mercoledì 3 febbraio 2021

Amsterdam

Prima o poi anche un romanzo di McEwan doveva rivelarsi una delusione! Dopo averne apprezzati quasi una decina, ho letto questo titolo forse al momento sbagliato, senza averne davvero voglia, e questo ha pregiudicato la mia opinione in proposito.


Titolo: Amsterdam
Autore: Ian McEwan
Anno della prima edizione: 1998
Casa editrice: Einaudi
Traduttrice: Susanna Basso
Pagine: 181



LA STORIA

Vernon e Clive sono due amici di lunga data. Si frequentano sin da quando erano giovani, nonostante abbiano poi seguito carriere completamente diverse: Clive è un compositore affermato, Vernon invece un giornalista. In comune hanno anche l’amicizia con Molly, una donna coraggiosa e fuori dagli schemi, che viene purtroppo a mancare proprio nel giorno in cui questo romanzo ha inizio.

COSA NE PENSO

"Amsterdam" comincia come una storia d’amicizia. Seguiamo le vite dei due protagonisti, uomini inglesi di successo di mezza età, che compiangono la scomparsa dell’amica e con essa probabilmente la fine della parte più spensierata delle loro vite. In qualche modo la morte di Molly è la fine della giovinezza, o della stessa vitalità: i due infatti si promettono a vicenda che qualora capitasse loro ciò che è capitato a Molly (ovvero una lunga malattia che li rendesse incapaci di porre fine alle proprie vite) si aiuterebbero l’un l’altro a mettere fine alle reciproche sofferenze. 

Sappiamo così poco gli uni degli altri. Viviamo la nostra esistenza semisommersi, come masse di ghiaccio fluttuante, e spingiamo a galla soltanto la parte di noi presentabile, quella più bianca e compatta. Ed ecco qui invece una rara immagine scattata sotto il pelo dell’acqua, il ritratto del tormento intimo di un uomo, della sua dignità rovesciata dallo schiacciante bisogno di pura immaginazione, puro pensiero, dall’irriducibile forza umana per eccellenza: la mente.

Questa promessa sembra essere sofferta in una forte amicizia come quella tra Clive e Vernon; tuttavia in questo romanzo l’amicizia viene sezionata, fatta a pezzi dai fatti della vita, dalle scelte compiute spesso per vigliaccheria e per egoismo dai due protagonisti. Non esce certo il ritratto di due personaggi integerrimi, per i quali è facile provare empatia: anzi sin dall’inizio ho provato un forte fastidio per i due uomini, una totale distanza nei loro confronti, un disinteresse verso i loro destini, ma la maestria con la quale McEwan ne racconta le vicende è riuscita comunque a tenermi attaccata alle pagine. 

Il ritmo dalla metà del romanzo in poi si fa più incalzante, ed è chiaro che i protagonisti si trovano su un piano inclinato che non li porterà a nulla di buono. Il finale ricorda dei classici di McEwan come "Cortesie per gli ospiti" o la rivelazione contenuta in "Espiazione" ed è folgorante, inaspettato, beffardo nei confronti dei suoi stessi personaggi verso i quali l’autore non prova alcuna pietà.

All'inizio della settimana, quando Vernon lo aveva chiamato per scusarsi di avergli mandato la polizia, - sono stato un idiota, troppo lavoro, una settimana da incubo, e così via - ma soprattutto quando gli aveva proposto di raggiungerlo ad Amsterdam per una riconciliazione ufficiale, Clive era riuscito a mantenersi accettabilmente cortese, ma aveva le mani che gli tremavano dopo aver messo giù la cornetta.

Degno di nota è il titolo: "Amsterdam" è la città nella quale solo parte della conclusione è ambientata, ed il titolo ne sottolinea l’importanza. Amsterdam è descritta tra queste pagine come una città ordinata, piacevole, una città dove le esistenze di Clive e Vernon ed il rapporto tra i due arrivano al proprio culmine. Aspettiamo a lungo Amsterdam tra queste pagine e sembra non arrivare mai; quando arriva pare una boccata d’aria fresca, ma si rivela invece qualcosa di completamente diverso.

Che conforto procedere su strade attraversate da vie d'acqua. Un posto così tollerante e aperto, così maturo: le splendide rimesse in legno e mattoni trasformate in appartamenti eleganti, i piccoli ponti cari a Van Gogh, gli arredi urbani discreti, e tutti quegli olandesi dall'aria disponibile e intelligente in giro in bicicletta con i bambini seduti dietro. Persino i bottegai parevano professori, e gli spazzini, jazzisti. Non doveva essere mai esistita una città più razionale di Amsterdam.

Devo ammetterlo: "Amsterdam" non mi è piaciuto quanto altre opere dell'autore, nonostante ne riconosca il valore (è stato anche premiato con il prestigioso Booker Prize nell'anno della sua pubblicazione). Ho riletto spesso dei romanzi di McEwan, sempre con soddisfazione; temo che invece questo finirà archiviato insieme agli altri a far parte della collezione, ma dubito che lo riprenderò in mano molto presto. Sono comunque consapevole del fatto di averlo letto probabilmente nel momento sbagliato, in cui la pulizia, la precisione e quella particolare crudeltà dello scrittore non erano ciò che andavo cercando in una storia; non escludo perciò di poterne avvertire di nuovo il richiamo in futuro!

lunedì 1 febbraio 2021

Da Haiti venne il sangue

La letteratura latinoamericana è una di quelle che conosco di meno e questa è stata la prima volta in cui mi è capitato di leggere un romanzo appartenente alla letteratura caraibica.


Titolo: Da Haiti venne il sangue
Autrice: Mayra Montero
Anno della prima edizione: 1992
Titolo originale: Del rojo de su ombra
Casa editrice: Feltrinelli
Traduttore: Gianni Guadalupi
Pagine: 166


LA STORIA

"Da Haiti venne il sangue" è un romanzo ambientato tra Haiti e la Repubblica Dominicana, che ha al centro l’aspetto culturale del voodoo e della ritualità ad esso collegata. La protagonista è Zulé, una giovane ragazza dotata di straordinari, precoci poteri che le conferiscono all’interno del suo clan il ruolo di "padrona", cioè di capo spirituale a cui ci si rivolge per essere protetti o guariti. Sin dall’inizio di questo romanzo Zulé si appresta ad affrontare un uomo che lei stessa ha salvato molto tempo prima, ma che poi ha giurato di ucciderla...

COSA NE PENSO

Il romanzo è raccontato in modo molto avvincente, alternando flashback del passato della protagonista sin da quando era bambina ad Haiti e poi una giovane donna nella Repubblica Dominicana, alla preparazione di Zulé e tutti quelli che la circondano allo scontro finale. Si tratta di un romanzo piuttosto crudo, dove oltre a scorrere il sangue scorrono fiumi di rum, dove i corpi e la sensualità hanno molto spazio e dove si parla di sacrifici e di rapporto tra il mondo dei morti e quello dei vivi

 “Quando si è così vicini alla morte come te, non è bene ricordare i defunti che abbiamo amato molto. Tu sai che i morti attirano a sé.” Lei lo sa e ne ha sempre avuto paura. Soprattutto da bambina, quando faceva il bagno nel torrente e aveva la sensazione che tutti gli annegati della sua famiglia venissero a risucchiarla dal fondo.

È un romanzo quindi intriso di cultura caraibica e di riti dei quali nel nostro contesto non si parla praticamente mai: questo è uno degli aspetti che ho trovato più interessanti. Un altro elemento degno di nota è la tensione che l’autrice riesce a costruire e la specularità tra la violenza, il sangue e lo scontro ed invece dall’altro lato il sentimento amoroso che la ragazza prova per colui che ora ne desidera la morte. Il crescente nervosismo si accompagna ai contenuti più emotivi del libro, che è ricco di allontanamenti e di addii, di lutti da elaborare e di amati perduti, e culmina in un colpo di scena finale che non mi sarei assolutamente aspettata -e che quindi rende la storia a mio parere ancor meglio costruita.

Non si sono mai abbracciate e non lo faranno adesso. Ma Zulé sa che se rimarrà un minuto di più a fissare quella donna di sabbia, si sgretolerà davanti ai suoi occhi. Perciò le volta le spalle, perciò finge ancora una volta che non le importi.

Una descrizione molto realistica, oltre a quella dell'universo spirituale del voodoo e dei suoi sortilegi, è dedicata alla condizione dei lavoratori migranti da Haiti alla Repubblica Dominicana, che si trovano impiegati come braccianti nei campi di agave o canna da zucchero, in condizioni faticosissime, spesso disumane. Questi ritratti della realtà compaiono qua e là nel romanzo, mettendo il lettore a contatto con un contesto lontano dai riflettori delle notizie trasmesse in Europa.

Avrebbe giurato che al mondo non ci fosse niente di più tagliente che lavorare fra i solchi dell’agave maturo; circondato da quelle lingue spinose che si piantavano nella pelle dei braccianti e aprivano ferite in cui poi si insediavano le zanzare per giorni interi.

Una difficoltà che ho incontrato durante la lettura e che mi sento di segnalarvi è la grande quantità di terminologia specifica, indicata con delle note a pié di pagina ma non in un unico glossario conclusivo. Questo talvolta si è rivelato dispersivo, e potrebbe disorientarvi come mi è capitato diverse volte, quando avevo dimenticato il significato di una parola e non riuscivo più a ritrovarlo all’interno del libro. 

Certo questo aspetto non è determinante nel giudizio complessivo su "Da Haiti venne il sangue", che avevo acquistato per pochi spiccioli al mercatino dell'usato e ho trovato una lettura scorrevole e appassionante che ho apprezzato soprattutto perché mi ha permesso di entrare in contatto con una letteratura che non conoscevo per nulla. Vi consiglio questo libro se siete interessati alle storie di nicchia, tutte da scoprire, che sappiano farvi viaggiare accanto ai loro personaggi!


mercoledì 27 gennaio 2021

L'incubo di Hill House

Considerata da Stephen King una fonte di ispirazione e dagli amanti del genere una maestra dell’horror, Shirley Jackson mi aveva decisamente conquistata più altrove che con questo romanzo!


Titolo: L'incubo di Hill House
Autrice: Shirley Jackson
Anno della prima edizione: 1959
Titolo originale: The Haunting of Hill House
Casa editrice: Adelphi
Traduttrice: Monica Pareschi
Pagine: 233


LA STORIA

Montague, un professore interessato ai fenomeni paranormali coinvolge Eleanor e Theodora, due giovani donne che sono già stati protagoniste di eventi difficilmente spiegabili, e le invita a Hill House, una casa ai piedi di colline che viene ritenuta infestata e dove nessuno riesce ad abitare per più di pochi giorni. Con loro si avventura l’erede della dimora, e i quattro si apprestano ad indagare sulle forze che albergano veramente a Hill House: sprofonderanno però in un groviglio di suggestioni e terrori...

COSA NE PENSO

La forza del romanzo sta nella caratterizzazione delle protagoniste femminili: da un lato Eleanor, fragile e smarrita, per la quale è impossibile non provare tenerezza, ossessionata com'è dal senso di colpa nei confronti della madre morta. Eleanor non è mai stata felice, viene oppressa dalla sorella e sente di stare sprecando la propria vita; è dunque inevitabile che la sua psiche sia facile da suggestionare... Dall’altra parte c’è Theodora, una ragazza molto sicura di sé e che affascina Eleanor sin dal primo momento, ma al tempo stesso la respinge e sembra prendersi gioco di lei.

"Non berlo" la incitava mentalmente Eleanor. "Insisti per avere la tua coppa di stelle. Se t'intrappoleranno per farti diventare come tutte le altre, non rivedrai più la tua coppa di stelle. Non bere." La bimba sollevò il visino e la fissò, e le sorrise d'un sorriso quasi d'intesa, facendo le fossette, e scosse la testa ostinata, guardando il bicchiere.

Non altrettanto incisivi sono invece i personaggi maschili: Luke, l'erede della fortuna, viene trattato da Theodora come un giocattolo, mentre il professor Montague conduce una ricerca dagli obiettivi e dai metodi non proprio scientifici.

La prima metà di questo romanzo non potrà che rendere felici gli amanti dei romanzi ricchi di suspense, tra porte che si chiudono, biblioteche dagli strani odori, zone gelide senza apparente motivo: Hill House si presenta da subito come una costruzione spettrale e spaventosa, che ispira sentimenti di diffidenza e di ostilità in coloro che vi si avvicinano.

Tutto quello che ho potuto pensare quando sono arrivata e l'ho vista dall'esterno, è stato che mi sarei divertita un mondo a restar fuori e vederla bruciare. Ma chissà, prima che ce ne andiamo...

Tuttavia ad un certo punto la narrazione prende una piega diversa, introducendo nuovi personaggi, a mio parere non necessari: la moglie del professor Montague e un direttore universitario che la accompagna. I due, convinti di poter comunicare con gli spiriti, intervengono con un registro del tutto diverso dal precedente e spezzano la magia e la suggestione che si erano create fino a quel momento.

Che Shirley Jackson sappia costruire una storia, questo è indubbio. Molti dubbi rimangono, una volta terminata la lettura, molte le domande irrisolte nel lettore: qualcosa di soprannaturale alberga davvero a Hill House, o tutto era nella testa della suggestionabile protagonista? In realtà, come nel caso de "Il giro di vite" di Henry James, non ci sono risposte preconfezionate; fatto sta che la vicenda di Hill House si rivela un fuoco di paglia per lo stesso professore che era tanto interessato alla casa. Qualcosa di strano di certo si verifica, ma cosa? 

La casa era spregevole e Eleanor rabbrividì appena la vide. Il pensiero sgorgava libero e le diceva: Hill House è infame, è malata. Fuggi finché sei in tempo.

Devo confessarlo: sono rimasta piuttosto delusa da questo romanzo, forse anche perché avevo nei suoi confronti aspettative piuttosto alte. L’aspetto che ho trovato poco convincente è il calando degli elementi spaventosi, o meglio il fatto che li abbia trovati più inquietanti nella prima metà e sia poi stata distratta dalle nuove comparse nella seconda. Per gli amanti delle case infestate mi sento comunque di consigliare questa lettura, che ne incarna ogni caratteristica e che divide l'opinione dei lettori: alcuni ne sono stati entusiasti. Io purtroppo non ho provato per il tira e molla tra le protagoniste lo stesso interesse che avevano suscitato in me le sorelle Blackwood!

lunedì 25 gennaio 2021

Un sacchetto di biglie

"Un sacchetto di biglie" è un libro che viene spesso consigliato nelle scuole come lettura per ragazzi delle medie inferiori e ora che l’ho portato a termine posso dire che sono d’accordo con questa scelta, ma credo possa essere un suggerimento adatto anche per ragazzi un pochino più grandi.


Titolo: Un sacchetto di biglie
Autore: Joseph Joffo
Anno della prima edizione: 1973
Titolo originale: Un sac de billes
Casa editrice: Rizzoli
Traduttrice: Marina Valente
Pagine: 286


LA STORIA

"Un sacchetto di biglie" è il racconto autobiografico dell’esperienza dello scrittore di origini ebraiche Joseph Joffo e da suo fratello Maurice. Quando i due avevano appena dieci e dodici anni furono costretti a fuggire dalla città francese nella quale vivevano a causa dell’avanzare del nazismo. Dal 1941 alla fine del 1944, quando gli americani liberarono Parigi, i due ragazzini si trovarono a vivere una lunga serie di avventure che l’autore ha raccontato in questo testo.

COSA NE PENSO

"Un sacchetto di biglie" ha un grande pregio: raccontare il nazismo e la persecuzione degli ebrei da un punto di vista fresco e non troppo drammatico. Le difficoltà ci sono, innegabilmente: ci sono le fughe, la paura, la separazione dalla famiglia e la fine precoce dell’infanzia, ci sono le esperienze traumatiche che Joseph e il fratello si trovano a dover fronteggiare. Tuttavia lo stile dell’autore, molto dialogico e scorrevole, rende questo racconto lontano dai toni a cui siamo abituati -vi si trovano infatti anche scene che riescono a strappare un sorriso al lettore.

Alla documentazione che gli esperti hanno consacrato al cinema hitleriano, c'è anche questo nuovo elemento da aggiungere: la produzione nazista era riuscita a fabbricare un'opera che incantò la mattinata di due giovani ebrei. Sono questi gli imprevisti della propaganda.

"Un sacchetto di biglie" è un romanzo di formazione ricco di cambiamenti d’ambientazione, perché i due fratelli si spostano spesso per non essere catturati. Il punto di vista di Joseph è quello di un bambino innocente, che vive una persecuzione che non comprende, che trova naturalmente ingiusta, ma allo stesso tempo la sua ingenuità gli permette di affrontare la realtà con una risolutezza e una forza d’animo che difficilmente un adulto potrebbe avere. 

È sempre quando si va via che ci si accorge di essersi affezionati alle cose, avrei rimpianto la scuola, le vecchie strade, Virgilio, persino la maestra, ma non mi sentivo triste, riprendevo la strada, domani avrei ritrovato la mia sacca e raggiunto la città dai centomila palazzi, la città d'oro in riva al mare azzurro.

Vediamo quindi i due fratelli mentire spudoratamente a dei soldati nazisti, li vediamo trovare occupazioni di fortuna, organizzare piccoli traffici con i quali guadagnare qualche soldo, coinvolgere nella loro lotta per la salvezza quasi tutti coloro che incontrano lungo la loro strada.


Qualche volta un lettore adulto potrebbe mettere in dubbio quanto sta leggendo e potrebbe pensare che tutto vada finire troppo bene nelle avventure di Joseph e Maurice; in effetti pare strano che l’autore non abbia edulcorato in qualche modo le proprie sofferenze, anche se le difficoltà di certi viaggi e di certi momenti vengono descritte all’interno del testo. Devo confessare che anch’io qualche volta non sono stata completamente convinta da certe coincidenze fortunate che salvano la vita ai fratelli Joffo, ma l’autore è davvero un ebreo sopravvissuto al nazismo in Francia e così sono sopravvissuti i suoi fratelli e sua madre. Di conseguenza io credo che il fondo della storia sia reale e che forse qualche licenza poetica gli abbia consentito di rendere la propria esperienza più godibile dal punto di vista letterario.

“Un sacchetto di biglie” è anche il racconto di un legame fraterno molto emozionante, perché i due ragazzi crescono insieme e sanno sempre darsi forza a vicenda; non si separerebbero mai, ma trovano anche il coraggio per dividersi quando è necessario e devono salvarsi l’un l’altro. 

Un fratello è uno a cui si rende l'ultima biglia che gli si è appena vinta.

Per dei lettori coetanei dei due giovani protagonisti credo che questa sia una lettura assolutamente perfetta, perché sarà inevitabile per loro immedesimarsi in ciò che vivono Joseph e Maurice. Penso però che anche dei lettori adulti interessati alla tematica dell’Olocausto la potranno trovare una testimonianza molto interessante e che a differenza di tante altre può essere letta piuttosto a cuor leggero -la grande maggioranza dei capitoli infatti può essere affrontato senza troppa sofferenza. Io l’ho trovata una lettura molto scorrevole e appassionante, che ha saputo raccontarmi un passaggio dall’infanzia all’adolescenza in modo vivido e credibile. Non posso quindi fare altro che consigliarvela!

mercoledì 20 gennaio 2021

Terza generazione

"Terza generazione" è un romanzo che è rimasto nella mia libreria per oltre dieci anni, e che credo avrebbe meritato di essere letto prima perché da adolescente lo avrei apprezzato sicuramente di più


Titolo: Terza ragione
Autrice: Melina Marchetta
Anno della prima edizione: 1992
Titolo originale: Looking for Alibrandi
Casa editrice: Mondadori
Traduttrice: Angela Ragusa
Pagine: 201


LA STORIA

La protagonista di questa storia è Josephine, che a 17 anni e vive a Sydney, in Australia. Qui frequenta una scuola cattolica e si scontra con le proprie radici italiane che non la fanno sentire mai completamente a proprio agio con i coetanei australiani. Su di lei pesano infatti le tradizioni di famiglia, il fatto di essere figlia di una ragazza madre molto giovane e una nonna, Katia, assai ingombrante -della quale Josephine a dire la verità non conosce poi così tanto.

COSA NE PENSO

Terza generazione è un romanzo che va a toccare molti temi: il primo è senz’altro quello dell’immigrazione italiana in Australia nella prima metà del Novecento. Fa parte di questa generazione di immigrati nonna Katia, donna coraggiosa e determinata, che emigra con sua sorella e suo marito Francesco che non saprà mai renderla felice. Nonostante la sua apparenza moralista, nonna Katia ai suoi tempi è stata tutt'altro che una donna sottomessa e convenzionale...

Il tema dell’immigrazione è centrale, ed è anche il più riuscito del romanzo che è ambientato negli anni '90 in Australia, dove erano radicati i pregiudizi che ancora colpivano la comunità di origini italiane.

Mia madre è nata qui, perciò gli italiani non ci hanno mai considerato completamente dei loro. Ma, dato che i miei nonni erano nati in Italia, non eravamo del tutto australiane. Nonostante questo, alle elementari mi sono trovata insieme a gente con la quale potevo discutere liberamente e sentirmi a mio agio. Passavamo dall'italiano e dal greco all'inglese [...]. Fuori di là, però, era tutta un'altra storia. 

Centrale è inoltre il tema della famiglia. Questa "terza generazione" del titolo si riferisce al fatto che tutte e tre le generazioni sono protagoniste: quella della nonna, quella della mamma e quella infine di Josephine. Oltre allo scontro generazionale e ai tanti segreti che per paura dei pettegolezzi del vicinato (soprattutto della comunità italiana stessa) sono stati taciuti per decenni c’è anche il tema della paternità, perché Josephine non ha mai conosciuto suo padre -che proprio nel suo diciassettesimo anno di vita entra in scena e crea con la ragazza un rapporto da zero. Questo rapporto si sviluppa in modo molto proficuo quasi immediatamente, e risulta agli occhi di un lettore già cresciuto abbastanza stereotipato e non molto credibile.

"Nel bush non ci stavamo che noi e i serpenti. Per sei mesi l'anno vedevo soltanto tuo nonno. Faceva così caldo che due minuti dopo essermi lavata avevo voglia di lavarmi di nuovo, ma non potevo perché l'acqua allora non si sprecava." [...] Mi guardai intorno, pensando stupita a quanta strada avevano fatto quegli immigrati senza un soldo venuti dalla Sicilia. 


Infine, come è inevitabile in ogni romanzo per ragazzi, un altro tema fondamentale è quello dei coetanei: la scuola dove essere più o meno inseriti e il futuro con tutte le preoccupazioni che esso comporta, e naturalmente l'innamoramento -e questo è del romanzo l’aspetto che appassiona di meno un autore un po’ cresciuto. A titolo di insegnamento c’è anche una vicenda piuttosto drammatica che coinvolge uno dei personaggi e che vuole trasmettere il messaggio di combattere per i propri sogni; legittimo in un romanzo di questo tipo, ma finisce per essere a mio parere un po’ troppo moralista, soprattutto per la fine che al personaggio viene riservata.

Nel complesso ho trovato questo romanzo non privo di aspetti interessanti: l'Australia degli anni '90 è ben descritta, e osservare le comunità di italiani dagli occhi di una scrittrice che ha proprio origini italiane e quindi conosce molto bene la materia della quale scrive è stata un’esperienza molto interessante. Mi sento quindi di consigliare la lettura di "Terza generazione" a lettori adulti che siano motivati a cercarne le sfumature dal punto di vista della migrazione e dell’integrazione. Qualora invece fosse un lettore molto giovane interessato a questo romanzo, che temo non sia di facilissima reperibilità nelle librerie fisiche ma online credo si trovi senza problemi, credo che questo romanzo potrebbe piacergli molto: un coetaneo si potrà immedesimare in Josephine e nei suoi amici e saprà sicuramente emozionarsi per le vicende che si trovano a vivere. 

lunedì 18 gennaio 2021

Shining

L’ambizioso progetto di lettura dell’opera omnia del Re dell’orrore continua, e con questo romanzo ho quasi terminato la produzione degli anni ‘70: stiamo parlando di Shining, terzo titolo in ordine di pubblicazione.


Titolo: Shining
Autore: Stephen King
Anno della prima edizione: 1977
Titolo originale: The Shining
Casa editrice: Bompiani
Traduttrice: Adriana Dell'Orto
Pagine: 429


LA STORIA

Jack Torrance è un aspirante scrittore poco più che trentenne, ma ha alle spalle una lista di fallimenti piuttosto lunga: primi tra tutti, il licenziamento dall’università dove lavorava per aver aggredito uno studente, e un problema di dipendenza dall’alcol che continua ad opprimerlo. Non può dunque rifiutare l’incarico di guardiano invernale all’Overlook Hotel, sulle montagne del Colorado, quando gli viene offerto: e così si trascina dietro la moglie Wendy e il figlioletto Danny, che però ha un dono speciale a cui l’albergo non saprà resistere… 

COSA NE PENSO

Nell’opera autobiografica “On Writing”, Stephen King afferma che scrivendo “Shining”, nel 1975, aveva scritto di se stesso, pur senza accorgersene: e il momento in cui se ne accorse fu quello in cui si rese conto di essere diventato dipendente dall’alcol. C'è dunque molto di Stephen King nel personaggio di Jack Torrance, mentre io, influenzata dall’immaginario creato da Jack Nicholson nello "Shining" diretto da Stanley Kubrick (che King ha sempre dichiarato di non apprezzare, e ora capisco perché) avevo nella mente una figura limitata ad un pazzo maniaco e pericoloso, un marito violento e di un padre degenere. Ecco, questo in parte si può dire di Jack, ma non è Jack ad essere la causa: è la sua debolezza, la sua dipendenza che lo rende facile preda dell’Overlook e delle forze che vi abitano all’interno, e la sua fragilità viene da lontano, da quando anche lui era un bambino come Danny, figlio di un padre alcolista e violento. 

Jack non credeva che il vecchio avesse mai portato al parco i suoi fratelli. Jack era stato il suo prediletto, ma ciò non toglie che anche lui si fosse beccato la sua dose di botte, quando il vecchio era ubriaco, il che accadeva tutt'altro che di rado. Ma Jack l'aveva amato finché ne era stato capace, un bel po' dopo che il resto della famiglia non poteva far altro che odiarlo e temerlo.

Danny è indubbiamente il buono di questa storia: un innocente bambino di non ancora sei anni, dotato di un potere che non sa controllare e gli permette di percepire i pensieri di coloro che lo circondano, e non solo. Questo espone Danny a pericoli inimmaginabili per qualunque coetaneo, soprattutto all’Overlook. Non tutti credono a Danny, nonostante le evidenze: i suoi stessi genitori non si arrendono all’evidenza delle sue capacità e cercano di trovare loro spiegazioni razionali. Il potere di Danny, il suo “shining” (nella mia copia con traduzione risalente ai tardi anni ‘70 in italiano viene definita “aura”) è estremamente stimolante ed immaginifico per il lettore -ed ha avuto seguito, a distanza di oltre trent’anni, nel romanzo “Doctor Sleep”. 

“Shining” è un romanzo tuttora godibilissimo e pieno di tensione; l’orrore c’è, ma solo in pochi capitoli è strettamente sovrannaturale. Molto più spesso sono i demoni dell'alcolismo di cui Jack è preda, la sua istintiva aggressività, la minaccia che egli costituisce per moglie e figlio che ci terrorizzano, fin troppo reali e contemporanei come sono. 

Non era solo su Danny che l'Overlook agiva in maniera nefasta. Agiva anche su di lui. Non era Danny, l'anello più debole della catena: era lui. Era lui quello vulnerabile, quello che avrebbe potuto essere piegato e distorto fino a quando qualcosa si sarebbe rotto.

Figli del suo tempo ci sono un paio di elementi legati all’appartenenza etnica di un personaggio, Dick Halloran -che è tra l’altro il mio preferito in tutto il romanzo. Halloran è il cuoco dell’Overlook, e Danny lo incontra il giorno del loro arrivo, quando Halloran sta lasciando l’albergo: i due condividono il potere dell’aura, nonostante quello di Danny sia di gran lunga superiore. Per via dell’età e dell’esperienza di Halloran l’uomo diventa però il punto di riferimento di Danny, con un epilogo che è stato in grado di farmi versare più di una lacrima di pura tenerezza. 

“Danny, a livello inconscio, fa ciò che i cosiddetti mistici e lettori del pensiero fanno in maniera del tutto cinica e cosciente. Proprio per questo lo ammiro. Se la vita non lo costringerà a ritirare le antenne, credo che diventerà un uomo di prim'ordine."


Alcune affermazioni legate proprio ad Halloran sono gli unici segni di invecchiamento che ho riscontrato all’interno di "Shining": la “stazione negra di Miami” parlando di trasmissioni radiofoniche, la “negritudine” del personaggio, terminologia che oggi non sarebbe considerata di certo appropriata. Ciò non toglie che la costruzione di Halloran sia tutt’altro che dispregiativa, anzi King lo rappresenta come una sorta di cavaliere senza macchia (ma non senza paura) -e lo stesso titolo al quale aveva pensato, “Shine”, fu modificato a causa della connotazione razzista che poteva assumere.

Era venuto a un accomodamento con la sua negritudine, un felice modus vivendi. Aveva passato la sessantina, e grazie a Dio se la cavava ancora decentemente. E adesso voleva mettere a repentaglio la fine di tutto questo, la fine sua, per tre bianchi che non conosceva nemmeno?

Ho amato "Shining", per la sua straordinaria capacità di tenere il lettore incollato alle pagine e di farlo sentire riga dopo riga sempre più immerso negli orrori dell'Overlook Hotel. Ci si sentirà inseguiti dagli animali scolpiti nelle siepi, circondati da individui mascherati, oppressi da una caldaia in ebollizione pronta ad esplodere: 6235555555555552366666666666e come nelle migliori opere del Re, non si potrà tirare il fiato finché non sarà finita. Non posso dunque fare altro che consigliarvi "Shining", che a mio parere potrebbe anche essere un'ottima scelta per iniziare a leggere Stephen King e innamorarvi delle sue storie! 

mercoledì 13 gennaio 2021

Ninna nanna a Teheran

"Ninna nanna a Teheran" è un fumetto dal formato piuttosto piccolo, quasi un tascabile; il retro di copertina promette di regalarci un mix “tra Persepolis e Oliver Twist”, e recita infatti “una storia di ragazzi di strada nel cuore dell’Iran”. Ho deciso di acquistarlo proprio dopo aver terminato "Persepolis" di Marjane Satrapi, del quale ho già scritto qui.


Titolo: Ninna nanna a Teheran
Autrice: Nassim Honaryar
Anno della prima edizione: 2019
Casa editrice: Rizzoli Lizard
Pagine: 158



In effetti è proprio una storia di bambini di strada quella che ci racconta l’autrice, un’autrice di origini iraniane che oggi scrive in italiano ma ambienta il suo racconto in patria. Lo fa seguendo l’artificio della storia nella storia poiché le vicissitudini dei ragazzini che seguiamo tra le pagine sono in realtà raccontate da parte di un anziano iraniano ad altri giovanissimi che ha incontrato per strada e i quali decide di narrare appunto le vite dei protagonisti, Ali, Pasha, Shila e Gholam.

Le vite di questi ragazzini sono tutt’altro che facili, dal momento che si trovano a chiedere l’elemosina, sfruttati da alcuni adulti che poi requisiscono loro tutto il denaro e che hanno intenzione di far prostituire a breve Shila, l’unica femmina del gruppo. L’unica alternativa rimane quindi quella della fuga, e ai loro piani per la libertà si aggiunge, nel corso delle loro scorribande accompagnate da piccoli furti, il ritrovamento di una pistola che cambierà il loro destino.


Le tavole all’interno di "Ninna nanna a Teheran" sono in bianco e nero e in scala di grigi; sono quasi fotografiche, con paesaggi e architetture molto dettagliati, e tipici del fumetto ci sono più che altro i volti piuttosto semplici ma molto espressivi dei personaggi. C’è anche un elemento che ha del soprannaturale: si tratta di uno stormo di corvi, che sembra accorrere in difesa dei ragazzini quando questi ne hanno bisogno; le tavole delle ultime pagine saranno proprio dedicate a questi animali.

"Ninna nanna a Teheran" nel complesso è un fumetto molto semplice, che si potrebbe consigliare anche a dei lettori coetanei dei protagonisti per avvicinarli a temi molto attuali come lo sfruttamento minorile e il dramma dei bambini di strada in paesi come l’Iran attraverso una lettura poco impegnativa. 

Per lettori adulti, abituati a romanzi e fumetti del calibro di Persepolis, "Ninna nanna Teheran" non è un capolavoro del suo genere, proprio per la sua elementarità e per la brevità della storia. Nonostante questo è una lettura che io ho apprezzato, che mi ha tenuto compagnia per una serata in cui non me la sentivo di dedicarmi a letture complesse, e comunque mi ha fatto riflettere sulla condizione di tanti bambini nel mondo ai quali spesso non vogliamo rivolgere un pensiero.