lunedì 29 dicembre 2025

Madre d'ossa

Quinto e per ora ultimo volume delle avventure del commissario Teresa Battaglia scritte da Ilaria Tuti e pubblicate da Longanesi, "Madre d'ossa" non ha nulla da invidiare ai precedenti -anzi mi ha coinvolta anche più di "Figlia della cenere", che tra i precedenti mi aveva tenuta un po' più a distanza per quanto riguarda l'indagine.

Non consiglierei di leggere "Madre d'ossa" come romanzo a sé, perché è strettamente intrecciato alle storie precedenti, in particolare al caso risolto nella "Ninfa dormiente" e vi ritroviamo un personaggio che ha ricoperto un ruolo di primo piano in "Figlia della cenere" [nientemeno che Giacomo, il serial killer]. 

A partire da quello che appare come il suicidio di un adolescente la cui famiglia ha antiche origini longobarde, Teresa (il cui stato di salute è purtroppo sempre più precario), Massimo e la loro squadra porteranno alla luce sepolture risalenti a diverse epoche e il culto della madre d'ossa, giunto fino al presente e che coinvolge i più alti piani del potere friulano. Come nei romanzi precedenti la storia, qui in particolare quella antica, si intreccia al caso d'indagine e compaiono pagine in corsivo che introducono un punto di vista differente sulla narrazione [quello della madre d'ossa, nient'altro che la vittima ragazzina di un culto simile a quello della kumari indiana, dove però è costretta a mettere al mondo una nuova madre d'ossa che la sostituirà e alla morte una volta venuta questa alla luce, mentre i figli maschi le vengono sottratti e inseriti illegalmente nel circuito delle adozioni].

Come sempre Ilaria Tuti scrive un romanzo avvincente e pieno di riferimenti artistici e culturali che rendono il giallo più ricco e interessante, e mi ha regalato pomeriggi completamente immersa nella lettura. Spero che un nuovo caso di Teresa Battaglia arrivi presto in libreria, ma nel frattempo sono contenta di aver portato a termine un'altra serie di romanzi senza perdermi per strada, e sono pronta a scegliere la prossima!

Avete in corso la lettura di qualche serie?

American Dust

"American Dust" di Richard Brautigan, pubblicato da Minimum Fax, è un titolo capitato nella mia libreria per un colpo di fortuna: partecipando ad un progetto di lettura (la #panamericanbookway organizzata da @laviaggialettrice) sono andata alla ricerca di titoli ambientati nello stato dell'Oregon, e ho scoperto questo che sembrava nelle mie corde.

Nella mia ignoranza non sapevo che Brautigan è stato un importante autore del Novecento americano, contemporaneo di Carver e come lui prematuramente scomparso (suicida). Diversi dei suoi titoli hanno riscosso un grande successo di critica e pubblico, e "American Dust" è la sua ultima opera, una sorta di testamento che contiene moltissimi elementi autobiografici che prima d'allora non aveva mai deciso di mettere su carta.

È un romanzo breve e struggente "American Dust", a cavallo tra gli anni '40 e '60, con i ricordi della guerra ancora freschi, e ha per protagonista un uomo che ricorda la propria adolescenza nell'Oregon e un evento drammatico che gli è accaduto suo malgrado [ha sparato per errore ad un amico mentre pensava di colpire un fagiano e l'ha ucciso, e sebbene sia stato riconosciuto innocente in quanto omicidio involontario ne è rimasto inevitabilmente traumatizzato, cercando di elaborare il trauma conducendo ricerche sugli hamburger -infatti quando ha acquistato i proiettili ha scelto di farlo rinunciando all'acquisto proprio di un hamburger nel locale accanto all'armeria]. 

È un romanzo lento e contemplativo, composto di istanti e di immagini, dai due coniugi che pescano seduti su un divano sulla riva del lago a personaggi privi di tutto che vivono nelle baracche ma ciononostante gli regalano i vuoti a rendere delle loro bottiglie di birra. 

Il punto di vista rimane quello del ragazzino che il protagonista è stato, con il suo tono scanzonato che mi ha ricordato i personaggi e le atmosfere di Mark Twain, che con tanta bravura ha saputo raccontare quel momento della vita in contesti simili a quest'Oregon rurale dove Brautigan è cresciuto.

"American Dust", questa polvere americana rimasta in lingua originale per renderla al meglio, per rievocare le tempeste di sabbia durante la Grande Depressione di cui sono figli i protagonisti di questo romanzo, con le loro rassegnazioni e la povertà che li spinge a trasferirsi da un alloggio all'altro. Trasmette molta malinconia questo libro nelle sue poco più di cento pagine, ma è stata davvero una scoperta sorprendente e mi sono meravigliata che Brautigan non sia in Italia noto quanto i suoi contemporanei. 

Qual è l'ultimo autore a cui vi siete avvicinati per la prima volta?

Wellness

Inizia bene quest’anno nuovo di letture, perché ho già incontrato uno di quei libri su cui rifletterò a lungo: “Wellness” di Nathan Hill, pubblicato da Rizzoli.

Quella che potrebbe sembrare la storia dell’incontro prima e del matrimonio poi tra Jack ed Elizabeth si rivela nelle oltre 700 pagine del romanzo molto di più: un’opera che spazia dall’arte e la fotografia alla scienza, dai placebo alle teorie sull’educazione, dagli algoritmi ai segreti di famiglia che i due non sono riusciti a confessarsi neanche in più di vent’anni.

Jack arriva dalle pianure del Kansas a Chicago, per frequentare un college dentro un museo, che gli ha segnalato l’amata sorella; Elizabeth prende le distanze da una stirpe di arrivisti che l’ha sradicata troppo spesso e intraprende più corsi di studio possibili. Sono due solitudini che si spiano da una stanza all’altra di un quartiere trascurato prima della sua gentrificazione, e poi diventeranno coniugi e genitori, e quando li ritroveremo cresciuti riconosceremo le tracce di quella solitudine profonda, di quella incomunicabilità dei propri bisogni che si sono portati dietro.

Nathan Hill scrive un romanzo psicologico che non indugia nel romanticismo, ma anzi lo racconta con un’onestà quasi brutale, lo disseziona; e lo arricchisce di molto altro, dell’universo di personalità e di professioni che circondano Jack ed Elizabeth, fino a svelarci le motivazione più profonde che li hanno condotti dove sono.

È un romanzo difficilissimo da riassumere, ricchissimo e documentato, che ci trasporta dal passato al presente tra i vari capitoli e flashback dopo flashback ci svela i suoi protagonisti rendendoli tridimensionali. Ne ho amata ogni singola pagina, in particolare lo sviluppo verso la conclusione in cui finalmente i nodi vengono al pettine [Jack ha sempre creduto di essere responsabile della morte della sorella in uno degli incendi appiccati dal padre, mentre era stata la madre a dargli quell’indicazione da riferire alla ragazza, e infatti suo padre con cui si scriveva o meglio litigava su Facebook gli aveva scritto prima di morire che non era colpa sua. Elizabeth era fuggita da un padre incapace di accettare la sconfitta, che più volte era stato violento con lei, e aveva attratto Jack con le stesse domande dei suoi esperimenti sull’amore a prima vista senza mai rivelarglielo] ed è un romanzo a cui ripenserò  nel tempo e che consiglierò a lungo.

Ora sono curiosissima di dedicarmi al romanzo d’esordio di Hill, che ho trovato nel calendario dell’avvento di Baak!

Voi avete già letto Hill?

giovedì 18 dicembre 2025

La catastrofica visita allo zoo

Non leggevo Joel Dicker da anni, da quando dal caso editoriale "La verità sul caso Harry Quebert" era stata tratta una gran bella serie TV con Patrick Dempsey distribuita da Sky, che mi aveva convinta a leggere il suo primo thriller di successo. Mi era piaciuto -non era diventato un mio libro del cuore, ma mi aveva regalato parecchie ore di lettura appassionata e la storia mi aveva coinvolta al punto di introdurre Nola anche nei miei sogni notturni!

Da allora l'autore ha pubblicato parecchi altri titoli diventati best seller sempre ai primi posti della classifica, ma non ne avevo recuperato nessuno fino all'incontro con il più recente, "La catastrofica visita allo zoo", pubblicato da La nave di Teseo, tra gli scaffali del mio mercatino di fiducia.

Purtroppo questa lettura è stata la prima delusione dell'anno! 

Posso apprezzare l'intento dell'autore di creare una storia che potesse unire lettori di diverse generazioni, condividendo l'esperienza, ma il target a partire dai sette anni avrebbe dovuto essere dichiarato a partire dalla quarta di copertina, non nella nota a conclusione del testo. Certo, avrei potuto informarmi meglio dato che il romanzo non è più una novità, ma insomma...

Ve ne consiglierei la lettura solo se avete voglia di imbarcarvi nell'avventura di alcuni bambini di una scuola primaria "speciale" non ben specificata, bambini per altro poco caratterizzati se non per i tratti più eclatanti (chi non parla, chi immagazzina informazioni dal taglio enciclopedico...), che indagano sull'allagamento dell'edificio scolastico. Nel mezzo ci finiscono una recita di natale e la rocambolesca visita allo zoo del titolo -senza nessun passaggio che rimanga particolarmente impresso.

Se non siete completisti dell'autore, credo proprio che questo romanzo sia evitabile... Ma attendo i vostri pareri contrari, se vorrete farmi cambiare prospettiva!

Quali titoli di Dicker avete amato?

Qualcosa per cui vivere

"Qualcosa per cui vivere" di Richard Roper, pubblicato da Einaudi, è un titolo che ho intravisto di sfuggita in un contenuto social qualche tempo fa e mi è sembrato immediatamente nelle mie corde: ormai quanto a selezionare i titoli da leggere raramente mi sbaglio, ed anche in questo caso si è rivelata un’ottima scelta!

Andrew è un quarantenne londinese che svolge una professione particolare: si occupa infatti di ispezionare le case delle persone che sono decedute lasciando apparentemente nessun erede o legame, per scoprire se invece qualcuno fosse presente nelle loro vite oppure se è proprio il Comune della città a doversi fare carico del loro funerale, cosiddetto "funerale di povertà".

Un mestiere, dunque, molto drammatico e Andrew conduce per lo più una vita solitaria, dove i suoi unici contatti sono quelli virtuali con gli altri membri del forum di appassionati di trenini elettrici -sebbene abbia raccontato al suo datore di lavoro di essere sposato e padre di due figli. La vita di Andrew cambia quando gli viene affiancata sul lavoro Peggy, in crisi con il marito alcolizzato, madre di due figlie, che instaura immediatamente una grande sintonia con Andrew, facendogli provare nuovamente la gioia di un’amicizia e forse qualcosa di più.

Grazie a Peggy, in questo libro, Andrew riesce a liberarsi delle bugie delle quali è prigioniero da troppo tempo e a superare lentamente il lutto per la sorella e per la fidanzata alla quale si era ispirato nel momento in cui aveva inventato quella moglie.

È un libro dolceamaro quello di Roper, che non è privo di momenti che strappano un sorriso al lettore, ma è ricco anche di passaggi commoventi e fa molto riflettere sull’importanza dell’amicizia e dell’aprire il proprio cuore a coloro che ci tendono una mano -gesto che per Andrew è stato a lungo molto difficile se non addirittura impensabile. Andrew è un uomo gentile, timido, impacciato, che mi ha ricordato i protagonisti di un altro libro letto qualche mese fa, "Leonard e Hungry Paul" -anche se qui il suo percorso è più travagliato e segnato da perdite difficili da superare.

È un romanzo gentile quello di Roper, pieno di sentimenti genuini e nel quale ho incontrato un protagonista che rimarrà davvero a lungo del mio cuore, insieme al senso di speranza che trasmette la conclusione di questo libro e che ci ricorda quanto sia fondamentale trovare davvero "qualcosa per cui vivere", indipendentemente da ciò che pensano gli altri di noi.

Qual è l’ultima lettura che vi ha commossi?

Un giorno di festa

Qualche tempo fa in televisione mi è capitato di guardare un film con Kate Winslet che risale al 2013, ma evidentemente mi ero persa: "Un giorno come tanti", che mi ha conquistata dal primo all'ultimo minuto -e rappresenta alla perfezione il genere di storia romantica che fa per me.

Non ho potuto quindi resistere ad acquistare "Un giorno di festa" di Joyce Maynard, pubblicato da NN editore, quando ho scoperto che il film ne è la trasposizione! 

Il punto di vista della narrazione è affidato a Henry, il figlio tredicenne di Adele: una donna che amava ballare e vivere con passione, ma in seguito ad una serie di gravidanze interrotte e del suo divorzio dal padre di Henry si è ritirata ad una vita domestica, lontana dal contatto con le persone, quasi da reclusa. Quando poco prima del Labor Day si convince a recarsi con Henry al supermercato, i due vi incontrano Frank: l'uomo sanguina visibilmente, ed è appena evaso da un penitenziario, e per sfuggire alle ricerche che lo braccano lungo le strade convince Adele e Henry a nasconderlo temporaneamente.

Da quella che potrebbe rivelarsi una rocambolesca vicenda di ostaggi e di caccia all'uomo si sviluppano invece sei giorni di rinnovata energia e fiducia nel prossimo, in cui Adele sembra tornare ad aprirsi alla vita -ma è ben difficile che una situazione così insolita possa avere un epilogo del tutto lieto [ed infatti Frank verrà nuovamente arrestato, dopo che Henry ha svelato alla ragazzina per cui si prende una cotta in biblioteca che lo stanno nascondendo, e vivrà i successivi 18 anni con quel senso di colpa - ma quando Frank finalmente tornerà libero, lui e Adele che alla fine non hanno nemmeno sessant'anni potranno godersi il loro meritato amore.]

La scrittura di Joyce Maynard riprende molto bene l'età del suo protagonista, e ne rappresenta le tensioni, i cambiamenti e le insicurezze tipiche della fase della vita che sta attraversando -al punto che in certi momenti le sue scelte ci sembrano sempre quelle sbagliate, eppure non potrebbe compierne di diverse. 

Come nel film che ne è stato tratto, molto fedele all'opera e dal cast perfetto, la storia d'amore tra Frank e Adele mi ha conquistata, e il romanzo di Maynard corrisponde all'unico genere di romanzi romantici che soddisfano i miei gusti. Questa scrittrice (che in età giovanile ebbe una relazione con J.D. Salinger, niente meno!) è stata una scoperta, che approfondirò prossimamente anche grazie ai regali ricevuti a dicembre!

Avete letto questo libro o visto il film?

Eva dorme

Da oltre dieci anni "Eva dorme" è nella libreria di famiglia, acquisto di mia madre appena l’esordio di Francesca Melandri pubblicato da Mondadori era stato pubblicato.

Lo leggo ora, dopo essere rimasta colpita da "Sangue giusto", un successivo romanzo dell’autrice che come nel suo primo libro mescola storia e narrativa: mentre in "Sangue giusto" si tratta del colonialismo italiano in Etiopia, in "Eva dorme" ci troviamo in Alto Adige, terra di confine, quando il Tirolo del sud viene attribuito all’Italia al termine del primo conflitto mondiale e diventa una zona di rivendicazioni, di identità divise in cui il fascismo cercò di imporre l’italianità ad una popolazione che all’Italia fino a quel momento non era mai appartenuta.

C’è la Storia, in questo libro: ci sono gli attentati ai tralicci prima, alle forze dell’ordine poi, che segnano gli anni '60. C’è lo sradicamento della seconda guerra mondiale in cui gli altoatesini vennero privati della cittadinanza italiana quando lasciarono il territorio e una volta tornati si ritrovarono apolidi; c’è Silvio Magnago e il movimento per ottenere lo statuto speciale di regione autonoma per questa parte dell’Italia così attraente come luogo di vacanza e così ignorata come sede di una storia così complessa.

Ma soprattutto in "Eva dorme" c’è una storia familiare, quella di una madre nubile e di una figlia, una storia di montagna, di lavoro duro nelle cucine di un ristorante di un unico amore autentico, profondo ma precluso [da un’arcaica legislazione abrogata soltanto negli anni '70 che stabiliva chi i carabinieri potessero scegliere come coniugi].

Gerda, la madre di Eva, è un personaggio forte, indipendente ma anche profondamente egoista nella sua debolezza e questo alla fine mi ha colpita per quanto ad Eva venga sottratto [in una scelta impossibile da condividere: quella di privare la figlia dell’unico padre che avrebbe mai potuto avere, Vito quel carabiniere calabrese che anche a distanza ha cercato di farle da padre in lettere che non le sono mai state consegnate, sempre rifiutate da quella madre troppo ferita dalla sua perdita per concentrarsi su quella della figlia. Vito che in punto di morte richiama Eva, che la vuole incontrare almeno un’ultima volta, in una scena in cui una donna che ha attraversato l’Italia per oltre 1300 km in treno ritorna bambina e io, come lettrice, ho pianto], fino ad una scena che non svelo ma mi ha portata alle lacrime.

Francesca Melandri racconta una storia piena di sentimenti ma anche perfettamente contestualizzata, in cui ci sentiamo immersi in un territorio attraverso le sue descrizioni e le lingue che lo popolano, attraverso le tribolazioni che attraversano i suoi abitanti e queste due protagoniste femminili che rimangono a lungo con noi, una volta terminata la lettura. 

Ho imparato molto da questo libro e questo è sempre un elemento che mi colpisce nelle mie letture, un elemento che ricerco e che mi arricchisce. Qui più che in "Sangue giusto" mi sono profondamente emozionata, soprattutto nella parte finale del romanzo e quindi tra i due è quello che ho preferito, e rappresenta certamente una conferma del fatto che leggerò prossimamente anche gli altri due titoli dell’autrice, da cui sono sicura potrò trarre molto altro.

Avete già letto qualcuno dei suoi libri?

Ricordo di Natale

Come terza lettura natalizia del 2025 ho scelto "Ricordo di Natale" di Truman Capote: quest'anno ho letto anche uno tra i titoli più importanti della produzione dell'autore, "A sangue freddo", considerato il padre del genere true crime.

Nel 1958 pubblicò "Colazione da Tiffany", che oltre al testo divenuto famosissimo anche grazie al film con Audrey Hepburn conteneva altre tre storie. Una di essere era proprio "Ricordo di Natale", che Donzelli editore ha portato in libreria con le stupende illustrazioni di Beth Peck -che da sole varrebbero la lettura.

Si tratta di un testo breve e malinconico, che riporta Capote agli inverni della sua infanzia in compagnia della cugina Sook, una donna che andava verso la terza età ma rimaneva allegra e fiduciosa come una ragazzina, sempre pronta a costruire aquiloni, ad andare in giro con la sua cagnolina Queenie e a dedicarsi, con l'avvicinarsi del Natale, alla preparazione del panfrutto da spedire poi alle personalità più disparate (tra cui, nientemeno, il Presidente degli Stati Uniti).

Tra i pochi ricordi lieti dell'autore, isolato come Sook in una famiglia che lo tratta con superiorità e li considera due pecore nere, Capote ripercorre le avventure condivise con una persona che ha profondamente amato e che segna, con la sua perdita, anche la fine dell'infanzia e la perdita dell'innocenza. 

Questo racconto mi ha soprattutto commossa, lontanissimo dai testi per cui già conoscevo l'autore, molto più tenero e fragile, pieno di calore e di emozione. Lo considero anche un modo con cui approfondire le tante sfaccettature della sua produzione! 

Quali sono le letture che vi hanno accompagnati in questo periodo festivo?

mercoledì 3 dicembre 2025

La porta delle stelle

Ogni anno cerco di dedicarmi a qualche lettura natalizia nel periodo di dicembre, e sono quasi sempre storie che scaldano il cuore e trasmettono positività e buoni sentimenti (come è successo con i racconti di Louisa May Alcott pochi giorni fa). Non mi aspetto di trovarvi però romanzi particolarmente memorabili o degni di nota, ed invece "La porta delle stelle" di Ingvild Rishoi, pubblicato da Iperborea, mi ha proprio stupita.

Ambientato ad Oslo, questo libro breve richiama direttamente le opere di Astrid Lindgren già a partire dal nome della bambina protagonista, Ronja. Lei e la sorella Melissa sono orfane di madre e vivono con il padre, un uomo pieno di buone intenzioni ma dipendente dall'alcol, che per questo perde un lavoro dopo l'altro e trascorre il proprio tempo a "La porta delle stelle", che non è un luogo fiabesco come mi aspettavo bensì l'osteria locale, a scolarsi una birra dopo l'altra.

Ronja sogna un grande albero di Natale per la loro casa, e una baita nel bosco in mezzo alla neve dove vivere in modo più lieto e sereno, lontano dalla povertà e dai servizi sociali. Per guadagnare qualcosa allora, e per sostituire il padre licenziato per l'ennesima volta, Melissa trova un impiego in una vendita di alberi e decorazioni natalizie.

Il supporto alle due sorelle viene sempre dall'esterno, e mai dalla casa dove dovrebbero sentirsi sicure: il custode della scuola che viene dai Balcani e regala a Ronja il suo pranzo, che lei divide con uno scoiattolo; Tommy, il collega di Melissa, che le aiuta a ottenere maggiori introiti; Aronsen, l'anziano vicino che si presenta alla recita di Santa Lucia. 

È un universo di piccoli gesti che mi hanno più volte commossa, ma che non diradano del tutto la malinconia che pervade questa lettura, fino alla tempesta di neve delle ultime pagine che in qualche modo ci aspettiamo sin dall'inizio, in bilico tra il sogno e la realtà, tra le eroine della Lindgren e la tristezza della Piccola fiammiferaia. 

Tutt'altro che un confortevole e prevedibile racconto di Natale, "La porta delle stelle" sarà probabilmente la mia preferita tra le letture a tema di quest'anno!

Avete già letto qualche storia natalizia?