lunedì 28 luglio 2025

Quando eravamo sorelle

Fatimah Asghar in "Quando eravamo sorelle", pubblicato da 66thand2nd, si ispira alla propria esperienza personale per raccontare la storia di Kausar, Aisha e Noreen, tre sorelle di origine pachistana che rimangono orfane da bambine quando il padre, unico genitore che hanno ancora, viene ucciso lungo la strada per uno scambio di persona.

Le tre sorelle vengono affidate allo zio materno, che si occuperà di loro il meno possibile, più interessato agli assegni governativi e a quelli dell'eredità che al benessere delle ragazze. Crescono così tentando di sopportare le costanti privazioni materiali ed affettive, legatissime tra loro, motivate ad evadere dalla loro condizione impegnandosi nello studio, cercando una normalità nella loro condizione del tutto anomala.

Le seguiamo nella crescita e poi, dopo uno stacco temporale piuttosto lungo, le ritroviamo distanti nelle loro vite di adulte, a ricongiungersi all'improvviso proprio in occasione del funerale dello zio, quello di cui per l'intero romanzo ci è stato taciuto il nome.

"Quando eravamo sorelle" è dunque una storia di formazione, ma è soprattutto un'opera interessante dal punto di vista linguistico e strutturale: la scrittrice infatti è una poetessa e questo si ritrova nel testo, che è arioso, alterna capitoli brevissimi ad altri più narrativi, cambia punto di vista tra il predominante di Kausar e quelli sporadici dei genitori scomparsi, scritti in poesia invece che in prosa. 

È un romanzo d'esordio potente e ricco, pieno di immagini evocative, in cui ci si affeziona alle protagoniste e si parteggia per loro, isolate e impotenti, impegnate a non rimanere prigioniere dell'ingiustizia di cui non sono state responsabili, nella loro elaborazione di un lutto impossibile da dimenticare. 

Non ne ho sentito spesso parlare, e credo che meriti davvero più notorietà! Non esitate a recuperarlo.

Qual è l'autrice che avete scoperto più di recente?

La casa di Fripp Island

Dopo "La casa dei Gunner", uno dei romanzi che più mi hanno emozionata dall'inizio dell'anno, ho acquistato in breve tempo i successivi titoli di Rebecca Kauffman, sempre pubblicati da SUR. Nel periodo estivo ho deciso di leggere "La casa di Fripp Island", che si svolge nell'arco di una settimana in una località di vacanza su un'isola nella Carolina del Sud.

Qui si trovano a trascorrere un periodo di ferie due famiglie, i Daly e i Ford, diversissimi per estrazione sociale ma accomunati dall'amicizia che sin dall'infanzia lega Poppy e Lisa. Se la prima però ha sposato un operaio, John, di cui è ancora profondamente innamorata, la seconda è la moglie di un uomo in carriera con cui non sembra avere molto da spartire. Sono madri entrambe: Poppy di un ragazzo in procinto di andare al college e di Alex, una bambina che quando ero piccola sarebbe stata definita "maschiaccio"; Lisa di due femmine, l'adolescente Rae e la più piccola Kimmy.

Il romanzo si apre con una narrazione breve e folgorante in prima persona, che ci introduce un mistero che solo molto più avanti ci verrà svelato: quello di una morte, che aleggia dunque nel corso della lettura mentre assistiamo a giochi di società, giornate in spiaggia e ai goffi tentativi dei vari membri della famiglia di tenere nascosti i propri segreti. [Scott il marito di Lisa infatti è dipendente dal gioco d'azzardo, il giovane Ryan ottiene guadagni facili spacciando marijuana, e addirittura una sera Lisa e Ryan in terrazza si baciano, scena che fa correre via Rae che da Ryan è molto attratta. La ragazzina incontrerà in spiaggia la moglie di un giovane ingiustamente accusato di crimini sessuali (i due erano solo molto giovani quando si erano innamorati) che per difendere la propria posizione, quando Rae finge di doversi incontrare con lui, la uccide. Ma tutti crederanno che sia annegata da sola]

La scrittura di Kauffman è anche qui scorrevole e magnetica, e tra le righe dissemina una critica feroce alla società statunitense dove si è costretti ad indebitarsi per potersi permettere le cure mediche e dove essere inseriti (talvolta ingiustamente) nel registro dei criminali sessuali può compromettere un'intera esistenza. Sono piccoli dettagli in una storia di relazioni e di mistero, ma se colti aggiungono alla lettura un tocco in più.

L'ho trovato un perfetto romanzo per questo periodo dell'anno e un'altra prova davvero riuscita della scrittrice, che di certo leggerò ancora prossimamente!

Avete letto romanzi ambientati in luoghi di villeggiatura quest'estate?

venerdì 18 luglio 2025

Zoo

Quando, anni fa, ho letto per la prima volta la poli-bilogia di Paola Barbato, pubblicata da Piemme, ho iniziato da "Zoo": il più crudo dei tre, quello dove gli elementi dell'orrore non mancano, e la tensione psicologica è alle stelle.

In un capannone abbandonato nella campagna modenese, dove un collezionista affascinato dal circo aveva accumulato dei carrozzoni provenienti da diverse parti del mondo, una mente criminale ha fatto prigionieri degli umani: ha iniziato con due senzatetto, Bella e il Rosso, ma poi si è fatto più coraggioso, intrappolando persone che ritiene colpevoli.

In questo scenario da incubo si risveglia Anna, che l'8 ottobre è uscita per andare al lavoro ma non vi è mai arrivata; Anna che da sempre è prigioniera della propria rabbia, che si rivela un'arma a doppio taglio nel contesto della prigionia e della relazione con le altre vittime del capannone.

Facciamo così la conoscenza di Giulio, del Coccodrillo, di Vasco e Nicola, delle quattro Scimmie (su ogni gabbia c'è il nome di un animale, i cui tratti distintivi ricordano quelli dell'occupante umano), ma anche di due personaggi che abbiamo già incontrato in "Io so chi sei": le vicende dei due romanzi si svolgono infatti in parallelo sul piano temporale, fino a convergere in una conclusione comune che verrà poi sviluppata in "Vengo a prenderti" -frase che chiude entrambi i libri, sebbene minacci un diverso destinatario.

Rispetto a "Io so chi sei", "Zoo" è un romanzo più duro, con un'ambientazione unica, che indaga approfonditamente la tortura della cattività e delle privazioni che porta con sé. Ci si sente in trappola tra queste pagine, si assiste impotenti e inorriditi alle meschinità che si possono compiere verso i propri simili quando è l'unico potere che ci rimane, e ci si sente soffocare nell'aria ferma del capannone, in trappola tra le sbarre che imprigionano i protagonisti. 

Se siete alla ricerca di un thriller da cui sia impossibile separarsi (e non siete troppo impressionabili davanti a scene di una certa durezza), "Zoo" è la scelta perfetta per voi -e a mio parere anche un ottimo punto di inizio per questa storia, che non vedrete l'ora di scoprire come continuerà nel successivo volume.

Qual è l'ultimo thriller che avete letto?

Le bambine che cercavano conchiglie

"Le bambine che cercavano conchiglie", pubblicato da Garzanti, è il romanzo d’esordio di Hannah Richell, scritto durante il periodo di congedo maternità dalla sua professione nel cinema.

Ricordo di averlo visto in biblioteca molti anni fa e di esserne stata immediatamente attratta, ma poi per chissà quale motivo non lo avevo mai preso in prestito, e quanto me lo sono trovata davanti ad un mercatino dell’usato non ho esitato un momento a portarlo a casa con me.

Si tratta di una storia familiare che si snoda tra il Dorset e Londra, su diversi piani temporali distanti l’uno dall’altro qualche decina d’anni, e narrato da i punti di vista delle tre protagoniste: la madre Helen e le sue figlie Dora e Cassie.

Ne seguiamo le infanzie, le decisioni da prendere più o meno sofferte, ma soprattutto i traumi che segnano per sempre: e così ci troviamo in un libro sull’elaborazione della perdita, dei segreti che non abbiamo il coraggio di confessare a nessuno e dei sensi di colpa impossibili da elaborare.

[Mentre la madre Helen infatti aveva una relazione extraconiugale, il fratellino Alfie affidato alle due sorelle è scomparso in mare, dopo che Cassie lo aveva indotto ad andare a nuotare nonostante non ne fosse capace per rimanere da sola con la sua ragazza.]

“Le bambine che cercavano conchiglie” è un romanzo molto drammatico e cupo, che solo nell’ultima parte si apre alla speranza per il futuro, mentre Dora accoglie la propria gravidanza con fiducia e liberandosi dal peso che la opprime sin dall’adolescenza.

La scrittura è molto semplice ma al tempo stesso scorrevole e coinvolgente, e nonostante non possa definirlo un romanzo particolarmente originale o d’impatto è stata comunque una lettura che ho affrontato con grande interesse e partecipazione.

Qual è l’ultima lettura recuperata ad un mercatino che avete terminato?

mercoledì 25 giugno 2025

L'estate che perdemmo Dio

Di Rosella Postorino ho letto quasi tutti i romanzi, e i miei preferiti, forse è superfluo dirlo, sono i più recenti e più noti: “Le assaggiatrici” e “Mi limitavo ad amare te”.

È stata una grande sorpresa “L’estate che perdemmo Dio”, ristampato di recente da Feltrinelli in una versione rivista dall’autrice, e che si è aggiunto ai suddetti due.

Caterina e Margherita nascono a Nacamarina, un paesino della Calabria; sono bambine serene, che passano il tempo a giocare con i cugini più o meno coetanei, attorniate dall’amore dei genitori, degli zii e dei nonni. Non fosse che attorno a loro imperversa una guerra, quella della ‘Ndrangheta (che in questo libro non viene mai chiamata per nome), che miete vittime e detenuti tra i loro familiari, così che la madre Laura convince il reticente marito Turi ad emigrare in Altitalia, affinché siano salvi, almeno loro.

Vi sono dunque due viaggi ne “L’estate che perdemmo Dio”: quello di una famiglia che emigra al nord, che fa i conti con la solitudine improvvisa di chi sradica le proprie radici, con gli oggetti e i ricordi lasciati indietro; e quello di Turi, che fa ritorno al paese natale quando il cognato, da poco uscito dal carcere, viene assassinato -e si trova ad interrogarsi sul proprio ruolo, se sia stato un vigliacco o abbia avuto coraggio, ad andarsene via.

Caterina e Margherita sono il filtro di questa storia, i loro occhi bambini non sanno dare nome alla criminalità organizzata, concepiscono gli amati familiari inevitabilmente come i “buoni” della storia. E la storia c’è in questo libro, quella dei sequestri di persona, di Cesare Casella in Aspromonte, della caduta del muro di Berlino, dei tanti oggetti simboli di un’epoca -gli omaggi del Mulino Bianco, le figurine Mira Lanza, Lady Oscar alla TV.

La scrittura è materica, densa, riporta alla mente i Treni del Sole e l’odore dei panini scartati, la paura del buio e dell’abbandono, le ginocchia sbucciate dell’infanzia, i giocattoli che abbiamo amato. Le due protagoniste sono così concrete che l’immersione nel romanzo è totale, e la chiave scelta per raccontare una storia italiana non smette mai di convincere.

Non sapevo cosa aspettarmi da questo romanzo più datato dell’autrice, e si è rivelato un testo che ho amato molto!

Avete già letto qualcuno dei suoi romanzi?

L'ultima spiaggia

Decisamente fuori dalla mia comfort zone, ho acquistato tempo fa "L'ultima spiaggia" di Alex Garland, in edizione Bompiani, al mercatino dell'usato. Consapevole che sarebbe stata una lettura diversa da ciò che approccio di solito è rimasto per un po' sullo scaffale, finché alla presentazione di "Kala" di Colin Walsh non è stato consigliato dall'autore, insieme a due titoli che avevo molto apprezzato: "Dio di illusioni" di Donna Tartt e "Le ragazze" di Emma Cline. Nel 2000 ne è anche stato tratto un film con Leonardo Di Caprio (che non mi ha entusiasmata). 
Ecco, ora posso affermare con certezza di continuare a preferire gli altri due tra i suoi suggerimenti...

Richard è un giovane inglese sulla ventina, appassionato di viaggi in Asia, che si reca in Thailandia alla ricerca di territori lontani dal turismo di massa dove vivere esperienze autentiche. Nell'ostello di Bangkok dove alloggia fa la conoscenza di un uomo misterioso, che si fa chiamare Daffy Duck, il quale prima di suicidarsi gli consegna una mappa per raggiungere un'isola definita una sorta di paradiso.

"L'ultima spiaggia" è dunque un racconto di un viaggio avventuroso per raggiungere un luogo incontaminato, dove un gruppo di persone si riorganizza in una nuova società, con le sue regole, i suoi ruoli assegnati e soprattutto la volontà di mantenersi a distanza dal resto del mondo. Qui Richard crea legami di solidarietà ma si trova anche a mettere alla prova le proprie capacità e la propria resistenza, fino ad un'escalation di avvenimenti quando nuove presenze si avvicinano al territorio.

La scrittura di Garland riesce a variare il ritmo della narrazione attraverso anticipazioni e soprattutto attraverso le visioni di Daffy che continuano ad accompagnare Richard nel suo percorso, dapprima solo in sogno quando è addormentato, ma via via sempre più presenti. Nel complesso il romanzo riesce a mantenere alta l'attenzione del lettore, e soddisferà gli amanti dei racconti di avventura; il mio parere è inevitabilmente influenzato dal fatto che non sia questo il genere di storie che preferisco, ma lo consiglio agli interessati!

Qual è l'ultimo romanzo che avete letto da cui è stato tratto un film?

venerdì 20 giugno 2025

Il silenzio del coro

Con “Il silenzio del coro” di Mohamed Mbougar Sarr, autore senegalese residente in Francia premiato qualche anno fa con il Goncourt per “La più recondita memoria degli uomini” (sempre pubblicato in Italia da Edizioni E\O) pensavo di portare avanti l’argomento avvicinato con “Libia” di Francesca Mannocchi.

L’argomento centrale è infatti quello delle migrazioni, dei barconi della morte nel Mediterraneo, dei viaggi della speranza dall’Africa subsahariana che attraversano il deserto prima e il mare poi.

L’ambientazione è Antino, un paese inventato della Sicilia, alle pendici dell’Etna; qui un gruppo di “ragazzi” viene accolto dall’associazione Santa Marta e vive in attesa dei colloqui per ottenere lo status di rifugiato, mentre il tempo si dilata e il senso di inutilità si fa più forte.

La lingua di Sarr è ricercata e letteraria, ricchissima di citazioni dalla classicità, capace di cambiare registri e forme inserendo brani di diario, dialoghi in forma di rappresentazione teatrale, articoli di giornale e discorsi pubblici; purtroppo il registro così elevato spesso si addice poco alla realistica proprietà di linguaggio di chi sta imparando a comunicare da qualche mese in un nuovo idioma.

Gli elementi per cui questo libro avrebbe potuto rivelarsi nelle mie corde c’erano tutti; purtroppo così non è stato.

Innanzitutto per la spaccatura a metà, dai ritmi lenti e riflessivi delle prime duecento pagine popolate anche di personaggi inutilmente bizzarri (penso per primi alla coppia di artisti), di riflessioni fin troppo filosofiche, che poi si trasformano in un testo dal ritmo concitato dove la violenza prende piede, dove le tinte diventano quelle di un crime, ma la credibilità continua a non farla da padrone.

Troppi momenti mi sono sembrati intrisi di luoghi comuni (il migrante arrabbiato, quello volenteroso, la passione inevitabile con le ragazze che gravitano attorno all’associazione), poco costruiti, più concentrati sulla forma che sulla sostanza. Poche pagine sono davvero dedicate al viaggio della migrazione, a cosa essa davvero comporti, e le mie aspettative sono così state parecchio deluse -fino ad un epilogo che dopo tanti avvenimenti sembra riportare il lettore alla casella del “via”.

Qual è l’ultima lettura che non vi ha convinti?