giovedì 5 maggio 2022

Ivy

"Ivy" è un romanzo che si divora: questa è la premessa necessaria per parlarvi del romanzo di Susie Yang, che mi incuriosiva sin dalla sua uscita.


Titolo: Ivy
Autrice: Susie Yang
Anno della prima edizione: 2020
Titolo originale: White Ivy
Casa editrice: Neri Pozza
Traduttrice: Laura Prandino
Pagine: 415


Viene proposto come una sorta di thriller: la storia di una ragazza scaltra e dedita ai furti, ma in verità è molto altro. È l'insieme creato da un doppio conflitto: quello culturale tra la famiglia cinese della protagonista e i valori della società statunitense in cui vive, e quello interiore tra le apparenze, il giudizio altrui e ciò che Ivy realmente è -molto difficile da definire, persino per se stessa. 

Ivy cresce infatti in una famiglia di emigrati cinesi che pretende il massimo da lei; non desidera altro che integrarsi negli Stati Uniti e far parte del gruppo dei più ricchi, dei più ammirati, dei più invidiati. Per questo non ha scrupoli e impara sin da giovanissima ad arrangiarsi, con la complicità e la guida di una nonna dedita ai furtarelli. Desidera un fidanzato che tutti guardino con desiderio a loro volta, in modo da godere dello stesso prestigio, ma quando lo ottiene e quel sogno d’infanzia che sembra realizzarsi Ivy si scontra con una realtà più complessa di quello che si aspettava. 

La famiglia di cui si è vergognata e che ha desiderato dimenticare sembra affermarsi sempre di più (come il compagno della sua adolescenza, immigrato anche lui, che torna a far parte della sua vita adulta), mentre tra le persone a cui ha aspirato serpeggiano segreti e non detti, che coinvolgono finanze e sentimenti. 

"Ivy" è la storia di formazione di una ragazza che non sa chi vuole diventare, ma sa ciò che non vuole: essere povera, essere giudicata, essere emarginata. È una storia di gioventù senza scrupoli, perché non si arriva alla cima senza lasciarsi dietro delle vittime, metaforiche o meno. 

Romanzo d’esordio dell’autrice che condivide con la sua protagonista i natali in Cina e l’emigrazione in America, "Ivy" è un romanzo scorrevole e convincente, dalla scrittura magnetica e dalla protagonista per cui si prova allo stesso tempo un profondo fastidio ma anche una certa comprensione. È un romanzo immaginifico ed efficace, fatto di feste, di vacanze, di incontri travolgenti e di relazioni al tempo stesso gelide: un romanzo perfetto per una trasposizione cinematografica, ed infatti proprio Shonda Reims (la creatrice di Grey’s Anatomy per dirne una) ne ha opzionato i diritti per farne una serie TV che non vedo l’ora di vedere. 

Se siete alla ricerca di un libro che vi intrattenga e di coinvolga al punto da dimenticare tutto il resto, grazie alla serpeggiante tensione e a qualche colpo di scena ben piazzato, questo è decisamente un romanzo che può fare per voi!

A casa

Il fumetto "A casa" di Sandrine Martin, pubblicato da Tunué, nasce dal progetto di ricerca "EU Border Care", condotto da studiose coordinate da Vanessa Grotti (antropologa sociale dell'Università di Bologna) in luoghi cardine per i flussi migratori, tra cui la città di Atene. Proprio in Grecia si è recata in prima persona l'autrice, che concentra nel personaggio di Mona le storie di cinque donne migranti afghane e siriane -concentrandosi in particolare sulle condizioni delle donne migranti in gravidanza.


Titolo: A casa
Autrice: Sandrine Martin
Anno della prima edizione: 2021
Titolo originale: Chez Toi
Casa editrice: Tunué
Traduttore: Stefano Andrea Cresti
Pagine: 208

L’artista francese, in queste tavole nei toni delle matite colorate rosse e blu, ricche di testo e di discorsi diretti, dà voce a Mona e a Monika: la prima è siriana, fuggita dalla guerra insieme al marito, aspetta un bambino e sogna di farlo nascere in Germania, dove vorrebbe ottenere lo status di rifugiata. La seconda è greca, lavora come ostetrica e si occupa in particolare delle donne migranti in Grecia, dove vorrebbe restare ma è costretta a scontrarsi con la crisi economica e la disoccupazione del marito. La Germania, che è un sogno per Mona e Suleiman, è per Monika una meta obbligata, una sconfitta inflittale dal precariato.

Oltre al legame tra queste due donne, e ai loro percorsi mossi da motivazioni differenti, seguiamo i passi di Mona dalla Siria alla Grecia: leggiamo la sua paura su un gommone che rischia di affondare, la difficoltà di trovare una sistemazione dignitosa in una Grecia che sembra offrire solo condizioni molto precarie, le sfide connesse alla gravidanza della sua bambina che vorrebbe nascesse a molti chilometri dalle tendopoli e dagli squat. 

Come ormai saprete il tema dell’emigrazione mi è molto caro e mi interessa sempre leggere opere che lo rappresentino in modo diverso l’una dall’altra. Per questo "A casa" mi ha soddisfatta moltissimo: l’ho trovata una lettura intensa, ma mai retorica, neanche quando Mona si rivolge direttamente alla sua bambina. 

L'autrice ci regala infine una conclusione che potrebbe sembrare ottimistica, almeno per la linea narrativa che riguarda Mona e Suleiman, anche se il loro lieto fine se così si può chiamare non è affatto privo di zone grigie. Trasmette comunque un messaggio di speranza che, considerata la genesi del fumetto, ha una grande importanza. 

Molti di voi avranno letto e apprezzato "Non stancarti di andare" della coppia di autori italiani Teresa Radice e Stefano Turconi: allora non esitate a recuperare anche "A casa", che affronta temi simili ma introducendo meno materiale risulta a livello di contenuti ancora più efficace.

Qual è l’ultima storia di emigrazione che avete letto?

Quaderni ucraini

Dopo aver letto con grande interesse "Quaderni russi" del fumettista Igort è stata la volta di "Quaderni ucraini", che ho trovato ancor più rilevante del precedente nelle attuali circostanze. 



Titolo: Quaderni ucraini
Autore: Igort
Anno della prima edizione: 2010
Casa editrice: Oblomov
Pagine: 192

Il sottotitolo di questo fumetto pubblicato per la prima volta nel 2010 è "Le radici del conflitto" ed infatti vi si trovano riferimenti alla condizione del popolo ucraina sin dal 1918, quando l’Ucraina dichiarò la propria indipendenza e Lenin la invase con l’Armata Rossa per riconquistarla. 

La narrazione riprende poi dagli anni '20 quando l’allora presidente Stalin decise di annientare le spinte indipendentiste dell’Ucraina, cancellarne la cultura e l’identità attraverso la collettivizzazione forzat,a che espropriò i contadini dei loro averi e causò milioni di morti per fame. Alla carestia, l’Holodomor, tra gli anni '20 e '30 sono dedicate pagine in bianco e nero dolorosissime, in cui si lascia spazio ai corpi deformati dei cadaveri, ai volti senza parole dei bambini e a delle relazioni dei capi regionali dei vari distretti sulla gravità della situazione.


L’autore ha poi raccolto oltre alle proprie riflessioni e ricostruzioni storiche le testimonianze dirette di cittadini ucraini che ha incontrato personalmente. Si tratta di due uomini e due donne nati nella prima metà del '900 e che quindi hanno molto da raccontare, dalle privazioni subite sino all’attualità in cui non sembrano passarsela meglio: lo scioglimento dell’Unione Sovietica sembra avere portato conseguenze economiche a dir poco negative sulla loro nazione, un tempo così rilevante nella produzione agricola.

Molti sono i temi toccati in quest’opera e dell’Ucraina presente non c’è molto, se non il ricordo di Chernobyl che avvelena i raccolti e la pesca, la centralità dell’Ucraina nella fabbricazione dei missili sovietici e ricordi di un passato doloroso e ancora irrisolto -in cui la Russia, membro del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, mette il veto al riconoscimento del genocidio ucraino. È una lettura che parla del passato, e non arriva a nominare Putin; tuttavia ne emerge la sofferenza di un popolo che oggi vuole essere riconosciuto in maniera autonoma rispetto alla potenza russa che ha già causato sul suo territorio milioni di morti ben prima dei bombardamenti di quest’anno.

Vi ritroviamo il tratto caratteristico dell’autore: le sue pagine che alternano il bianco e nero ai colori cupi, legati al sangue,  all’oscurità, alla miseria. Vi ritroviamo le pagine di testo, quelle dove dominano invece ritratti e tavole più classiche, dove parole e immagini si dividono equamente lo spazio. I volti e le espressioni umane sono in quest’opera ancora più potenti che in "Quaderni russi" e anche gli elementi isolati con i quali vengono trasmessi i messaggi -un paio di occhiali, una bilancia, il ricordo in fotografia di una mucca amata.


È stata una lettura da cui sento di aver imparato, ma anche qui emerge prepotente la necessità di informarmi in maniera più approfondita su ciò che sta avvenendo nel presente. Se siete però appassionati di storia e vi interessa questa regione del mondo questo fumetto è sicuramente una lettura che vi consiglio, per quanto i contenuti siano estremamente forti.

Qual è l’ultimo fumetto che avete acquistato?

mercoledì 27 aprile 2022

Azami

Aki Shimazaki, autrice giapponese che vive in Canada e pubblica le sue opere in lingua francese, è conosciuta per i suoi romanzi composti da cinque storie ciascuno. Ho iniziato dall’ultimo quintetto pubblicato da Feltrinelli in volumi separati nel corso degli ultimi anni: ognuno dei titoli porta il nome di un fiore (il cardo, l’alchechengi e così via) ed ognuno di essi racconta una storia di incontri e di impensabili coincidenze dal punto di vista di un personaggio diverso. 


Il primo, "Azami", dà voce a un redattore e padre di famiglia che vive un certo distacco nei confronti di sua moglie e attraverso l’incontro con Goro, compagno di scuola di quando erano piccoli, ritrova Mitsuko che è stata il suo primo amore. La donna è estremamente misteriosa: ha un bambino piccolo e porta con sé molti segreti sin dall’infanzia -per esempio nelle foto di classe non appare mai. 

La conosceremo meglio in "Suisen", secondo volume della serie e decisamente il mio preferito. Nei confronti infatti di Mitsuo, l’uomo protagonista di "Azami", avevo provato talvolta fastidio: per esempio nel suo modo di vedere le prestazioni sessuali come dei semplici servizi a pagamento. A Mitsuko invece, al suo bambino Taro e al suo gatto Socrate mi sono affezionata sin dalle prime pagine del secondo volume, ambientato nella sua libreria di libri d’occasione. La sua voce narrante, sempre al presente come anche negli altri volumi, ha raccontato in modo commovente l’amore di una madre per il figlio, ma anche le straordinarie circostanze del loro incontro. Altrettanto incredibile è
l’entrata in scena di una donna il cui passato è indelebilmente legato a quello di Taro e Mitsuko: il bambino infatti, abbandonato in una scatola di cartone in una stazione ferroviaria, era stato proprio partorito da lei ma ritrovato poi da Mitsuko, che l’ha registrato come proprio. In questo secondo volume emerge anche una struttura circolare deliziosa tra il ritrovamento del neonato Taro e un cucciolo di cane, che in qualche modo sana le ferite del dispiacere della perdita dell’anziano Socrate.


Il terzo volume il punto di vista è quello di Goro: un uomo assolutamente detestabile che abbiamo già incontrato nel primo di questi volumi, determinato a rovinare la vita del protagonista e di Mitsuko. Lo troviamo a distanza di diversi anni con i figli ormai cresciuti, tracotante di sicurezza nella sua posizione lavorativa che evidentemente non si merita, pessimo marito che passa da un amante all’altra e non è in grado di amare nessuno, padre autoritario che non rispetta i desideri dei suoi figli. Goro è insomma un personaggio completamente negativo, che cerca di affermare se stesso umiliando gli altri e pretende ammirazione e successo pur senza impegnarsi davvero per ottenerli e meritarli. L’aspetto che ho amato di più di questa terza parte della storia è che assistiamo alla disfatta di Goro che pagina dopo pagina perde tutto: le sue amanti lo lasciano, nell’azienda di famiglia viene estromesso in favore di chi davvero si è impegnato per farla funzionare, la moglie decide di divorziare e andarsene con il figlio in modo che entrambi possano sviluppare le proprie personalità come desiderano, senza l’ingombro di quel padre padrone. L’autrice però non conclude la storia in maniera esclusivamente punitiva, perché anche per Goro c’è una sorta di seconda possibilità che compare nei panni di un gatto randagio nero e ferito: l’uomo potrebbe ignorarlo o scacciarlo come ha sempre fatto, lasciare che muoia per strada o venga soppresso in una struttura governativa, ed invece sceglie di curarlo e tenerlo con sé aprendo così una nuova pagina del proprio percorso nei panni, si spera, di una persona migliore.

Nel quarto volume di questa serie ritorniamo indietro nel tempo rispetto al terzo, a pochi anni di
distanza dal primo e dal secondo. La protagonista è femminile come nel secondo volume ed è collegata in particolare al protagonista di "Azami": si tratta infatti della moglie di Mitsuo, la quale ha perdonato il marito per il tradimento che avevamo seguito passo passo. Anche a lei capita come al marito un incontro quasi incredibile dal suo passato: una ragazza che aveva frequentato ai tempi del liceo si candida per poter lavorare nella sua azienda agricola. Il tema principale di questo racconto è l’amore tra le tue donne, che porterà la protagonista a scoprire di sé qualcosa che non aveva mai nemmeno sospettato in passato. 


La pentalogia si chiude con un salto in avanti nel tempo, anche un po’ più avanti rispetto al punto di vista di Goro in "Fuki-no-to": il protagonista qui è Taro, il figlio di Mitsuko che avevamo conosciuto bambino in "Suisen". Ora Taro è un giovane uomo e il suo passato come già noi sappiamo è costellato di misteri, quando in un elemento che ormai riconosciamo come caratteristico dalla sua infanzia torna fuori: un personaggio in particolare, l’amica d’infanzia che il lettore sa già essere imparentata con lui. Tra i due scocca un colpo di fulmine, essendo entrambi all’oscuro della verità, e seguiamo dunque un sentimento difficile da accettare per il lettore che ci fa riflettere su le conseguenze di un segreto taciuto.

Ci sono degli evidenti temi ricorrenti in questa serie di brevi romanzi, che coprono un arco temporale di oltre vent'anni (ma non procedono in ordine cronologico, anche se il "Azami" e "Maimai" aprono e chiudono la fila).  Il primo è quello degli incontri che stravolgono la vita: di solito avvengono con persone che hanno già fatto parte del passato dei personaggi e quando riemergono si rivelano travolgenti. È questo che capita a Mitsuo, il protagonista di "Azami", ma anche a sua moglie in "Fuki-no-to" e al giovane Taro in "Maimai" come a sua madre in "Suisen". 

Un altro elemento ricorrente è quello delle verità non rivelate, dei segreti celati con cura e di come questi condizionino l’identità -e questo vale in particolare per i personaggi femminili, protagonisti di due libri su cinque, "Suisen" e "Fuki-no-to". 

Gli uomini di queste storie sono piuttosto fragili, soprattutto quando si parla di uomini adulti (il giovane Taro infatti sembra di gran lunga più maturo di loro). Le donne sono invece caratterizzate in modo più sfaccettato: sono donne sicure di sé o fragili, donne che sopportano situazioni incresciose ma che trovano poi la forza di cambiare, donne dapprima sottomesse che trovano il coraggio di prendere in mano il proprio destino. Dei maschi di queste storie non si può proprio dire altrettanto: sembrano piuttosto subire le conseguenze di decisioni prese per convenienza, in modo a volte opportunista altre volte passivo.

In ogni storia abbiamo poi una poesia o filastrocca che riprende elementi naturali e che in qualche modo riecheggia, creando un filo tra le storie successive anche i fiori naturalmente che troviamo nei titoli e nelle copertine fanno in modo di unire queste trame in un modo ulteriore rispetto ai personaggi.

L’autrice ambienta tutte le sue storie in Giappone, nonostante scriva in francese in quanto da trent’anni residente in Canada. Non saprei dire se il Giappone che descrive sia realistico ma di certo evita di concentrarsi sulle metropoli e del contesto che circonda i personaggi non sappiamo poi molto, specialmente dal secondo volume in poi. In questo modo si crea un’atmosfera suggestiva e si rendono le storie anche più universali.

Nonostante Feltrinelli li pubblichi come cinque volumi a sé stanti, questi non possono essere letti in maniera indipendente se ci si vuole godere appieno la storia che raccontano. Allo stesso modo l’ordine è vincolante, poiché non avrebbe senso partire dalla storia di Taro adulto senza averlo conosciuto bambino e non si comprenderebbe il personaggio di Goro senza averlo visto in azione tirando i fili delle vite di Mitsuo e Mitsuko. Vi consiglio pertanto di rispettare l’ordine originale di pubblicazione per immergervi al meglio in questa storia che io ho interpretato come unica. 

Un ultimo appunto: ho letto più volte di un'insoddisfazione riguardo il finale aperto dell’ultima storia. Di solito io non apprezzo i finali non conclusivi, ma in qualche modo qui mi ha trasmesso il messaggio delle tante possibilità davanti a cui Taro si trova: ignorare la verità che gli è stata rivelata, coronando così il suo sogno d’amore, o metterne al corrente la fidanzata e sorellastra, cosa che di certo manderebbe all’aria i piani. È chiaro che alla fine del romanzo taro non abbia preso nessuna decisione ed è così che si sente il lettore seguendone i passi: per quanto mi riguarda non ho sentito troppo la mancanza di una risoluzione.

Avete letto gli altri romanzi dell'autrice?

Il dottor Zivago

Parlare dei classici che leggo non è il mio forte: mi sento sempre schiacciata dall’importanza e dalla fama delle opere, il mio parere mi appare superfluo e proveniente da qualcuno di non abbastanza colto e informato. Necessaria premessa per poter scrivere qualche riga su "Il dottor Zivago" di Boris Pasternak, che ho terminato di recente. 


Titolo: Il dottor Zivago
Autore: Boris Pasternak
Anno della prima edizione: 1957
Titolo originale: До́ктор Жива́го
Casa editrice: Feltrinelli
Traduttore: Pietro Zveteremich
Pagine: 632

Come credo la maggior parte dei lettori avevo visto il film che ne è stato tratto e mi aspettavo soprattutto una storia d’amore: quella tra Yuri e Lara. In verità "Il dottor Zivago" è molto di più, ed è soprattutto un ritratto della Russia dalla Rivoluzione d’ottobre al secondo dopoguerra, il tutto è visto dagli occhi di Yuri Zivago, un medico rimasto orfano da giovanissimo che viene trascinato dagli eventi della storia. 
Forzatamente arruolato con i bianchi, costretto ad abbandonare più volte tutto quello che ha: la sua casa, la sua professione, la sua stessa famiglia, la donna di cui si innamora. 

I tumulti che agitano la Russia sono sempre presenti in questa storia: lo scontro tra bolscevichi e menscevichi, le esecuzioni sommarie, le deportazioni, la guerra che distrugge villaggi e città. Zivago sopravvive in qualche modo ogni volta, si reinventa e vive un nuovo grande amore proprio con Lara, in una condizione di precarietà estrema ma animati da sentimenti che nessuno dei due può soffocare. Il romanzo però non finisce qui e seguiamo Zivago per la sua intera vita, fino a concludere il volume con le poesie che lui stesso avrebbe lasciato in eredità.

Il romanzo di Pasternak fu censurato in patria perché considerato anticomunista, ed arrivò in Italia nel 1957: proprio quella di Feltrinelli fu la sua prima pubblicazione da cui poi si diffuse in Occidente, fino a far vincere nel 1958 il premio Nobel al suo autore, che però fu costretto a rinunciarvi per le pressioni dell’Unione Sovietica -solo alla fine degli anni '80 il romanzo sarà finalmente diffuso in Russia.

Per un lettore non russofono la prima parte non è di agevolissima lettura: si rimane confusi dai moltissimi nomi e personaggi (di cui per fortuna c’è un elenco all’inizio del testo). Dopodiché però le vicende di Zivago e del suo paese sconvolto ci appassionano e ci lasciamo trasportare in una Russia nevosa, di slitte trainati da cavalli e di grandi addii, di combattimenti e di precipitose fughe. Lo stile dell’autore è scorrevole e spesso poetico anche nella sua prosa; in conclusione sono contenta di aver letto quest’opera e mi sento di consigliarvela se siete interessati alla letteratura russa del '900!

Qual è l’ultimo classico che avete letto?

È lì che ti aspetterò

Acquisto fatto di impulso in un’edicola che sto cercando di sostenere perché è un presidio di zona nella mia città ma si trova ora in gravi difficoltà economiche (bolognesi, se siete all’ascolto, salvate Lino di via del Pratello!), attirata dalla deliziosa copertina e dall’edizione Shockdom di cui avevo già letto e amato "Auf Wiedersehen, Pulcinella!,  "È lì che ti aspetterò" si è rivelato una buona decisione.


Titolo: È lì che ti aspetterò
Autrici: Elisabetta Tosi e Elisa Di Virgilio
Anno della prima edizione: 2022
Casa editrice: Shockdom
Pagine: 112

Le due autrici Elisabetta Tosi e Elisa Di Virgilio, entrambe italiane, ambientano la loro storia nel Maine, che fa già da sfondo come ci ricordano nella prima pagina alla maggior parte delle avventure create da Stephen King e a quelle della Signora in Giallo. I nostri personaggi sono dunque degli adolescenti americani dei giorni nostri, che utilizzano i social network, guardano video su YouTube, ma sono anche alle prese con i più comuni sentimenti. 

Emma e Thomas, in biblioteca, si imbattono in un mistero: la scomparsa di un giovane avvenuta nel 1960, contemporaneamente a quella della sua ragazza di cui nessuno ha più saputo nulla. Così due ragazzi timidi e poco inseriti nella loro scuola superiore si improvvisano detective e un indizio dopo un altro vanno alla ricerca della verità.

Si tratta di una storia del mistero, delle atmosfere classiche e molto efficaci: se siete abituati a leggere il genere non resterete senza fiato davanti al suo svolgimento, ma di certo sarà in grado di intrattenervi. Le sue atmosfere sanno essere cupe e suggestive, richiamare l’entusiasmo e la noia delle estati di quando si era ragazzi, e ci regalano anche tenere storie d’amore -una segreta, nel passato, e una che sboccia sotto i nostri occhi.

L'ho trovato un fumetto adattissimo ai coetanei dei protagonisti, e agli adolescenti e preadolescenti lo consiglio soprattutto per avvicinarsi al mondo del fumetto se ancora non lo hanno fatto: divoreranno questa storia e di certo verrà loro voglia di scoprirne altre!
Per i lettori un po’ più grandicelli invece i disegni a colori vivaci potranno riportarvi alla memoria albi che leggevamo a quell’età -nel mio caso soprattutto quelli delle Witch. Se avete voglia dunque di un tuffo nei ricordi questa lettura fa decisamente al caso vostro!

Qual è l’ultimo fumetto che avete letto?

giovedì 21 aprile 2022

Il giorno della civetta

Leonardo Sciascia, giornalista, scrittore e anche politico italiano scrive nel 1960 il suo primo romanzo dal titolo "Il giorno della civetta": un romanzo che parla di mafia in un’epoca storica in cui lo Stato stesso non riconosceva della mafia nemmeno l’esistenza. È proprio per questo all’epoca l’autore sente di scriverlo con una libertà non piena, e che in un’appendice aggiunta nel 1972 dichiarò di aver voluto trasmettere un messaggio proprio allo Stato italiano: metterlo davanti al fatto compiuto e rendere dunque la mafia politicamente rilevante.


Titolo: Il giorno della civetta
Autore: Leonardo Sciascia
Anno della prima edizione: 1960
Casa editrice: Adelphi
Pagine: 138

Partiamo dal titolo: la civetta è un animale notoriamente notturno, che agisce dunque nel buio, quando nessuno la vede. Così la mafia aveva agito per lungo tempo, ma con l’accrescersi del suo potere divenne libera di operare alla luce del giorno: da qui "il giorno della civetta".

Il giallo che si dipana in queste pagine si ispira all'omicidio di un sindacalista avvenuto nel 1947 per mano di Cosa Nostra, ma naturalmente maschera i fatti sotto una narrazione romanzata cambiando nomi, riferimenti geografici e tutto ciò che potrebbe rimandare a personaggi realmente esistiti. Abbiamo dunque un omicidio: il presidente di una cooperativa edilizia viene ucciso in piazza mentre sta per prendere un autobus, e tuttavia nessuno sembra aver visto nulla, l'omertà la fa da padrone. Le indagini conducono il capitano Bellodi (archetipo dei magistrati che lotteranno poi apertamente contro la mafia) nella direzione di  noti mafiosi... ma dimostrarne la colpevolezza non sarà facile.

"Il giorno della civetta" è un romanzo amaro, che trasmette molto bene come la verità sia opinabile quando coinvolge personaggi potenti e capaci di manipolarla a loro piacimento. Si tratta di una storia breve e appassionante, molto scorrevole da cui traspare subito l’enorme talento di Sciascia nel costruire dialoghi efficacissimi e memorabili, e nel tratteggiare in poche parole la Sicilia che si ama e allo stesso tempo si condanna.

Questo per me è stato il primo incontro con l’autore, che credo non sarà affatto l’ultimo. Vi confesso che mi aspettavo una lettura impegnativa e in qualche modo difficile ed invece mi sono trovata davanti un romanzo che parla chiaro, in modo coraggioso, e lo fa attraverso una storia capace di appassionare il lettore come un giallo in piena regola!

Quali altri titoli dell’autore mi consigliate?