non ho più dimenticato: ero capace di piangere, e non era per forza un fatto negativo.
Così quando ho trovato questo libriccino nel mio negozio dell'usato preferito non ho saputo resistere, e me lo sono portato a casa.



Titolo: I segreti di Brokeback Mountain
Autrice: Annie Proulx
Anno della prima edizione: 1998
Titolo originale: Brokeback Mountain
Casa editrice: Baldini Castoldi Dalai
Traduttrice: Mariapaola Dettore
Pagine: 52



LA STORIA

Nell'estate del 1963, Jack Twist ed Ennis del Mar sono due ragazzi del Wyoming che non hanno ancora vent'anni. Provengono da famiglie modeste, Ennis è orfano, e per racimolare qualche soldo accettano un lavoro estivo come guardiani di greggi al pascolo di Brokeback Mountain. Quello che di certo non si aspettano è il legame che si crea tra loro nel corso di quell'estate, un amore assolutamente impossibile negli Stati Uniti rurali degli anni '60 e '70, ma che li accompagnerà per molti anni a venire...
Durante il giorno Ennis lasciava occhiate attraverso quell'ampia distanza e a volte scorgeva Jack, un puntolino che si muoveva attraverso un prato su in alto, come un insetto su una tovaglia; Jack, nella sua tenda buia, individuava Ennis come un fuoco nella notte, una favilla rossa sull'enome ombra nera della montagna.

COSA NE PENSO

La lettura di questa storia per me è stata accompagnata dalle immagini che ricordavo perfettamente dalla visione del film: è stata quindi quasi un modo per rivedere la pellicola. La trasposizione dei dialoghi e degli avvenimenti è infatti estremamente fedele.
La brevità del libro è però estrema, si tratta di un racconto più che di un romanzo; quasi non lascia il tempo di passare da un anno all'altro, da un incontro all'altro tra i due giovani che nel corso della vita diventano mariti, padri, ma non dimenticano mai l'estate che ha sconvolto le loro vite. 
"I segreti di Brokeback Mountain" è una storia d'amore intensa e sofferta, che ci ricorda quanto sia importante riconoscere il diritto di innamorarsi e costruire una vita insieme alle persone: a causa dell'omofobia dell'epoca, per Jack ed Ennis condurre un'esistenza soddisfacente si rivela impossibile, e li costringe ad aspettare incontri di pochi giorni per lunghi mesi o anni.
Restava uno spazio vuoto tra ciò che sapeva e ciò che voleva credere, ma non ci poteva far niente, e se non la puoi risolverla devi prenderla com'è.
Il linguaggio dell'autrice è colorito, adatto a dei giovani non molto istruiti, provenienti da ambienti rurali dove hanno sempre dovuto dedicarsi al lavoro manuale. Non è dunque una scrittura particolarmente piacevole da leggere, ma raggiunge il suo scopo nel conferire realismo alla storia.

Confesso che forse per la prima volta ho trovato il libro una lettura piuttosto evitabile. Non intendo si tratti di un brutto racconto, anzi; il capolavoro di Ang Lee però ha dato a Jack ed Ennis il volto di Jake Gyllenhaal e Heath Ledger, ha arricchito la storia di ulteriori particolari, ha accompagnato il tutto con una magnifica colonna sonora. La trasposizione cinematografica ha quindi superato la fonte cartacea da cui è tratta, dando vita ad un'opera a cui vi consiglio di dedicare un paio delle vostre ore: saranno sufficienti, anche senza passare prima per la lettura.

lunedì 12 agosto 2019

Ottanta rose mezz'ora

Tra i miei amici, pochi sono assidui lettori, ma per fortuna qualcuno c'è. Uno di questi apprezza particolarmente Cristiano Cavina e da tempo mi consiglia i suoi libri; proprio da lui viene questo prestito, che purtroppo però non ha fatto nascere in me l'intenzione di recuperare i titoli precedenti...



Titolo: Ottanta rose mezz'ora
Autore: Cristiano Cavina
Anno della prima edizione: 2019
Casa editrice: Marcos y Marcos
Pagine: 197





LA STORIA

Lui è uno scrittore, vive in Emilia Romagna e più che pubblicare libri passa il tempo tra una presentazione e l'altra. Lei è un'insegnante di danza, oppressa dal mutuo e dagli iscritti ai corsi che calano anno dopo anno. Si incontrano per caso, si innamorano; tutto sembra andar bene finché i conti davvero non quadrano più, e l'unica scelta possibile sembra la strada della prostituzione. Che però non può essere intrapresa senza conseguenze...

COSA NE PENSO

La prima metà del romanzo di Cristiano Cavina è una sorta di romanzo erotico a tinte piuttosto ironiche e divertenti. Dopo un colpo di fulmine non troppo originale, i due protagonisti trascorrono il proprio tempo ad accoppiarsi nei vicoli bui e a condividere le proprie fantasie sessuali (in realtà soprattutto quelle del personaggio maschile). 
Aveva una tale aria da causa persa che le avrei proposto su due piedi di sposarmi, inondandola di promesse che non sarei mai riuscito a mantenere, se non mi avessero chiamato al piano di sopra.
Alla metà, quando l'effetto noia comincia a prendere il sopravvento sul lettore, Cavina introduce un punto di svolta: l'annuncio che introduce la ragazza, Sammi, alla sua nuova vita da Commessa Birichinia sui siti di incontri.
Da qui in poi ci tocca una sfilza di clienti più o meno anonimi, tutti osservati dallo sguardo del fidanzato guardone -ruolo che non lo turba affatto, sorprendentemente, anzi pare aumentare il reciproco desiderio sessuale di entrambi, che non smettono di avere rapporti neanche tra un cliente e l'altro mentre lui annulla tutto il resto della propria vita, compresi gli impegni professionali.
Con l'andare dei giorni, la mia vita si annullò nella sua e a fine giornata non rimanevano che il godimento e le ginocchia doloranti dal tanto stare accovacciato sotto la finestra. Il falso gelsomino mi aveva contagiato e anche io odoravo di cose morenti.
Il tutto è pervaso da una cappa di opprimente tristezza, dall'incombere delle ingiunzioni di pagamento e dal fastidio che perlomeno lei sente crescente nei confronti degli uomini che si avvicendano nel suo letto. 
Il loro bisogno di parlare, di conoscerla, quegli impacciati tentativi di farsi voler bene, di attirare la sua attenzione, non erano che il riverbero di una disperazione a bassa intensità, che le restava addosso, di cui doveva farsi carico per mezz'ora, un'ora, ogni giorno, anche due o tre volte, una solitudine densa e appiccicosa che la ricopriva, come i loro umori, ma più difficile da togliere. Una sporcizia che nessuna doccia può lavare.
Quest'alone di angoscia culmina in una conclusione che non definirei affatto imprevedibile, anzi a mio parere annunciata sin dalle prime battute del rapporto tra i due -che non finge mai di essere una relazione con qualche speranza per il futuro.
Entravo e uscivo dalle stazioni, mi mettevo in fila al check-in degli aeroporti. Sempre con il sapore metallico del panico sotto la lingua e la difficoltà di prendere un respiro in un mondo che improvvisamente pareva essersi svuotato di aria per riempirsi di acqua.
Il pregio di questo romanzo è quello di affrontare senza moralismo alcuno tematiche che potrebbero essere definite scottanti, e di presentare anzi la prostituzione in un modo piuttosto scanzonato, come una delle tante vie d'uscita possibili ad un momento di grande difficoltà. Non è detto che si tratti di un punto di vista condivisibile, ma il fatto che l'autore non si erga a giudice è stato l'aspetto che ho maggiormente apprezzato. 
Il punto di vista è quello del personaggio maschile, e lo è volutamente. Non conosciamo le intenzioni di lei, non ne conosciamo le emozioni e i sentimenti; osserviamo tutto attraverso la lente del narratore, attraverso il suo pressante desiderio e il suo sguardo sul mondo che essendo io una donna sono spesso riusciti ad infastidirmi.
L'altro elemento positivo che mi sento in dovere di menzionare è senz'altro la scorrevolezza del romanzo: non soltanto si tratta di un'opera davvero breve, ma catapulta il lettore stesso nella posizione di voyeur, che si trova a spiare una relazione di coppia nella sua intimità. Così le pagine scorrono una dopo l'altra, impossibile fermarsi; che poi il tempo sia stato ben speso, beh, questo non lo affermerei con sicurezza.

lunedì 5 agosto 2019

Carnet di viaggio

Dopo la pubblicazione di "Blankets" (fumetto del quale vi ho parlato qui) avvenuta negli Stati Uniti nel 2003, il disegnatore Craig Thompson ha compiuto un viaggio nell'anno successivo per presentare la sua opera all'estero: in Francia, in Spagna, in Germania. Si è anche recato in Marocco, alla ricerca dell'ispirazione per quella che sarebbe diventato il suo successivo fumetto, "Habibi", ed ha documentato il suo percorso in un volumetto che il suo editore è stato sin dall'inizio intenzionato a pubblicare.



Titolo: Carnet di viaggio
Autore: Craig Thompson
Anno della prima edizione: 2004
Titolo originale: Carnet de voyage
Casa editrice: Coconino Press
Traduttrice: Veronica Raimo
Pagine: 222



Questo fumetto è il diario di un paio di mesi del suo percorso, documentati giorno dopo giorno: Thompson illustra le persone che incontra, le cene alle quali partecipa, le presentazioni di "Blankets" dove disegna su innumerevoli copie, i luoghi che visita. 
È necessario premettere che questi due mesi hanno rappresentato per l'autore un periodo piuttosto difficile. Profondamente triste per la fine della sua storia d'amore con Reina (la ragazza che abbiamo imparato a conoscere tra le pagine di "Blankets"), tormentato da una precoce artrite alle mani e in un momento della sua esistenza a dir poco instabile, Craig Thompson affronta il viaggio con una mente non propriamente aperta
Questo appare evidente in modo particolare nel periodo trascorso in Marocco: mentre infatti gli chalet nella neve francese e la città di Barcellona soddisfano l'occhio e lo spirito dell'autore, una volta immerso nella confusione di Marrakech, Fez e dintorni Thompson sembra chiudersi, trincerarsi nel suo punto di vista di cittadino statunitense disgustato dalla sporcizia, dalla povertà, dagli espedienti dei locali al punto di ritrarre il paese nordafricano in modo assai poco attraente.

Inutile dire quanto i disegni di Craig Thompson mi siano piaciuti anche questa volta: in un semplice bianco e nero riesce a rendere pieno di vita tutto ciò che rappresenta sulla pagina, che sia un gattino sulle strade di Marrakech, un corpo femminile, un albero o un dettaglio delle architetture di Gaudì. 


La mia motivazione alla lettura di "Carnet di viaggio" è stata l'intenzione di leggere prossimamente "Habibi" e quindi di scoprire come la sua ambientazione sia stata ispirata dai viaggi compiuti dall'autore. Trattandosi di un diario a fumetti (e i diari, si sa, si scrivono per se stessi) non vi sono narrazioni per un pubblico, ma una raccolta di attimi rilevanti più per chi vuole conservarne memoria che per coloro che li osservano. 
Non definirei quindi "Carnet di viaggio" un'opera memorabile, ma per gli amanti di Craig Thompson sarà in ogni caso una lettura piacevole e un'occasione per viaggiare un po' tra le sue tavole!

lunedì 29 luglio 2019

Nove racconti

Il mio ultimo incontro con J.D. Salinger risaliva agli anni dell'adolescenza, quando "Il giovane Holden" mi ha accompagnata e cambiata in modi che non saprei definire a parole. Temendo di andare a scoperchiare vasi di Pandora di fasi della vita che tendo a preferire sigillati non avevo mai letto altro, nonostante la forte fascinazione per questo autore. 
Ho deciso che era giunto il momento di superare questo blocco autoimposto, e così eccoci qui.



Titolo: Nove racconti
Autore: J.D. Salinger
Anno della prima edizione: 1948-1953
Casa editrice: Einaudi
Traduttore: Carlo Fruttero
Pagine: 230




In questa raccolta compaiono per la prima volta alcuni membri della famiglia Glass, che sarà al centro poi del romanzo breve "Franny e Zooey" e dell'ultimo libro pubblicato da Salinger, "Alzate l'architrave, carpentieri e Seymour. Un'introduzione" -anch'esso composto da due racconti.
Incontriamo infatti Seymour in "Un giorno speciale per i pescibanana", folgorante storia di un reduce di guerra che soffre di stress post-traumatico e che dialoga con una bambina in una località di villeggiatura; vi è poi un riferimento in "zio Wiggily nel Connecticut" ad un uomo che in guerra ha perso la vita, ma prima era stato amato da una delle due amiche protagoniste di un dialogo altrimenti piuttosto frivolo.
Ci sono poi Boo Boo e Lionel, protagonisti di "Giù al Dinghy": una madre e un figlio e la ribellione di quest'ultimo davanti all'ingiustizia del mondo, in particolare agli insulti antisemiti che sono stati rivolti a suo padre.

Illustrazione di Jonny Ruzzo, "A Perfect Day for Bananfish"
Il tema della guerra ricorre all'interno dei nove racconti: è necessario tenere presente l'esperienza vissuta dall'autore, che ha combattuto sul fronte europeo nella Seconda Guerra Mondiale.
La guerra ritorna dunque anche in "Per Esme: con amore e squallore" (il mio preferito tra tutti), dove Salinger racconta l'incontro tra un soldato americano e una ragazzina inglese, a cui basta una mezz'ora per creare un istintivo legame e dare vita ad una corrispondenza che seguirà il militare anche quando dovrà fare i conti con le battaglie che lo hanno segnato.

C'è spazio anche per l'amore in questi racconti, ma non aspettatevi toni da romanzo rosa. Ci sono infatti fidanzate angosciate (Muriel ne "Un giorno speciale per i pescibanana"), le mogli insoddisfatte ne "Lo zio Wiggily nel Connecticut", ma soprattutto un brillante dialogo telefonico tra due amici in "Bella bocca e occhi miei verdi" , dove Arthur è l'emblema degli sbalzi d'umore degli innamorati ansiosi che si raccontano che la propria storia d'amore stia ancora funzionando anche davanti ad ogni evidenza del contrario. 
Io sono troppo debole, per lei. L'avevo capito già prima di sposarla... ti giuro che l'avevo già capito. Tu queste cose non le sai, sei un dritto, tu, non ti sei mai sposato, ma di tanto in tanto, prima di sposarsi, capita che uno vede cosa gli succederà dopo che sarà sposato, come al cinema, quando danno il prossimamente. Io ho chiuso gli occhi. Ho fatto finta di non vederlo, il mio prossimamente.
In questa tematica potrebbe in qualche modo rientrare anche "Il periodo blu di De Daumier-Smith", il più ironico e divertente dei racconti, dove un diciannovenne nel corso di una breve esperienza lavorativa per una scuola d'arte per corrispondenza si infatua della suora di cui ha ricevuto i disegni.
(Credo di avergli detto che detestavo addirittura le sedie. Mi sentivo talmente sulle spine che se mi avesse avvertito che la stanza di suo figlio era allagata, giorno e notte, da trenta centimetri d'acqua, io avrei probabilmente gettato un gridolino di piacere. Gli avrei probabilmente detto che soffrivo di un rarissimo inconveniente ai piedi, una malattia che mi obbligava a tenere i piedi a mollo otto ore al giorno).
Un altro elemento cardine è quello dell'infanzia, dell'innocenza: sono i bambini in Salinger gli unici ad avere uno sguardo puro sul mondo, addirittura gli unici a riuscire a comprenderlo. Vale per Boo Boo, ma vale anche per il bambino di nove anni che racconta in prima persona ne "L'Uomo Ghignante" la perdita dell'innocenza quando il ragazzo a capo del campeggio, per una delusione d'amore, mette fine alla storia che raccontava in pullman: la morte del personaggio rappresenta in qualche modo la fine dell'infanzia stessa.
Un altro bambino protagonista è "Teddy", un piccolo prodigio capace di riflessioni filosofiche di incredibile profondità durante un viaggio in crociera con i suoi non propriamente entusiasmanti genitori; il suo racconto è l'ultimo della raccolta  e lascia il lettore alle prese con una conclusione tutta da interpretare, e forse anche qualche domanda sul senso della vita.
Illustrazione di Jonny Ruzzo, "The Laughing Man"
Lo stile di Salinger è quello che ricordavo a distanza di anni dalla lettura de "Il giovane Holden": capace di caratterizzare un personaggio in pochissime parole, di tratteggiare figure vivide ed indelebili nella memoria in una manciata di frasi. Nei "Nove racconti" Salinger ci regala storie brevi e coinvolgenti, spesso lasciandoci un margine di interpretazione sulle vicende che le rende ancora più intriganti.
Era una ragazza sui venticinque anni, minuta, coi fianchi stretti e dei capelli disordinati, incolori e fragili ricacciati dietro le orecchie, che erano molto grandi. Indossava dei pantaloni al ginocchio, di tela, un pullover nero col collo rovesciato, calze corte e scarpe basse. Ridicolo soprannome a parte, non-bellezza d'insieme a parte, era senza alcun dubbio - nella categoria dei faccini permanentemente memorabili, prodigiosamente intensi -, una ragazza sconvolgente e definitiva.
Commentare i racconti è sempre un'ardua impresa, ed in questo caso lo è ancora di più, perché prevederebbero una conoscenza davvero ampia dell'opera di Salinger e con ogni probabilità anche della sua biografia. Posso affermare con sicurezza che questo sia stato per me soltanto l'inizio di una riscoperta che proseguirà nel tempo, e nella quale vi consiglio di accompagnarmi!