lunedì 21 settembre 2020

A volte ritornano

Fino ad oggi ho letto Stephen King unicamente come romanziere, nonostante sapessi che ha pubblicato anche numerose raccolte di racconti -dalle quali per di più sono stati tratti film memorabili come "Le ali della libertà". Ho deciso dunque per scoprire la sua narrativa più breve di iniziare con la prima raccolta mai pubblicata, che avevo acquistato diversi anni fa ma che era da allora rimasta in attesa.




Titolo: A volte ritornano
Autore: Stephen King
Anno della prima edizione: 1978
Titolo originale: Night Shift
Casa editrice: Bompiani
Traduttrice: Hilia Brinis
Pagine: 381




Qui sotto trovate un breve commento ai venti racconti contenuti, con un punteggio in stelline da uno a cinque che possa darvi un'idea di quanto ve li consigli anche singolarmente: all'interno di "A volte ritornano" infatti ho trovato racconti indimenticabili, ma anche alcuni che non sono riusciti né a spaventarmi né a lasciarmi qualcosa. 

1) Jerusalem’s Lot***
Con Jerusalem’s Lot torniamo in un luogo già conosciuto, teatro degli avvenimenti de “Le notti di Salem”; ambientato nel diciannovesimo secolo, i protagonisti sono l’erede di una antica dimora e il suo fedele maggiordomo e amico, che si trasferiscono nella spettrale residenza dove dai muri provengono sinistri rumori... Questo suggestivo racconto è perfetto per gli amanti delle maledizioni familiari! 

2) Secondo turno di notte*
Hall è intento a ripulire la cantina della filanda dove lavora da qualche tempo insieme ad un irritante caposquadra e un collega polacco timoroso; assediati da topi giganteschi, scoprono un sotterraneo ancora inferiore alla cantina, e decidono di esplorarlo… Ma si rivela una pessima idea. 
Mostruosità conclusive piuttosto inutili, racconto piatto; in più i topi non mi spaventano. 

3) Risacca notturna****
Scritto da un King diciannovenne, questo racconto costituisce la base per il colossale romanzo che sarà “L’ombra dello scorpione”. In pochissime pagine c’è già l’influenza che stermina la popolazione mondiale, ci sono i pochi sopravvissuti che sperano di essere immuni, di sopravvivere; c’è anche una splendida atmosfera sulle rive dell’oceano e un convincente gruppo di giovani che non ha più niente da perdere. Sono appena accennati, ma sono già dei personaggi di cui si vorrebbe leggere per pagine e pagine. 


4) Io sono la porta***
Un astronauta partecipa ad una missione nello spazio a seguito della quale il suo corpo viene colonizzato da forme di vita aliena che odiano gli esseri umani e lo spingono a commettere atti atroci. Inquietante al punto giusto, ottimo finale anche se non del tutto inaspettato (lo schema è un po’ lo stesso di Jerusalem’s Lot).

5) Il compressore**
In una lavanderia, un inquietante macchinario progettato per la stiratura e piegatura degli indumenti compie la stessa operazione su una delle addette. Inizia così un’indagine sulle responsabilità, che fa emergere come tutto abbia avuto inizio con il sangue di una vergine versato sul compressore… scatenando un demone che sarà difficile da sconfiggere. 
Non amo i racconti sugli oggetti posseduti, penso non ci sia altro da aggiungere.

6) Il baubau***
Alla seduta con uno psichiatra, il protagonista racconta di come tutti i suoi tre figli siano morti arrivando a compiere al massimo tre anni di età, terrorizzati da un mostro, il baubau, che emergeva dagli sgabuzzini. Sarebbe sin troppo facile convincersi che sia stato il padre il vero responsabile dei loro decessi… almeno fino all’epilogo.

7) Materia grigia****
Richie, reso invalido da un incidente sul lavoro, vive con il figlio adolescente Timmy e beve troppo. Un giorno la birra che il figlio gli ha portato sembra avere qualcosa che non va: un odore malsano, una strana schiuma grigia; Richie la beve nonostante ciò, ed è qui che ha inizio la sua metamorfosi… L’orrore in questo racconto non manca, e viene svelato a poco a poco, dai punti di vista di Timmy e degli uomini con cui si confida. Riuscitissimo.

8) Campo di battaglia**
Di ritorno dall’omicidio di un giocattolaio, un sicario riceve dalla madre della vittima una scatola piena di soldatini, armi ed elicotteri giocattolo che hanno l’evidente missione di ucciderlo. Nonostante la sua esperienza, difendersi non sarà facile… Molta azione, non troppo appassionante però.

9) Camion****
In una sorta di autogrill lungo una statale, un piccolo gruppo di persone si barrica all’interno: i camion si sono ribellati ai propri guidatori e si sono trasformati in mezzi che hanno come obiettivo quello di uccidere gli esseri umani… o costringerli a diventare i loro schiavi. Così ben scritto che sembra di essere trincerati in quell'autogrill!


10) A volte ritornano***
Nel racconto che dà il titolo al romanzo, un insegnante che ha perso il fratello in circostanze violente quando era ancora un ragazzino si trova davanti, tra i suoi studenti, degli adolescenti dalle stesse sembianze dei bulli che erano stati responsabili della morte di suo fratello.
Per tre quarti il racconto è potentissimo e suggestivo; nell’ultima parte si affretta un po’ e scomoda le evocazioni degli spiriti come ne “Il compressore” -il tema doveva essere molto caro a King negli anni ‘70, io non lo prediligo. 

11) Primavera da fragole***
Una serie di omicidi colpiscono un campus universitario nel corso di un’atipica primavera nel mezzo dell’inverno, complice il favore della nebbia. Dopo la laurea del nostro protagonista, il fenomeno si interrompe… per ripresentarsi anni dopo, in occasione di un’altra primavera da fragole.

12) Il cornicione****
Nulla di soprannaturale in questo racconto, che è di grandissimo effetto: un marito tradito ricatta l’amante della moglie offrendogli una scelta: quarant’anni di prigione oppure percorrere il perimetro del palazzo dove si trova camminando su un cornicione, privo di appigli, largo appena 13 centimetri.
Un po’ come ne “La lunga marcia” ho camminato per giorni insieme a Garraty, qui ho percorso questo cornicione per interminabili minuti insieme a Norris… 

13) La falciatrice**
Dopo aver venduto la propria falciatrice in seguito ad un brutto incidente, Harold assume un uomo per tagliare il prato di casa sua… ma costui si rivela un individuo a dir poco inquietante, e non c’è da fidarsi delle falciatrici! Come già scritto, i racconti sugli oggetti assassini non sono il mio genere preferito... 

14) Quitters, Inc****
Siete mai stati dipendenti dalle sigarette senza avere idea di come smettere? La Quitters, Inc. a New York ha trovato un metodo infallibile. Il signor Morrison è scettico all’inizio, ma giorno dopo giorno, davanti ai sistemi dell’inquietante Donatti, non gli resta che riconoscere di non avere scelta se non rispettare il programma… Chiunque abbia intenzione di smettere di fumare dovrebbe leggere questo racconto!


15) So di cosa hai bisogno****
Come resistere a qualcuno che conosce alla perfezione i nostri gusti, che ci regala ciò che davvero desideriamo, che ci porta soltanto nei luoghi che ci rendono felici? Di certo è un’ardua impresa, soprattutto se sei giovane e non molto convinta delle scelte che hai fatto nella vita. È così che Elizabeth si innamora di Ed, talmente perfetto da non sembrare vero… ed infatti non tutta è farina del suo sacco!

16) I figli del grano****
Marito e moglie in piena crisi coniugale si mettono in viaggio verso la sorella di lei, ma mentre costeggiano un campo di grano all’improvviso investono un ragazzo. A cui però, ad una seconda occhiata, qualcuno aveva già squarciato la gola… E perché nell’amena località in cui si trovano non si vede in giro nessuno, e le date di morte indicate in un librone all’interno della chiesa indicano tutti deceduti di diciannove anni?… Terminato questo, mi è veramente dispiaciuto che fosse soltanto un racconto


17) L’ultimo piolo****
Questo è il più intimo e doloroso dei racconti della raccolta: un fratello ricorda un episodio dell’infanzia condivisa con la sua sorellina, da cui poi si è lasciato allontanare dagli impegni della vita… Vita che però non ci concede seconde occasioni, davanti a certi sbagli.

18) L’uomo che amava i fiori**
Un ragazzo innamorato acquista un bouquet di fiori per la sua fidanzata… ma per la città continuano a verificarsi misteriosi omicidi a colpi di martello. Quale legame potrà esserci tra le due cose? Mi ha ricordato molto la struttura de "Lo sposo" nella raccolta "La lotteria" di Shirley Jackson. 

19) Il bicchiere della staffa***
Ritorno a Jerusalem’s Lot in una notte di neve: un uomo e la sua famiglia si smarriscono nella tormenta e lui ha la malcapitata idea di lasciare moglie e figlia chiuse in auto con il riscaldamento acceso. Ma non sa che a Jerusalem’s Lot ci sono in agguato presenze pronte ad attirarti, anche nel mezzo di una gelida notte… 

20) La donna nella stanza***
Insieme a “L’ultimo piolo” questo racconto conclusivo è il più sofferto: una malattia terminale sta portando sua madre alla morte, e così il protagonista riflette su come limitare le sue sofferenze. In questo caso non ci sono colpe, non ci sono mostri: c’è soltanto l’orrore di ciò che minaccia il corpo umano e porta via coloro che amiamo. 

lunedì 14 settembre 2020

La mia anima è ovunque tu sia

La seconda guerra mondiale è uno dei periodi storici dei quali leggo più volentieri, sia testimonianze autobiografiche sia romanzi che siano ambientati in quegli anni. In questo caso ho letto un romanzo che ruota attorno alla resistenza partigiana e racconta una storia noir.





Titolo: La mia anima è ovunque tu sia
Autore: Aldo Cazzullo
Anno della prima edizione: 2011
Casa editrice: Mondadori
Pagine: 127




LA STORIA

Ne “La mia anima è ovunque tu sia” c’è un tesoro, che era nelle mani della Chiesa ma ha permesso a qualcuno di diventare ricco, a guerra finita. C’è la lotta partigiana sulle colline di Alba combattuta da Domenico e da Alberto, innamorati della stessa donna, attiva nella Resistenza anche lei. Ci sono conti in sospeso che restano, sessanta anni dopo, ancora da regolare; e la morte di Domenico, assassinato, che dà inizio ad un’indagine che dovrà scavare nel passato.


COSA NE PENSO

Cazzullo, giornalista per il Corriere della Sera, scrive qui il suo primo romanzo. Lo ambienta ad Alba e lo scrive alternando tre piani temporali: il 1945, il 1963 e il 2011. 
Nel 1945 c’è la fine della guerra che incombe, ci sono le lotte partigiane che hanno affrontato i fascisti e subito molte perdite; ci sono Alberto e Domenico che hanno perso la donna che amavano, e hanno scoperto una grande quantità di denaro nelle mani della Chiesa.
“Anche quando saremo lontani, vorrei che il mio amore fosse sempre con te, come un pensiero allegro in fondo alle giornate tristi, o un amico che ti fa compagnia quando sei sola. Spero che il mio amore si renda utile, come lo scialle che indossi quando hai freddo e posi quando voli via, libera e leggera. Attenta però a non dimenticarlo, a non lasciarlo chissà dove. Maneggialo con cura, il mio amore, quando lo porti in giro: bada a non urtare gli spigoli, proteggilo dalle chiacchiere indiscrete. Ricordati che il mio pensiero ti segue sempre, il mio cuore ti appartiene, e la mia anima è ovunque tu sia.”
I capitoli sono brevissimi e il passaggio tra tempi e personaggi è repentino; questo rende un po’ difficile seguire l’ordine delle vicende e mettere a fuoco il carattere dei protagonisti, ai quali non si ha materialmente il tempo di affezionarsi. 
Degni di nota sono la presenza del personaggio di Amilcare Braida, nome di battaglia Johnny, che è un chiaro rimando a Beppe Fenoglio: Amilcare era infatti il nome del padre di Fenoglio, e Braida il cognome del protagonista del suo romanzo “La malora”; “Johnny” invece è il nome del protagonista di quello che forse è il suo romanzo più famoso, “Il partigiano Johnny”. 
Neppure Alberto amava i commissari politici, l’indottrinamento, la disciplina. E forse neppure lui era davvero comunista. Ma era convinto che la guerra doveva essere davvero guerra di liberazione. Dai preti, dai padroni, dai ricchi. Si combatteva per la terra, per i mezzadri cacciati nel giorno di San Martino, per riscattare la malora in cui erano vissuti i padri e le botte che i fascisti avevano aggiunto al conto. 

Ne “La mia anima ovunque tu sia” c’erano tutte le premesse per creare un romanzo che mi sarebbe piaciuto moltissimo: sa raccontare infatti la Resistenza, e lo fa in modo credibile.
Il vescovo aveva conosciuto i tedeschi in guerra, aveva visto di cosa erano capaci, era caduto in ginocchio di fronte alle case bruciate, aveva offerto invano la sua vita in cambio di quella degli ostaggi, aveva benedetto i corpi degli uccisi, poveri resti di uomini e di donne, carni senza occhi, mani senza unghie, segni di un’agonia senza conforto, di una morte data senza un’ombra di compassione, di una vita strappata via con forza, come si cava un dente. Tanti partigiani erano senzadio; ma erano pur sempre i figli dei contadini di Langa. I nazisti parevano divinità pagane che reclamavano sacrifici di sangue. Il Papa, al sicuro dietro le mura del Vaticano, non poteva saperlo. Lui sì. Nessuno poteva essere peggio dei nazisti. 
È purtroppo la sua brevità, che a volte me lo ha fatto sembrare anche frettoloso, che non mi ha permesso di apprezzarlo appieno. Il mistero c’è e viene risolto (la conclusione a mio parere è anche molto convincente), ma avrebbe potuto essere molto più appassionante se maggiormente approfondito.
Nel complesso credo che Cazzullo abbia ancora bisogno di impegnarsi un po’ prima di dedicarsi alla narrativa… 

mercoledì 9 settembre 2020

Il porto proibito

Lo scorso anno ho letto “Non stancarti di andare”, fumetto realizzato dalla coppia (nel lavoro e nella vita) Radice e Turconi. Nonostante l’argomento fosse incredibilmente nelle mie corde, non ne ero rimasta del tutto soddisfatta (un po’ troppo sdolcinato per i miei gusti, ne ho scritto più nel dettaglio qui) ma mi ripromettevo di dare un’altra chance agli autori, soprattutto perché i disegni di Turconi mi erano piaciuti moltissimo. Ho colto finalmente l’occasione grazie all’iniziativa “Visioni” uscita in edicola!



Titolo: Il porto proibito
Autori: Teresa Radice, Stefano Turconi
Anno della prima edizione: 2015
Casa editrice: Bao Publishing
Pagine: 312



LA STORIA

Abel si trova su una spiaggia, in una calda giornata del 1807. Non sa come ci è arrivato, da dove viene, perché si trovasse in mare aperto: tutto quello che ricorda è il suo nome quando sbarca a Plymouth e viene ospitato all'Albatross Inn, da tre ragazze che hanno da poco perso il padre, il capitano Stevenson, accusato di alto tradimento. A Plymouth Abel viene accolto calorosamente e così la sua vita si intreccia a quella degli altri locali, e soprattutto a quella di Rebecca, tenutaria del bordello Pillar on Post, che come lui ha la capacità di vedere un misterioso porto nella nebbia…


COSA NE PENSO

Realizzato interamente in bianco e nero, in quelli che potrebbero sembrare semplici schizzi ma sono invece tavole ricchissime di dettagli, “Il porto proibito” è una lettura davvero imperdibile per gli amanti della letteratura inglese. Le parole di Wordsworth, Coleridge e Blake accompagnano il lettore pagina dopo pagina, insieme a numerosi canti marinareschi e ad altre poesie dedicate alla potenza del mare.


Ne “Il porto proibito” ci sono molte storie: c’è il mistero che avvolge la morte del capitano Stevenson, quello che riguarda Rebecca e i suoi molti segreti e naturalmente quello dell’identità di Abel. Ci sono poi personaggi a cui è impossibile non affezionarsi, Nathan prima ancora di Abel, perché sembra lui a dover rinunciare più di tutti a ciò che si è conquistato attraverso il proprio percorso di maturazione. 


C’è il soprannaturale, ne “Il porto proibito”: c’è un luogo nella nebbia la cui vista è preclusa ai più, ma non ad Abel e Rebecca, per l’elemento che li accomuna; ci sono le missioni a cui ciascuno è chiamato, e prima di aver adempiuto ad esse non si potrà dire concluso il proprio percorso sulla Terra. C’è però anche quanto di più terreno esista: la vita pratica dei marinai messi alla prova dalle tempeste, le rotte di navigazione e i tanti luoghi in cui approdavano le navi; la prostituzione che permetteva a tante ragazze la sopravvivenza, e la povertà di tre ragazze rimaste orfane, divise tra la memoria del padre e il dolore per la sua prematura scomparsa.


“Il porto proibito” è un fumetto ricco ed emozionante; ci sono pagine che tornerete a rileggere, tavole che vorrete riguardare per gustarne ogni particolare, poesie che vi faranno tornare in mente gli studi liceali e vi faranno venir voglia di riscoprire i brani di allora (“La ballata del vecchio marinaio” di Coleridge è una sorta di traccia che accompagna lo svolgimento della prima metà del fumetto). Ho amato “Il porto proibito” in ogni suo aspetto: i disegni, la trama, la caratterizzazione dei personaggi; fatico davvero a trovargli un difetto, perché anche io che non apprezzo granché le avventure marinare ne sono stata completamente rapita. Non posso fare altro che consigliarvelo, soprattutto se non siete alla vostra prima lettura di romanzi a fumetti: altrimenti l’unico rischio è che possiate spaventarvi un po’ a causa della sua lunghezza, ma credetemi, le pagine voleranno una dopo l’altra! 

lunedì 7 settembre 2020

Tempo curvo a Krems

Le raccolte di racconti sono un genere a cui mi sono avvicinata da poco: anni fa mi sembravano respingenti, mentre ora le apprezzo sempre di più. Questa in particolare mi è stata ceduta perché non particolarmente congeniale al suo proprietario... E ho colto l'occasione di scoprire un autore che non avevo mai letto!




Titolo: Tempo curvo a Krems
Autore: Claudio Magris
Anno della prima edizione: 2019
Casa editrice: Garzanti
Pagine: 88




"Tempo curvo a Krems" è una raccolta composta da cinque racconti -tra i quali quello centrale dà il titolo al libro, ed è il più lungo e complesso pur arrivando appena a venti pagine. 
In comune questi cinque racconti hanno l'elemento del tempo: il tempo che passa, soprattutto, e l'età che avanza. I protagonisti sono infatti cinque uomini, tutti maschi, tutti ormai anziani; tutti alle prese con l'affrontare una nuova fase della vita davanti alla quale si sentono impreparati, che faticano ad accettare con naturalezza.
Tutta la vecchiaia, del resto, era un avanzare per indietreggiare: ci si inoltrava in un territorio sconosciuto per sottrarsi alla realtà che premeva da tutte le parti, spigolosa e invadente.
Ci sono un industriale di successo che ha scelto di cambiare vita e dedicare la vecchiaia a fare il custode all'insaputa di tutti, mentre continua a provare nostalgia per la sua città natale, ora in Repubblica Ceca; un maestro di musica ebreo di origini polacche, sopravvissuto alla deportazione, che incontra il proprio allievo ormai più affermato di lui; un viaggiatore che attraverso la telefonata ad una donna del suo passato riflette sul significato del tempo, uno scrittore di origini ebraiche, sopravvissuto anch'egli all'Olocausto (tema che ricorre dunque, in due racconti su cinque) invitato ad una premiazione letteraria e infine un superstite della Prima Guerra Mondiale che rivive la sua giovinezza guardando le riprese di un film che lo riguarda. 
In quella stanza c’era tutto quello che gli era rimasto. Il resto… era un po’ assurdo pensare che c’erano state altre cose, tante altre cose, e a come si erano perdute.


Sullo sfondo delle vicende di questi uomini c'è Trieste con il suo passato asburgico e le lotte irredentiste, le sue strade che portano al mare, la sua atmosfera sospesa. C'è l'appartenenza di questi uomini ad un'epoca ormai trascorsa, ad una cultura di frontiera alla quale sono rimasti legati per tutta la vita -e che rende i racconti spesso molto suggestivi.
Nel racconto "Tempo curvo a Krems" ci si sposta da Trieste all'Austria, nella regione della Wachau, in viaggio con il suo protagonista: anche la città innevata è magica e riconosco che le ambientazioni, entrambe care a Magris, sono uno degli aspetti che ho amato di più di questa raccolta.
mi avevano portato a cena, chissà perché, a Krems. Era caduta la neve, che rendeva ancora più vuoto il sonnolento nulla della vecchia cittadina e induceva a vivere quel presente, quella sera, come se fosse già passata, immateriale e silenziosa come il ricordo, un soffice niente di cui il biancore non sembrava essere il segno reale ma un’immagine attutita e lontana.

Come sempre, tra i racconti si hanno i propri preferiti. Difficile scegliere tra cinque, che non sono molti; le parti che ho apprezzato maggiormente sono state quelle che rievocavano il passato: la cittadina di Hannsdorf con i suoi profumi per l'industriale de "Il custode", il padre ebreo che sfoggia con orgoglio la divisa da balilla del figlio bambino prima di essere tradito dall'Italia di cui si fidava ne "Il maestro", il ricordo della guerra combattuta da giovanissimo, senza senso nelle trincee del Carso, in "Esterno giorno - Val Rosandra".
Amava i nipoti, ma Hannsdorf, con la sua segheria odorosa di legno e di resina, e il burčák, il vino nuovo appena vendemmiato, era tanto più vicina.

Nel complesso credo che Magris sia un intellettuale da scoprire, anche se non sempre ne ho apprezzato lo stile allo stesso modo (mi è sembrato un po' artificioso nel racconto centrale, "Tempo curvo a Krems"), forse proprio per la natura dei racconti. Non sono sicura di aver iniziato dall'opera migliore per conoscere quest'autore, che però mi ha incuriosita molto per i temi ricorrenti in questi cinque brevi testi; sono comunque soddisfatta della lettura, e del fatto di non averla lasciata per anni su uno scaffale a prendere polvere! 

lunedì 31 agosto 2020

I testamenti

Impossibile leggere “I testamenti” senza aver letto precedentemente (e magari riletto a distanza ravvicinata) “Il racconto dell’ancella”: questo non è un romanzo autonomo, che può essere letto e apprezzato da solo. Ne “I testamenti” infatti torniamo a Gilead, stato teocratico che viene contestualizzato e approfondito nel seguito di recente pubblicato da Margaret Atwood.



Titolo: I testamenti
Autrice: Margaret Atwood
Anno della prima edizione: 2019
Titolo originale: The Testaments
Casa editrice: Ponte alle Grazie
Traduttore: Guido Calza
Pagine: 502




Anche parlarvi di questo romanzo senza parlarvi del precedente è davvero difficile, perché il contenuto dei due è strettamente connesso. Le vicende de “I testamenti” si svolgono però una quindicina di anni più tardi, e la protagonista della quale eravamo tanto curiosi di conoscere il destino non comparirà tra queste pagine: di June-Difred cogliamo qualche notizia, ma la donna non partecipa a ciò che avviene ne “I testamenti”. 

Un altro intreccio molto interessante è quello tra “I testamenti” e la serie televisiva “The Handmaid’s Tale”, le cui tre stagioni erano già andate in onda (con la partecipazione di Margaret Atwood alla sceneggiatura) prima che questo romanzo venisse pubblicato. In qualche modo le storie sono collegate, o meglio: la prima stagione della serie televisiva è la trasposizione del romanzo “Il racconto dell’ancella”, le cui vicende proseguono nella seconda e terza stagione -e, si spera, nella quarta in arrivo. “I testamenti” è ambientato successivamente, e quindi mi aspetto che ad un certo punto la serie televisiva si ricongiunga in qualche modo con quello che è avvenuto sulla carta -nulla sembra impedirlo, al momento. 


Tre sono i punti di vista ne “I testamenti”, tre i narratori in prima persona all’interno di questo romanzo. Anche qui la Atwood ricorre all’artificio del manoscritto ritrovato, o meglio delle testimonianze raccolte ed esposte a distanza di tempo in un convegno sulla teocrazia di Gilead, com’era stato ne “Il racconto dell’ancella” per i nastri contenente la voce di Difred.
I punti di vista sono di un personaggio ben noto dall’opera precedente, una cattiva -uno dei personaggi, devo ammetterlo, che più mi ha nauseata in tutta la mia vita di lettrice: Zia Lydia. Ne “I testamenti” approfondiamo il suo passato, la vediamo diventare l’aguzzina che abbiamo visto maltrattare le ancelle; certo impariamo a conoscerla, ma non per questo proviamo per lei un briciolo di simpatia o compassione. La costruzione del personaggio è comunque davvero interessante e ben fatta; aggiunge ad una figura già molto potente nel precedente romanzo una tridimensionalità che la rende ancora più degna di nota.
Nella mia famiglia nessuno aveva mai frequentato l’università, e mi avevano disprezzata per esserci entrata grazie alle borse di studio e ai lavoretti serali. È una cosa che ti tempra. Diventi caparbia. Non avevo nessuna intenzione di farmi eliminare, se appena fossi riuscita a evitarlo.
Gli altri due punti di vista sono quelli di due adolescenti: Agnes, cresciuta a Gilead, e Daisy, cresciuta in Canada. La loro identità non è sorprendente per chi ha guardato le stagioni della serie TV “The Handmaid’s Tale”: lo spettatore collegherà immediatamente le loro voci a quelle di due personaggi che hanno già fatto la loro comparsa (anche se ad un diverso punto delle loro vite). 


Le testimonianze di Agnes e Daisy tuttavia non sono convincenti come il punto di vista di Zia Lydia: le loro voci sono immature, e questo potrebbe imputarsi anche all’età, ma soprattutto non sorprendono, e coinvolgono il lettore fino ad un certo punto. Insieme a loro, relegata ad una posizione raccontata in terza persona, c’è però Becka: e lei è a mio parere l’adolescente più interessante, quella che comprende meglio il mondo che la circonda, quella attraverso i cui occhi possiamo metterlo in discussione e analizzarlo meglio.
«Dio non è come raccontano» rispose. Aggiunse che si poteva credere in Gilead o credere in Dio, ma non in entrambi.
Devo ammettere che la trama de “I testamenti” non è stata per me appassionante quanto avrei sperato: c’è parecchia azione, questo è vero, e ci sono trame e complotti, ma non riescono a tenere il lettore col fiato sospeso. L’aspetto vincente dell’opera non è tanto l’avventura che si propone di raccontare quanto l’approfondimento e l’espansione della repubblica di Gilead, che diventa così sempre meglio costruita e più concreta -e credo che sia questa la ragione che ha spinto la maggior parte degli appassionati a correre in libreria a procurarsi il romanzo appena uscito.
Gilead ha un problema di lunga data, mio lettore: per essere il regno di Dio sulla Terra, ha un tasso di emigrazione imbarazzante. Il lento deflusso delle Ancelle, per esempio: ne sono scappate troppe. Come ha rivelato l’analisi del Comandante Judd sulle fuggitive, non facciamo in tempo a scoprire e bloccare una via di fuga che subito se ne apre un’altra.

Nel complesso quindi è un libro che vi consiglio come lettura complementare al precedente testo della Atwood e alla visione della serie TV: come opera singola credo che non possa avere vita propria, dipendente com’è dal volume che lo precede. Se dunque siete, come me, in trepidante attesa della quarta stagione… ingannare il tempo leggendo “I testamenti” potrebbe essere un’ottima idea! 

lunedì 24 agosto 2020

Le correzioni

“Tutte le famiglie felici sono uguali, mentre ogni famiglia infelice è infelice a modo suo”. L’incipit di Anna Karenina è perfetto per descrivere “Le correzioni”, perché i Lambert non sono certo una famiglia felice.



Titolo: Le correzioni
Autore: Jonathan Franzen
Anno della prima edizione: 2002
Titolo originale: The Corrections
Casa editrice: Einaudi
Traduttrice: Silvia Pareschi
Pagine: 718



I genitori, Alfred e Enid, lottano contro l’incipiente Alzheimer da cui lui è afflitto: Alfred vive in un mondo sempre più confuso, preda di allucinazioni, ormai incapace di controllare le proprie funzioni fisiologiche. Enid, sua moglie, sembra prendere i suoi sintomi sul personale, come un dispetto rivolto a lei, e ciò nonostante rifiuta di separarsi dalla casa di famiglia ormai poco funzionale e giorno dopo giorno accudisce il marito al meglio delle sue possibilità.
Nemmeno adesso Enid poteva fare a meno di amarlo. Forse specialmente adesso. Forse aveva sempre saputo, per cinquant’anni, che c’era quel bambino dentro di lui. Forse tutto l’amore che aveva dato a Chipper e Gary, in cambio del quale alla fine aveva ricevuto così poco, era stato soltanto un allenamento per il più esigente dei suoi figli.
Alfred e Enid hanno tre figli: Gary, Chip e Denise. Gary è il primogenito ed è quello che più di tutto ha seguito le orme dei suoi genitori, inseguendo il successo, la ricchezza ed avendo a sua volta tre figli. Naturalmente la facciata della sua esistenza perfetta nasconde ben altro, e Gary è molto lontano dall’essere un uomo soddisfatto della propria vita.
Ma ciò che gli riusciva più odioso era accorgersi di quanto lei lo odiasse. Gary avrebbe potuto mettere fine alla crisi in un minuto se non avesse dovuto fare altro che perdonarla; ma leggerle negli occhi quanto lei lo trovasse repellente lo faceva impazzire, gli avvelenava la speranza.

Chip e Denise non hanno raggiunto neanche un minimo della stabilità del fratello maggiore: entrambi si infilano in relazioni d’amore con persone sposate, e mentre Chip si ostina a scrivere una sceneggiatura per un film che con ogni probabilità non verrà mai girato Denise si afferma come chef di ristorante, se non fosse che le sue frequentazioni le mettono fin troppo spesso i bastoni tra le ruote. 
Chip è forse il più fragile dei due, ed è quello che meno di tutti sa riconoscere l’amore dei propri genitori -perché l’amore dei Lambert non è facile da percepire. 
Alfred si chinò sul piatto di Chipper e con un unico colpo di forchetta tirò su tutta la rutabaga lasciandone soltanto un boccone. Alfred amava quel bambino, e così si mise in bocca la purè fredda e schifosa e la spinse giù in gola con un brivido. – Mangia quello che resta, – disse. – Prendi un boccone di quell’altro, e poi avrai il dolce. – Si alzò in piedi. – Andrò a comprarlo, se necessario.

Enid e Alfred sono genitori esigenti, che spesso sottovalutano la propria progenie o si aspettano da loro che siano diversi da come sono in realtà. Sono genitori che amano e proteggono i loro figli, ma non sono capaci di esprimerlo e dimostrarlo, intrappolando così i tre in una dinamica perversa in cui cercano costantemente di essere all’altezza senza mai sentirsi tali. 
Era lo stesso problema che Enid aveva con Chip e persino con Gary: i suoi figli non erano intonati all’ambiente. Non volevano le stesse cose che volevano lei e tutti i suoi amici e tutti i loro figli. I suoi figli volevano cose completamente e vergognosamente diverse.
Le vicende dei singoli familiari si sviluppano su binari separati, ognuno alle prese con la propria esistenza: con un lavoro non proprio legale in Lituania Chip, con le sue vicende amorose e lavorative Denise, con il suo matrimonio che imbarca acqua Gary, Alfred e Enid in una crociera che rende più che mai evidente come i disturbi di Alfred non siano passeggeri e non si possano più ignorare. Le linee narrative si uniscono in occasione del Natale, la festa tanto attesa in particolare da Enid, che è consapevole del fatto che dopo quel giorno (quando tutti i Lambert, spera, si riuniranno alla stessa tavola) la sua vita dovrà cambiare.

Franzen ne “Le correzioni” scrive uno dei romanzi familiari più convincenti che abbia mai letto. Non è sempre scorrevole, questo va detto: ci sono digressioni sulle avventure lavorative di Chip in Lituania che non sono riuscite ad interessarmi, e anche il passato di Denise non è sempre appassionante. 
I Lambert però sono veri: di letterario hanno ben poco, mentre hanno le caratteristiche di persone in carne ed ossa, con le loro contraddizioni, le loro debolezze e i loro punti forti. Questo rende il romanzo un’ottima lettura, i cui capitoli (che si focalizzano ogni volta su uno o più personaggi) sono tenuti insieme dal filo delle “correzioni” del titolo, quelle che i Lambert hanno cercato di impartire a se stessi o ai propri figli, e che fanno capolino tra le pagine a collegare le tessere del puzzle. 
La loro indole li avrebbe spinti ad abbracciarlo, ma quell’indole era stata corretta.
“Le correzioni” è un romanzo che richiede tempo, e non è una lettura che consiglierei per un periodo stressante in cui si cercano libri che ci alleggeriscano i pensieri. Tuttavia per gli amanti dei grandi romanzi familiari che vogliano passare un po’ di tempo in compagnia degli stessi personaggi… I Lambert riserveranno certo qualche sorpresa

lunedì 17 agosto 2020

Presto torneremo a casa

L’Olocausto raccontato ai bambini: non è un tema semplice da trattare in modo non traumatico, e anche gli adulti non sono sempre a proprio agio ad accostarsi all’argomento. Forse l’opera più popolare in questo senso è il celeberrimo Diario scritto dalla giovanissima Anne Frank prima della sua deportazione: una testimonianza preziosissima -l’unica difficoltà che personalmente incontro è quella di decidere l’edizione più adeguata, esistendo diverse versioni del Diario, tradotte e pubblicate in tempi diversi.



Titolo: Presto torneremo a casa
Autori: Jessica Bab Bonde (testi), Peter Bergting (illustrazioni)
Anno della prima edizione: 2018
Titolo originale: Vi kommer snart hem igen
Casa editrice: Einaudi
Traduttrice: Alessandra Albertari
Pagine: 95



“Presto torneremo a casa” è un fumetto che si propone di raccontare l’Olocausto ai bambini, e lo fa proprio dal punto di vista dei bambini. È organizzato in modo chiaro e preciso: si apre con una mappa dell’Europa all’epoca nazista sulla quale sono indicati chiaramente i nomi delle città citate nel volume e i campi di concentramento e di sterminio a cui erano destinate le vittime delle deportazioni. In chiusura vi sono poi una cronologia della Seconda Guerra Mondiale e un glossario dei termini più complessi adoperati nelle storie: questo aspetto lo rende a mio parere un testo molto adatto anche ad un’attività didattica.

Passiamo però alla storia, che come sapete è l’aspetto che mi preme sempre di più. Qui le storie sono sei, e sono raccontate in prima persona dai loro protagonisti: Tobias, Livia, Selma, Susanna, Emerich ed Elisabeth. Provenienti dalla Polonia, dall’Ungheria e dalla Romania, i sei erano bambini o preadolescenti quando la guerra e l’antisemitismo sconvolsero le loro vite. Furono costretti alla vita nei ghetti, ai treni merci, ai campi di concentramento; persero le persone che amavano, furono strappati alla loro infanzia e a tutto ciò che avevano conosciuto fino a quel momento.


Tobias, Livia, Selma, Susanna, Emerich ed Elisabeth (gli ultimi due sono fratelli) sono sopravvissuti, e per questo raccontano in prima persona le loro esperienze. Lo fanno in tavole crude, che mostrano l’orrore del Nazismo senza proteggere eccessivamente il lettore: sono convinta che sia giusto, perché è necessario conoscere certe mostruosità, sarebbe sbagliato addolcirle.
Le illustrazioni in “Presto torneremo a casa” sono davvero potenti, i colori cupi sui toni del grigio che rappresentano le scene nei ghetti e nei campi di concentramento e sterminio contrastano con quelli più vivaci che accompagnavano la loro vita di bambini liberi. Dolcissimi sono i ritratti che chiudono le storie, con poche righe a raccontare cosa ne è stato dei sei protagonisti dopo le terribili esperienze vissute: tutti sono entrati in Svezia come rifugiati e qui per un motivo o per l’altro sono rimasti, testimoni per le nuove generazioni. 

“Presto torneremo a casa” è infatti un progetto svedese, e la sua autrice ne illustra chiaramente le motivazioni nel prologo: troppe persone sono state indifferenti, troppe persone hanno voltato la testa dall’altra parte nella prima metà del Novecento, permettendo al Nazismo di prendere piede e permettendo che l’Olocausto avvenisse. Anche oggi troppe persone scelgono di voltare la testa, di essere indifferenti davanti alla sofferenza altrui: lo scopo di “Presto torneremo a casa” è fare sì che questo non accada, e spingere i più giovani a mettersi nei panni degli altri, per imparare che non è mai troppo presto per difendere ciò che è giusto. 


Nonostante sia espressamente pensato per un pubblico di lettori in età da scuola media inferiore, da lettrice adulta ho apprezzato moltissimo questo fumetto: sia perché il tema mi interessa sempre molto, sia perché l’aspetto grafico dell’opera è davvero riuscito ed emoziona quanto le parole dei protagonisti. Immedesimarsi in loro è assolutamente spontaneo, e le loro voci sono quelle di bambini autentici, rappresentati in modo credibile e non filtrati e rivisitati dalla lente di uno sguardo adulto.In sostanza… vi consiglio assolutamente di leggerlo!