giovedì 20 settembre 2018

Ausmerzen

Da anni sono incuriosita dallo spettacolo di Marco Paolini intitolato "Ausmerzen" che tratta del progetto Aktion T4, ossia dello sterminio dei disabili fisici e mentali che venivano considerati "mangiatori inutili", "vite indegne di essere vissute" dagli esponenti del partito nazista. Una volta scoperto che a partire da tale spettacolo è stato poi scritto un libro, non ho esitato a leggerlo.




Titolo: Ausmerzen
Autore: Marco Paolini
Anno della prima edizione: 2012
Casa editrice: Einaudi
Pagine: 176




LA STORIA


Il saggio di Paolini ricostruisce la storia del progetto Aktion T4, ispirato dalle teorie dell'eugenetica di fine '800: da Lombroso che pensava di poter identificare criminali o affetti da ritardo mentale a partire dai tratti somatici, a Graham Bell (sì, l'inventore del telefono) che progettava la sterilizzazione dei non udenti.
Tali teorie trovarono terreno fertile nell'ideologia nazista, desiderosa di espandere la pura razza ariana (basti pensare al progetto Lebensborn -raccontato in forma romanzata da Sarah Cohen-Scali nella sua opera "Max") ed estirparne ogni contaminazione da parte di popoli ed etnie considerati inferiori. Prima dell'Aktion T4 infatti ci furono le sterilizzazioni di massa; nel 1939 poi si passò allo sterminio vero e proprio, che tra morti per fame ed iniezioni letali mise fine nel giro di soli due anni alla vita di 70'273 persone. 
Tuttavia non finì affatto così: dalle cosiddette "case di cura" che con la cenere dei forni crematori e il numero dei necrologi cominciavano ad attirare troppa attenzione, lo scopo del progetto Aktion T4 continuò ad essere perseguito nei campi di sterminio.

Marco Paolini in una scena dello 

COSA NE PENSO


Ero davvero molto interessata al tema del libro di Paolini, nei confronti del quale nutrivo alte aspettative: quando infatti mi sento ignorante nei riguardi di un tema, non vedo l'ora di poter scoprire di più e colmare le mie lacune
Ricordare è oggi un gesto di educazione, una sfida personale alla dittatura del presente che ci fa tutti informati e distratti, condannati a oblio repentino. Ricordare ci fa più solidi in un mondo liquido. Ricordatevi di Grafeneck, la prima a cominciare, novemilaottocentotrentanove vite trattate. Ricordatevi di Brandenburg, la prigione, novemilasettecentosettantadue vite trattate. Ricordatevi di Hartheim, diciottomiladuecentosessantanove vite trattate. Ricordatevi di Sonnenstein, tredicimilasettecentoventi vite trattate. Ricordatevi di Bernburg, ottomilaseicentouno vite trattate. Ricordatevi di Hadamar, diecimilasettantadue vite trattate. Trattate male. Nessuna morte pietosa, molta paura, molto inganno. 

Non posso affermare che questo testo non sia interessante, che non mi abbia fornito spunti di riflessione e numerosi dati dei quali non ero a conoscenza; tuttavia la sensazione generale che ne ho ricavato è che all'opera di Paolini manchi l'anima. Ciò che ci racconta prende la forma di brevi capitoli, di elenchi di avvenimenti e di nomi, colmi di atrocità e di dramma che però non riescono davvero a colpire in profondità. Paolini cita spesso Primo Levi, in particolare il suo celeberrimo "Se questo è un uomo", ma neanche lontanamente ne raggiunge la capacità di narratore.
Molto probabilmente il problema nasce dal fatto che Paolini lavori principalmente per il teatro: la sua forza espressiva sul palcoscenico avrà di certo dato vita ad uno spettacolo memorabile su questi temi (non ho ancora abbandonato del tutto l'idea di vederlo), mentre invece questa magia non è avvenuta sulla carta. 
Degni di nota sono gli sforzi di Paolini per far riflettere su quanto la Storia non sia mai davvero passata, su quanto sia necessario far caso alle atrocità del presente per non ripetere quelle già commesse. Anche qui, tuttavia, non arriva in profondità.
Non è archeologia, questa. Non è archeologia se ogni giorno rischi di inciampare in una frase razzista o in un abuso o in un maltrattamento che poi giustifichi con un parametro. Perché il vecchio è legato al letto? Non c'è personale, certo, e quindi a malincuore lo devi legare. Perché li teniamo un anno in un centro di accoglienza come in un lager? Cosa facciamo? Sono troppi, non ci servono, sono diventate bocche inutili da sfamare, non ce la facciamo. Sono parametri. I parametri non sono chiari, non li abbiamo scelti, ma nel momento in cui cominciamo a lasciarli passare, noi come bravi cittadini di Hadamar vediamo fumo ogni tanto, ma ci stiamo abituando.

Consiglio in conclusione questa lettura soltanto come opera di saggistica a coloro che vogliano approfondire l'argomento, suggerendovi però di non avvicinarvi ad esso aspettandosi grandi emozioni: io infatti ne sono rimasta del tutto distaccata per l'intera lettura, che nel complesso mi ha parecchio delusa. 

lunedì 17 settembre 2018

Lions

Libri che ti scavano dentro sono rari, e quelli che sanno farlo a poco a poco, senza raccontare avvenimenti eclatanti o storie dalle ricche trame lo sono ancora di più. Uno di questi è "Lions", senza dubbio.




Titolo: Lions
Autrice: Bonnie Nadzam
Anno della prima edizione: 2016
Casa editrice: Black Coffee
Traduttore: Leonardo Taiuti
Pagine: 269
 
 
 
LA STORIA
Leigh e Gordon frequentano l'ultimo anno di liceo e vivono a Lions, una cittadina del Colorado vittima della crisi economica al punto da essersi quasi completamente spopolata. Restano aperti un bar, un diner gestito dalla madre di Leigh, l'officina di John Walker, padre di Gordon. Quest'ultimo è un uomo integerrimo e silenzioso, dedito al lavoro, che spesso sparisce per giorni recandosi a Nord e senza rivelare a nessuno quale sia la sua vera destinazione.
Quando un giorno un uomo misterioso fa la sua comparsa a Lions, una catena di eventi nefasti pare innescarsi e così la vita di Gordon e Leigh, che pareva già scritta lontano da Lions, al college di qualche grande città, prende una direzione del tutto diversa.


COSA NE PENSO
Lions è un romanzo di fantasmi, come già lo stesso incipit rivela.
Se avete mai amato davvero qualcuno, saprete che c’è un fantasma in ogni cosa. Visto la prima volta, lo vedete ovunque.
È un romanzo sulla nostalgia, la nostalgia di un futuro che si è tanto desiderato e non è mai arrivato, oppure arriva ma si rivela molto diverso dalle aspettative.
"Lions" è un romanzo sull'importanza di certe promesse, come quella che Gordon fa al padre e segna il destino di un ragazzo fin troppo simile al suo genitore, legato a Lions in modo indissolubile, e ancor di più alla propria personalissima etica. È un romanzo sull'insoddisfazione, quella di Leigh che sogna costantemente un altrove dove realizzarsi, che sogna un fidanzato più energico e socievole di Gordon, un fidanzato meno prigioniero dei propri fantasmi, ma in fondo i fantasmi hanno messo radici anche in lei.
La fece voltare e lei appoggiò la birra sul davanzale marcio della finestra e gli intrecciò le dita dietro la schiena. Nella loro intimità c’era una linea che ancora non avevano oltrepassato e, sebbene Gordon si fermasse sempre un attimo prima, dicendo che ormai appartenevano l’uno all’altra, che non dovevano avere fretta, ogni volta Leigh aveva la sensazione che volesse dire altro: che, nonostante fosse sua, lui non le appartenesse del tutto. Si conservava per qualcos’altro, appena al di fuori della sua portata.
I personaggi che popolano Lions sembrano anime, più che persone; li circondano racconti dal sapore mitico su coloro che hanno fondato la città, su coloro che hanno perso la vita attraversando il Paese nella speranza di scoprire un luogo migliore dove stabilirsi. Restano i ricordi di una grandezza agognata e mai raggiunta, quando il nome di Lions doveva ricordare l'imponenza dei leoni di montagna -che nessuno ricorda di avere mai visto-, prima che fosse un teatro di desolazione e di abbandono.
Là dove un tempo c’erano cipolle selvatiche e patate dolci, bufali, antilopi, orsi e corsi d’acqua pieni di pesci, infatti, i primi abitanti di Lions si immaginarono bestiame, grano, trogoli, case costose. all’arrivo dell’uomo l’ambiente diventò inospitale, il sole ostile, la terra inconsistente, sottile, secca come pula. L’errore di quella gente non fu non capire quanto sarebbe stato arduo trasformare quel luogo in un giardino, bensì non accorgersi che lo era già al suo arrivo.
Bonnie Nadzam è un'autrice dal linguaggio descrittivo, capace di evocare i paesaggi che descrive, gli edifici, i gesti di ognuno dei suoi personaggi. Il suo Colorado è privo del calore che circonda la Holt di Kent Haruf, negli abitanti di Lions alberga una sorta di paralisi, insieme alla presenza costante anche di coloro che se ne sono già andati -e sembrano restare, appunto, come fantasmi ad influenzare le scelte di chi resta.
Lions non è un romanzo ricco di avvenimenti, né una storia che lascia col fiato sospeso; ha un ritmo lento, che ricalca quello delle vite di chi si muove tra il diner e le poche case ancora abitate, tra le strade deserte e l'officina. La pacatezza del romanzo ben riproduce l'abbandono della cittadina, la sua immobilità, e la capacità dell'autrice è quella di rendere vive le sue atmosfere, di dare corpo ai suoi fantasmi e creare un'opera convincente, poetica ed appassionante, che vi consiglio assolutamente.

giovedì 13 settembre 2018

Ritorno ad Haifa

Ghassan Kanafani, autore palestinese, trova purtroppo poco spazio sugli scaffali delle librerie di oggi ed anche nelle biblioteche della mia città è necessario mettersi d'impegno per recuperare le sue opere. Mesi fa sono rimasta folgorata da "Uomini sotto il sole", romanzo breve scritto nel 1963, che narra il dramma dell'emigrazione dalla Palestina occupata al Kuwait. Da allora desidero approfondire la produzione di questo scrittore, e finalmente oggi ho un nuovo titolo di cui parlarvi.



Titolo: Ritorno ad Haifa
Autore: Ghassan Kanafani
Anno della prima edizione: 1969
Titolo originale: 'A 'id ila Haifa
Casa editrice: Edizioni Lavoro
Traduttrice: Isabella Camera d'Afflitto
Pagine: 55



LA STORIA

Nell'aprile 1948, i palestinesi di Haifa furono obbligati ad abbandonare la propria città, le proprie case con all'interno tutto ciò che contenevano, per vederle riassegnate ai coloni che avrebbero costituito da allora il popolo israeliano. Quasi vent'anni più tardi, due di quei palestinesi costretti all'esilio (Said e sua moglie Safiya) ritornano ad Haifa per rivedere quella casa lasciata da tanto tempo, alla ricerca del bene più prezioso che, nella concitazione, vi avevano abbandonato loro malgrado: il figlio neonato Khaldun, mai ritrovato nonostante le disperate ricerche.
Da quasi vent'anni nella loro casa abita Miriam, ebrea sopravvissuta ai lager nazisti; a lei e il marito (ormai scomparso) è stata assegnata quella casa, ma è stato anche loro affidato il neonato che vi si trovava, al quale hanno dato il nome Dor e che hanno cresciuto come un figlio -nonostante i suoi veri genitori fossero proprio Said e Safiya, che il ragazzo tratta con tanta durezza non appena li incontra.

Palestinesi costretti a lasciare Haifa, 1948 (fotografia UNRWA)

COSA NE PENSO

"Ritorno ad Haifa" è un racconto capace di illustrare il dramma della Nakba ("al-nakba" in lingua araba significa "catastrofe", ed è il termine adoperato per indicare l'esodo palestinese del 1948). Da allora migliaia di persone sono state tramutate in profughi, costrette a dipendere dagli aiuti delle Nazioni Unite, obbligate a vagare negli Stati limitrofi sperando di poter tornare presto alle proprie case -per poi rendersi conto che non sarebbe mai successo.
Proprio la sofferenza dei palestinesi scacciati è l'elemento di maggiore forza di questo testo, insieme al personaggio di Miriam: quando infatti Said e Safiya la incontrano, non si trovano davanti un nemico, bensì una donna lei stessa vittima di un'atrocità della Storia che non riescono a ritenere davvero colpevole. 
Said fece un sorriso amaro. Non sapeva come spiegarle che non era venuto per questo, che non voleva mettersi a fare una discussione politica, e che sapeva che non era colpa sua. "Non è colpa sua?". No, non proprio. Come spiegarglielo?

Mentre Miriam tuttavia non assume alcun atteggiamento conflittuale nei confronti di Said e Safiya, il personaggio davvero aggressivo nei loro confronti è Dor, quel ragazzo che è nato da bambino arabo ed è cresciuto da soldato israeliano, credendo i propri genitori biologici -e l'intero popolo palestinese- colpevole di estrema vigliaccheria. Nonostante sia forse troppo freddo e distaccato davanti all'incontro con coloro che lo hanno generato, Dor rappresenta perfettamente l'indottrinamento delle forze militari d'Israele, ed è il fattore scatenante che fa comprendere a Said (il quale esprime il pensiero dell'autore Kanafani) quanto sia necessaria la resistenza e la lotta per riconquistare ciò che è stato rubato al popolo di Palestina.
Said replicò: "Non c'è niente da dire. Per quanto la riguarda, forse tutta questa faccenda è un fatto sfortunato, ma la storia è storia e, venendo qui, noi l'abbiamo intralciata. Le confesso, a proposito, che quando siamo andati via da Haifa tutto ciò sembrava provvisorio. Sa una cosa, signora? Credo che il prezzo lo pagherà ogni palestinese, so che molti hanno pagato con i loro figli, e ora so che anch'io ho pagato con un figlio, il modo strano, ma anch'io ho pagato… Questa è stata la mia prima quota, ed è una cosa che sarà difficile spiegare."
Nella sua brevità, il racconto di Kanafani fornisce un quadro chiaro ed efficace degli avvenimenti del 1948 e delle sue conseguenze sulle persone coinvolte. A differenza di "Uomini sotto il sole", una volta terminata questa lettura ne ho tratto un senso di forza e di combattività, ed approfondendo la questione ho scoperto infatti che mentre il primo appartiene al cosiddetto periodo pessimista dell'autore, nel quale egli non credeva che la causa palestinese potesse avere speranza, "Ritorno ad Haifa" appartiene ad un momento successivo nel quale la sua fiducia di poter lottare per cambiare le cose era aumentata. Sappiamo purtroppo che la condizione della Palestina non è affatto migliorata come Kanafani avrebbe sperato; tuttavia per onorarne la memoria e l'impegno leggere le sue opere ed approfondire la storia del suo Paese natale mi sembra la decisione migliore. 

lunedì 10 settembre 2018

Ragazze elettriche

Ci sono libri di cui si parla come appartenenti ad una corrente di letteratura femminista: mi vengono in mente le opere di Simone De Beauvoir, Margaret Atwood, Toni Morrison. Ho sentito parlare di "Ragazze elettriche" come di un romanzo femminista, promotore dell'indipendenza e dell'emancipazione femminile. Dopo averlo terminato, non sono completamente convinta che lo si possa ritenere tale.






Titolo: Ragazze elettriche
Autrice: Naomi Alderman
Anno della prima edizione: 2016
Titolo originale: The Power
Casa editrice: Nottetempo
Traduttrice: Silvia Bre
Pagine: 446






LA STORIA


In seguito alle sostanze rilasciate nell'atmosfera nel corso della Seconda Guerra Mondiale, diversi decenni dopo ricompare sui corpi delle giovani donne un fenomeno di cui vi era già stata traccia nella storia: una matassa capace di generare energia elettrica, localizzata all'altezza delle scapole.
La vicenda, narrata in forma metaletteraria (uno scrittore infatti apre il romanzo, scrivendo lui stesso dei fatti), è costituita dalle conseguenze del fenomeno a livello mondiale ed il lettore la segue attraverso i punti di vista di quattro diversi personaggi: Roxy, figlia di un malavitoso e motivata dal desiderio di vendetta per l'omicidio della madre; Allie, ragazza in affidamento che si ribella alle violenze subite e fonda un culto di giovani donne; Margot, politica in carriera, ed infine Tunde, reporter nigeriano, unico maschio a ricoprire un ruolo di primo piano.
Questo romanzo di basa sul rovesciamento dei ruoli, e sull'evidenziazione delle conseguenze dello squilibrio nella distribuzione del potere tra i sessi: una volta diventate infatti pericolose quanto gli uomini, sono le donne ad incutere timore, a perpetrare violenze ed abusi, a sminuire gli esponenti dell'altro sesso.
"Adesso lo capiranno," urla una donna nella videocamera di Tunde, "che sono loro quelli che non dovranno uscire di casa da soli la notte. Sono loro quelli che dovranno avere paura".

Lo strapotere delle donne si diffonde nel mondo, a partire da Stati come l'Arabia Saudita dove il risentimento del genere femminile è altissimo; con il passare del tempo le conseguenze per gli uomini sono sempre più drammatiche, al punto di privarli della loro stessa indipendenza.
"Pertanto, oggi promulghiamo questa legge, secondo la quale ogni uomo del paese sarà tenuto ad avere il passaporto e gli altri documenti ufficiali timbrati col nome della sua guardiana. Per qualunque viaggio sarà necessario un permesso scritto rilasciato da lei. […] Agli uomini non è più permesso di guidare automobili."

COSA NE PENSO


Questa proiezione distopica fa riflettere soprattutto sull'attualità: leggendo di questo rovesciamento di ruoli, pare agghiacciante; ma quante donne nel mondo sono sottoposte ogni giorno a violenze e non hanno i più basilari diritti, come quello di decidere della propria vita? A quante donne vittime di violenza viene detto che se la sono andata a cercare (sul tema vi consiglio il romanzo di Louise O'Neill, intitolato proprio "Te la sei cercata"), che addirittura a loro sarebbe piaciuto
Una lo aveva fatto ad un ragazzo perché lui glielo aveva chiesto: questa storia suscita un grande interesse tra le altre. Possibile che ai ragazzi piaccia? È mai possibile che lo desiderino? Alcune di loro avevano trovato su internet vari forum in cui si sosteneva che era proprio così. 

Le riflessioni che questo libro ha suscitato in me sono l'aspetto che mi fa dire che l'intento di far discutere con una storia così ad effetto sia stato raggiunto dalla Alderman. Tuttavia il testo in questione ha anche un grosso limite: la caratterizzazione dei personaggi. Infatti a nessuno dei protagonisti ci si affeziona veramente, i capitoli sono più che altro un susseguirsi di azioni dal ritmo sempre più concitato, ma lo spazio per le emozioni è davvero ridotto ai minimi termini. L'autrice, che dichiara in chiusura il proprio debito di riconoscenza nei confronti di Margaret Atwood, è ben lontana dal creare personaggi profondi e ben costruiti come difred, protagonista de "Il racconto dell'ancella".
In conclusione, la più recente opera di Naomi Alderman (e l'unica che io abbia letto finora) non è riuscita a convincermi completamente. La consiglio tuttavia perché può essere un ottimo strumento per riflettere su quanto saremmo tutti indignati qualora le vittime e i subalterni dovessero essere gli uomini, e su quanto di conseguenza sia ancora necessario il femminismo; come ci ricorda anche Chimamanda Ngozi Adichie nel suo recente "Dovremmo essere tutti femministi" però, ciò è molto diverso da una semplice inversione dei ruoli. 

giovedì 6 settembre 2018

Non lasciamoli soli

Come vi anticipavo nel post dedicato ad "Appunti per un naufragio", nel periodo estivo ho completato due letture dedicate al tema delle migrazioni contemporanee. La prima è il poetico romanzo di Enia, la seconda invece un saggio molto più diretto ed esplicativo di cui sto per parlarvi.





Titolo: Non lasciamoli soli
Autori: Francesco Viviano e Alessandra Ziniti
Anno della prima edizione: 2018
Casa editrice: chiarelettere
Pagine: 181





LA STORIA


In questo caso specifico, la Storia di cui stiamo parlando non è un'invenzione, né la storia di un individuo. Sono molte storie quelle contenute nel saggio dei due inviati del quotidiano "La Repubblica": la storia dei naufragi nel Mediterraneo negli ultimi decenni, le scelte politiche dei governi italiani a partire dal governo Berlusconi fino agli accordi del ministro Minniti con la Libia, le tragedie dei respingimenti e delle torture subite dai migranti nelle carceri libiche, i processi agli aguzzini identificati dai superstiti. Ci presentano inoltre l'unica opzione possibile per salvare migliaia di vite umane e non riscoprirci umani in prima persona, noi cittadini del cosiddetto Primo Mondo: i corridoi umanitari, che permettano a coloro che hanno diritto alla protezione internazionale di entrare in modo sicuro in un Paese europeo.




COSA NE PENSO


"Non lasciamoli soli" è un saggio composto da quattordici brevi capitoli, indipendenti tra loro, preceduti da un'introduzione dell'ex sindaco (o si dovrà scrivere sindaca?) di Lampedusa Giusi Nicolini
Non aspettatevi un'opera letteraria dal linguaggio ricercato o evocativo come quello che potrete trovare nel romanzo di Enia che ho citato in apertura di questo post. Questo saggio ha un taglio giornalistico, immediato e diretto; per quanto riguarda lo stile dei due autori mi sento anche in dovere di dire che non è stato un elemento da me molto apprezzato. 
Tuttavia si tratta di un'opera che ritengo riesca nell'intento per il quale è stato scritto e pubblicato: fornisce infatti una panoramica esaustiva per coloro che si approcciano per la prima volta al tema della situazione attuale di violenze, torture, ricatti e stupri che i migranti si trovano a vivere nelle prigioni della Libia. 
Gli orrori veri e propri che troviamo descritti nei capitoli di questo libro sono difficili da immaginare per un lettore, ma conoscerli è necessario. Attraverso le testimonianze dei sopravvissuti, colme di traumi e di sofferenze, ci rendiamo conto leggendo delle proporzioni di questo tremendo fenomeno, nuova strage della Storia dopo l'Olocausto. 
Particolarmente straziante è stato per me il capitolo "Il ponte verso la libertà", soprattutto nella parte dedicata ai piccoli superstiti siriani (nonostante rispetto a molte delle altre storie contenute nei saggi si possa quasi definire a lieto fine): mi ha ridotta in lacrime, e nel complesso questa lettura non mi ha trasmesso certo un senso di benessere. Si tratta infatti di un testo che, una volta terminato, lascia dietro di sé un'angoscia intensa, un profondo senso di impotenza: ma ha il grande pregio di ricordarci che nessuno di noi è innocente, se non prende posizione davanti a ingiustizie di questa portata. 

giovedì 30 agosto 2018

Appunti per un naufragio

Questo è il primo di una coppia di titoli che ho letto nel corso dell'estate e ai quali ho avuto bisogno di pensare un po' prima di scriverne. In questo caso si tratta di un romanzo, mentre il prossimo sarà un saggio che però ha in comune con il libro di oggi il tema attorno al quale ruota: quello delle migrazioni contemporanee.





Titolo: Appunti per un naufragio
Autore: Davide Enia
Anno della prima edizione: 2017
Casa editrice: Sellerio
Pagine: 216





LA STORIA


Enia, prolifico scrittore di narrativa e per il teatro, ha in mente di raccontare gli sbarchi dei migranti sull'isola di Lampedusa. Per questo vi si reca in due occasioni, entrambe raccontate all'interno di questo libro, insieme al proprio padre. 
A Lampedusa assiste alla commemorazione del 3 ottobre, incontra testimoni diretti come sommozzatori e pescatori che numerose volte hanno assistito all'arrivo di gommoni ed imbarcazioni varie, e loro malgrado anche alla morte di molti individui, al ritrovamento di decine (quando non centinaia) dei loro cadaveri inghiottiti dal mare. 
Non solo dei migranti e dei loro approdi scrive però Enia: egli infatti scava dentro se stesso, riscopre il rapporto con il padre, taciturno uomo del Sud che impara a comprendere anche attraverso i suoi silenzi. Lampedusa diviene quindi un luogo dell'anima, dove tante esistenze si incrociano, e così fanno i sentimenti.




COSA NE PENSO

Enia scrive un libro coraggioso, nel quale non ha paura di parlare della morte e di chiamarla con il proprio nome. Non scrive solo delle tante vittime dei naufragi, ma anche del lutto per un amico perduto che deve ancora elaborare, e della malattia -un linfoma- che divora dall'interno il suo amato zio. 
Dagli appunti presi per una sorta di reportage, Enia riesce a creare un romanzo potente ed intenso, spesso molto poetico, ricco di sentimenti e di umanità. L'aspetto che ho maggiormente apprezzato è la scoperta del proprio padre, così a lungo incompreso nei suoi modi da uomo del Sud che non sa esprimere a parole i propri sentimenti; suo padre che ha fatto il medico per tanti anni pur sognando di dedicarsi alla scrittura, suo padre che ama la fotografia e ha sempre desiderato avere un cane (informazione che dà il titolo ad un racconto scritto da Enia diversi anni fa,  "Mio padre non ha mai avuto un cane"). Pare un rapporto con grandi potenzialità, quello dei due uomini che sembrano conoscersi davvero in quel teatro di vite e di morti che è Lampedusa, ed è un aspetto che mi ha molto colpita.
L'unico elemento che non mi ha convinta del tutto è la lingua utilizzata dall'autore: nelle frasi infatti, scritte in un ottimo italiano, si trovano talvolta termini dialettali che sembrano quasi inseriti casualmente, soprattutto al di fuori dei dialoghi. Per quanto l'ambientazione isolana ben si presti a questo arricchimento linguistico, nella narrazione ordinata e corretta dell'autore l'ho trovato un elemento dissonante
Mi sento comunque di consigliarvi questa lettura, che riesce a raccontare grandi drammi senza scadere mai nel patetico, ad emozionare senza strappare lacrime ad ogni costo, e a far riflettere su temi trattati sempre più spesso con troppa superficialità.

lunedì 27 agosto 2018

Haytham - Crescere in Siria

Quella di oggi sarà una recensione breve, breve come il romanzo grafico di cui vi parlo. Non ho molto da scrivere in proposito, ma dal momento che non ne ho mai letto né sentito parlare sui social ho pensato che farla conoscere ad un pubblico, per quanto ridotto, fosse una buona idea.




Titolo: Haytham - Crescere in Siria
Autori: Nicolas Hénin (sceneggiatore), Kyungeun Park (disegnatore)
Anno della prima edizione: 2016
Titolo originale: Haytham: une Jeunesse syrienne
Casa editrice: Mondadori
Traduttore: Marco Cedric Farinelli
Pagine: 80





LA STORIA

Haytham nasce in Siria nel 1996; alla morte di Hafiz Al-Assad ha quattro anni, ed assiste bambino ai primi anni della presidenza del figlio di Hafiz, Bashar Al-Assad. Haytham ama il calcio e gli scacchi; suo padre Ayman è un dissidente, leader delle manifestazioni che si diffondono nella città di Dar'a nel 2011 dopo le primavere arabe in Tunisia ed Egitto. Mentre la situazione si fa via via più pericolosa, la città viene assediata dall'esercito siriano per reprimere la rivoluzione e le sparizioni e le morti a seguito degli interrogatori si fanno sempre più frequenti. Questi sono gli anni dell'infanzia di Haytham, il cui padre riesce però ad ottenere lo status di rifugiato politico in Francia e a farsi raggiungere, un anno più tardi, dalla moglie e dai due figli.


COSA NE PENSO



Si tratta di un'opera estremamente breve, che forse avrebbe avuto bisogno di un'introduzione o di una postfazione, di qualche informazione in più su Haytham rispetto alle fotografie che aprono e concludono il volume e a alle poche frasi scritte in quarta di copertina:
Mi chiamo Haytham al-Aswad. Sono nato il 20 agosto 1996 a Dar'a, in Siria. Sono fuggito dalla guerra con la mia famiglia. La Francia ci ha offerto asilo. Questa è la mia storia.
Mi sono chiesta infatti: perché Haytham? Perché proprio la sua famiglia, tra tante famiglie siriane? Questa è una domanda destinata a rimanere senza risposta
Tuttavia la storia di Haytham, che da un'infanzia in un contesto sempre più pericoloso e meno democratico è riuscito, da adolescente, ad integrarsi in Francia e a proseguirvi gli studi, è interessante perché rappresenta un punto di vista alternativo e precedente a quelli di cui spesso sentiamo parlare. La famiglia al-Aswad rappresenta infatti le migrazioni legali, la politica dell'accoglienza, l'opportunità di stabilirsi in un altro Paese senza bisogno di rischiare la vita su un gommone, sul fondo di un camion o nel deserto; una volta passato il confine siriano infatti, dalla Giordania alla Francia, la famiglia al-Aswad ha avuto la possibilità di viaggiare in aereo, di ottenere poi l'asilo e riprendere a vivere -nonostante l'impegno nei confronti del proprio Paese non sia mai venuto meno, specialmente per Ayman.
La storia di Haytham ci ricorda, a mio parere, di quanto chi ha già sofferto nel proprio Paese d'origine dovrebbe avere la possibilità di rifugiarsi altrove senza ulteriori violenze e soprusi ai quali sopravvivere, e senza viaggi che mettano in pericolo la loro esistenza minuto dopo minuto.


Un altro aspetto che ci tengo a sottolineare è quello delle illustrazioni: le tavole in scala di grigi disegnate da Kyungeun Park sono incredibili, i volti dei personaggi estremamente espressivi, talmente realistici da essere quasi delle fotografie. Lo stesso vale per gli sfondi delle vignette, che siano esse ambientate in Siria o in Francia: rappresentano in modo dettagliato edifici, luoghi ed oggetti. Graficamente, credo che questa sia la mia opera preferita tra quelle che ho letto finora nel 2018!