lunedì 2 marzo 2020

Le voci dell'acqua

Il nome di Tiziano Sclavi è una garanzia per chiunque come me abbia trascorso decenni in compagnia dell’Indagatore dell’incubo. Non c’è ricordo della mia adolescenza che non sia accompagnato da una copia di Dylan Dog sul comodino o nello zaino; il più caro di questi sono i giorni di vacanza dalle scuole medie quando i nonni mi portavano in edicola durante il giro della spesa, e non dimenticavano mai di regalarmi la ristampa appena uscita che mancava alla mia collezione.
Così quando ho letto "Sclavi" su questa copertina nell’espositore della biblioteca, capirete bene che non ho potuto resistere...



Titolo: Le voci dell'acqua
Autore: Tiziano Sclavi
Illustratore: Werther Dell'Edera
Anno della prima edizione: 2019
Casa editrice: Feltrinelli
Pagine: 96

 


“Le voci dell’acqua” è un fumetto in bianco e nero, con molti disegni (di Werther Dell’Edera) e pochissime parole. Il protagonista è Stavros, un uomo che vaga per una città senza nome dove la pioggia non cessa mai di cadere; proprio dall’acqua che lo circonda Stavros sente provenire delle voci che gli parlano e che vengono etichettate nella diagnosi di schizofrenia.
Attorno a Stavros altri personaggi si muovono sotto la pioggia, ognuno schiacciato dai dolori che si porta dietro.
In uno scorrere di vite e di infelicità, dove la morte è sempre incombente ma solo in poche scene appare davvero sulle pagine, i disegni a tratteggio di Dell’Edera illustrano una sceneggiatura cupa, angosciante. C’è chi giura che tutto gli stia andando per il meglio, poi si spara alla tempia; c’è chi si accascia morto sulla scrivania dell’ufficio, e la priorità dell’azienda è avvertire le risorse umane per avviare la ricerca di un nuovo dipendente.


Abituata al caro Dylan, ero preparata a trovare gli esclusi, i reietti, gli infelici tra le pagine pensate da Sclavi. Se negli albi dell’indagatore dell’incubo però c’è Groucho sempre pronto ad alleggerire l’atmosfera con le sue battute, non c’è alcun elemento intenzionato a farci sentire meglio ne “Le voci dell’acqua”: le peregrinazioni e le allucinazioni di Stavros, i suoi sogni che si concludono anch’essi col fallimento, i percorsi infelici di chi lo circonda sembrano ripeterci pagina dopo pagina che non vi è nessun senso alle fatiche della vita, nessuna speranza di salvezza.


“Le voci dell’acqua” è un fumetto scomodo, duro, che non cerca in alcun modo di compiacere il lettore. Proprio per questo l’ho trovato coraggioso; in alcuni passaggi mi ha ricordato “Memorie dall’invisibile”, uno splendido numero di Dylan Dog che non ho mai dimenticato e ho avuto subito voglia di rileggere.
Non lo consiglierei a un lettore sprovveduto, alla ricerca di un fumetto di facile comprensione; lo consiglio però agli affezionati a papà Tiziano come me, che di certo ne saranno colpiti.

lunedì 24 febbraio 2020

Il richiamo del cuculo

Ci sono periodi in cui nessun libro sembra quello giusto da iniziare, nessun libro in particolare ci chiama dagli scaffali o dagli espositori di biblioteche e librerie. Confesso che mi capita molto raramente, ma ogni tanto l'indecisione sulla prossima lettura è davvero forte e così mi rifugio in un genere che mi è sempre di grande aiuto: il thriller o il giallo.



Titolo: Il richiamo del cuculo
Autrice: J.K. Rowling (con lo pseudonimo di Robert Galbraith)
Anno della prima edizione: 2013
Titolo originale: The Cuckoo's Calling
Casa editrice: Salani
Traduttrice: Alessandra Casella
Pagine: 550



LA STORIA

Primo libro di quella che è già diventata una serie di gialli (al momento in cui scrivo questo articolo, seguono altri tre titoli già pubblicati e tradotti in italiano), “Il richiamo del cuculo” ha per protagonista l’investigatore privato Cormoran Strike, veterano della guerra in Afghanistan, che si trova ad indagare sulla morte di una giovane modella, Lula Laundry, che è stata archiviata come suicidio. Il fratello della ragazza però si rifiuta di crederci…


COSA NE PENSO

Amo J.K. Rowling da quando, a poco più di dieci anni, scoprii quel libro che stava spopolando tra i miei coetanei: si trattava di “Harry Potter e la pietra filosofale”, appena pubblicato da Salani, e sarebbe stato l’inizio di una grande passione.
La scorrevolezza della scrittrice si fa sentire anche tra le pagine de “Il richiamo del cuculo”, dove però la lingua è meno ricercata, più diretta, per adattarsi al tipo di racconto. Impossibile paragonare il contenuto dei romanzi, una saga apparentemente fantasy che però racconta assai bene la realtà da un lato, un'indagine piuttosto tradizionale dall’altro. Non ci sono infatti elementi che stupiscano granché il lettore ne “Il richiamo del cuculo”: Cormoran è un investigatore non lontano da certi cliché del genere, un veterano di guerra come l’Harry Bosch di Michael Connelly, un uomo tormentato ma integerrimo, alle prese con la fine della propria storia d'amore. 
Uno strano pensiero gli attraversò la mente, mentre fissava il ritratto: che questa fosse la ragione per cui era stato dipinto, perché un giorno i grandi occhi verdeoro di Charlotte lo guardassero mentre se ne andava.
Robin, la sua assistente, è un personaggio femminile per nulla rivoluzionario: resta in secondo piano rispetto a Cormoran, sempre pronta però a dare sfoggio delle sue capacità di accudimento qualora il rude ma sfortunato datore di lavoro dovesse averne bisogno. Qualche mistero sul suo conto rimane irrisolto, presumibilmente per essere sviscerato meglio nelle successive indagini della serie.
Robin era sempre stata affascinata dai processi mentali delle persone: era a metà del corso di laurea in psicologia, quando un incidente imprevisto aveva messo fine alla sua carriera universitaria.
Il fidanzato di Robin poi è lo stereotipo del promesso sposo maschilista, indispettito dal fatto che la compagna lavori per un solo altro uomo dal quale si sente evidentemente minacciato. 
casomai era proprio Matthew a tentare di ricattarla, con il suo continuo battere e ribattere sui soldi che lei avrebbe dovuto guadagnare, insinuando che non stava facendo il proprio dovere. Non si era accorto che le piaceva lavorare per Strike?
I personaggi insomma non sono particolarmente degni di nota, si sarà capito; e anche l’indagine, che ruota attorno al mondo della moda e delle celebrità, non è nulla di strabiliante per chi guarda volentieri serie TV thriller o affini. Dalle mie parole sembrerà che io non abbia intenzione di consigliarvi la lettura de “Il richiamo del cuculo”, ma questo non corrisponde alla verità: credo infatti che possa essere il libro perfetto per i momenti in cui si è alla ricerca di una lettura scorrevole, che appassioni senza che sia necessaria molta concentrazione per comprendere gli avvenimenti, oppure in cui si fatica a trovare il libro giusto per il momento. Io l’ho trovata una lettura adattissima per alcuni giorni di indecisione; questo è stato in grado di tenermi compagnia e di farmi rilassare senza mai diventare noioso o troppo prevedibile -che è proprio quello che io chiedo ai romanzi gialli e similari. Non escludo che in futuro proseguirò la serie dedicata alle indagini di Cormoran Strike, tanto più che ne è stata tratta una serie TV che mi pare molto interessante…

lunedì 17 febbraio 2020

Il silenzio e il tumulto

Un nuovo autore siriano soddisfa la mia curiosità nei confronti degli autori arabi, come sempre scoperto a sorpresa tra le proposte della biblioteca di quartiere. Per la prima volta si tratta di una lettura che non affronta il tema della guerra civile in Siria, bensì della vita quotidiana dei suoi abitanti nel periodo della dittatura che ha preceduto il conflitto.



Titolo: Il silenzio e il tumulto
Autore: Nihad Sirees
Anno della prima edizione: 2014
Titolo originale: As-Samt-wa-as-Sakhab
Casa editrice: Il Sirente
Traduttrice: Federica Pistono
Pagine: 148



LA STORIA

In una torride estate siriana, mentre per le strade rimbomba il tumulto delle manifestazioni in onore del Leader, lo scrittore Fathi Shin (per niente amato dal regime) scopre che sua madre sta per risposarsi con un importante membro del partito e si rifugia, alla ricerca del silenzio, a casa della sua fidanzata Lama -ma la sera una convocazione presso i Servizi Segreti lo attende.


COSA NE PENSO

Quella che ci viene raccontata da Sirees è una giornata nella vita di Fathi Shin, che ha in comune con l'autore siriano la censura operata sui suoi scritti dalla dittatura del suo Paese. Egli infatti ha optato per un esilio volontario nel 2012, e quella che ci racconta è una Siria in tempo di pace, per quanto dominata dalla dittatura militare.
Cammino sul marciapiede, dirigendomi istintivamente verso il centro, dove la folla è ammassata sulle piazze e lungo le strade principali. Percepisco il fragore del corteo attraverso i televisori accesi che incontro lungo il tragitto. Il Leader ha impartito istruzioni molto chiare: le casalinghe che non partecipano alla manifestazione devono seguirla dai propri schermi televisivi; ognuno è obbligato ad alzare al massimo il volume del proprio televisore e a tenere le finestre spalancate, per non incorrere nell'accusa di antipatriottismo. 

La giornata di Fathi Shin si svolge all'approssimarsi del ventesimo anniversario del governo del Leader, il cui nome non viene mai nominato; le strade sono invase dalle manifestazioni in suo onore, le televisioni di coloro che sono impossibilitati ad uscire fanno risuonare l'eco delle celebrazioni e dei discorsi, la calca schiaccia le persone sotto il peso dei corpi e delle cariche della polizia.
Molti manifestanti muoiono durante i cortei e, se non c'è motivo di sospettare la presenza di un crimine, li si considera sacrificati alla gloria del Leader: morire soffocati, o calpestati sotto i piedi della folla durante le cerimonie di partito o le feste nazionali è un fatto banale. 

Lo stile di Sirees è semplice, diretto, composto da frasi e da periodi brevi organizzati in paragrafi che vanno spesso a capo; il romanzo è suddiviso in capitoli e interrompere la lettura per poi riprenderla risulta molto agevole per un lettore impegnato.
L'artificio più esplicitamente letterario a cui Sirees fa ricorso è senz'altro la conclusione aperta della sua opera: dopo un'accurata ricostruzione della vita in Siria prima dello scoppio della guerra civile, sotto la dittatura degli Assad (viene spesso infatti citato il dualismo tra padre e figlio che si presentano in pubblico, talvolta l'uno o l'altro inaspettatamente), si viene lasciati col dubbio relativo alla scelta che si prospetta al protagonista.
Ho trovato il breve romanzo di Sirees molto incisivo, capace di alternare momenti della vita intima di Fathi (la visita alla madre, gli incontri romantici ed erotici con la fidanzata) alla rappresentazione della vita pubblica dei cittadini siriani, capace inoltre di creare un senso di tensione che pervade l'opera e coinvolge il lettore dalla prima all'ultima pagina. 
In conclusione, si tratta di un'opera assolutamente consigliata e purtroppo assai poco nota! Spero di avervi incuriositi ed invogliati alla lettura.

lunedì 10 febbraio 2020

Se i gatti scomparissero dal mondo

Quest'anno vorrei davvero affrontare molti dei libri che sono entrati in casa per poi essere abbandonati sugli scaffali per mesi o, più spesso, per anni. Questo volume è stato fortunato: è rimasto in attesa "soltanto" per sei o sette mesi!




Titolo: Se i gatti scomparissero dal mondo
Autore: Genki Kawamura
Anno della prima edizione: 2012
Titolo originale: Sekai kara neko ga kieta nara
Casa editrice: Einaudi
Traduttrice: Anna Specchio
Pagine: 192






LA STORIA

Il protagonista di questo breve romanzo è un giovane giapponese che un giorno scopre inaspettatamente di avere poco tempo da vivere, a causa di una gravissima malattia e com’è ovvio non si sente affatto pronto per morire. Così quando gli si presenta davanti niente meno che il Diavolo in persona, anche se con addosso una camicia hawaiana, il ragazzo accetta il suo patto: guadagnerà un giorno di vita ogni volta che acconsentirà a far scomparire dal mondo qualcosa. E così il pianeta dovrà rinunciare ai telefoni, ai film… ma sarà possibile riservare lo stesso oblio anche ai gatti?





COSA NE PENSO


Gli autori giapponesi hanno un modo molto particolare di raccontare le loro storie: con un lessico semplice creano atmosfere sospese tra il sogno e la realtà, lasciando che situazioni quotidiane creino il pretesto per affrontare argomenti profondi e spesso filosofici. Per quanto sia tutt’altro che esperta di letteratura asiatica, ho già provato questa sensazione con i romanzi di Banana Yoshimoto e di Murakami Haruki, e l’ho riconosciuta nel corso di questa lettura.
“Se i gatti scomparissero dal mondo” è suddiviso in sette capitoli, ognuno dedicato ad un giorno della settimana in cui il protagonista si trova ad avere a che fare con il Diavolo e il patto con lui stipulato; ognuno di essi è dedicato ad una rinuncia ed alle conseguenze che essa ha sulla vita del ragazzo e su coloro che lo circondano.
In appena vent’anni i cellulari erano diventati dei veri «mai piú senza», prendendo il pieno controllo del genere umano. Creandoli abbiamo creato la scomodità del non averli. Ma forse si poteva dire lo stesso delle lettere. Di internet, di tutto! Ogni volta che gli uomini inventano qualcosa, ne sacrificano un’altra. Adesso che la ripensavo in questi termini, capivo perché Dio avesse accettato la proposta del Diavolo.
La morte incombente e il dover fare a meno a poco a poco di ciò che si riteneva essenziale fino ad un attimo prima diventano il pretesto per parlare di sentimenti e di ciò che è davvero fondamentale nella vita. Con uno stile semplice e spiritoso l’autore riesce a raccontare i rapporti familiari, la perdita della madre e come questa ha incrinato i rapporti con il padre, lasciando il protagonista solo al mondo con il suo gatto Cavolo. Questo offre al lettore la possibilità di riflettere su tematiche che fanno parte della vita di ognuno di noi -gli amori, i distacchi, il perdono- e rende il libro meno superficiale, dopo una parte iniziale meno convincente, troppo concentrata a strappare un sorriso al lettore.
Che cosa avevo guadagnato, e che cosa avevo perso, diventando adulto? Non avrei mai potuto riavere le emozioni e i sentimenti provati in passato, e per qualche motivo quel pensiero mi aveva travolto con un’ondata di tristezza irrefrenabile. Ricordo di aver pianto senza ritegno.
“Se i gatti scomparissero dal mondo” non è un romanzo impeccabile, né particolarmente memorabile: ha però una copertina davvero attraente a cui pochi lettori amanti dei gatti sapranno resistere, e vi farà comunque trascorrere qualche ora piacevole in sua compagnia. Non ve lo consiglio se siete alla ricerca di un libro rilassante e spensierato, perché la tematica della morte imminente è di certo centrale; se però amate i libri un po’ surreali e gli autori asiatici, potrebbe fare al caso vostro.

lunedì 3 febbraio 2020

La ferrovia sotterranea

Quando frequentavo l'università, la mia professoressa di Antropologia Culturale mi propose la lettura di "Amatissima" di Toni Morrison. Quel romanzo mi colpì in un modo inaspettato, ed ancora oggi è il mio riferimento in materia di letteratura sul tema della schiavitù dei neri negli Stati Uniti.
Approfondire il tema però mi interessa, ed è per questo che ho deciso di leggere un recente, pluripremiato romanzo.



Titolo: La ferrovia sotterranea
Autore: Colson Whitehead
Anno della prima edizione: 2016
Titolo originale: The Underground Railroad
Casa editrice: SUR
Traduttrice: Martina Testa
Pagine: 376



LA STORIA

Cora è una giovane donna schiava in una piantagione nel Sud degli Stati Uniti; sua madre, Mabel, è nota come l'unica schiava ad essere mai riuscita a far perdere le proprie tracce ai cacciatori di schiavi, e nessuno sa dove sia. Dopo molte violenze subite, anche Cora fuggirà dalla piantagione insieme a un altro schiavo di nome Caesar, grazie alla "ferrovia sotterranea": una vera e propria rete ferroviaria che sotto terra conduce gli schiavi fuggiaschi verso il Nord del Paese, nel tentativo di conquistare la libertà. Ma quel treno sarà solo l'inizio di una lunga, difficile e spesso drammatica avventura...

COSA NE PENSO

La "ferrovia sotterranea", così come descritta da Whitehead in questo romanzo (veri treni fatti di carrozze e vagoni che transitano su binari, lunghi tunnel sotterranei che collegano uno Stato americano all'altro), non è mai esistita. Storicamente però il concetto di "ferrovia sotterranea" non è un'invenzione, bensì indica la rete di abolizionisti che nel corso del 1800 aiutava schiavi fuggiaschi degli Stati del Sud a dirigersi a Nord per guadagnarsi la libertà, sostendoli attraverso itinerari segreti, luoghi sicuri, sostegno elargito sotto forma di cibo o di denaro.
A partire da un ricordo d'infanzia, quando il termine di "ferrovia sotteranea" evocò nella mente di Whitehead un'immagine vivida e concreta, l'autore dà così vita ad un vero e proprio sistema ferroviario che attraversa gli Stati Uniti e grazie alla quale gli schiavi nel Sud sperano di ottenere una vita finalmente libera.
A un certo punto le bambine fecero per salire in soffitta, ma poi ci ripensarono dopo una discussione sulle abitudini e le usanze dei fantasmi. In effetti in casa un fantasma c'era, che però con le catene, da far sferragliare o meno, aveva chiuso.
Quello di Whitehead è un romanzo molto ricco; descrive infatti in modo piuttosto dettagliato le condizioni di vita degli schiavi delle piantagioni di cotone (Cora infatti vi è nata, così come sua madre Mabel; era stata sua nonna ad essere rapita dall'Africa e ridotta in schiavitù nel continente americano), le terribili violenze a cui vengono sottoposti, come milioni di esseri umani venissero considerati pura e semplice merce.
Dalla fuga di Cora e Caesar in poi, tuttavia, l'aspetto descrittivo e psicologico diminuisce; mentre nella prima parte del romanzo viene spontaneo provare empatia per la protagonista, l'attenzione si sposta poi sul suo rocambolesco tentativo di sfuggire al cacciatore di schiavi che la insegue senza sosta -ricorda infatti ancora molto bene sua madre Mabel, l'unica schiava che non sia mai stata ritrovata.
Cora diede tre calci in faccia a Ridgeway con le sue scarpe di legno nuove. Pensò: Visto che il mondo non muove un dito per punire i malvagi. Nessuno la fermò. In seguito disse che erano stati tre calci per tre persone uccise, e raccontò di Lovey, Caesar e Jasper per farli rivivere ancora per un attimo nelle sue parole. Ma non era vero. I calci erano stati tutti per lei.
Whitehead ci descrive una peregrinazione attraverso diversi Stati, una Carolina del Sud distopica dove sulla popolazione nera vengono messi in atto esperimenti scientifici e sterilizzazioni forzate (molto simili a quelle davvero attuate nei campi di sterminio nazisti) nascosti dietro la facciata di possibilità che viene loro offerta.
Lei dormì male. Negli ottanta letti a castello le donne russavano e si muovevano sotto le lenzuola. Erano andate a letto credendosi libere dal controllo e dagli ordini dei bianchi. Credendo di essere padrone della propria vita. Ma venivano ancora raggruppate e addomesticate. Non pura merce come prima, ma bestiame: da allevare, da sterilizzare. Da chiudere in dormitori che sembravano stie per i polli o conigliere.
Molta importanza viene data da Whitehead alle ambientazioni, a ciò che circonda Cora, a ciò che avviene attorno a lei e la coinvolge talvolta totalmente, talvolta soltanto in parte. Ci sono bianchi che sostengono la sua causa, bianchi a cui non importa nulla, bianchi che invece sono convinti dell'inferiorità di quelli come lei.
Cora in tutto questo però sembra ricoprire un ruolo di secondo piano, e questo è l'aspetto che ho meno apprezzato in un romanzo che mi aspettavo avrebbe toccato delle corde intime e profonde, mentre invece rimane piuttosto in superficie
Il personaggio meglio caratterizzato è Mabel, la madre di Cora, e soprattutto il mistero che ruota attorno alla sua sparizione: mentre gli schiavi fuggiaschi vengono catturati e seviziati pubblicamente prima di essere uccisi (come monito per gli altri schiavi, e come spettacolo di intrattenimento per gli schiavisti), Mabel è l'unica di cui nessuno ha saputo più nulla. E nessuno tranne il lettore saprà davvero quale è stato il suo destino, in un artificio davvero ben costruito.
Ci sono inoltre tra i lati positivi del romanzo interessanti riflessioni sul ruolo degli schiavi neri e dei loro discendenti negli Stati Uniti, sul ruolo che essi hanno dovuto ricoprire all'interno della società e sulle difficoltà che il Paese (diviso sulla questione dell'abolizionismo) ha dovuto affrontare. L'aspetto storico non è mai didascalico nel romanzo di Whitehead, ma viene percepito nel contesto in modo molto efficace.
Agli irlandesi e ai tedeschi dava fastidio fare quel lavoro da negri, o la sicurezza del compenso cancellava il disonore? Tra i filari di piante i bianchi senza un soldo erano subentrati ai neri senza un soldo, solo che alla fine della settimana i bianchi un po' di soldi ce li avevano. A differenza dei loro simili dalla pelle più scura, potevano estinguere il loro contratto grazie al salario accumulato e cominciare una nuova vita.
Insignito del prestigiosio premio National Book Award e del Premio Pulitzer, senza ombra di dubbio "La ferrovia sotterranea" è un romanzo ben scritto; che però ha soddisfatto solo parzialmente le mie aspettative per via del suo risvolto da romanzo d'azione e avventura.
Se quindi siete interessati alla tematica della schiavitù negli Stati Uniti e siete indecisi sul titolo dal quale cominciare... vi consiglio di leggere "Amatissima" di Toni Morrison!

lunedì 27 gennaio 2020

Almarina

Finalmente un romanzo che entra nella mia libreria e non giace per anni abbandonato sugli scaffali! Ero molto curiosa di leggere questo romanzo che ha attirato molta attenzione la scorsa estate, e così ho deciso di iniziarlo quasi immediatamente.




Titolo: Almarina
Autrice: Valeria Parrella
Anno della prima edizione: 2019
Casa editrice: Einaudi
Pagine: 136
 



LA STORIA

Elisabetta è una donna napoletana di cinquant'anni, rimasta improvvisamente vedova mentre lei e il marito cercavano di adottare un figlio. Insegna matematica nel carcere minorile di Nisida ed è qui che incontra Almarina, giovane detenuta romena, sopravvissuta ad indicibili orrori e fuggita attraverso la rotta balcanica nel tentativo di salvare la sua vita e quella del fratellino.


COSA NE PENSO

L'aspetto che ho maggiormente apprezzato in questo romanzo è l'insolita ambientazione carceraria: non si trovano molti testi di narrativa che raccontino i luoghi di detenzione, tantomeno quelli minorili. Degne di nota sono diverse riflessioni sul dopo, su ciò che aspetta i carcerati dopo il rilascio; poco spazio è lasciato però ai giovani detenuti, Almarina stessa è assai poco caratterizzata -e questo è a mio parere il più grande difetto del libro.
Dentro: questo posto è meraviglioso – e fuori ci sta la città che ti costringe al tutto o al nulla, la vita ingombrante, la famiglia violata, la guerra, i bombardamenti da cui scappi, il vecchio che ti manda a rubare e quello che ti mette incinta, il fidanzato che ruba il fucile di suo padre, la madre che non ha saputo vedere, quella che ha visto troppo, quella che non ha saputo parlare. Fuori vai mendico nel mondo. Fuori ci sono figli gettati come una sgravata di gattini, e ragazzi che si fanno sul binario della circumvesuviana prima dell’accelerato delle undici e la signora in vestaglia seduta sullo sgabello del tabacchi con gli occhi fissi sul monitor delle scommesse – dentro: questo posto è meraviglioso, è tutto quello che i nostri ragazzi non hanno mai avuto, a partire da lui, dal direttore. 
Nonostante il titolo infatti potrebbe trarre in inganno, questo romanzo è profondamente Elisabetta-centrico: Almarina resta sullo sfondo, il suo personaggio è più accennato che costruito, a spizzichi e bocconi ne emerge il trafico passato, la dolorosissima separazione dal fratello impostale -in nome della giustizia- dallo Stato italiano. 
Quella che emerge dal loro incontro, che rinasce attraverso Almarina, è Elisabetta: che ritrova in sé una forza che non sapeva di avere, uno scopo che faticava a trovare. Non si racconta però da dove nasca il legame tra loro, perché accada con Almarina e non con un'altra tra le detenute sue coetanee; anche la reciprocità del legame stesso è piuttosto nebulosa, l'unico punto di vista che ci è dato è quello di Elisabetta, e della sua lente dobbiamo accontentarci. 
Perché c’è una cosa che continua a essere sfuggente, e non ve la dirà nessuno ad alta voce, cosí adesso ve la dico io: l’amore non riconosce l’autorità. Sí, formalmente sí, ci siamo costretti: ma dentro le ossa, quando ci guardiamo le rughe allo specchio, o nella verità del sonno, non vi concediamo il diritto di decidere.

Un altro elemento che non ho trovato del tutto convincente è lo stile di Valeria Parrella, che ho incontrato qui per la prima volta: è uno stile di scrittura ricercato, che racconta i fatti dal punto di vista di un narratore interno in prima persona -Elisabetta, naturalmente- alternando il presente e i ricordi, che usa molteplici citazioni (da Gramsci a Charlotte Bronte) e per lo più ho apprezzato molto; tuttavia finisce talvolta per risultare talvolta artificioso, poco spontaneo.
Mi danno una chiave che corrisponde a un piccolo armadietto. Della mia borsa faccio un sacco, l’ammacco, la schiaccio, ce la faccio entrare, do la mandata e vado. Dentro ci lascio la solitudine della figlia unica, l’orecchio dolente di una malattia esantematica, l’ombra che mi terrorizzava al pomeriggio, proiettata sul muro della stanzetta. Quella risposta inopportuna per cui mia madre non mi parlò per giorni. Tenersi le mani addosso quando non le vuoi davvero, volere di piú le mani addosso e non saperle chiedere. Il primo attacco di panico una notte in albergo a Parigi, dopo la maturità. E la vacanza con un uomo piú adulto di me, nella quale piansi tutti i giorni.
Al termine della lettura di "Almarina" mi sono rimaste molte domande, e un senso di generale insoddisfazione: le mie alte aspettative iniziali sono rimaste, devo confessarlo, un po' deluse. 

lunedì 20 gennaio 2020

Fratello grande

Il mio primo incontro con il Premio Goncourt (uno dei più prestigiosi premi letterari francesi) è stata la lettura di "Ninna nanna" di Leila Slimani, romanzo che avevo apprezzato molto un paio di anni fa. Di recente sono stata attratta dal titolo che nel 2019 si è aggiudicato il premio dedicato alle opere prime, e anche questa si è rivelata una scoperta molto interessante.



Titolo: Fratello grande
Autore: Mahir Guven
Anno della prima edizione: 2018
Titolo originale: Grand frère
Casa editrice: E/O
Traduttrice: Yasmina Melaouah
Pagine: 272



LA STORIA

Fratello grande è sulla trentina, è un autista Uber, dopo una tarda adolescenza piuttosto turbolenta si impegna a rigare dritto anche grazie ad un poliziotto che gli fa un po' da guardiano, un po' da angelo custode. La mamma, bretone, è morta da anni; il papà, siriano, è un tassista che non sopporta la concorrenza degli autisti come suo figlio, ma ci tiene ad averlo a cena ogni venerdì.
Fratello piccolo è l'altra faccia della medaglia: da anni non si sa più niente di lui, che era un bravo ragazzo, un infermiere, interessato agli aspetti più spirituali dell'esistenza. Non si sa più nulla di fratello piccolo, soltanto un'e-mail dove dichiara di essere in Mali, ma tutti sono convinti che sia andato in Siria: forse a curare i feriti, forse a combattere.
Finché una sera, mentre lavora, a fratello grande sembra di riconoscere la sagoma di fratello piccolo che scende da un pullman proveniente dalla Germania...

COSA NE PENSO

"Fratello grande" è un romanzo a due voci: i capitoli alternano i punti di vista dei due fratelli, dei quali scopriremo i nomi soltanto alla fine. Li vediamo crescere, attraverso i flashback con i quali arricchiscono il loro racconto del presente; li vediamo fianco a fianco, da alleati, rivivere un'infanzia serena.
La nostra era una famiglia normale. Il vecchio era venuto in Francia a metà degli anni Ottanta, per proseguire gli studi. La mamma studiava arabo all’Istituto di lingue orientali. Lì lui teneva dei corsi, anche se il suo francese faceva schifo. Lei era una sua allieva. E tra i due ha funzionato. Hanno trovato soluzioni per tutto. La casa, il matrimonio, e persino per la fede nuziale. Papà soldi non ne aveva, ma li hanno trovati. L’unico problema era che non aveva il dito per portarla. Gli avevano tagliato l’anulare quando era in prigione. Incollava manifesti per strada e l’hanno beccato gli uomini del padre di Bashar. E gli è andata anche bene, a lui.
Li vediamo poi ragazzi della periferia parigina. Vediamo fratello grande muoversi nella capitale provata dagli attacchi terroristici alla redazione di Charlie Hebdo e al Bataclan, la Parigi che squadra con sospetto i suoi abitanti dai lineamenti arabi, divenuti potenziali criminali. 
Tutte le settimane c’è uno che ti dice che ci saranno degli attentati o un attacco. Alla fine ce ne sono stati tre. Robe proprio brutte. La sera del Bataclan ho pensato che per noi era finita. Che dovevamo tornarcene tutti nei nostri paesi. Blindati sulle navi e negli aerei. Addio assistenza sanitaria, addio iPhone, la pensione, i centri commerciali, il calcio, la scuola, le tasse, le strade pulite, la macchina e tutto quello che ci offre questo paese. Ho tremato come nessuno nella cité, tranne quelli che come me hanno il sangue del loro sangue scappato nel deserto.
Fratello grande e fratello piccolo hanno avuto un'educazione laica da parte dei genitori: non si fa accenno alla religiosità della madre, il padre è comunista, probabilmente ateo. 
«Che Allah ci berdoni! Che Allah ci berdoni! Ma cosa ribetere tu? Cosa sabere tu di religione? Lascia stare. Siriano non è arabo. È nazionalità, non etnia. Io mezzo arabo, mezzo curdo, ma brima tutto comunista».
È stata la nonna, emigrata dalla Siria allo scoppio della guerra civile, ad aver insegnato loro a pregare; la spiritualità di fratello piccolo è sempre stata molto accentuata, ma nessuno ne avrebbe potute prevedere le conseguenze. In fratello piccolo i discorsi sull'infinito, la morte prematura della madre, gli imam del quartiere si mescolano e agiscono lentamente, in un percorso di lenta radicalizzazione che lo porta lontano dalla sua vita di sempre, a sognare altri luoghi dove portare il suo nuovo concetto di giustizia.
Perché all’epoca io volevo morire per raggiungere lei. Che se n’è andata per colpa mia. Tu non l’hai mai saputo, ma quel suono mi ha tirato fuori dal buio dove mi trovavo, perché voleva dire tutto. Da quel giorno, fratello, ho deciso che volevo salvare il mondo.
"Fratello grande" è un romanzo scritto da un giovane autore che con i suoi protagonisti condivide parte delle proprie origini (Guven infatti, classe 1986, è figlio di un padre curdo). Fino a questo potente romanzo d'esordio si è concentrato su una carriera nella finanza, che ha oggi abbandonato per dedicarsi ad altri progetti -creativi, si suppone basandosi sul successo riscosso con quest'opera.
In "Fratello grande" troviamo il percorso di due ragazzi come tanti, personaggi caratterizzati in modo assolutamente credibile a partire dal loro linguaggio, che mescola terminologie ereditate dall'arabo paterno ad uno slang giovanile delle periferie parigine. 
I due fratelli sono alla ricerca della propria identità, si sentono nel mezzo, mentre uno si dedica agli studi universitari l'altro si arruola, poi ritorna, trova un equilibrio; quello dei due che pareva il più equilibrato invece si perde. Guven ci racconta l'essere in bilico, non sentirsi né francesi né siriani, eppure sentirsi entrambi: una condizione sempre più presente al giorno d'oggi, sempre più rilevante per l'attualità e da approfondire in letteratura.
Niente colonna vertebrale: né davvero francesi, né davvero siriani, né davvero autoctoni, né davvero immigrati, né cristiani, né musulmani. Quindi stranieri per definizione, senza neanche sapere perché lo siamo.
C'è un altro aspetto del quale mi piacerebbe parlare per spiegarvi davvero quanto "Fratello grande" meriti di essere letto, ma svelerei davvero troppo del suo contenuto e vi rovinerei l'effetto sorpresa che porta con sé: quindi fidatevi, e leggete questo romanzo d'esordio fino alla fine. Sappiate che se ne trovano di rado costruiti con tanta abilità!