lunedì 24 agosto 2020

Le correzioni

“Tutte le famiglie felici sono uguali, mentre ogni famiglia infelice è infelice a modo suo”. L’incipit di Anna Karenina è perfetto per descrivere “Le correzioni”, perché i Lambert non sono certo una famiglia felice.



Titolo: Le correzioni
Autore: Jonathan Franzen
Anno della prima edizione: 2002
Titolo originale: The Corrections
Casa editrice: Einaudi
Traduttrice: Silvia Pareschi
Pagine: 718



I genitori, Alfred e Enid, lottano contro l’incipiente Alzheimer da cui lui è afflitto: Alfred vive in un mondo sempre più confuso, preda di allucinazioni, ormai incapace di controllare le proprie funzioni fisiologiche. Enid, sua moglie, sembra prendere i suoi sintomi sul personale, come un dispetto rivolto a lei, e ciò nonostante rifiuta di separarsi dalla casa di famiglia ormai poco funzionale e giorno dopo giorno accudisce il marito al meglio delle sue possibilità.
Nemmeno adesso Enid poteva fare a meno di amarlo. Forse specialmente adesso. Forse aveva sempre saputo, per cinquant’anni, che c’era quel bambino dentro di lui. Forse tutto l’amore che aveva dato a Chipper e Gary, in cambio del quale alla fine aveva ricevuto così poco, era stato soltanto un allenamento per il più esigente dei suoi figli.
Alfred e Enid hanno tre figli: Gary, Chip e Denise. Gary è il primogenito ed è quello che più di tutto ha seguito le orme dei suoi genitori, inseguendo il successo, la ricchezza ed avendo a sua volta tre figli. Naturalmente la facciata della sua esistenza perfetta nasconde ben altro, e Gary è molto lontano dall’essere un uomo soddisfatto della propria vita.
Ma ciò che gli riusciva più odioso era accorgersi di quanto lei lo odiasse. Gary avrebbe potuto mettere fine alla crisi in un minuto se non avesse dovuto fare altro che perdonarla; ma leggerle negli occhi quanto lei lo trovasse repellente lo faceva impazzire, gli avvelenava la speranza.

Chip e Denise non hanno raggiunto neanche un minimo della stabilità del fratello maggiore: entrambi si infilano in relazioni d’amore con persone sposate, e mentre Chip si ostina a scrivere una sceneggiatura per un film che con ogni probabilità non verrà mai girato Denise si afferma come chef di ristorante, se non fosse che le sue frequentazioni le mettono fin troppo spesso i bastoni tra le ruote. 
Chip è forse il più fragile dei due, ed è quello che meno di tutti sa riconoscere l’amore dei propri genitori -perché l’amore dei Lambert non è facile da percepire. 
Alfred si chinò sul piatto di Chipper e con un unico colpo di forchetta tirò su tutta la rutabaga lasciandone soltanto un boccone. Alfred amava quel bambino, e così si mise in bocca la purè fredda e schifosa e la spinse giù in gola con un brivido. – Mangia quello che resta, – disse. – Prendi un boccone di quell’altro, e poi avrai il dolce. – Si alzò in piedi. – Andrò a comprarlo, se necessario.

Enid e Alfred sono genitori esigenti, che spesso sottovalutano la propria progenie o si aspettano da loro che siano diversi da come sono in realtà. Sono genitori che amano e proteggono i loro figli, ma non sono capaci di esprimerlo e dimostrarlo, intrappolando così i tre in una dinamica perversa in cui cercano costantemente di essere all’altezza senza mai sentirsi tali. 
Era lo stesso problema che Enid aveva con Chip e persino con Gary: i suoi figli non erano intonati all’ambiente. Non volevano le stesse cose che volevano lei e tutti i suoi amici e tutti i loro figli. I suoi figli volevano cose completamente e vergognosamente diverse.
Le vicende dei singoli familiari si sviluppano su binari separati, ognuno alle prese con la propria esistenza: con un lavoro non proprio legale in Lituania Chip, con le sue vicende amorose e lavorative Denise, con il suo matrimonio che imbarca acqua Gary, Alfred e Enid in una crociera che rende più che mai evidente come i disturbi di Alfred non siano passeggeri e non si possano più ignorare. Le linee narrative si uniscono in occasione del Natale, la festa tanto attesa in particolare da Enid, che è consapevole del fatto che dopo quel giorno (quando tutti i Lambert, spera, si riuniranno alla stessa tavola) la sua vita dovrà cambiare.

Franzen ne “Le correzioni” scrive uno dei romanzi familiari più convincenti che abbia mai letto. Non è sempre scorrevole, questo va detto: ci sono digressioni sulle avventure lavorative di Chip in Lituania che non sono riuscite ad interessarmi, e anche il passato di Denise non è sempre appassionante. 
I Lambert però sono veri: di letterario hanno ben poco, mentre hanno le caratteristiche di persone in carne ed ossa, con le loro contraddizioni, le loro debolezze e i loro punti forti. Questo rende il romanzo un’ottima lettura, i cui capitoli (che si focalizzano ogni volta su uno o più personaggi) sono tenuti insieme dal filo delle “correzioni” del titolo, quelle che i Lambert hanno cercato di impartire a se stessi o ai propri figli, e che fanno capolino tra le pagine a collegare le tessere del puzzle. 
La loro indole li avrebbe spinti ad abbracciarlo, ma quell’indole era stata corretta.
“Le correzioni” è un romanzo che richiede tempo, e non è una lettura che consiglierei per un periodo stressante in cui si cercano libri che ci alleggeriscano i pensieri. Tuttavia per gli amanti dei grandi romanzi familiari che vogliano passare un po’ di tempo in compagnia degli stessi personaggi… I Lambert riserveranno certo qualche sorpresa

lunedì 17 agosto 2020

Presto torneremo a casa

L’Olocausto raccontato ai bambini: non è un tema semplice da trattare in modo non traumatico, e anche gli adulti non sono sempre a proprio agio ad accostarsi all’argomento. Forse l’opera più popolare in questo senso è il celeberrimo Diario scritto dalla giovanissima Anne Frank prima della sua deportazione: una testimonianza preziosissima -l’unica difficoltà che personalmente incontro è quella di decidere l’edizione più adeguata, esistendo diverse versioni del Diario, tradotte e pubblicate in tempi diversi.



Titolo: Presto torneremo a casa
Autori: Jessica Bab Bonde (testi), Peter Bergting (illustrazioni)
Anno della prima edizione: 2018
Titolo originale: Vi kommer snart hem igen
Casa editrice: Einaudi
Traduttrice: Alessandra Albertari
Pagine: 95



“Presto torneremo a casa” è un fumetto che si propone di raccontare l’Olocausto ai bambini, e lo fa proprio dal punto di vista dei bambini. È organizzato in modo chiaro e preciso: si apre con una mappa dell’Europa all’epoca nazista sulla quale sono indicati chiaramente i nomi delle città citate nel volume e i campi di concentramento e di sterminio a cui erano destinate le vittime delle deportazioni. In chiusura vi sono poi una cronologia della Seconda Guerra Mondiale e un glossario dei termini più complessi adoperati nelle storie: questo aspetto lo rende a mio parere un testo molto adatto anche ad un’attività didattica.

Passiamo però alla storia, che come sapete è l’aspetto che mi preme sempre di più. Qui le storie sono sei, e sono raccontate in prima persona dai loro protagonisti: Tobias, Livia, Selma, Susanna, Emerich ed Elisabeth. Provenienti dalla Polonia, dall’Ungheria e dalla Romania, i sei erano bambini o preadolescenti quando la guerra e l’antisemitismo sconvolsero le loro vite. Furono costretti alla vita nei ghetti, ai treni merci, ai campi di concentramento; persero le persone che amavano, furono strappati alla loro infanzia e a tutto ciò che avevano conosciuto fino a quel momento.


Tobias, Livia, Selma, Susanna, Emerich ed Elisabeth (gli ultimi due sono fratelli) sono sopravvissuti, e per questo raccontano in prima persona le loro esperienze. Lo fanno in tavole crude, che mostrano l’orrore del Nazismo senza proteggere eccessivamente il lettore: sono convinta che sia giusto, perché è necessario conoscere certe mostruosità, sarebbe sbagliato addolcirle.
Le illustrazioni in “Presto torneremo a casa” sono davvero potenti, i colori cupi sui toni del grigio che rappresentano le scene nei ghetti e nei campi di concentramento e sterminio contrastano con quelli più vivaci che accompagnavano la loro vita di bambini liberi. Dolcissimi sono i ritratti che chiudono le storie, con poche righe a raccontare cosa ne è stato dei sei protagonisti dopo le terribili esperienze vissute: tutti sono entrati in Svezia come rifugiati e qui per un motivo o per l’altro sono rimasti, testimoni per le nuove generazioni. 

“Presto torneremo a casa” è infatti un progetto svedese, e la sua autrice ne illustra chiaramente le motivazioni nel prologo: troppe persone sono state indifferenti, troppe persone hanno voltato la testa dall’altra parte nella prima metà del Novecento, permettendo al Nazismo di prendere piede e permettendo che l’Olocausto avvenisse. Anche oggi troppe persone scelgono di voltare la testa, di essere indifferenti davanti alla sofferenza altrui: lo scopo di “Presto torneremo a casa” è fare sì che questo non accada, e spingere i più giovani a mettersi nei panni degli altri, per imparare che non è mai troppo presto per difendere ciò che è giusto. 


Nonostante sia espressamente pensato per un pubblico di lettori in età da scuola media inferiore, da lettrice adulta ho apprezzato moltissimo questo fumetto: sia perché il tema mi interessa sempre molto, sia perché l’aspetto grafico dell’opera è davvero riuscito ed emoziona quanto le parole dei protagonisti. Immedesimarsi in loro è assolutamente spontaneo, e le loro voci sono quelle di bambini autentici, rappresentati in modo credibile e non filtrati e rivisitati dalla lente di uno sguardo adulto.In sostanza… vi consiglio assolutamente di leggerlo! 

lunedì 10 agosto 2020

Cronache di un venditore di sangue

Della letteratura orientale conosco ben poco: leggevo spesso i romanzi di Banana Yoshimoto quando ero al liceo, ho letto qualche titolo di Murakami Haruki, ed è più o meno tutto qui, anche se ho in lista diversi titoli che mi incuriosiscono. Questo è uno dei primi autori cinesi ai quali mi avvicino, ed è stato un vero successo!



Titolo: Cronache di un venditore di sangue
Autore: Yu Hua
Anno della prima edizione: 1995
Titolo originale: Xu Sanguan Mai Xue Ji
Casa editrice: Feltrinelli
Traduttrice: Maria Rita Masci
Pagine: 231



LA STORIA

Xu Sanguan è un uomo di umili origini, che vive nella Cina rurale e lavora in un setificio. Nel paesino dal quale proviene, vendere il sangue (atto che frutta un’ingente somma di denaro) è sinonimo di sana e robusta di costituzione; è grazie alla vendita del proprio sangue che Xu Sanguan sposa Xu Yulan, ed è vendendo il proprio sangue che per trent’anni resiste alle difficoltà della vita.


COSA NE PENSO

Nel romanzo di Yu Hua ci sono trent’anni di storia cinese: dalla fine degli anni ‘40 vediamo Xu Sanguan diventare uomo, sposarsi, avere tre figli, lo vediamo resistere alla carestia ed alla Rivoluzione Culturale con le sue pratiche di critica e di lavoro della terra, lo accompagniamo nell’invecchiamento.
Dagli occhi di Xu Sanguan osserviamo la Cina: quella delle campagne, dove le fabbriche scarseggiano e le superstizioni e la saggezza popolare si intrecciano al punto da avere più peso di qualunque informazione scientificamente provata -per esempio la convinzione di dover vendere il sangue soltanto a vescica colma.
Ora siamo nel 1958, l'anno della Comune popolare, del Grande balzo in avanti, del movimento per la produzione dell'acciaio, e che altro ancora? Al villaggio di mio nonno e del Quarto zio le terre sono state requisite. D'ora in avanti nessuno avrà più la proprietà della terra, che apparterrà tutta allo Stato, e se uno la vorrà coltivare dovrà prenderla in affitto.

La vita di Xu Sanguan non è semplice: ad una decina d’anni dal proprio matrimonio scopre che il suo primogenito, Felice Uno, è in realtà figlio del precedente corteggiatore di sua moglie; e sorge così un rapporto difficile, diviso tra l’umiliazione di essere considerato da tutti un cornuto e l’affetto sincero che prova per Felice Uno -che ci regala brani di grande dolcezza.
- Avete visto tutti ? Questo sangue esce da una ferita fatta con un coltello. D'ora in avanti, chi di voi... - e poi, puntando il dito sulla moglie di He Xiaoyong, - compresa tu, chi di voi oserà dire ancora che Felice Uno non è il mio vero figlio, lo prenderò a coltellate. Ciò detto, buttò via il coltello e prese Felice Uno per mano: - Torniamo a casa.
Per la sua famiglia Xu Sanguan è disposto a tutto, e tollera la vergogna di Xu Yulan esposta sulla pubblica piazza, additata di fornicazione dalle pratiche della critica comunista, con i capelli rasati e un cartello al collo; Xu Sanguan sopporta, non si sente mai superiore alla moglie, e nonostante le maldicenze non le volta le spalle
Darle da mangiare cose buone, - rispose Xu Sanguan indicandola, - vorrebbe dire assolverla. Invece cosi, dandole solo riso, continuo a criticarla... Mentre Xu Sanguan parlava con questa gente, Xu Yulan restava a capo chino, senza avere nemmeno il coraggio di masticare il riso che aveva in bocca. E solo quando si erano allontanati, ricominciava a masticare. Vedendo che nelle vicinanze non c'era nessuno, Xu Sanguan le disse a bassa voce: - Ho nascosto la pietanza sotto il riso. Ora non c'è nessuno, mangiane un boccone, svelta.

È integerrimo Xu Sanguan, e quando vende il sangue lo fa per altruismo: per permettersi il matrimonio prima, poi per sfamare la famiglia durante la carestia, e una volta cresciuti i figli venderà il sangue per accorciare il periodo di lavoro obbligatorio in campagna di Felice Due e per permettersi le cure per Felice Uno, che proprio in campagna ha contratto l’epatite. In cambio Xu Sanguan non chiede nulla; e ben poco riceve in effetti, dai figli quasi mai disponibili, sempre pronti al sarcasmo e a prendere le distanze. 
Solo una volta Xu Sanguan vorrebbe donare il sangue per se stesso, per concedersi il lusso di mangiare fegato di maiale con il vino di miglio caldo al ristorante; ed è in quel momento che Xu Sanguan, padre di tre figli ormai adulti e sposati, Xu Sanguan che è già nonno, ha i capelli bianchi e diversi denti mancanti si accorge di essere invecchiato, e che per lui non è più tempo di vendere il sangue.

Yu Hua racconta un’intera generazione attraverso Xu Sanguan: attraverso quest’uomo, per il quale è spontaneo provare empatia, ripercorre un’epoca e accompagna il lettore (specialmente se occidentale) in una dimensione lontana che d’un tratto ci sembra a portata di mano.
Yu Hua fa un evocativo ritratto di un uomo e di una nazione, nelle sue zone più povere e dimesse, e scrive un romanzo sorprendente ed istruttivo, che mi sento di consigliarvi di cuore. 

lunedì 3 agosto 2020

Caduto fuori dal tempo

David Grossman è uno dei miei autori del cuore, forse il mio preferito in assoluto. Ho letto gran parte della sua produzione -del più recente romanzo vi ho parlato qui; ho intenzione di recuperare anche i pochi volumi che ancora mi mancano, e anche di rileggerne alcuni altri.



Titolo: Caduto fuori dal tempo
Autore: David Grossman
Anno della prima edizione: 2012
Titolo originale: Nofel michutz lezman
Casa editrice: Mondadori
Traduttrice: Alessandra Shomroni
Pagine: 183



Dieci personaggi popolano queste pagine, nessuno di loro ha un nome proprio: tutti hanno perso i propri figli, bambini di pochi mesi, di pochi anni oppure giovani adulti. Ci sono un Centauro che si ostina a scrivere ed è impossibilitato ad allontanarsi dalla sua scrivania, il Duca del paese e sua moglie, una donna in cima ad una torre campanaria ed una avviluppata da reti da pesca, una levatrice, un ciabattino, un maestro di matematica, e il protagonista, l’uomo che cammina.
È lui che un giorno decide di lasciare la sua casa e mettersi in marcia finché non raggiungerà un luogo dove incontrare suo figlio, che è morto ragazzo, da soldato in un conflitto armato.
chi muore in guerra è chiamato “caduto”. E tu sei così: sei caduto fuori dal tempo, il tempo in cui mi trovo io ti scorre davanti.
In ognuno dei personaggi, le cui voci sembrano comporre il coro di una tragedia classica, c’è qualcosa di David Grossman. La somiglianza più evidente è senz’altro quella tra l’autore e l’uomo che cammina, perché il figlio dell’autore, come il figlio del personaggio, è morto in guerra: nel 2006, nel conflitto israeliano-libanese. 


È per elaborare questo lutto che Grossman scrive “Caduto fuori dal tempo”, e lo scrive alternando alla prosa la poesia: perché “la poesia è la lingua del mio dolore”, come ha dichiarato in numerose interviste. E gli riesce benissimo, la poesia come la prosa: con pochissime parole, con frasi spezzate, tutto il significato arriva dritto al cuore, asciutto e privo di abbellimenti come si addice al contenuto di quest’opera. 
In capo al mondo andrei con te, lo lo sai. Ma tu non vai da lui, tu vai altrove, e laggiù non verrò, non posso. Non verrò. È più facile andare che restare.
“Caduto fuori dal tempo” è un romanzo doloroso, uno tra i più dolorosi che abbia mai letto. È intriso di sofferenza, pagina dopo pagina la si respira, al punto che nonostante la sua brevità questa lettura mi ha richiesto diverso tempo per essere portata a termine. L’uomo che cammina e gli uomini e le donne che si uniscono al suo cammino soffrono terribilmente, intrappolati nel loro lutto, nella perdita che ha segnato per sempre le loro vite. Nonostante quel percorso serva proprio per elaborare quel dramma, per poter tornare con la mente ai ricordi senza sentirsi andare in pezzi e poter continuare a vivere in qualche modo, non è sollievo quello che trasmettono, né leggerezza: è dolore nella sua forma più pura, per me inimmaginabile. 
Gemono, cadono, si rialzano, si aggrappano gli uni agli altri, sostengono i dormienti, cadono loro stessi in preda al sonno, di notte, di giorno, girano intorno alla città, infaticabili, con la pioggia e il freddo o sotto un sole rovente. Chissà fino a quando cammineranno e cosa accadrà quando si riscuoteranno dalla loro follia. 
Non vi consiglio di avvicinarvi a “Caduto fuori dal tempo” a cuor leggero, improvvisando: forse è un romanzo che saprà essere di grande aiuto nel superare una tragedia come la perdita di un figlio, ma al tempo stesso è anche una lettura intensa, emotivamente molto impegnativa, che mette il lettore a dura prova. 


È stata una lettura difficile, sì: ma anche bellissima, e terribile, e significativa. È stato un incontro faccia a faccia con gli aspetti più dolorosi dell’esistenza, ma anche con un’opera che mette a nudo il suo autore come mai prima (ce n’era un accenno ne “A un cerbiatto somiglia il mio amore”, dove per esorcizzare la paura di perdere Uri partito nell’esercito faceva compiere un viaggio ad una madre, per evitarle di apprendere della morte del figlio): quel soprannome, quell’Ui bambino che viene ricordato tra le pagine, quei mucchi di giocattoli e vestiti e zainetti e ricordi, è stato un po’ come entrare nella sua casa, nella sua mente. 
Sappiate a cosa andate incontro prima di leggere “Caduto fuori dal tempo”, dunque: ma una volta che vi sentirete pronti, leggetelo: perché è un’opera letteraria ed umana di enorme valore

lunedì 27 luglio 2020

La peste scarlatta

Di romanzi post-apocalittici ne ho letto qualcuno, negli ultimi anni: il migliore è senza ombra di dubbio “La strada” di Cormac McCarthy.
Molti anni prima però, uno scrittore statunitense che io conoscevo soltanto per le sue storie a tema animali (Zanna Bianca, Il richiamo della foresta) aveva scritto l’antenato dei romanzi che troviamo oggi sugli scaffali delle librerie: La peste scarlatta.



Titolo: La peste scarlatta
Autore: Jack London
Anno della prima edizione: 1912
Titolo originale: The Scarlet Plague
Casa editrice: Adelphi
Traduttore: Ottavio Fatica
Pagine: 81



LA STORIA


Sulla costa Californiana, un anziano racconta a tre giovani chiamati Edwin, Labbro Leporino e Hoo-Hoo come mai nel 2070 la loro società si sia ridotta a pascolare capre, cacciare animali selvaggi, vestire di misere pelli e dormire in rifugi di fortuna. Nel 2013 infatti una malattia capace di uccidere nel giro di poche ore, dopo aver reso scarlatta la pelle (da qui il suo nome, “la peste scarlatta”), aveva decimato l’umanità riducendola a poche decine di individui. 
La civiltà, nipoti miei, la civiltà periva avvolta in un sudario di fiamme e in un alito di morte.


COSA NE PENSO


Jack London non è stato il primo a scrivere un romanzo post-apocalittico: lo avevano già fatto alcuni autori come Mary Shelley (più celebre per il romanzo “Frankenstein”) nel secolo precedente. Tuttavia “La peste scarlatta”, pur risalendo a più di cento anni fa, ricorda moltissimo gli attuali romanzi del genere, dal già citato “La strada” al decisamente più corposo “L’ombra dello scorpione” di Stephen King, e non ha risentito affatto del passare del tempo.
Quello di Jack London è un racconto orale, trasmesso dall’anziano che viene chiamato Nonno ai più giovani membri della sua tribù. Nelle sue parole, ricche di termini che i ragazzi non conoscono nella loro società primitiva, rivive il mondo com’era prima del 2013, l’anno che ha cambiato tutto: quando le comunicazioni erano facili e i cieli erano solcati dagli aerei.
«Ero solo nella mia grande casa. A quei tempi, come vi ho già detto e ripetuto, potevamo comunicare fra di noi servendoci di fili o attraverso l’etere. Il telefono squillò. Era mio fratello. Mi disse che non sarebbe venuto a casa per paura che gli attaccassi la peste, e che aveva portato le nostre due sorelle a casa del professor Bacon. In attesa di scoprire se avessi preso la peste, mi consigliava di restare dov’ero.

London non ha immaginato internet, non ha immaginato la messaggistica istantanea né la velocità con la quale oggi le notizie sulla diffusione dei virus ci raggiungono costantemente pronte a terrorizzarci (incuranti del fondamento scientifico di tale terrore); però ha immaginato l’isolamento a seguito di una catastrofe, lo smarrimento dell’essere umano, la solitudine degli unici che restano.
Nel cuore della nostra civiltà, nei bassifondi e nei ghetti operai, avevamo allevato una genia di barbari, di selvaggi; ora, nel momento della sventura, da quelle bestie feroci che erano si rivoltavano contro di noi per distruggerci, distruggendo così anche se stessi.

C’è molto poco del viaggio e della lotta per la vita in cui McCarthy ha immerso la sua coppia di padre e figlio; questo nonno e questi tre nipoti, che lo siano di sangue o per scelta, sono invece immobili, il mare attorno a loro, i cavalli selvaggi che scendono alla spiaggia, il ricordo di una San Francisco gremita di villeggianti e cittadini avvolge il vecchio che riporta in luce un mondo che ha smesso di esistere. 
Dev’essere una delle ultime monete coniate, perché la Morte Scarlatta è sopraggiunta nel 2013. Ossignore! Ossignore!... ma ci pensi! Sono passati sessant’anni e io sono l’unico superstite vissuto a quei tempi.

Non mi ha entusiasmato, devo ammetterlo. È evocativo, di certo cattura il lettore con le sue descrizioni ricche di dettagli; tuttavia confesso che mi sarei aspettata qualche avvenimento in più. London ci dice molto del passato, del mondo prima e durante la Peste Scarlatta; ma ciò che sappiamo del dopo sono accenni, riferimenti, perché i tre giovani ascoltatori già lo conoscono quel mondo, è quello in cui vivono. Per il lettore però resta un universo da dedurre, da ricostruire a spizzichi e bocconi, ed anche i tre giovani -spesso spazientiti dalle rimembranze del vecchio- rimangono appena accennati. 

Nonostante questo gli riconosco il fatto di essere una lettura breve e molto scorrevole, di certo imperdibile per gli amanti del genere dato che costituisce una delle basi a partire dalle quali il genere della letteratura post-apocalittica si è sviluppato. Non aspettatevi però un’avventura che vi tenga col fiato sospeso!

lunedì 20 luglio 2020

Vertigo

Siamo ormai abituati a poter scegliere tra una vasta offerta di thriller dalle atmosfere nordiche, ma molto più raramente ne leggiamo ad opera di scrittori che provengono da paesi a Sud del Mar Mediterraneo. Sono riuscita però a scovarne uno, ed è stata una piacevole sorpresa!




Titolo: Vertigo
Autore: Ahmed Mourad
Anno della prima edizione: 2007
Traduttrice: Barbara Teresi
Casa editrice: Marsilio
Pagine: 367




LA STORIA

Ci troviamo nella torrida capitale egiziana, affacciati sul Nilo, e passiamo da un club a uno studio fotografico. Il protagonista del romanzo, Ahmed, è infatti un fotografo che lavora al bar Vertigo: un locale frequentato da uomini ricchi e potenti, che usano il proprio denaro per alcol, prostitute e affari illeciti di vario genere.
Il romanzo di Mourad ha inizio con una strage che ha luogo proprio al bar Vertigo. Ahmed assiste impotente, ma documenta la scena attraverso le sue fotografie -che spera potranno far luce sul crimine una volta inviate alla stampa. Tuttavia le testate giornalistiche non sembrano affatto interessate ad indagare sull'avvenimento...


COSA NE PENSO

Mourad racconta scandali e segreti, facendo accompagnare il suo protagonista da due personaggi comprimari memorabili: il paffuto amico Omar, dalla preziosa conoscenza dei sistemi informatici, e Guda, fotografo più un là con gli anni proprietario di un armadio pieno di rullini dal contenuto scottante.

Dentro di sé, desiderava confonderli, spiazzarli, invertire i ruoli tra lui e loro e insinuare per la prima volta la paura nelle loro vite. Avrebbe voluto farli sentire come si sentiva lui: come chi vive ai margini.
L'Egitto che racconta Mourad ha molto da nascondere: alla luce del giorno la polizia avvicina le coppie di fidanzati che appena si sfiorano sulle panchine, nella notte lascia che nei suoi locali ogni trasgressione sia permessa.
Si tratta di un Egitto che precede le Primavere Arabe del 2011, che precede la rivolta di Piazza Tahrir: i suoi giovani hanno sete di giustizia e di verità, e Mourad dà loro la speranza di poterle conquistare con il loro impegno. Certo, oggi sappiamo che gli sviluppi della rivoluzione non sono stati quelli auspicati...

Guda stava a testa bassa. Non parlava, non gridava, non si difendeva. Come se aspettasse da tempo qualcuno che gli dicesse in faccia la verità: «Sei un bugiardo.» Sapeva di esserlo, così come sapeva di non volerlo sapere. Prima degli altri, ingannava se stesso.
La scrittura di Mourad è ironica e tagliente, spesso capace di far sorridere il lettore
Il giallo è ben costruito, avvincente e originale nel panorama dei thriller contemporanei dominati da serial killer e paesaggi innevati; ve lo consiglio se siete alla ricerca di un'indagine lontana da quelle a cui siamo abituati! 

lunedì 13 luglio 2020

La morte di Murat Idrissi

Mentre leggevo questo romanzo, acquistato principalmente per la potenza del suo titolo e perché come ormai avrete capito leggo spesso storie legate alle migrazioni, ero convinta che l’autore avesse origini marocchine o perlomeno nordafricane. Poi ho scoperto di no, e questo non ha fatto altro che convincermi ancor di più della sua bravura.



Titolo: La morte di Murat Idrissi
Autore: Tommy Wieringa
Anno della prima edizione: 2017
Titolo originale: De dood van Murat Idrissi
Casa editrice: Iperborea
Traduttrice: Elisabetta Svaluto Moreolo
Pagine: 124



LA STORIA

Durante un’improvvisata vacanza in Marocco, Ilham e Thouraya (due ragazze olandesi di origine marocchine) incontrano un loro conoscente, Saleh, uno di quelli che definiremmo un “trafficone”. È lui a presentare alle ragazze Murat, un giovane berbero che vive in estrema povertà ed è disposto a pagare pur di nascondersi nel loro bagagliaio ed essere portato in Europa. Come tuttavia il titolo ci ha già avvertito, il piano non andrà come previsto…


COSA NE PENSO

“La morte di Murat Idrissi” riesce a narrare due aspetti, e lo fa in modo convincente: una è la forza che spinge a migrare, a rischiare la propria vita per un viaggio che potrebbe avere successo, ma potrebbe anche avere conseguenze tragiche. L’altra è la duplice appartenenza delle seconde generazioni di immigrati in Europa, che non si sentono europei ma nemmeno nel paese di origine dei loro genitori sono considerati degli autoctoni.

Nonostante fossero nel paese dei loro genitori, alloggiassero da parenti e si riconoscessero nella gente del posto, non erano marocchini. Era questo ad accomunarli. L’essere considerati dei turisti. Che pagavano i prezzi dei turisti. Erano figli di due regni, avevano il passaporto verde del Royaume du Maroc e quello color minio del Regno dei Paesi Bassi, ma in entrambi gli stati erano prima di tutto e soprattutto stranieri.
Lo sfondo è il Marocco, quello lontano dalle zone turistiche, quello della sabbia fitta alzata dal vento e delle lunghe strade che attraversano il nulla; il Marocco e poi la Spagna meridionale accompagnano il viaggio on the road di Ilham e di Thouraya, due protagoniste femminili per un’avventura solitamente narrata al maschile o vissuta da folkloristiche famiglie occidentali. Il confine tra le due nazioni, quello Stretto di Gibilterra da attraversare in traghetto, è ciò che divide i mondi a cui le protagoniste appartengono -perché sì, in realtà dentro di loro ci sono entrambe, l’Africa e l’Europa. L’energia della giovinezza però non dà loro il tempo di rendersene conto, di considerare questa duplicità come ricchezza.


Ilham e Thouraya sono due personaggi ben costruiti. Pur essendo amiche non sono una fotocopia l’una dell’altra, anzi in qualche modo si compensano. Ilham tra le due è la “brava ragazza”, quella che ha scelto la strada dell’assimilazione, della formazione e del successo lavorativo per sentirsi riconoscere come olandese a tutti gli effetti. Ha così spostato in secondo piano la propria identità etnica e familiare, e questo la fa sentire fragile, costantemente sul punto di arrendersi ai piani dei suoi genitori.

C’erano giorni in cui non era molto lontana dalla resa – le bastava un cenno d’assenso e la sua vita avrebbe preso forma. Prima ancora di rendersene conto si sarebbe ritrovata con un marocchino-olandese accanto, avrebbe avuto le mani coperte di tatuaggi all’henné e sarebbe diventata un pancione ambulante. E per quanto suo marito avrebbe spergiurato di essere un uomo moderno, non ci sarebbe voluto molto prima che scoppiasse una discussione sull’hijab. Quella sarebbe stata la sua ultima battaglia. Poi avrebbe conosciuto ancora momenti di rabbia e disperazione, ma in generale sarebbe stato meglio così, più tranquillo e senza problemi. Allo stesso modo era andata anche a sua madre e sua nonna, e a tutte le donne prima di loro i cui scheletri erano ormai parte del fondo roccioso del Rif.
Thouraya è la più impulsiva delle due, quella che ha scelto la via della ribellione, della fuga da casa e della realizzazione di se stessa -realizzazione che considera però da un punto di vista prettamente materiale. È Thouraya ad aver improvvisato quel viaggio on the road per il Marocco, per vivere un’avventura; è lei ad accettare in definitiva di nascondere Murat nel bagagliaio, sedotta dal denaro con cui Saleh la inganna. 

È questo che capisci subito quando la guardi, che è fiera di essere una berbera, dura e aspra come le montagne dei suoi antenati. Ma disprezza il padre. Il suo sopportare era quello di un animale che fa ciò che gli viene ordinato e resiste finché non stramazza al suolo.
Wieringa compie una trasformazione nel racconto, e lo fa sul personaggio di Murat. Murat che prima è una persona, un ragazzo magro, dai denti cariati, che sogna di tornare in Europa dopo essere stato rimpatriato dalla Francia. Murat che poi diventa un corpo nel bagagliaio, un corpo martoriato dal tentativo fallito di liberarsi, un corpo che si decompone e che opprime Ilham e Thouraya con il suo odore e la sua presenza, trasformandosi in un loro nemico, in un oggetto del quale liberarsi al più presto. Da morto, Murat assume una consistenza maggiore di quella che ha avuto da vivo: diventa una presenza più ingombrante, diventa il centro dei pensieri di Ilham e Thouraya, che fino a quel momento lo avevano accantonato in un angolo della loro mente. 

Chi lui fosse – un figlio, un fratello, un ragazzo dalle lunghe ciglia e dalle dita sottili – non aveva più alcuna importanza. Ormai era solo un corpo di cui bisognava disfarsi. Un corpo morto che con il suo odore trascinava anche loro per metà nel regno dei morti. Dovevano farlo, dovevano liberarsi di lui perché il suo posto era già là mentre il loro era ancora qui. Era stato l’odore, si rese conto Ilham, che alla fine gliel’aveva reso un estraneo.

Wieringa racconta un aspetto violento e drammatico della migrazione, e per certi versi ricorda il potentissimo “Uomini sotto il sole” di Kanafani. Come Kanafani, che raccontava l’esodo verso il Qatar di un gruppo di migranti palestinesi dall’ottica dell’autotrasportatore che li nascondeva nella cisterna del suo mezzo, anche Wieringa lo fa da un punto di vista insolito: non è dagli occhi di Murat che viviamo la sua asfissia, la sua disperata ricerca di ossigeno in quel bagagliaio, ma dallo sguardo sconvolto di Ilham e di Thouraya che prendono coscienza delle conseguenze del loro superficiale aver ceduto a Saleh -Ilham e Thouraya, che prima di allora non avevano preso in considerazione cosa avrebbe potuto andare storto in quel piano messo in piedi tanto in fretta.

Non ci sono colpi di scena ne “La morte di Murat Idrissi”: avrebbero potuto esserci, ma Wieringa ci rende chiaro sin dal titolo che non è il “cosa” che dovremo scoprire, ma sarà il “come” ad esserci raccontato. Questa singolare scelta è, a lettura conclusa, uno degli aspetti più convincenti del romanzo intero: leggiamo della migrazione senza mai nutrire false speranze, guardando in faccia la più cruda realtà, quella di tanti viaggi che sono andati storti e non hanno avuto alcun lieto fine a concluderli, nessuna umanità nemmeno nella morte
Per questo, e per lo stile di Wieringa che è asciutto e privo di orpelli, vi consiglio assolutamente la lettura di questo romanzo: vi richiederà poco più di un’ora, e sarà memorabile