lunedì 22 luglio 2019

E Baboucar guidava la fila

Giovanni Dozzini si mette alla prova in una sfida piuttosto complicata: mettersi nei panni di un gruppo di richiedenti asilo provenienti da diversi stati dell’Africa (Mali, Gambia, Nigeria) che sono rientrati nel sistema di accoglienza di Perugia.




Titolo: E Baboucar guidava la fila
Autore: Giovanni Dozzini
Anno della prima edizione: 2018
Casa editrice: Minimum Fax
Pagine: 142




LA STORIA
I protagonisti di “E Baboucar guidava la fila” sono Baboucar, appunto, e poi Yaya, Ousman e Robert. Quest’ultimo è il più defilato della compagnia, conosce poche parole di italiano e quasi sempre ha bisogno di una seconda spiegazione in inglese, è l’unico cristiano dei quattro ed è il più giovane, il più fragile, quello che nel sonno viene preso alla sprovvista dagli incubi.
Yaya invece è il più intraprendente; quello che fa da interprete per gli altri, sicuro di sé e della propria padronanza linguistica, sicuro anche della propria avvenenza: facilmente infatti avvicina una donna attratta dal suo corpo giovane e forte, facilmente si concede un’avventura.
Ousman è il più preciso e timoroso dei quattro. La sua richiesta di protezione internazionale è l’unica ad essere stata rifiutata (Robert deve ancora incontrare la commissione, gli altri invece l’hanno ottenuta al primo tentativo) e l’idea di violare qualsiasi regola lo terrorizza, essendo in attesa dell’esito del ricorso.
Di Baboucar sappiamo che apre la fila, quando il gruppo cammina; la sua mente è sempre rivolta a Miriam, ragazza che gli ha rubato il cuore, alla quale manda messaggini e fotografie sperando in una sua risposta che non sempre arriva. È Baboucar che propone al gruppo di andare al mare: ed è questa l’impresa attorno alla quale il racconto di Dozzini si sviluppa.
Nigeriano, gambiano, maliano. Aveva visto gente di ogni tipo e di ogni dove cavarsela molto bene, e altra finire nei guai con estrema facilità. Non c’era una regola, non c’era un senso. Yaya parlava bene, perché la protezione sussidiaria ce l’aveva, e Baboucar lo stesso. Per tutti gli altri era più difficile. Però adesso erano al mare, e questo era un fatto. In qualche modo c’erano riusciti davvero, Perugia era lontana e il mare si trovava a pochi metri da loro […].

COSA NE PENSO

Dozzini si cimenta nella difficile impresa del rappresentare il dopo: quel momento della vita dei migranti in cui sono sopravvissuti al deserto, sono sopravvissuti alle carceri libiche, sono sopravvissuti persino alla traversata del Mediterraneo: e si trovano in un tempo sospeso, ad attendere verdetti inappellabili, a fronteggiare gli sguardi talvolta ostili talvolta curiosi di chi li circonda, a mostrare i documenti ai carabinieri e ai poliziotti che sono gentili solo certe volte. 
Pensò al Gambia lontano, allora, pensò a sua madre, ai suoi fratelli e alle sue sorelle, a suo padre morto in Sudan, pensò a suo zio, ai suoi zii, al compound e alla scuola di polizia. Tutto in una volta. Non devi farlo, si disse. Non devi farlo, Ousman, perché mai dovresti farlo? Erano ricordi da scansare, pensieri da dimenticare. Pensieri inutili, gli aveva detto il dottore, se diventano dolore. Coltiva solo la gioia delle memorie, Ousman, lascia perdere il dolore, e se non saprai lasciar perdere allora versa una lacrima o quelle che servono, e poi ricomincia da zero. 
Quello che ne esce è un romanzo avvincente in cui saliamo sui regionali cercando di sfuggire ai controllori, in cui facciamo il bagno tra le onde salate di un mare non troppo pulito, in cui cerchiamo un bar dove guardare una partita e un posto dove passare la notte. In cui la rabbia non sempre rimane sottopelle, in cui i fantasmi del passato certe volte ci perseguitano e ci portano in un crescendo di tensione a compiere gesti dei quali non andiamo fieri -nei confronti delle stesse persone che chiamiamo amici, gli unici che possono capirci
Si prova anche grande tenerezza in questa storia, a leggere di Robert che abbraccia Yaya mentre dorme, di Ousman che si invaghisce di una cantante folk di una certa età ascoltata in una sagra di paese. Si prova un istintivo affetto per questi ragazzi non ancora adulti, che rischiano di perdere appuntamenti importanti per una giornata di mare, che gioiscono per un cuoricino rosso ricevuto su Whatsapp.
Dozzini li rende umani, li racconta in modo credibile e convincente, ma soprattutto li rende vicini.
In quel momento Robert cominciò a parlare nel sonno. Farfugliò qualcosa di incomprensibile, poi afferrò il braccio di Yaya e gli si accoccolò con la faccia affondata nel bicipite. “Hey”, disse Yaya, e lo abbracciò per tranquillizzarlo. Baboucar gli disse di non svegliarlo, semmai solo di parlargli piano nell’orecchio. Ma Robert era già calmo, stretto addosso a Yaya come fosse un padre, o una madre. 
Certo per giudicare in modo davvero competente quest’opera bisognerebbe essere qualcun altro: uno di loro, di quei ragazzi sopravvissuti a tanto e ora fermi qui, in una sorta di limbo. Credo che però il romanzo di Dozzini abbia un innegabile pregio: quello di far immedesimare il lettore nei panni dei personaggi, di vedere i fatti attraverso il loro punto di vista. Permette di osservare, invece di giudicare; di fare da spettatori e non da arbitri. E in questo la sua narrazione ha senza ombra di dubbio fatto centro.

lunedì 15 luglio 2019

L'educazione

Nell'ultimo periodo ho sentito molto parlare di un memoir di un'autrice esordiente statunitense che ha per tema l'importanza dell'istruzione come mezzo di emancipazione dalle proprie condizioni di nascita, qualunque esse siano. Dal momento che il tema dell'apprendimento e della sua centralità mi è molto caro, non ho esitato e me lo sono procurato appena ho potuto.



Titolo: L'educazione
Autrice: Tara Westover
Anno della prima edizione: 2018
Titolo originale: Educated. A memoir
Casa editrice: Feltrinelli
Traduttrice: Silvia Rota Sperta
Pagine: 380



LA STORIA

Tara nasce in Idaho, in una famiglia di credo mormone. Cresce a Buck Peak, dove suo padre ha una discarica nella quale recupera rottami e vende metalli a peso, mentre sua madre fa la levatrice presso le case delle donne che scelgono di non partorire in ospedale. 
Tara non frequenta la scuola, non ha un certificato di nascita e se si ammala o si infortuna non viene portata dal medico; ha numerosi fratelli e sorelle, impegnati a sopravvivere ai frequenti incidenti che avvengono in discarica e alle violenze a cui li sottopone Shawn, uno di loro. L'opinione del padre di Tara sembra essere l'unica a contare, almeno fino a che, raggiunti i sedici anni, Tara decide di impegnarsi per entrare al college e riesce a superare l'esame di ammissione...
Le voci le chiedevano sempre di restare in linea quando ammetteva di non sapere quand’ero nata, poi le passavano i loro superiori, come se non conoscere la mia data di nascita delegittimasse il concetto stesso della mia identità. Non puoi essere una persona se non hai un giorno di nascita, sembravano dire quelle voci. Non capivo perché. Fino a quando la mamma non aveva deciso di chiedere il certificato, non sapere quando compivo gli anni non era mai stato un problema. Sapevo di essere nata verso la fine di settembre e ogni anno sceglievo un giorno per il mio compleanno, facendo in modo che non cadesse di domenica perché non è divertente festeggiare in chiesa.

COSA NE PENSO

Tara Westover ha senza dubbio una storia da raccontare: una storia fatta di abusi che non riusciva, da bambina, a chiamare con il loro nome, una storia di privazioni e di ignoranza. Tara ha avuto un fratello violento -i suoi comportamenti sembrano un manuale della violenza sulle donne, un padre dai numerosi problemi psichici (manie di persecuzione, di grandezza, teorie in quantità sull'imminente fine del mondo), una madre fragile e vessata incapace di ribellarsi.
Faccio fatica a credere che il giovane spensierato in quella fotografia sia mio padre. Se penso a lui vedo un uomo stanco di mezza età, spaventato e ansioso, che accumula cibo e munizioni. Non so quando l’uomo nella fotografia sia diventato l’uomo che conosco come mio padre. Forse non c’è stato un momento preciso.
La storia di Tara è una storia di rinascita, attraverso i luoghi di studio nei quali apprende e lentamente si allontana dall'ambiente opprimente nel quale è cresciuta.
“Di tutti i miei figli,” disse, “credevo saresti stata tu la prima a filare via. Non me l’aspettavo da Tyler – è stata una sorpresa – ma da te. Non restare. Vai. Non farti fermare da niente e da nessuno.”
"L'educazione" però non è un libro privo di difetti, anzi. 
Tara ci tiene a raccontare nei dettagli numerosi incidenti avvenuti ai suoi familiari: due incidenti stradali, un incidente in cantiere, diversi altri nella discarica del padre. Ci sono traumi cranici, ferite, fratture, ustioni gravissime; in un solo caso si fa ricorso alle cure mediche. Come dunque i protagonisti di questi episodi -appassionanti perché macabri- riescano ogni volta a sopravvivere solo spalmandosi qualche olio addosso, e a proseguire con le loro vite nonostante la gravità delle lesioni riportate appare piuttosto inverosimile
L’incidente lo trasformò da oratore a osservatore. Faceva fatica a parlare per via del dolore costante, ma anche perché aveva la gola ustionata.
Un altro punto debole di questo memoir è l'effetto noia: specialmente dal momento in cui l'autrice si allontana dalla casa di Buck Peak, la narrazione si trasforma in una sorta di elenco di avvenimenti e di incontri, di frasi riportate da conversazioni e di viaggi; non posso certo definire questi capitoli conclusivi coinvolgenti, anzi l'impressione che ne ho ricavato è stata una certa fretta di terminare lo scritto. 
Nel complesso si tratta di un libro che ho trovato parzialmente interessante, ma che credo avrebbe potuto essere sviluppato meglio
Ne scaturisce infatti un ritratto impietoso di una famiglia giustificata per anche troppo tempo, la consapevolezza di una donna che trova se stessa a poco a poco, ma anche una serie di aneddoti rilevanti soltanto per la protagonista in questione. 
In tutta onestà non me la sento di consigliarvelo, a meno che non siate appassionati di storie ambientate in comunità di fondamentalisti religiosi che si preparano all'Apocalisse... In questo caso, "L'educazione" potrebbe essere un'ottima lettura per voi! 

lunedì 8 luglio 2019

L'uomo seme


Molto spesso scopro per caso i titoli da leggere, negli espositori della biblioteca oppure grazie agli articoli di giornale. A volte però sono le recensioni di altri lettori ad incuriosirmi, ed è questo il caso di un libretto poco noto e piuttosto datato che altrimenti non credo avrebbe incrociato il mio percorso.



Titolo: L'uomo seme
Autrice: Violette Ailhaud
Anno della prima edizione: 1952
Titolo originale: L'homme semence
Casa editrice: Fandango
Traduttrice: Monica Capuani
Pagine: 56



LA STORIA

In un piccolo villaggio della Provenza, nel 1852, vive la sedicenne Violette. Di uomini al villaggio non ne sono rimasti: sono tutti morti o dispersi a causa delle truppe di Napoleone, che li hanno considerati dei nemici in quanto repubblicani. È successo a suo padre, è successo al suo giovane innamorato
Il primo maggio, alla fine di tanti mesi di attesa vana e soffocante, Rose, la figlia del panettiere, ha tirato fuori il suo abito da sposa. Quell'abito era semplicemente il suo abito più bello. Ricordo che era blu scuro e glielo invidiavo. Ci ha vestito uno spaventapasseri che ha conficcato nel terreno in fondo all'altopiano. Ricordo che piangeva di rabbia. [...] Noi altre non abbiamo cercato di impedirglielo, anzi, abbiamo condiviso le sue lacrime fino a bruciarci gli occhi e il viso. Rose si sarebbe dovuta sposare ad aprile. A quel punto, la madre del ragazzo che avrebbe dovuto sposare Rose è andata a cercare il vestito da matrimonio del figlio e ci ha vestito un secondo spaventapasseri infilando un braccio nella manica del primo. Da allora, il nostro paese di donne vive sotto lo sguardo di questa coppia che non è mai stata, le cui sagome immobili volgono la schiena alla vallata. È il nostro segnale per dire che qui c'è la vita.
Solo bambini e donne dunque popolano il paese, e sono proprio le donne a fare un patto: quando arriverà un uomo, dovranno condividerlo. Avrà la precedenza la prima che l’uomo toccherà, ma poi anche le altre avranno diritto al suo seme con cui ripopolare il villaggio; e la prima ad essere toccata dall’uomo che finalmente arriva è proprio Violette, che nel suo racconto rievoca la passione provata tra le braccia di lui.

L'attrice Sonia Bergamasco che ha portato in scena "L'uomo seme"
COSA NE PENSO

Scritto nel 1919 dalla stessa Violette, e sigillato in una busta acclusa al suo testamento -con l’espressa indicazione di essere affidato alla maggiore delle sue discendenti- “L’uomo seme” è un breve racconto che la nipote di Violette ha deciso di pubblicare nel 1952.
Nonostante siano trascorsi ormai cento anni dalla sua prima stesura, il contenuto delle sue parole è così universale da non aver perso affatto la sua attualità: Violette racconta l’amore, la passione, e li spoglia dell’egoismo e della gelosia in favore di un’ottica di condivisione in un microcosmo di donne sorelle, solidali, che cento anni più tardi continuano ad apparire rivoluzionarie.
“L’uomo seme” è un racconto breve e dal linguaggio semplice e delicato; la sua potenza sta però nel fatto che contiene in sé un messaggio molto più femminista di tanti romanzi contemporanei che vogliono essere definiti tali, e rappresenta un universo femminile che è un ideale al quale aspirare e non un passato retrogrado da seppellire. Per questo ve ne consiglio la lettura, che di certo vi fornirà un punto di vista inedito sui ruoli di genere!

mercoledì 3 luglio 2019

L'ultimo arrivato

Dopo aver amato moltissimo "Resto qui" ed essere invece rimasta piuttosto delusa da "Pronti a tutte le partenze", mi attendevano sullo scaffale ancora due titoli di Marco Balzano. Ho deciso di dare la precedenza a quello pubblicato più di recente, nella speranza di un costante miglioramento dell'autore... E le mie aspettative non sono state deluse!



Titolo: L'ultimo arrivato
Autore: Marco Balzano
Anno della prima edizione: 2014
Casa editrice: Sellerio
Pagine: 205





LA STORIA

Ninetto "Pelleossa" Giacalone è un bambino siciliano, che deve alla sua estrema magrezza il soprannome; vive in un piccolo paese in condizioni di povertà, e spesso non ha altro da mangiare che una manciata di acciughe. Ama i suoi amici, la sua mamma che però è malata, la scuola e in particolare il suo maestro che gli fa imparare le poesie, ma all'età di soli undici anni lascia tutto ciò che conosce e parte per Milano per guadagnarsi da vivere e non pesare più sul bilancio familiare.
Una volta adulto, Ninetto racconta la sua storia, un'infanzia abbandonata troppo in fretta per fare il fattorino, il muratore e poi appena raggiunti i quindici anni l'operaio in fabbrica, all'Alfa Romeo, dove ne trascorre trenta. Quando ripercorre il suo passato Ninetto è appena uscito dal carcere, per un reato che scopriremo soltanto alla fine del romanzo...

COSA NE PENSO

Balzano racconta il fenomeno dell'emigrazione minorile, realmente accaduto in Italia in particolare tra gli anni Cinquanta e Sessanta, quando le grandi città industriali del Nord offrivano opportunità occupazionali a grandi quantità di giovani e giovanissimi. 
Era la fine del ’59, avevo nove anni e uno a quell’età preferirebbe sempre il suo paese, anche se è un cesso di paese e niente affatto quello dei balocchi. Ma c’è un limite a tutto e quando la miseria ti sembra un cavallone che ti vuole ingoiare è meglio che fai fagotto e te ne parti, punto e basta.
Come in "Resto qui", attraverso il suo protagonista dà voce alla storia del Paese e lo fa in maniera convincente e mai noiosa.
Dopo dieci anni di carcere Ninetto scopre una Milano diversa, un'immigrazione che non proviene più dal Sud d'Italia ma arriva da paesi lontani, il mercato del lavoro che basa la selezione del personale sul curriculum in formato europeo e sull'uso del computer che lui non conosce. 
«Non ho messo che sono stato in prigione» gli confesso guardandomi i piedi. Ma questo mi sa che è Gesù Cristo in giacca e cravatta perché non si scandalizza minimamente né fa lo sguardo giudicante. Dice soltanto: «In effetti nessuna voce lo chiedeva».
Ninetto è un narratore in prima persona, dal linguaggio molto semplice e ricco di espressioni dialettali; certo la semplicità riflette il basso livello di scolarizzazione dell'uomo, talvolta però scivola in un eccessivo infantilismo, non adatto ad un uomo della sua età.
Gli altri personaggi -la moglie di Ninetto, sua figlia, la psicologa...- restano sullo sfondo, al centro della narrazione c'è sempre quest'uomo fragile, che commette errori per via del suo carattere impulsivo, al quale non sa porre rimedio.
Non ci sono storie, a rovinarmi è sempre stata la gelosia. Fin da picciriddu.
Ninetto è stato un bambino diventato uomo troppo presto, che ha sperimentato subito il lavoro, la fatica, le responsabilità. Balzano dà voce all'uomo che è diventato, e costruisce un personaggio molto lontano dall'eroismo e per questo molto realistico, molto vero
Il maggior pregio de "L'ultimo arrivato" -che ha meritatamente vinto il Premio Campiello nel 2015- è il racconto che fa dell'Italia, della storia di una migrazione interna che non viene spesso raccontata (quella con protagonisti appena ragazzini già avviati al mondo del lavoro), dei cambiamenti che hanno attraversato il nostro territorio.
Lo sguardo puro di Ninetto osserva senza pregiudizi ciò che lo circonda, e dà vita sotto gli occhi del lettore ad un mondo che era reale pochi decenni fa e non ho trovato spesso raccontato in un romanzo. 

Quello scritto da Balzano è un buon romanzo di formazione, adatto per la sua semplicità anche ad un pubblico di lettori piuttosto giovani o non avvezzi alle letture dallo stile ricercato. Rispetto a "Pronti a tutte le partenze" l'ho trovato decisamente superiore; non ha però superato "Resto qui" tra le mie preferenze!

lunedì 17 giugno 2019

A modo nostro

Non so quasi nulla di letteratura cinese; finora mi è capitato di leggere solamente un paio di romanzi e nessuno dei due ha lasciato in me ricordi particolarmente vividi. Ci sono però autori che ho intenzione di leggere prima o poi, e trame a cui non so resistere -l'ultimo è proprio il caso del romanzo di cui sto per scrivere.



Titolo: A modo nostro
Autore: Chen He
Anno della prima edizione: 2011
Titolo originale: Hong bai hei
Casa editrice: Sellerio
Traduttore: Paolo Magagnin
Pagine: 345



LA STORIA

Il protagonista di questo romanzo è Xie Qing, un uomo cinese della zona di Wenzhou. Xie Qing è separato da anni quando riceve dalla Francia una telefonata che lo avverte del decesso della sua ex moglie, Yang Hong, in circostanze a dir poco incomprensibili. L’uomo decide allora di recarsi a Parigi per scoprire la verità sulla morte della donna, e dall’arrivo nella capitale francese hanno inizio una serie di avventure in terra europea che coinvolgono Xie Qing in ogni sorta di affari non sempre leciti e che si intrecciano ai ricordi del misterioso passato di Yang Hong, del quale il marito non aveva mai saputo nulla.
Qualche giorno prima delle nozze Xie Qing sognò Dio: stava facendo un gioco di prestigio, aveva messo due persone completamente diverse dentro una casa che sembrava una scatola magica per ricoprirla teatralmente con un telo rosso. Poi aveva riso di nascosto.
Non passò molto tempo prima che Dio sentisse risuonare da quella scatola gli strilli e le grida delle sue creature.

COSA NE PENSO  

Chen He è un autore cinese emigrato in Albania all’età di quarant’anni. Qui è stato vittima di rapimento a scopo di estorsione, e successivamente si è trasferito in Canada dove ora vive e lavora.
È evidente leggendo questi brevi cenni biografici quanto alcuni elementi contenuti in “A modo nostro” abbiano avuto origine dalle esperienze personali dell’autore: mi riferisco alla parentesi albanese vissuta dal protagonista, nel corso della quale si trova coinvolto nei traffici dell’immigrazione clandestina ed a sua volta in un rapimento -parte del romanzo che, devo dire, non mi ha entusiasmata.
Molto più riusciti sono i capitoli dedicati alla giovinezza di Xie Qing e di Yang Hong, così come alla ricerca che la donna (figlia di un ufficiale morto suicida) compie per scoprire di più sulla morte inspiegabile di suo padre, figura alla quale è rimasta profondamente legata e a cui non ha mai smesso di pensare.
La suite aveva una grande porta-finestra che guardava sull’oceano, mentre la fresca brezza marina scuoteva leggermente la tenda. A dispetto della stanchezza provava ancora un’eccitazione che le impedì di prendere sonno. Così, dopo la doccia, rimase seduta di fronte al mare avvolto nell’oscurità, lasciando che il vento le asciugasse i capelli ancora umidi. In quel momento, in lontananza, scorse un faro che si illuminava. Non poté fare a meno di ripensare all’isola di Gushan, nel Mar Cinese Orientale, a quel faro che le era sembrato così familiare. Ebbe quasi l’impressione di scorgere il padre. “Papà”, disse a se stessa. Era in ogni luogo, pensò, a mostrarle la strada, a illuminarla con la sua luce.
Il personaggio di Yang Hong è caratterizzato benissimo attraverso flashback che ricostruiscono la vita della donna dalla giovinezza in Cina sino al trasferimento in Francia, dove troverà la morte -di cui siamo a conoscenza sin dall'inizio del romanzo. Per questa donna che incontra per caso l'amore, ma non la fortuna, è impossibile evitare di provare empatia; mi sono affezionata a lei nel corso delle pagine e senza dubbio è il personaggio che ho preferito.
“È quasi un anno che se n’è andato. Avrei davvero tanta voglia di vederlo”.
“A dire il vero anche lui ha una gran voglia di vedere te e il bambino. La colpa è tutta di quel suo suocero odioso, nemmeno fosse la Regina Madre dell’Ovest che con i suoi poteri soprannaturali ha tracciato in mezzo a voi la Via Lattea, separandovi come il Mandriano e la Tessitrice”.
Il Mandriano e la Tessitrice si riuniscono soltanto una volta l’anno, nel giorno di Qixi, la festa degli innamorati della tradizione cinese. E così, finalmente, anche per Yang Hong arrivò l’occasione di incontrare nuovamente Jiang Xiaojun.
Chen He fornisce un punto di vista raro da trovare in letteratura, quella dell’immigrato in Europa dalla Cina. Molti sono infatti i cinesi in Europa, ma raramente si conosce da vicino il loro pensiero sul contesto in cui si trovano a vivere; nel romanzo di Chen He incontriamo un protagonista stupito dalle vetrine dei quartieri a luci rosse di Parigi, disgustato dall’odore del formaggio albanese, che velocemente si inserisce in una rete imprenditoriale di connazionali tutt’altro che legale e compie un'ascesa dalle sue origini umili ad un grande successo.
“Ma ora sei a Parigi”, disse Wenchun.
“E a cosa mi serve?”, protestò Xie Qing voltandosi verso di lui.
“Non saprei. Dipende se saprai cogliere l’occasione”.
Un altro personaggio interessante è Qiumei, benefattrice di Xie Qing al suo arrivo in Francia e durante le sue peripezie europee; il suo destino però non è lo stesso riservato al protagonista, e fornisce un altro punto di vista su come il governo cinese non smetta mai di influire sulle vite dei suoi cittadini, anche dopo decenni di emigrazione -prospettiva rappresentata anche dalle vicissitudini dell'innamorato di Yang Hong. 

Lo stile di Chen He sa essere molto descrittivo, evocativo di paesaggi del suo paese d’origine; è Yang Hong ad esserne immersa nei flashback rurali o immersi nella natura disseminati nel romanzo, mentre le metropoli in cui si trova catapultato Xie Qing sono decisamente più frenetiche.
"A modo nostro" rappresenta un collage di personaggi di origine cinese che affrontano situazioni molto diverse tra loro una volta allontanatisi dalla propria patria, e lo fa con un ritmo non sempre incalzante. Nonostante questo si tratta di un romanzo che ho apprezzato molto, che ho sentito piuttosto lontano dalla narrativa alla quale sono abituata e proprio per questo mi ha interessata profondamente. Ne consiglio la lettura a chiunque sia alla ricerca di un romanzo ben scritto e ben costruito, che procede lentamente aggiungendo un dettaglio dopo l'altro e componendo alla fine un mosaico davvero riuscito.

martedì 11 giugno 2019

Cielo di sabbia

Quante volte ho già scritto che gli espositori della biblioteca sono per me dispensatori di tesori che altrimenti dubito potrei scoprire in altro modo? Immagino che questa sia l'ennesima, ma non posso trattenermi!



Titolo: Cielo di sabbia
Autrice: Sudabeh Mohafez
Anno della prima edizione: 2004
Titolo originale: Wuestenhimmel Sternenland
Casa editrice: Keller editore
Traduttrice: Anna Ruchat
Pagine: 112



I racconti contenuti in questa raccolta dell'autrice iraniana (emigrata giovanissima in Germania) sono stati scritti originariamente in tedesco. La duplice appartenenza della scrittrice si riflette nelle ambientazioni delle sue storie, che si dividono tra l'Iran e la Germania, dando voce a personaggi immigrati in entrambi i paesi.
Della mia Berlino non parlavamo mai, a Mira non interessava, e io potevo capirlo, perché la mia Berlino era qualcosa di vago. Una cosa che non si riusciva mai a vedere bene, che si sottraeva continuamente agli sguardi, che rimaneva nebulosa. Era simile a me: poco socievole, un po' persa, bruttina, contraddittoria e piena di cicatrici.
Illustrazione di Detlef Surrey
Sono racconti di diversa lunghezza; in particolare "Davanti al trono di Allah" che apre la raccolta è piuttosto lungo ed è anche uno dei più efficaci e coinvolgenti. Esso racconta l'Iran negli anni '70 e dà voce ad una donna iraniana di umile estrazione, che nella propria povertà possiede molto più di quanto abbiano i ricchi immigrati tedeschi ai quali pulisce la casa. Il coraggio di questa donna che corre enormi rischi per proteggere un bambino innocente mi ha sinceramente spezzato il cuore.
Nahid ha smesso da tempo di intromettersi nelle faccende dei suoi due figli più grandi. Hanno quindici e sedici anni, sono adulti. A volte si portano via del cibo, a volte un po' di soldi. A volte stanno via per qualche giorno. Nahid non ha la forza di preoccuparsi anche per loro. Quando il cibo c'è, ognuno ne riceve una parte. Quando non ce n'è ognuno riceve la sua parte di fame. È una cosa che vale per i grandi come per i piccoli, per le donne delle pulizie come per i rivoluzionari. 
Gli uomini in questi racconti sono quasi sempre violenti, viscidi e molto lontani dal punto di riferimento che dovrebbero essere all'interno dei nuclei familiari. La descrizione dei rapporti tra padri e figli che l'autrice fa all'interno de "L'unica prospettiva valida" è così disturbante da avermi nauseata.
C'è spazio per molti traumi, per l'abbandono e per le sofferenze in questi racconti; c'è però anche spazio per la rinascita, per la speranza, per l'autentico amore delle protagoniste -donne forti, coraggiose nel loro fiero silenzio- per il mondo che le circonda.
Là, dove le meravigliose montagne sono così vicine che manca il respiro a guardarle, dove se ne sente a tal punto la forza che Nahid vorrebbe inchinarsi ogni volta di fronte a loro, buttarsi a terra e baciare la terra sulla quale il mattino presto gettano la loro sontuosa ombra. Se Allah avesse un trono, pensa tutte le volte, sono certa che il suo trono sarebbero queste montagne.
Keller è una casa editrice che ho già apprezzato in passato per un romanzo breve dall'accattivante titolo "L'ultimo amore di Baba Dunja", della scrittrice tedesca di origini russe Alina Bronsky; ora anche questa raccolta di racconti è un'opera che mi sento assolutamente di consigliarvi!

lunedì 3 giugno 2019

Scheletrina Cicciabomba

Di disturbi alimentari si può parlare in molti modi. Su questo blog ha già trovato spazio il mio parere sul libro autobiografico "Giorni senza fame" dell'autrice francese Delphine De Vigan, che vi ha raccolto la sua esperienza di malata di anoressia.
Di recente, mentre andavo alla ricerca dei libri di un'autrice che amo particolarmente e che ancora non avevo letto, ho scoperto un testo indirizzato all'infanzia che si occupa proprio di questo tema spinoso.



Titolo: Scheletrina Cicciabomba
Autrice: Simona Vinci
Illustratrice: Raffaella Ligi
Anno della prima edizione: 2012
Casa editrice: Salani
Pagine: 96




Questo albo illustrato racconta due storie, una per ciascun lato: racconta la storia di una bimba che tutti chiamano Cicciabomba per via del suo sovrappeso, e che ama tutti i tipi di cibo, al punto di procurarseli di nascosto quando gli adulti cercano di sottrarglieli. Dall'altro lato del libro incontriamo un'altra bimba della stessa età, soprannominata Scheletrina a causa della sua magrezza: lei invece non sopporta alcun cibo, e per farle finire un pasto gli adulti ricorrono a suppliche e minacce.


Sebbene i presupposti delle storie di Scheletrina e di Cicciabomba siano differenti, entrambe rappresentano la stessa bambina -molto sola- di nome Olivia e la radice delle prese in giro a cui sono sottoposte è sempre la stessa: un rapporto poco sano con l'alimentazione, con le diverse conseguenze a cui può portare. 
La stessa è anche la soluzione al problema: la costruzione di una familiarità con gli ingredienti, la sperimentazione in cucina e la condivisione dei pasti e della loro preparazione come momenti felici. Olivia impara ad amare il cibo in questo albo illustrato, e impara ad amare e rispettare se stessa e il proprio corpo


SImona Vinci sa parlare ai bambini presi in giro dai compagni di scuola per il loro peso, ma sa parlare anche a tutti gli adulti che lo sono stati e ne portano le cicatrici. A questi ultimi fornisce senza dubbio un testo utile per affrontare l'argomento, che sia dalla prospettiva di genitori o da quella di educatori, rispettando la sensibilità dei più piccoli e parlando loro in modo credibile e convincente. 
Ve ne consiglio la lettura se siete alla ricerca di una lettura sull'argomento dei disturbi alimentari, che possa esservi anche di ispirazione. Se state invece cercando un libro che vi racconti una storia, che evochi atmosfere come Simona Vinci sa fare nella sua produzione per adulti... in questo caso vi suggerisco di rivolgervi altrove!