lunedì 9 novembre 2020

Il miglio verde

Il primo Stephen King che abbia mai letto aveva Tom Hanks sulla copertina: erano i primi anni duemila, andavo alle medie, odiavo tutto e tutti se non i miei libri e cominciavo ad apprezzare i film. Sull’onda della visione di “Philadelphia” una sera in TV, durante un viaggio verso una meta che, inutile dirlo, detestavo, in una noiosissima sosta in autogrill i miei genitori si lasciarono convincere e mi comprarono “Il miglio verde”. Avevo dodici anni, e probabilmente le spalle più larghe di adesso.



Titolo: Il miglio verde
Autore: Stephen King
Anno della prima edizione: 1996
Titolo originale: The Green Mile
Casa editrice: Sperling&Kupfer
Traduttore: Tullio Dobner
Pagine: 552




LA STORIA

Paul Edgecombe è ormai anziano e risiede in una casa di riposo quando decide di mettere su carta i suoi ricordi risalenti al 1932. All’epoca, nel pieno della Grande Depressione, Paul lavorava nel penitenziario di Cold Mountain, in particolare nel cosiddetto “miglio verde” per via del colore del linoleum a terra: vale a dire, nel braccio della morte. È qui che Paul conobbe John Coffey, mastodontico detenuto afroamericano, un uomo che lo cambiò per sempre e che Paul non ha mai dimenticato…


COSA NE PENSO

Nell’introduzione al romanzo (che nel 1996 fu pubblicato suddiviso in sei episodi, fattore al quale dobbiamo la sorta di riassunto con il quale comincia ogni capitolo a partire dal secondo) King spiega che inizialmente la storia che aveva concepito nel corso delle sue notti insonni vedeva protagonista un detenuto nero e gigantesco che si appassionava all’illusionismo. Pensò poi di affiancare a questo primo Coffey un topolino (chi non si è innamorato del Signor Jigles, durante la lettura?) ed infine lo trasformò da illusionista a guaritore: ed eccoci al romanzo che oggi possiamo leggere, lasciando che ci spezzi il cuore.

"Quello è Steamboat Willy, come quello del filmino. E stato il capo Howell a chiamarlo così." "E il signor Jingles", insisté Delacroix. Su qualunque altro argomento ti avrebbe detto che il nero è bianco, se glielo avessi imposto, ma sul nome del topo fu irremovibile. "Me l'ha bisbigliato nell'orecchio. Capitano, potrei avere una scatola dove tenerlo? Potrei avere una scatola per il mio topo, così può dormire qui con me?"


Ne “Il miglio verde” c’è molto, e da adolescente non avevo saputo coglierlo: c’è la Grande Depressione con la conseguente paura di perdere il lavoro, anche quando il peso emotivo del braccio della morte si fa insostenibile; c’è il razzismo degli stati del Sud dove la vita di un nero non vale granché, e sono proprio gli afroamericani le vittime più frequenti di Old Sparky, la sedia elettrica.

Ci saranno quelli che non capiranno come mai, nemmeno dopo tutto quanto ho raccontato, ma saranno senz'altro quelle persone che hanno letto l'espressione "Grande Depressione" solo nei libri di storia. Per chi c'era, non era una definizione e basta, chi c'era e aveva un posto fisso, amici, era disposto a tutto pur di conservarselo.

Nonostante i ricordi di Paul risalgano agli anni ‘30 del Novecento, “Il miglio verde” parla ancora al presente, attraverso i temi della discriminazione razziale e della pena di morte, condanna ancora in vigore in diversi stati degli USA.

Me la caverò, non sono assassini, doveva aver pensato. E subito dopo, chissà, ricordando Old Sparky, poteva aver riflettuto che invece lo eravamo. Io ne ho giustiziati settantasette, più di quanti ne abbiano singolarmente uccisi quelli a cui ho stretto la cinghia sulla sedia, più di quanti siano stati accreditati al sergente York nella prima guerra mondiale.


Ma oltre ai temi di rilevanza storica e politica, ne “Il miglio verde” emerge prepotentemente la capacità di King di caratterizzare personaggi indimenticabili: la crudele guardia carceraria Percy, giovane ed egoista, il detenuto Delacroix che Percy tanto detesta, Paul e i suoi colleghi, e soprattutto John Coffey. John è un uomo misterioso e dalla mente non brillante, che nella sua cella passa il tempo a piangere, sopraffatto dal dolore del mondo che percepisce su di sé; John ha anche un dono, che condivide generosamente con il prossimo (che sia questo prossimo umano, o animale) e che è tuttavia anche la causa per la quale si trova nel Miglio verde, prossimo all’esecuzione. John è un uomo buono, e fragile, un uomo che ha paura del buio; un uomo che il mondo ha ignorato finché non ha potuto accusarlo, senza perdere troppo tempo a chiedersi se fosse davvero il colpevole.

"Sai, capo", mi rivelò, "oggi pomeriggio mi sono addormentato e ho fatto un sogno. Ho sognato il topo di Del." "Ho sognato che c'erano anche quelle due bambine bionde. Ridevano anche loro. Io le ho prese in braccio e non c'era sangue che veniva fuori dai capelli, stavano benissimo. Abbiamo guardato tutti insieme il signor Jingles che faceva rotolare quel rocchetto e che risate ci siamo fatti. A crepapelle." "Ma guarda." Stavo pensando che non ce la potevo fare, escluso, nemmeno a parlarne. Mi sarei messo a piangere o a gridare o forse mi sarebbe scoppiato il cuore per la disperazione e sarebbe stata la fine anche per me.


Per Paul e i suoi colleghi Harry e Brutal, l’incontro con John significherà mettere in discussione, per la prima volta, la natura nel loro mestiere: fino ad allora infatti era lo stesso Paul a dichiararsi a favore della pena capitale (da figlio del suo tempo), ma come comportarsi davanti a qualcuno di tanto straordinario, del quale tuttavia è impossibile provare l’innocenza?

"Ho fatto alcune cose nella mia vita di cui non vado fiero, ma questa è la prima volta che mi sento veramente in pericolo di finire all'inferno." Lo guardai per assicurarmi che non stesse scherzando. Non ebbi questa impressione. "In che senso?" "Nel senso che ci stiamo preparando a uccidere un dono di Dio", rispose. "Uno che non ha mai fatto male né a noi, né ad altri. Che cosa potrò dire se mi dovessi trovare al cospetto del Padre Nostro Onnipotente e Lui mi chiedesse di spiegargli perché l'ho fatto? Gli rispondo che era il mio lavoro? Il mio mestiere?"


John cambia Paul, e lo cambia per sempre. Non soltanto attraverso le sue parole, o le azioni alle quali Paul assiste; John lo cambia con il tocco delle sue mani, ed è grazie ad esso che dopo oltre sessant’anni Paul consegnerà alla carta le sue memorie su un uomo che merita di non essere dimenticato, e che ha lasciato un’impronta indelebile dentro di lui. 

Ma naturalmente nel 1932 John Coffey non aveva salvato solo Melly Moores o il topo di Del, il topolino che sapeva fare quel numero virtuoso con il rocchetto e sembrava cercare Del ben prima che il cajun arrivasse... ben prima che arrivasse John Coffey, se è per questo. John aveva salvato anche me e anni dopo, mentre sotto la pioggia dell'Alabama cercavo un uomo che non c'era nelle ombre sotto un cavalcavia, fermo tra bagagli e cadaveri straziati, imparai una terribile lezione: certe volte non c'è assolutamente differenza tra salvezza e dannazione.

Darvi un parere oggettivo su questo romanzo mi è oggi assolutamente impossibile. La rilettura a distanza di quasi vent’anni di questo capolavoro, dopo aver amato molti altri romanzi di King (qui trovate un elenco di quelli di cui ho già scritto sul blog), è stata una conferma e una sorpresa al tempo stesso: se il primo incontro con “Il miglio verde” aveva cambiato per sempre i miei gusti letterari, oggi mi ha scavato dentro facendo così male da ridurmi in singhiozzi. 
Non posso fare altro che consigliarvene la lettura, perché può dimostrarvi come King sia molto più di uno scrittore di romanzi dell'orrore, e sappia invece scavare in profondità nell'animo umano e nelle brutalità di cui è capace di macchiarsi. 

sabato 7 novembre 2020

Anche noi l'America

Di letteratura americana se ne legge e se ne traduce molta: scrittori nordamericani, spesso maschi, che raccontano una certa faccia degli Stati Uniti. Per uscire da questa equazione ormai nota, ho scelto un romanzo che racconta gli Stati Uniti dal punto di vista di una famiglia di immigrati messicani alla ricerca di una vita migliore. Se siete interessati al tema da un punto di vista di non narrativa, vi consiglio di leggere però "Dimmi come va a finire" di Valeria Luiselli, di cui ho scritto qui


Titolo: Anche noi l'America
Autrice: Cristina Henriquez
Anno della prima edizione:
Titolo originale: The Book of Unknown Americans
Casa editrice: NN Editore
Traduttore: Roberto Serrai
Pagine: 320


LA STORIA

Alma e Arturo, dal Messico, emigrano nel Delaware affinché la loro figlia Maribel abbia la possibilità di frequentare una scuola adatta alle sue necessità. Qui si stabiliscono in un palazzo abitato da emigrati da numerosi paesi dell’America Centrale, e scopriranno che anche lontano da casa è possibile costruirsi una nuova famiglia… Nonostante le non poche difficoltà.

COSA NE PENSO

La mia opinione riguardo il romanzo di Cristina Henriquez è cambiata a più riprese nel corso della lettura -che ci tengo a specificare è durata soltanto due giorni, perché non riuscivo a separarmi dal volume.

In “Anche noi l’America” le voci sono numerose, anche se le predominanti sono senza dubbio quelle della famiglia di Maribel e quella dei loro vicini di origine panamense, con il loro figlio Mayor. Centrale per lo sviluppo della narrazione è il dolcissimo primo amore tra Mayor e Maribel, osservato dai punti di vista dei genitori dei ragazzi e da quello di Mayor -mentre Maribel, che in un certo senso è la protagonista vera e propria del romanzo, viene sempre descritta dall’esterno.

Non sarebbe stato un problema, pensai, se non mi avesse trovato. Era come aveva detto lei: per trovare una cosa prima devi perderla. Da allora in poi saremmo stati lontani migliaia di chilometri e saremmo andati avanti con le nostre vite e saremmo cresciuti e cambiati e invecchiati, ma non avremmo mai dovuto cercarci. Dentro ciascuno di noi, ne ero sicuro, c’era un posto per l’altro. Niente di ciò che era successo e niente di ciò che sarebbe mai successo avrebbe reso tutto questo meno vero. 

“Anche noi l’America” racconta l’emigrazione. Racconta il sogno di un Paese dove la felicità è un diritto costituzionale, dove si potrà fuggire dalle lotte armate, dal narcotraffico e dalle dittature militari, dove saranno nuove opportunità, dove i figli potranno frequentare il college, non conoscere più la povertà. L’emigrazione è raccontata però senza troppo facile ottimismo: i personaggi infatti si ritrovano a vivere nello stesso edificio, in una città dove le varie comunità si dividono i quartieri, e a ricercare nei vicini ispanofoni una sorta di nuova famiglia con cui sentirsi veramente “a casa” -perché da emigrati è difficile sentirsi a casa in un nuovo Paese.

Una spiaggia, però, non è tutte le spiagge. E una patria non è tutte le patrie. E secondo me lo sentivamo tutti, su quella spiaggia, quanto eravamo lontani dal posto da dove eravamo venuti, in un modo che era bello ma anche brutto. «Com’è bello» disse mia madre, fissando l’oceano. Poi sospirò e scosse la testa. «Questo paese».

Degno di nota è il titolo, scelta del traduttore Roberto Serrai: l’originale è infatti “The Book of Unknown Americans”, cioè “Il libro degli americani sconosciuti”, i cittadini statunitensi lontani dai riflettori, quelli che non ci verrebbero in mente al pensiero dell’aggettivo “americano” -e tra di loro ci sono, per primi, i latinos, poi gli asiatici, infine forse anche i neri, nonostante i secoli di storia afroamericana in terra statunitense. Il traduttore opta per una traduzione che si discosta dall’originale, e lo fa al fine di evidenziare l’aspetto corale della narrazione di Cristina Henriquez, citando una poesia di Langston Hughes (“I, Too”) e di mettere in luce come tutti i suoi personaggi, con le loro peculiarità, siano parte della nazione -consapevolezza che dovrebbe far parte del nostro bagaglio oggi più che mai. 

Noi siamo gli americani invisibili, quelli che a nessuno importa nemmeno di conoscere perché gli hanno detto di avere paura di noi e perché forse, se facessero lo sforzo di conoscerci, si renderebbero conto che non siamo poi così cattivi, e forse addirittura che siamo molto simili a loro. E chi odierebbero allora?

“Anche noi l’America” è un romanzo che emoziona. I sentimenti passano dalla tenerezza all’indignazione in un attimo, e altrettanto velocemente si passa dal sorriso alla commozione. Proprio a questo proposito la mia opinione è cambiata molto nell’ultima parte del romanzo, che fino ad allora avrei consigliato come una di quelle letture che ci fanno sentire bene; invece la sensazione che mi è rimasta addosso una volta chiuso questo romanzo è stata una profonda malinconia, un senso di ingiustizia e di insoddisfazione, pur riconoscendo che il finale rende la narrazione molto più realistica e racconti gli Stati Uniti di oggi assai meglio della conclusione che avrei tanto voluto leggere. 

La vita che ti stringe coi suoi tentacoli, ti prende all’amo il cuore, e di colpo ti svegli come fosse la prima volta e ti ritrovi in una parte della città dove l’aria è dolce – col viso rosso, il petto che ansima, lo stomaco un pianeta, il cuore un pianeta, ogni organo di per sé un pianeta, e tutto è un meccanismo anche se i pezzi girano ognuno per sé, Oh silenziosi accenni all’inevitabile, mentre tra i limiti naturali dell’inverno e del buon senso la vita ti disfa tra le sue braccia.

lunedì 2 novembre 2020

L'uomo tigre

Di autori indonesiani non ne avevo mai letti prima: ho l’impressione che pochi vengano tradotti, e ancor meno attirino l’attenzione del pubblico. Proprio la nazionalità dell’autore è stata lo stimolo che mi ha spinta ad acquistare questo titolo, parte di un’iniziativa editoriale uscita in edicola…



Titolo: L'uomo tigre
Autore: Eka Kurniawan
Anno della prima edizione: 2004
Titolo originale: Lelaki Harimau
Casa editrice: Metropoli d'Asia
Traduttrice: Monica Martignoni
Pagine: 188




LA STORIA

Margio ha ucciso Anwar Sadat. Questo lo scopriamo subito, in apertura: lo ha ucciso a morsi, azzannandolo al collo, come un animale. Ma perché un ragazzo tranquillo dovrebbe aver compiuto un gesto simile? È la motivazione che Kurniawan ricostruisce pagina dopo pagina, in un viaggio all’interno della famiglia di Margio e dell’intera comunità che la circonda.


COSA NE PENSO

Il romanzo di Kurniawan, candidato al Man Booker Prize 2016, è molto più che un romanzo noir. L’omicidio ha poco spazio nel racconto, e anche poca importanza. “L’uomo tigre” è più che altro una storia familiare, che ricostruisce la storia di Margio e dei suoi genitori, da prima ancora che si sposassero. È così che incontriamo la comunità di un villaggio sulle coste dell’Indonesia, prevalentemente rurale, dove non ci sono attrazioni turistiche né attività economiche redditizie. 
Aveva sentito spesso parlare delle prodezze di suo nonno e degli altri anziani del villaggio, per esempio di come avevano resistito agli olandesi, che rapivano i giovani migliori per mandarli ai lavori forzati nel territorio di Deli. Su di loro non avevano effetto né i proiettili dei fucili, né le spade da samurai dei giapponesi che giunsero in seguito. 

Molte famiglie si trascinano dietro le strutture delle proprie case in bambù, da un terreno all’altro; Margio e sua sorella crescono in un magazzino con il suo padre violento da lui odiato e la madre, vittima di abusi sin dai primi giorni del matrimonio. 
In Margio però c’è una tigre: una tigre bianca, appartenuta a suo nonno, una tigre che fa parte delle leggende del popolo indonesiano e che ha ereditato, pronta a balzare fuori al momento opportuno: è la tigre che prende il sopravvento, sono i sentimenti più profondi di Margio che azzannano Anwar Sadat al collo, ed il motivo lo sapremo solo all’ultima pagina del romanzo.
Sapeva che la bestia non era reale. Nei vent'anni della sua vita, era entrato e uscito dalla giungla alla periferia della città, e non aveva mai incontrato una tigre come quella. C'erano piccoli leopardi nebulosi, cinghiali, cani selvatici, ma nessuna tigre bianca di quelle dimensioni. Lo fece pensare a suo nonno, morto tanti anni prima. Gli vennero le lacrime agli occhi e lentamente allungò una mano, cercando di afferrare una zampa della tigre. 

Kurniawan ne “L’uomo tigre” è descrittivo senza mai dilungarsi, e ci trasporta davvero in Indonesia, tra fiori di magnolia e i cespugli di rose, tra miti e tradizioni locali e violenze che purtroppo non hanno nazione. Il suo è un noir atipico, che sorprende rivelandoci il colpevole sin dalle primissime pagine, ma senza annoiarci mai mentre ci inoltriamo alla scoperta delle ragioni del suo gesto. Per me è stata una piacevolissima sorpresa, e anche un vero e proprio viaggio in una destinazione lontanissima! 

lunedì 26 ottobre 2020

Riparare i viventi

Ci sono romanzi che scovi all'usato e le copertine sono così attraenti che non sai resistere quando leggi l'etichetta del prezzo e scopri che ammonta ad un paio di euro. È così che ho acquistato questo romanzo, e stranamente l'ho anche letto prima che passasse un'eternità! 



Titolo: Riparare i viventi
Autrice: Maylis De Kerangal
Anno della prima edizione: 2013
Titolo originale: Réparer les vivants
Casa editrice: Feltrinelli
Traduttrici: Maria Baiocchi, Alessia Piovanello
Pagine: 218




LA STORIA

Simon ha diciannove anni e la passione del surf; ha una sorella minore, due genitori separati, una fidanzata amorevole. È di Simon il cuore che aspetta, all’ospedale di Le Havre, di essere trapiantato all’interno di un altro torace: perché di Simon ormai restano solo i suoi organi, il suo involucro, e a poca distanza attende Claire, in lista per ricominciare a vivere.


COSA NE PENSO

Maylis De Kerangal racconta la donazione degli organi, in particolare il trapianto di cuore. Lo fa dando voce a tutte le persone che ruotano attorno ad un’operazione così delicata e complessa: i familiari del donatore che devono acconsentire all’espianto, i chirurghi e il personale infermieristico impegnati nell’intervento, e naturalmente la ricevente e la sua famiglia
In 24 ore seguiamo il cuore di Simon: lo facciamo nei più minuti dettagli, con la terminologia tecnica della medicina, ma anche con l’umanità di chi ci si trova davanti senza avere alternativa alcuna. 
Sarebbe così facile adesso mollare la presa, lasciar scappare un punto o due, velocizzare le ultime cure, liquidare l’affare, in fondo che cosa cambia? Thomas resiste in silenzio contrastando lo sfinimento generale, o la fretta di chiudere, non lascia niente: questa fase del prelievo, il restauro del corpo del donatore, non può essere banalizzata, è una riparazione; adesso bisogna riparare, riparare i danni. Rimettere quel che è stato donato come è stato donato. Altrimenti, è la barbarie.

“Riparare i viventi” è un romanzo colmo di dolore, dal lutto di chi circonda Simon fino alle esistenze di medici e infermieri che sono tutt’altro che personaggi realizzati e soddisfatti -ma trovano un senso alla propria vita nella professione, in quel ridare la vita a partire da qualcuno che l’ha persa. 
poi un passo e si abbracciano, una stretta di una forza folle, come schiacciati uno dentro l’altra, teste talmente compresse da spaccarsi il cranio, spalle frantumate sotto la massa dei toraci, braccia doloranti per la stretta, si amalgamano nelle sciarpe, nelle giacche e nei cappotti, il genere di abbraccio che si dà per far roccia contro il ciclone, per fare pietra prima di saltare nel vuoto, a ogni modo una cosa da fine del mondo
Il grande pregio di questo romanzo è lo stile: pluripremiata in Francia, Maylis De Kerangal è una scrittrice capace, dalla lingua ricercata che spesso sfocia in una sorta di flusso di coscienza, dal ritmo trascinante e dalle molteplici citazioni letterarie
nel suo ufficio, sul retro della porta, ha attaccato la fotocopia di una pagina di Platonov, una pièce che non ha mai visto né letto, ma quel frammento di dialogo tra Voinitzev e Triletzki, trovato su un giornale lasciato al Lavomatic, l’aveva fatto trasalire come un ragazzino che scopre un tesoro, uno Charizard in un pacchetto di carte Pokemon, un biglietto d’oro in una tavoletta di cioccolata. Che fare Nicolas? Seppellire i morti e riparare i viventi.
Non si tratta di una lettura che consiglierei, perdonatemi il gioco di parole, a cuor leggero: personalmente l’ho trovato sì ben scritto, sì ben costruito, ma non davvero appassionante. A lettura terminata non ho provato dispiacere nel chiudere il libro, né particolari emozioni; tuttavia mi è rimasta una grande curiosità nei confronti di questa talentuosa scrittrice, della quale approfondirò di certo la produzione. 

lunedì 19 ottobre 2020

Tanti piccoli fuochi

Non so resistere alle serie TV tratte dai libri: quando sul catalogo Amazon Prime è comparsa "Little Fires Everywhere" ho dovuto immediatamente recuperare il romanzo, prima di dedicarmi alla visione.



Titolo: Tanti piccoli fuochi
Autrice: Celeste Ng
Anno della prima edizione: 2017
Titolo originale: Little Fires Everywhere
Casa editrice: Bollati Boringhieri
Traduttrice: Manuela Faimali
Pagine: 374



LA STORIA

Mia si trasferisce con la figlia adolescente Pearl in un sobborgo all'apparenza perfetto. È solo l'ennesimo dei loro improvvisi trasferimenti, che seguono l'ispirazione artistica di Mia e non lasciano a Pearl il tempo di affezionarsi a nessuno; questa volta però Pearl crea forti legami con i figli dei Richardson, i proprietari della casa dove alloggiano... e anche il rapporto tra le loro madri riserverà diverse sorprese.


COSA NE PENSO

"Tanti piccoli fuochi" è uno di quei romanzi alla fine dei quali ti viene voglia di metterti a discutere di quello che hai appena letto: dei torti e delle ragioni, dei personaggi odiosi e di quelli preferiti, di cosa sia meglio fare e di cosa sia discutibile.
Nel romanzo di Celeste Ng ci sono madri antitetiche: quelle consapevoli e preparate, abbienti e sistemate, e anche quelle confuse, smarrite, spesso troppo giovani, alle prese con le difficoltà di un mondo di cui non si sentono all'altezza. Difficile schierarsi, perché in "Tanti piccoli fuochi" non ci sono solo bianco e nero, ma i rapporti e le scelte si articolano in tutte le sfumature del grigio.
Perfino a distanza di anni, Mrs Richardson avrebbe continuato a ritenersi più che giustificata per avere scavato nel passato di Mia, con tutti i problemi che aveva causato. Era esclusivamente per il bene di Linda, avrebbe insistito – la sua più vecchia e cara amica determinata a fare il bene di quella bambina e che ora, per colpa di Mia, si ritrovava con il cuore spezzato.

Metà dei protagonisti sono adolescenti: vale per Pearl, ma anche per i quattro figli dei Richardson, Lexie, Trip, Moody e Izzie. Tutti e cinque sono piuttosto credibili, forse non caratterizzati in modo impeccabile -Trip e Moody per esempio sono abbastanza sfumati, la più definita è Pearl, quella dalle decisioni più difficili da comprendere Izzie -che mi è sembrata anche la più strumentale alla trama.
A metà dell’ora di algebra, mentre Pearl era in bagno e nessun altro stava guardando, Moody aprì lo zaino di lei e tirò fuori il piccolo Moleskine nero che le aveva regalato mesi prima. Come sospettava, il dorso non era neanche consumato. Quella sera, nella privacy di camera sua, strappò le pagine a manciate, le appallottolò e le gettò nell’immondizia. [...] Pearl non si accorse nemmeno che era sparito, e questo in un certo senso lo ferì più di ogni altra cosa.
Le madri sono più incisive: Mia per prima, l'artista, la vagabonda dal passato pieno di segreti (che ho cordialmente detestato); poi Elena, l'impeccabile madre della comitiva dei Richardson, che dietro la sua corazza cela la paura per l'ultimogenita, nata prematura, alla quale non è riuscita inconsapevolmente a perdonare quei mesi così sofferti.


Per ultime ci sono Linda, agiata amica di Elena che nonostante un decennio di tentativi non riesce a concepire, e Bebe, giovane immigrata cinese i cui conti non tornano mai, che rimane incinta e non ha idea di come poter accudire la sua bambina -da qui si dirama il tema dell'adozione, guardato da entrambe le parti, e fondamentalmente sbilanciato dato che si origina dalla disperazione, non da una scelta consapevole. 
Più avanti avrebbe capito che Bebe aveva inteso le sue parole in un altro senso. Probabilmente vi aveva colto una sorta di autorizzazione. Forse, con un po’ più di insistenza, Bebe le avrebbe rivelato ciò che aveva in mente, e Mia non sapeva se avrebbe tentato di fermarla o se l’avrebbe aiutata, nel caso l’avesse saputo. 
 
Linda e Bebe sono i personaggi più interessanti del romanzo, e quelli a cui ruotano attorno i dilemmi etici più stimolanti. Confesso che invece, nonostante siano le protagoniste, le dinamiche di Pearl, Mia ed Elena non mi hanno appassionata altrettanto. 
Il romanzo di Celeste Ng è fondamentalmente un'opera riuscita, per quanto all'inizio rischi di sembrare quasi un romanzo per ragazzi data la prospettiva presentata. Procedendo nella lettura invece le storie si intrecciano e si fanno più complesse, adatte ad un lettore più adulto che di certo troverà materiale su cui riflettere. 
Vi consiglio la lettura di "Tanti piccoli fuochi" se siete alla ricerca di una lettura semplice, dal linguaggio diretto e poco descrittivo, che si focalizzi sui personaggi femminili. Vi consiglio anche la visione della serie TV, che ha trasposto il romanzo addirittura migliorandolo, rendendolo meno adolescenziale ma senza eliminare alcun punto saliente. 

lunedì 12 ottobre 2020

Mappe per amanti smarriti

Ci sono romanzi a cui non sappiamo resistere sin da quando ne sentiamo il titolo per la prima volta, e li acquistiamo immediatamente. Mi era capitato ormai più di sette anni fa proprio con il romanzo che vi consiglio oggi, che però è rimasto per tutto questo tempo a prendere polvere… Ma finalmente è arrivato il suo momento, e sono stata felicissima di non aver resistito a quell’impulso nel lontano 2013! 



Titolo: Mappe per amanti smarriti
Autore: Nadeem Aslam
Anno della prima edizione: 2004
Titolo originale: Maps for Lost Lovers
Casa editrice: Feltrinelli
Traduttrice: Delfina Vezzoli
Pagine: 379




LA STORIA

Shamas e Kaukab sono emigrati dal Pakistan nel Regno Unito quando erano giovani, e qui hanno dato alla luce i loro tre figli, Charag, Mah-Jabin e Ujala. Mentre Shamas è un uomo laico, cresciuto da musulmano ma figlio in realtà di un uomo indù, Kaukab è molto legata all’Islam che pratica con convinzione, mescolandolo all’ignoranza delle credenze popolari che impone anche ai propri figli.
L’equilibrio della famiglia entra in crisi quando Jugnu, il fratello di Shamas, sparisce insieme a Chanda, la donna con cui aveva una relazione considerata peccaminosa dalla comunità pakistana… 


COSA NE PENSO

“Mappe per amanti smarriti” è il secondo romanzo di Nadeem Aslam, autore di origine pakistana, emigrato in Inghilterra quando era adolescente. È evidente come Aslam conosca bene dunque la materia della quale scrive: la cultura d’origine dei suoi personaggi, la sottomissione delle donne e le violenze che vengono loro imposte a partire dai matrimoni combinati, il desiderio di libertà delle giovani generazioni.
Non è un romanzo sull’integrazione, quello di Aslam: è un romanzo anzi che ci racconta l’isolamento, la tendenza a ricreare un nuovo Pakistan in Europa, al punto da rinominare le strade, da importare mogli o mariti selezionati tra i parenti affinché i più giovani possano sposarsi con qualcuno considerato adatto -in barba alle malattie genetiche.
Il Pakistan è un paese povero, una terra aspra e disastrosamente ingiusta, la cui storia è un libro che trabocca di tristi vicende, la vita una tribolazione se non una punizione per la maggior parte di chi ci è nato: milioni dei suoi figli e figlie sono riusciti a trovare punti d’appoggio sparsi su tutto il globo nella loro ricerca di sostentamento e di una parvenza di dignità. Vagando per il pianeta in cerca di sollievo, si sono stabiliti in piccoli paesi che li fanno sentire ancora più piccoli, e in città che hanno edifici altissimi e una solitudine ancora più alta.

La scrittura di Aslam è ciò che più colpisce in “Mappe per amanti smarriti”: la capacità descrittiva dell’autore lo rende un romanzo ricco, che sembra mostrarci i colori delle farfalle tanto amate da Jugnu, dei parrocchetti, dei pavoni, dei tanti fiori. Percepiamo i sapori delle spezie, del curry e del coriandolo con cui Kaukab arricchisce i suoi piatti quando spera di poter mettere a tavola tutti i suoi figli insieme, percepiamo il gusto del chapati, dei datteri, del manzo stufato, ne sentiamo il profumo provenire dalle pentole sul fuoco. 


“Mappe per amanti smarriti” è un trionfo dei sensi, ma è anche una storia familiare appassionante, che racconta l’amore che sfida le convenzioni e paga per questo un caro prezzo, ma anche l’amore di una madre disperata, che non ha avuto accesso all’istruzione, ed agisce convinta di fare il meglio per i suoi figli pur ostacolando continuamente la loro felicità e mettendone addirittura a rischio la vita -senza accorgersene. Kaukab è il personaggio per cui ho provato una compassione sincera, al di là delle sue deprecabili azioni: Kaukab è il simbolo di una generazione di donne che non hanno avuto alternative né mezzi per mettere in discussione ciò che è stato inculcato loro, e perpetuano la prigione nella quale loro stesse sono state rinchiuse per tutta la vita. 
Non c’è niente su questo pianeta che io odi più di questo paese, ma non andrò a vivere in Pakistan finché i miei figli sono qui. Questa terra maledetta mi ha portato via i miei figli. Il mio Charag, la mia Mah-Jabin e il mio Ujala. Ogni volta che uscivano di casa tornavano coperti da un nuovo strato di estraneità, finché a un certo punto non li ho più riconosciuti. 

Per me il romanzo di Aslam è stata una vera sorpresa. Nonostante all’inizio abbia faticato un pochino ad orientarmi tra i molti nomi e personaggi, procedendo nella lettura ero curiosa di sapere come le loro vicende (abilmente intrecciate) si sarebbero sviluppate e concluse. La tematica dell’immigrazione e della difficoltà di adattamento in un paese straniero lo hanno poi reso per me un testo ancor più interessante, che in ogni caso mi sento di consigliare a tutti gli amanti dei romanzi familiari, che qui troveranno il loro genere preferito unito ad interessanti informazioni sulla cultura del Pakistan e sulla storia di questo paese -di cui mi sono accorta di conoscere poco o nulla, e spero di poter rimediare a breve! 

mercoledì 7 ottobre 2020

Persepolis

Ci sono titoli che mi hanno fatto scoprire i romanzi a fumetti, dopo anni in cui ero stata avida lettrice di serie come Dylan Dog. Una tra le prime letture che ho affrontato, ormai una quindicina di anni fa, è stata l'autobiografia dell'autrice iraniana Marjane Satrapi. Ero però un po' troppo giovane per interessarmi molto alla storia del suo paese... così ho deciso che era giunto il momento di rileggere quest'opera!



Titolo: Persepolis
Autrice: Marjane Satrapi
Anno della prima edizione: 2000
Casa editrice: Rizzoli Lizard
Traduttori: Cristina Sparagana, Gianluigi Gasparini
Pagine: 354



LA STORIA

Marjane ha dieci anni nel 1979, quando lo scià viene costretto alla fuga in Egitto e Khomeini instaura la repubblica islamica; è solo una ragazzina dunque quando, l'anno successivo, ha inizio il lungo conflitto armato tra Iran e Iraq, e compiuti i quattordici anni i suoi genitori la spingono ad emigrare in Austria per sfuggire alla guerra e alla costante repressione e violenza del regime.

COSA NE PENSO

Quella che leggiamo nelle tavole in bianco e nero (più nero che bianco, a dire la verità) di "Persepolis" è la storia dell'Iran degli anni '80 che accompagna la storia di formazione dell'autrice Marjane: il suo legame con la nonna e i genitori, amorevoli e progressisti; i prigionieri politici giustiziati dal regime, compreso il suo amato zio; le bombe su Teheran e le amiche che ne restano vittime proprio alla porta accanto.
Nonostante le atrocità, l'Iran è casa di Marjane, è il suo paese: e abbandonarlo per emigrare in Europa fa di Marjane un'adolescente spaesata e insicura, facile preda per compagnie poco raccomandabili e dedite agli stupefacenti, in una spirale discendente che la spingerà a tornare in Iran.


Vediamo dunque crescere Marjane e riscoprire se stessa nella sua patria, faticare ad ambientarsi di nuovo in un ambiente in cui uomini e donne sono rigidamente separati, in cui si viene uccisi per una vignetta satirica, arrestati per un rossetto rosso o i capelli che spuntano dal velo. Le strade di Teheran prendono i nomi dei martiri, una volta terminata la guerra nel 1988; anche alla morte di Khomeini (a cui l'autrice non fa mai cenno nel suo libro) la repressione non cessa, il matrimonio resta l'unica opzione per i giovani innamorati, le preoccupazioni quotidiane distraggono dal concentrarsi sulla politica locale e sulla prima guerra del Golfo appena scoppiata, che fa giungere in Iran centinaia di profughi dal Kuwait. 


Marjane Satrapi chiude il suo romanzo con una frase che ne è l'emblema: "La libertà ha un prezzo". La sua infanzia e la sua giovinezza infatti trascorrono alla costante ricerca di libertà, la quale si rivela essere tutt'altro che a portata di mano, tutt'altro che gratuita. E se i bombardamenti terrorizzano, lo fanno altrettanto le notti al gelo dell'inverno di Vienna, le commissioni sulla morale che valutano l'idoneità agli studi universitari, le pattuglie di ronda per vigilare sulla lunghezza dei veli, sulla larghezza dei pantaloni. Ma si è davvero liberi altrove solo perché si possono scegliere gli abiti da indossare? 


"La libertà ha un prezzo" conclude Marjane Satrapi, e la sua biografia si trasforma in un monito, alla memoria dei tanti giovanissimi caduti in guerre inutili, ai tanti rivoluzionari condannati a morte dai regimi politici. "Persepolis" è un fumetto che contiene un mondo, e che consiglio a chiunque sia interessato a scoprire il recente passato dell'Iran e ad emozionarsi con un racconto di formazione che non potrà lasciarvi indifferenti.